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Minuscoli igloo per i pipistrelli giapponesi

Fino a poco tempo fa, pensavamo che gli orsi polari fossero gli unici mammiferi che si ibernano in tane fatte di neve. Ma dopo oltre 10 anni di ricerche, gli scienziati giapponesi hanno aggiunto un altro animale al club. È il pipistrello Murina ussuriensis.

Come fa un minuscolo pipistrello a sopravvivere sotto la neve?

Si pensa che durante autunno e inverno, quando le temperature crollano, i pipistrelli abbandonino i propri posatoi tra le foglie e nelle cavità degli alberi per trasferirsi sotto la neve accumulatasi a terra. Una volta lì creano piccole fosse e si fanno coprire dalla neve che cade. I loro movimenti e il calore corporeo creano una piccola cavità, nella quale possono accoccolarsi e aspettare l’arrivo della primavera.

Sembra difficile a credersi, ma un buco in un cumulo di neve è più caldo e stabile delle cavità degli alberi in cui questi pipistrelli sono soliti posarsi, dice Hirofumi Hirawaka, biologo esperto in fauna selvatica al Forestry and Forest Products Research Institute in Giappone, autore di un nuovo studio pubblicato su Nature Scientific Reports.

Il motivo è che gli alberi sono esposti al vento e la neve isola meglio del legno, prosegue l’esperto.

I pipistrelli devono comunque sopravvivere a temperature estremamente basse all’interno dei loro igloo improvvisati. Ci riescono rallentando la respirazione, il battito cardiaco e mantenendo la temperatura corporea appena al di sopra del mondo ghiacciato che li circonda.

Questa condizione richiede una quantità minima di energia per rimanere in vita, dice Hirakawa. “Penso che sia questo a rendere possibile la sopravvivenza sotto la neve”.

Pipistrelli nevosi

Se M. ussuriensis potrebbe essere il primo chirottero che si accoccola nella neve, molti piccoli mammiferi si ibernano appena al di sotto, spiega Justin Boyles, ecologo esperto in fisiologia alla Southern Illinois University.

I vespertili rossi che Boyles ha studiato durante la sua specializzazione a volte vengono coperti dalla neve quando sono in ibernazione sotto lo strato di foglie.

La differenza sta in due aspetti. Prima di tutto M. ussuriensis sembra cercare specificamente la neve. In secondo luogo, i vespertili rossi potrebbero restare sotto la neve per una o due settimane, mentre M. ussuriensis – in base al nuovo studio – sembra capace di resistere ben più a lungo.

Uno dei pipistrelli osservati dallo studio è rimasto ibernato sotto la neve almeno dall’inizio del dicembre 2017 fino a metà aprile 2018. Più di quattro mesi.

Ma una vita così estrema ha un costo. I ricercatori hanno trovato un pipistrello morto durante l’ibernazione. Il fatto che altri 36 siano sopravvissuti, però, suggerisce che “il tasso di fallimento sia molto, molto basso”, dice Hirakawa. Se troppi pipistrelli morissero sotto la neve, infatti, la selezione naturale avrebbe probabilmente eliminato il comportamento già da tempo.

Colazione a letto

Mantenere la temperatura stabile è solo uno dei vantaggi di questa ibernazione. I ricercatori suggeriscono che i pipistrelli potrebbero aver evoluto lo stratagemma per evitare i predatori, un’ipotesi che convince Boyles.

Rispetto ai vespertili rossi che ha studiato, Boyles spiega che “Pensavamo che chiunque e qualsiasi cosa potesse mangiarseli. Ma non è successo. Praticamente nessuno li trova”.

La cosa più interessante è che trascorrere l’inverno sotto la neve permette ai pipistrelli di avere infinito accesso a una risorsa indispensabile: l’acqua.

“Abbiamo sempre pensato che lo scopo dell’ibernazione fosse semplicemente risparmiare grasso ed energie durante l’inverno”, dice Boyles. “Ma ci sono sempre più evidenze che il cuore della questione sia l’acqua, il vero fattore limitante durante l’ibernazione”.

A differenza degli orsi, che si limitano ad abbassare la temperatura corporea durante l’ibernazione, i piccoli mammiferi come i pipistrelli devono risvegliarsi ogni tanto per scaldarsi. È in queste circostanze che si spingono all’esterno in cerca di acqua.

Ma in un igloo di neve, le pareti sono letteralmente fatte d’acqua. E tutto ciò che devi fare è svegliarti e iniziare a leccarle.

Scienza lenta

La scoperta su questi pipistrelli non è stata semplice. Hirakawa e il suo co-autore, Yu Nagasaka, hanno sentito i primi aneddoti sulla loro ibernazione nel 2005. Hanno potuto assistervi di persona solamente otto anni dopo. “Dall’inizio [della ricerca] alla pubblicazione ci sono voluti 13 anni”, dice Hirakawa, sottolineando che lo studio è stato completato senza finanziamenti formali.

“Siamo orgogliosi di aver ottenuto questo risultato senza enormi risorse, fatta eccezione per il tempo”, commenta. Boyles dice che è esattamente il tipo di lavoro che gli piace condividere con i suoi studenti. Inizia con una “interessante osservazione di storia naturale”, ma prosegue raccogliendo evidenze, analisi e – infine – la pubblicazione.

“È così che si dovrebbe fare scienza”, conclude.

Nuovo misterioso ‘lampo radio’ dall’Universo remoto

Lo strumento canadese Chime ha rilevato un segnale anomalo, di appena due millisecondi, a una frequenza mai registrata prima. Si tratta di un “fast radio burst”, associati a eventi di grande potenza come buchi neri o supernove, ancora difficili da interpretare. Anche l’ipotesi “alieni” non può essere esclusa


UN SEGNALE durato due millesimi di secondo, quanto basta per inviare un telegramma ai colleghi di tutto il mondo e annunciare di aver scoperto qualcosa di strano provenire dall’Universo remoto. Un veloce lampo radio registrato dal Canadian Hydrogen Intensity Mapping Experiment (Chime) nella British Columbia ha attirato l’attenzione della comunità scientifica perché ha caratteristiche anomale a quelle registrate finora in questo tipo di fenomeni, la cui origine è ancora sconosciuta.

·I FAST RADIO BURST
I ‘lampi radio veloci’ o fast radio burst sono emissioni, flash radio, che spesso arrivano a noi dal remoto universo e si pensa possano essere originati da eventi violentissimi come supernove o buchi neri. Se ne sa molto poco perché, finora, ne sono stati ‘ascoltati’ appena una trentina (il primo nel 2007) e non si riesce a prevedere da dove arriveranno e quando. Il FRB 180725A catturato dall’osservatorio canadese è durato una frazione di secondo ma a una frequenza mai registrata prima: 580 Megahertz. Si tratta del primo scoperto a una frequenza inferiore ai 700 Mhz e questo infittisce ancora di più il mistero legato a questi fenomeni.

Il segnale è arrivato il 25 luglio, una volta controllato che non si fosse trattato di un disturbo ambientale o di un’altra origine terrestre, Patrick Boyle, della McGill University, ha diramato un telegramma astronomico per condividere la scoperta. Nel quale menziona anche altri lampi radio con frequenza ancora inferiore, fino a 400 MHz.

·BUCHI NERI, PULSAR O ALIENI? 
La spiegazione per questi flash dallo spazio sono diverse. All’inizio del 2018 il giovane ricercatore italiano Daniele Michilli si è guadagnato la copertina di Science con uno studio su una sorgente di Frb scoperta alcuni anni fa: era la prima e unica mai osservata con emissioni ripetitive. Michilli scoprì che si trattava di una stella di neutroni, una pulsar che probabilmente si trova vicino a un buco nero. Questi lampi si formano quindi un ambiente estremo, con campi magnetici molto intensi. Ci sono pochi posti nell’Universo con caratteristiche simili. I buchi neri sono uno di questi.

Ma vista l’imprevedibilità e, ora, la diversità dei vari segnali che sono stati rilevati a frequenze inaspettate, le ipotesi sulla loro origine sono ancora tutte sul tavolo. Persino quella che contempla una civiltà aliena, altamente tecnologica, che magari tenta di comunicare con noi. A volte però la risposta è molto meno affascinante. Nel 2015, misteriosi lampi radio all’osservatorio Parkes in Australia furono finalmente identificati dopo 17 anni: venivano dal forno a microonde della zona relax che gli stessi ricercatori usavano per scaldarsi il pranzo.

Sarà proprio lo strumento Chime a gettare luce d’ora in avanti sull’enigma dei Fast radio burst. Ha una forma molto particolare: quattro antenne simili a tubi tagliati a metà, lunghi 100 metri e larghi una ventina. È progettato per cercare e mappare l’idrogeno nel lontano universo ma si è rivelato molto utile anche per rilevare i Frb. Quando sarà pienamente operativo (ha iniziato a lavorare a marzo 2018), potrebbe trovarne oltre 12 al giorno, secondo i suoi operatori. Non resta che accenderlo e aspettare.

L’incredibile storia dei vermi siberiani tornati in vita dopo 42mila anni

Due nematodi trovati nei campioni di permafrost della Siberia sono tornati a “muoversi e mangiare”. La scoperta di un team di ricercatori di Mosca e Princeton apre nuove strade per la “criobiologia”


RESUSCITATI dopo 42mila anni. Sembra fantascienza, eppure a sostenerlo sono un gruppo di scienziati: due vermi nematodi, conservati nel permafrostsiberiano a decine di metri di profondità e congelati nel Pleistocene, sono tornati alla vita in laboratorio.

Questi piccoli organismi viventi di poco più di un millimetro – e già ribattezzati come i “più antichi del mondo” – appena risvegliati hanno iniziato a muoversi e mangiare. La straordinaria scoperta è stata pubblicata sulla rivista Doklady Biological Science ed effettuata da un team di ricercatori dell’università statale di Mosca, della stazione biologica del Mar Bianco e del Dipartimento di geoscienze dell’università di Princeton.

Operavano in Siberia, dove lo scioglimento dello strato di permafrost permette oggi il recupero di campioni anche a grandi profondità: lì hanno individuato oltre 300 nematodi analizzati successivamente in laboratorio. Posizionati nelle piastre di Petri con un nutriente dopo essere passati per settimane in celle con diverse temperature, sino a quella costante di 20 gradi, due di loro con segni inequivocabili sono tornati “alla vita”. Si tratterebbe della prima prova di organismi pluricellulari in grado di rivivere dopo migliaia di anni di “sonno” passato nel permafrost artico, aprendo così la strada a nuovi studi.

In realtà i due vermi hanno circa 10mila anni di differenza. Il primo è stato trovato in un campione raccolto da una tana di scoiattolo vicino al fiume Alazeya nella parte nord-orientale della Yakutia, da depositi di permafrost stimati intorno ai 32mila anni. L’altro invece proveniva da permafrost dal fiume Kolyma, Siberia nord-orientale, e si crede possa essere rimasto lì per 41mila 700 anni. Entrambi gli esemplari (Panagrolaimus  detritophagus e Plectus parvus)  erano femmine. In passato altri scienziati avevano già identificato virus rianimati dopo 30mila anni passati nel permafrost (o batteri congelati per 250milioni di anni) ma la scoperta dei nematodi, secondo i ricercatori, potrebbe dar vita a nuove implicazioni in ambito di “criomedicina, criobiologia e astrobiologia”.

Nello studio i membri del team precisano di aver ottenuto “i primi dati che dimostrano la capacità di criobiosi a lungo termine degli organismi multicellulari nei depositi di permafrost dell’Artico. I dati dimostrano la capacità degli organismi pluricellulari  di sopravvivere alla criobiosi a lungo termine  nelle condizioni di crioconservazione naturale. È ovvio che questa capacità  suggerisce che i nematodi del Pleistocene abbiano alcuni meccanismi adattativi che possono essere di importanza scientifica e pratica per campi della scienza correlati”.

Sui nematodi “resuscitati” si sono espressi poi diversi scienziati che hanno commentato la scoperta. Robin M. Giblin-Davis, dell’università della Florida, sostiene che “i vermi, se protetti da danni fisici che potrebbero compromettere la loro integrità strutturale durante l’internamento congelato, dovrebbero essere in grado di rianimarsi dopo lo scongelamento-reidratazione”, avvertendo però che in alcuni casi potrebbero essere stati “contaminati da organismi contemporanei”. I ricercatori russi replicano però che, per le profondità e le aree di permafrost in cui sono stati prelevati i campioni, una contaminazione è improbabile. Il nematologo Byron J. Adams (Brigham Young University) ritiene invece che siano necessari ulteriori esami per valutare l’esatta età “millenaria” dei vermi.

Scoperto un nuovo vulcano su una delle lune di Giove

LA SONDA Juno ha scoperto un nuovo vulcano su Io, una delle lune del pianeta Giove. La scoperta, ancora in corso di pubblicazione, è stata fatta dai ricercatori dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), grazie a uno dei due strumenti a bordo della sonda Juno denominato Jiram (Jovian infrared auroral mapper), finanziato dall’Asi, Agenzia Spaziale Italiana e realizzato da Leonardo-Finmeccanica.

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• IO, LUNA IRREQUIETA
Secondo gli esperti su Io sono presenti oltre 400 vulcani attivi, 150 dei quali già osservati dalle missioni della Nasa che hanno studiato il sistema di Giove (Voyager 1 e 2, Galileo, Cassini e New Horizons) insieme alle osservazioni a terra. Almeno 250 sono quindi quelli ancora in attesa di essere scoperti e  hanno localizzato oltre 150 vulcani attivi su Io, ma gli scienziati stimano che altri 250 sono in attesa di essere scoperti.  L’intensa attività vulcanica del satellite è legata, spiega Mura, alla fortissima attrazione gravitazionale esercitata da Giove, insieme alle lune Europa e Ganimede.

Il nuovo vulcano “potrebbe avere una struttura simile a una grande caldera, sconosciuta su Io prima d’ora”, commenta Alessandro Mura, ricercatore dell’Inaf di Roma e vice responsabile di Jiram. Lo strumento è stato progettato per studiare le aurore gioviane, ma i ricercatori dell’Inaf hanno deciso di orientarlo verso Io. Hanno avuto ragione, perché i dati a infrarossi, raccolti da Jiram lo scorso 16 dicembre 2017 quando la sonda era a circa 470mila chilometri da Io, hanno infatti mostrato il nuovo vulcano.

• LA MISSIONE
La sonda Juno, lanciata ad agosto 2011 dalla base di Cape Canveral, ha raggiunto Giove il 4 luglio del 2016 e da allora sta studiando il campo magnetico e gravitazionale del pianeta. Di recente la missione è stata estesa fino al 2022, con il termine delle operazioni scientifiche a luglio 2021. L’Italia partecipa con due strumenti: Jiram (Jupiter InfraRed Auroral Mapper) per le studio delle aurore e dell’atmosfera e un transponder in banda

Ecco dove nascono i raggi cosmici: ce lo indica un neutrino

La conferma da quindici telescopi in tutto il mondo: la particella arriva da un buco nero distante 4,5 miliardi di anni luce. Può risolvere un enigma che dura da quasi un secolo. E l’astronomia ora ha un’arma in più.

È BASTATO un neutrino, uno solo, per far voltare astronomi e astrofisici di mezzo mondo verso un angolo remoto dell’Universo e vedere da dove, quattro miliardi e mezzo di anni fa, un gigantesco buco nero ha eruttato raggi cosmici e particelle subatomiche. Quel neutrino, un granello di materia un milione di volte più leggero di un elettrone, ci ha “indicato la strada” per risolvere dopo quasi un secolo l’enigma dei raggi osmici: la loro origine.

L’approccio rivoluzionario dell’astronomia multimessaggero (lo studio dei fenomeni attraverso più “messaggi” che arrivano fino alla Terra) è stata la chiave per decifrarlo. Come accaduto per le onde gravitazionali, ancora una volta un evento violentissimo nel lontano universo si mostra a noi con impulsi diversi.

Una scoperta frutto del lavoro di centinaia di scienziati e decine di istituti di ricerca, con un fondamentale contributo italiano di Inaf, Infn e Asi oltre a diverse università, e che si è guadagnata la copertina di Science.

  IL VIAGGIO
Il neutrino è arrivato fino a qui attraversando un terzo del tempo cosmico alla velocità della luce, è passato dentro galassie, stelle, nebulose, ha superato i “Bastioni di Orione” e poi tutta la Terra senza toccare nulla sul suo percorso. Fino a che un atomo di ghiaccio nel più sperduto angolo del nostro pianeta, l’Antartide, ha fermato la sua corsa.

Un flash, catturato il 22 settembre 2017 dalle ‘gabbie’ dell’esperimento IceCube della National science foundation americana, ed è subito partita una “allerta neutrino”. Quindici osservatori, da terra e dallo spazio, hanno rivolto il loro occhio nella direzione dalla quale proveniva il piccolo messaggero e hanno scovato il responsabile. Un “blazar” ((TXS 0506+056), cioè una galassia attiva con un buco nero supermassiccio al centro, distante 4,5 miliardi di anni luce, in direzione della costellazione di Orione: “Per la prima volta è stata identificata la sorgente di un neutrino cosmico – spiega Patrizia Caraveo, direttore di ricerca all’Inaf – l’unica conclamata finora era il Sole e, per un breve momento, lo è stata una supernova nel 1987″.

Caraveo è anche responsabile dello sfruttamento scientifico dei dati del satellite Nasa Fermi, il primo telescopio ad aver risposto all’allerta. Il suo principale strumento (Lat) è italiano, finanziato dall’Agenzia spaziale con il contributo scientifico di Inaf e Infn, e osserva il cielo nei raggi gamma: “Fermi ‘spazzola’ il cielo ogni tre ore, è andato a vedere nei dati dei giorni precedenti e ha visto che una sorgente, in particolare, saliva di intensità, e ha continuato a osservarla: così ha inviato un’altra allerta con telegramma astronomico” racconta Caraveo.

Il telescopio ha quindi suggerito a tutti gli altri dove spostare lo sguardo: “Da dieci anni il personale di Fermi è di turno 24 ore su 24 per osservare il cielo e mandare informazioni se troviamo qualcosa di rilevante – spiega Elisabetta Cavazzuti, responsabile italiana per l’Asi di diversi programmi scientifici, tra cui proprio Fermi e NuStar, oltre che dell’italiano Agile – così Fermi ha fornito l’indirizzo del cielo che tantissimi altri telescopi sono andati a puntare”.

• L’INFORMAZIONE MULTIMESSAGGERO
Quel neutrino è stata la prima informazione giunta dal blazar e gli scienziati si sono subito mossi per cercare i fotoni, le radiazioni elettromagnetiche (luce visibile compresa) che potessero confermare la sua provenienza. Un po’ come essere colpiti da un sasso e girarsi di scatto per vedere chi l’ha lanciato: “È la prima volta che si ha una massiccia osservazione multimessaggera in un evento di neutrini – continua Cavazzuti – come è successo per le onde gravitazionali l’anno scorso. Non ci sono precedenti. Così come non abbiamo la certezza assoluta che quel neutrino venga proprio dal blazar che abbiamo osservato. Abbiamo calcolato una probabilità del 99 per cento, ma ancora non basta. Il valore che usiamo in questi casi, il sigma, è di 3: una ‘significatività media’. Solo oltre il 5 c’è la sicurezza”.

Dopo Fermi, Swift, NuStar della Nasa, il satellite Integral dell’Esa e Magic, telescopio terrestre con contributo italiano, ognuno con le sue capacità e caratteristiche, hanno osservato quella sorgente a diverse lunghezze d’onda. Un grandioso sforzo internazionale in cui i ricercatori italiani hanno avuto un ruolo da protagonisti: “Prima Fermi ha individuato raggi gamma dalla sorgente poi i telescopi Magic da Terra hanno rilevato energia molto maggiore, fino a 400 Gev (miliardi di elettronvolt) – conferma Barbara De Lotto, ricercatrice Infn università di Udine, all’epoca del rilevamento responsabile nazionale Infn per i telescopi Magic alle Canarie – la sorgente era conosciuta ma abbiamo osservato che le emissioni erano superiori alla norma. Per la prima volta si vede questo tipo di segnale associato a un neutrino”.

A calcolare la distanza della galassia inoltre è stata un’altra ricercatrice italiana, Simona Paiano, utilizzando il telescopio ottico più grande del mondo, il Gran telescopio Canarias, che è riuscito a decifrare lo spettro della poca luce visibile da quattro miliardi e mezzo di anni luce di distanza.

•IL MISTERO DEI RAGGI COSMICI
Da un secolo, da quando sono stati scoperti, ci si interroga da dove provengano i raggi cosmici. Una pioggia di protoni che investe il pianeta ma che, per loro stessa natura, vengono deviati dai campi magnetici in tutto il cosmo, per questo è impossibile stabilirne l’origine. “Ci vuole una macchina cosmica molto potente per accelerare protoni a energie così alte – sottolinea Caraveo – una macchina che produce neutrini e raggi gamma”. Per la prima volta una è stata individuata grazie a un singolo neutrino, che ci ha indicato la direzione in cui guardare proprio per la sua innata ‘indifferenza’: “Il neutrino è una particella che interagisce molto molto debolmente, viaggia indisturbata attraverso la materia e va dritta per la sua strada – conclude De Lotto – Averne trovato l’origine è un grande risultato frutto di uno sforzo internazionale enorme. Questo rende merito all’Infn che da anni investe in questo tipo di esperimenti sull’astronomia multimessaggero”.

Un esperimento australiano riesce ad far cessare l’80% delle zanzare portatrici di malattie

L’esperimento, condotto da scienziati della Commonwealth Scientific and Industrial Research Organization (CSIRO) e James Cook University (JCU), ha preso di mira le zanzare Aedes aegypti, che diffondono malattie mortali come la febbre dengue e Zika .
Nei laboratori di JCU, i ricercatori hanno allevato quasi 20 milioni di zanzare, infettando i maschi con batteri che li hanno resi sterili. Poi, la scorsa estate, ne hanno rilasciati più di tre milioni in tre città della Cassowary Coast. Contenuto dello sponsor
Imparare l’inglese apre nuove porte a miliardi in tutto il mondo
David Crystal, linguista e accademico britannico, ha calcolato che ci sono tre voltepiù persone che imparano l’inglese di quanti ne siano i madrelingua. Perché?
Contenuto fornito da WeSpeke  Le zanzare maschili sterili non mordevano o diffondevano malattie, ma quando si accoppiavano con femmine selvatiche, le uova risultanti non si schiudevano e la popolazione si schiantò.
1 su 10 mamme americane con infezione da Zika hanno bambini con difetti alla nascita, segnalazioni CDC

1 su 10 mamme americane con infezione da Zika hanno bambini con difetti alla nascita, segnalazioni CDC
“L’invasiva zanzara Aedes aegypti è uno dei parassiti più pericolosi del mondo”, ha dichiarato il Direttore della salute e biosicurezza del CSIRO Rob Grenfell in una dichiarazione , descrivendo l’esperimento come una vittoria.
“Sebbene la maggior parte delle zanzare non diffonda malattie, i tre tipi per lo più mortali – Aedes, Anopheles e Culex – si trovano in quasi tutto il mondo e sono responsabili di circa il 17% delle trasmissioni di malattie infettive a livello globale.”
L’esperimento di successo offre una potenziale nuova soluzione contro le malattie che infettano milioni ogni anno.
Molte malattie diffuse dalle zanzare sono difficili da trattare. Alcuni non hanno vaccini efficaci, i pesticidi possono essere insostenibili e metodi come la pulizia delle acque stagnanti sono inefficaci contro i tassi di riproduzione delle zanzare.
Il virus Zika è un esempio infame. Il suo focolaio esplosivo nel 2015 ha contagiato milioni di persone in tutto il mondo, causando la nascita di bambini con disturbi neurologici. I ricercatori hanno corso per sviluppare un vaccino e molti stanno ancora conducendo prove.
Una zanzara Aedes aegypti in un laboratorio dell'Università di El Salvador, a San Salvador.

L’esperimento

Anche se il processo utilizzato nell’esperimento, chiamato Sterile Insect Technique, è in circolazione dagli anni ’50, non è mai stato usato per zanzare come Aedes aegypti.
“Abbiamo imparato molto dalla collaborazione a questo primo trial tropicale e siamo entusiasti di vedere come questo approccio potrebbe essere applicato in altre regioni dove Aedes aegypti rappresenta una minaccia per la vita e la salute”, ha detto Kyran Staunton della James Cook University in un comunicato .
Gli scienziati della regione di Cairns in Australia hanno anche usato tecniche simili per sostituire le popolazioni con zanzare che non potrebbero diffondere infezioni, secondo ABC News .
Le malattie trasmesse da zecche e zanzare sono più che triplicate, dal 2004, negli Stati Uniti
Questo esperimento CSIRO-JCU, tuttavia, mirava a sradicare del tutto queste popolazioni, lavorando in collaborazione con Verily, un’organizzazione di ricerca sanitaria di proprietà di Google Parent Alphabet.
Poiché l’Aedes aegypti è una specie invasiva originaria dell’Africa, la sua eliminazione in Australia non causerebbe molti danni ecologici nel paese.
“Il principale impatto ecologico sarebbe quello di ripristinare l’ecosistema su come era prima che le zanzare invadessero”, secondo Verily .
L’esperimento è stato limitato al nord del Queensland per ora, ma Verily potrebbe tenere ulteriori prove sul campo, ha detto l’organizzazione

Scoperta la vespa Alien: le sue larve divorano i bruchi dall’interno

L’hanno chiamata Alien, perché ricorda moltissimo le terrificanti creature della famosa serie di film di fantascienza.E’ stata scoperta un nuovo tipo di vespa, la vespa Alien, che inietta le sue uova in bruchi vivi, in modo che le larve possano divorarli dall’interno.

La nuova specie, chiamata Dolichogenidea xenomorph, è stata scoperta in Australia da un gruppo di ricercatori dell’Università di Adelaide guidati da Erinn Fagan-Jeffries, che hanno pubblicato il loro studio sul Journal of Hymenoptera Research. «Dolichogenidea xenomorph si comporta come un parassita dei bruchi, proprio come le creature di Alien sono parassiti degli esseri umani», dice Fagan-Jeffries. «Inoltre la vespa è nera e lucente esattamente come quei mostri». Le vespe parassitoidi, che pare abbiano ispirato gli alieni del film, giocano un ruolo molto importante nel loro ambiente naturale, regolando la popolazione dei loro insetti ospiti: infatti sono state usate spesso in agricoltura per controllare i bruchi parassiti che infestano le coltivazioni. La vespa-Alien è solo una delle tre nuove specie di vespe parassitoidi che sono state scoperte dal gruppo di ricerca. «Abbiamo raccolto più di 500 vespe appartenenti a una particolare sottofamiglia e abbiamo scoperto che c’erano più di 200 specie diverse soltano in questo ristretto campione», spiega Andrew Austin, uno degli autori. «Attualmente in Australia sono conosciute solo 100 specie di questa sottofamiglia, perciò abbiamo almeno raddoppiato il numero delle specie note. Alcune di queste vespe – prosegue – potrebbero rivelarsi utili contro gli insetti infestanti, aspettano solo di essere scoperte».

Giovedì 28 Giugno 2018 – Ult

Morte in diretta. Così il buco nero ha mandato in brandelli una stella

Morte in diretta. Così il buco nero ha mandato in brandelli una stella

Il raro evento seguito per la prima volta in modo completo. Osservata anche la formazione dei getti intorno al buco nero supermassivo


LETTERALMENTE fatta a pezzi, distrutta dalla violenza di un buco nero supermassivo. E’ stata questa la fine di una stellina a 150 milioni di anni luce da noi, osservata da un team internazionale con un rete di radiotelescopi sparsi in tutto il mondo. Nel corso di una campagna di osservazione durata alcuni anni, gli astronomi non solo hanno osservato la fine della stella, ma hanno anche seguito la formazione di enormi getti di materia intorno al buco nero, alimentati dal violento fenomeno. Inizialmente interpretato come un’esplosione di supernova, l’evento  si è invece rivelato la distruzione della stella a causa delle colossali forse mareali esercitate dal buco nero. Il team internazionale, di cui fa parte anche l’italiano Marco Bondi dell’Istituto di Radioastronomia di Bologna dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, ha pubblicato i suoi risultati su Science, mostrando per la prima volta l’osservazione in diretta di un fenomeno così raro, che ci aiuta a capire l’evoluzione dei buchi neri e la loro influenza sulle galassie in cui si trovano.
Morte in diretta. Così il buco nero ha mandato in brandelli una stella

Morte per buco neroLo straordinario evento è stato osservato all’interno di Arp 299, una coppia di galassie in collisione a circa 150 milioni di anni luce da noi. Nel nucleo di una delle due galassie si annida un buco nero la cui massa è circa 20 milioni di volte quella del Sole. E’ solo uno dei tanti buchi neri supermassivi che si trovano nel nucleo delle galassie, e che spesso rivelano la loro presenza grazie a potenti getti di materia che emettono onde radio e altre forme di luce, come ad esempio raggi X e raggi gamma. Se una stella si trova a passare troppo vicina a uno di questi mostri celesti, viene deformata dalle forze mareali generate dal buco nero. La situazione è analoga alle maree che osserviamo sulla Terra, prodotte dall’attrazione gravitazionale della Luna sulla Terra. Ma nel caso di un buco nero le forze di marea sono così intense da deformare moltissimo la stella fino a ridurla in brandelli. Una fine violenta, che gli astronomi chiamano evento di distruzione mareale, o TDE dalle iniziali dell’inglese Tidal Disruption Event. Nel corso di un TDE, i brandelli della stella vanno a formare un disco di accrescimento intorno al buco nero. Il gas all’interno del disco inizia a spiraleggiare intorno al buco nero, e a causa degli attriti interni può scaldarsi fino a milioni di gradi ed emettere raggi X. Questa “morte per buco nero”, per citare un famoso libro divulgativo dell’americano Neil deGrasse Tyson, è un evento molto raro. Ma questa è la prima volta che gli astronomi riescono a seguire un TDE dall’inizio alla fine, un’occasione davvero unica.

Morte in diretta. Così il buco nero ha mandato in brandelli una stella

Distrutta in diretta. Quando si parla di eventi astronomici, “in diretta” è una frase molto relativa. Prima di tutto perché l’evento è avvenuto in realtà 150 milioni di anni fa, ma solo ora lo possiamo osservare dopo che la luce che è arrivata sino a noi. Inoltre stiamo parlando di un fenomeno che si è svolto nel corso di alcuni anni, molto lunghi per noi ma pur sempre un batter d’occhi rispetto ai tempi cosmici. Le prime osservazioni sono avvenute per caso nel 2005, quando il telescopio William Herschel alle Canarie scoprì una forte emissione infrarossa proveniente da uno dei nuclei di Arp 299. Gli astronomi stavano osservando la galassia nell’ambito di un progetto di ricerca di supernovae, dal momento che in Arp 299 ne erano state osservate già molte. Nel corso del tempo, i radiotelescopi hanno mostrato un flusso crescente di onde radio provenienti dalla stessa regione di cielo. Inizialmente gli astronomi avevano pensato a una supernova, ma gli eventi successivi hanno portato a credere all’ipotesi di una distruzione mareale. Combinando le osservazioni di molti radiotelescopi del pianeta, fra cui quelli dell’Istituto Nazionale di Astrofisica a Medicina, Noto e Cagliari, gli astronomi hanno potuto ottenere nel corso degli anni successivi immagini ad altissima risoluzione, che hanno mostrato nel 2011 la sorgente di onde radio espandersi  un una direzione, a formare un getto di materia sempre più grande. Le misure hanno mostrato che il getto di materia si sta espandendo a velocità altissime, pari a circa un quarto di quella della luce.

Morte in diretta. Così il buco nero ha mandato in brandelli una stella

La strana alimentazione dei buchi neri. La scoperta ci aiuta a capire molto meglio come si comportano i buchi neri supermassivi. “Per la maggior parte del tempo i buchi neri supermassivi non stanno divorando niente, e quindi sono in uno stato quiescente”, sottolinea Miguel Perez-Torres dell’Istituto di Astronomia Andalusa, uno dei coordinatori del lavoro. Quando però una stella o una nube di gas viene catturata, si innesca un meccanismo che porta alla formazione del disco di accrescimento e dei getti di materia, ed è questa la peculiarità vista in questo caso, come ricorda Bondi a Media Inaf, “Per la prima volta si è potuto osservare anche la creazione di un getto radio prodotto dal fenomeno di rapido accrescimento ed è stato possibile seguire la sua evoluzione su un arco di tempo di diversi anni, grazie anche al contributo dei radiotelescopi dell’Inaf che hanno osservato congiuntamente alla rete europea e americana”. Così, dal triste destino della sfortunata stella, potremo capire meglio l’evoluzione dei più spaventosi mostri del cielo.

Paura in Kenya: la fine del mondo…

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Complici le piogge, nel sud-ovest del paese  africano si è spalancata una fessura del suolo lunga una decina di chilometri e larga fino a 20 metri. La grande spaccatura ha creato panico, tagliato strade e distrutto case. Ma secondo gli esperti fa parte dei normali processi geologici della zonaERANO state settimane di piogge, alluvioni e terremoti. All’improvviso una crepa si aprì nel pavimento di casa e la terra si spalancò sotto ai loro piedi. Eliud Njoroge e sua moglie abbandonarono la cena e fuggirono via terrorizzati, pensando all’Apocalisse. Ma trovandosi nel sud-ovest del Kenya, in piena Rift Valley, la loro casa era semplicemente stata vittima di un fenomeno geologico non inedito da queste parti. Per decine di chilometri, a partire dal 18 marzo, una fessura nel terreno larga fino a 20 metri e profonda 15 si era andata estendendo sulla linea di faglia che taglia il continente in due per circa 4mila chilometri. E che è stata tra l’altro battezzata “la culla della specie umana”.Mia moglie urlava, chiedeva aiuto ai vicini” ha raccontato Njoroge alla Reuters. La casa della coppia, fatta di mattoni e lamiera, è stata prima svuotata dai mobili. Poi, all’allargarsi della frattura, è stata addirittura demolita. Anche altri abitanti della zona hanno subito la stessa sorte. L’autostrada che unisce Nairobi, la capitale del Kenya, a Narok, nell’ovest, si è ritrovata tagliata in due. In piena stagione delle piogge, si teme che la fessura si allarghi ulteriormente. “Ma la spaccatura corre lungo una linea retta. Non è difficile prepararsi in anticipo” spiega con una nota di ottimismo David Adede, il geologo contattato dalla Reuters.

Paura in Kenya: la terra si apre in due

Le spiegazioni tecniche non hanno tranquillizzato del tutto la popolazione. Molti giornali della zona hanno titolato che l’Africa si sta spaccando in due. L’affermazione è un po’ esagerata per una fessura profonda venti metri. Ma se guardiamo ai tempi lunghi – decine di milioni di anni – non è nemmeno destituita di fondamento. A est della Rift Valley infatti la placca somala si sta allontanando dal resto della placca africana (detta nubiana) al ritmo di 6-7 millimetri all’anno. Il processo si è attivato circa 25 milioni di anni fa. La fessura della crosta lascia risalire il magma, costellando la zona di vulcani attivi. Presto (fra una decina di milioni di anni a occhio e croce) al posto della casa dei Njoroge potrebbe esserci il mare.

Paura in Kenya: la terra si apre in due

La linea rossa divide la placca somala (a est) da quella nubiana (a ovest)

A Mai Mahiu (acque calde nella lingua dei Kikuyu), il centro più vicino alla casa della coppia sfortunata, c’è preoccupazione anche per un possibile risveglio del vulcano Suswa, che si trova nel sud-ovest del Kenya. Ma l’effetto più visibile, in questi giorni, è proprio la creazione di vuoti all’interno del terreno, che si sta “stirando” per effetto dell’allontanamento delle placche. Alcuni dei vuoti si sono riempiti con il tempo con la cenere dei vulcani. Basta una stagione di pioggia più intensa delle altre per dilavarla e far cedere i “pilastri” del terreno.

Nibiru: il pianeta 9 e l’ennesima bufala sulla fine del mondo

Nibiru: il pianeta 9 e l'ennesima bufala sulla fine del mondo

(Foto: Matt Rogers/YouTube)

PER NOSTRADAMUS la fine del mondo sarebbe dovuta arrivare nel 1999. Per altri nel 2000, complice il temibile millennium bug. A dare retta ai Maya invece si poteva ipotizzare che l’anno fatale sarebbe stato il 2012. E se fino ad oggi l’abbiamo scampata, forse è ancora troppo presto per cantare vittoria. Il 23 settembre infatti dovrebbe essere la volta di Nibiru, un fantomatico corpo celeste che alcuni identificano con il pianeta 9, e che sembrerebbe – così vuole la leggenda – in rotta di collisione con la Terra. Una teoria che ha radici nella mitologia babilonese e sumera e nella numerologia (o presunta tale) cristiana, e che ha avuto una tale diffusione negli ultimi anni da costringere la Nasa a smentire ufficialmente (e non per la prima volta) la possibilità di un simile cataclisma. Ma come nasce questa ennesima bufala sulla fine del mondo? E cosa c’entra Nibiru con il misterioso Pianeta 9?

La leggenda di Nibiru, in effetti, ha radici lontane. Se ne inizia a parlare più di un ventennio fa, quando l’unione tra le teorie di Zecharia Sitchin, scrittore ed esperto di archeologia misteriosa, e quelle di Nancy Lieder, una signora del Wisconsin in contatto diretto con la razza aliena degli Zeta Reticuli, crea una delle più longeve teorie del complotto degli ultimi decenni: quella di Nibiru, un pianeta gigante nascosto ai margini del nostro Sistema Solare e destinato a distruggere la Terra, la cui esistenza sarebbe stata ovviamente insabbiata da governi e istituzioni mondiali. Le prime versioni della teoria parlavano del 2003 come probabile data del disastro, per poi puntare – una volta superati indenni il presunto rendezvous fatale – al 2012, intrecciandosi questa volta con le presente previsioni cataclismatiche dei Maya.

Sopravvissuti anche al secondo appuntamento con Nibiru, serviva evidentemente un nuovo candidato. Ed è bastato aspettare un paio d’anni perché si presentasse l’occasione perfetta, arrivata nel 2014 quando un articolo su Nature degli astronomi Chad Trujillo e Scott Sheppard ha aperto la strada all’esistenza di un nono pianeta all’interno del Sistema Solare. L’ipotesi, corroborata nel 2016 da una seconda ricerca pubblicata dagli scienziati Mike Brown e Konstantin Batygin, è quella del pianeta 9: un gigante nascosto in un’orbita lontanissima dal Sole, e sfuggito fino ad oggi ai nostri telescopi.

Nibiru, evidentemente, altro non era che il nuovo pianeta 9 (e poco importa se gli scienziati non hanno mai neanche paventato la possibilità di un impatto con la Terra). Non restava che trovare una nuova data per il disastro. Ci ha pensato David Meade, autore di Planet X – The 2017 Arrival, un libro che attraverso una “solida” lettura numerologica dei testi sacri giudaico cristiani è riuscito a calcolare la data della fine del mondo, cataclisma che ovviamente il Signore ha affidato all’impatto della Terra con Nibiru, nella nuova veste di pianeta 9. I segni sono molti e, assicura Meade, facili da notare se si sa dove guardare. Dai suoi calcoli il 23 settembre si realizzerà una particolare configurazione astrale prevista in un passo del Libro dell’Apocalisse (Apocalisse 12.1) che farà da preludio all’arrivo di Nibiru.

Ipotesi affascinante. Ma anche priva di senso, spiega l’esperto di dinamica planetaria Giovanni Valsecchi, dell’Istituto di astrofisica e planetologia spaziali dell’Inaf. “Non esiste alcuna possibilità che un oggetto di simili dimensioni raggiunga le zone più interne del Sistema Solare – assicura Valsecchi – quanto meno, non in una scala temporale che coincida con quella della nostra vita”. Questo ovviamente non vuol dire che il pianeta 9 sia una sciocchezza. “Quella del cosiddetto pianeta 9 è un’ipotesi scientificamente molto seria – aggiunge l’esperto – che nasce per spiegare alcune caratteristiche anomale delle orbite degli oggetti transnettuniani più lontani”.

Osservando le orbite di questi corpi celesti posti oltre l’orbita di Nettuno emergerebbero infatti anomalie, strani allineamenti e piani orbitali preferenziali che possono essere spiegati solo in due modi. La prima ipotesi è quella avanzata dai lavori di di Truillo e Sheppard e quelli di Brown e Batygin: un pianeta enorme e lontanissimo che interferisce le con le orbite degli oggetti transnettuniani. Si tratterebbe di un pianeta molto particolare, perché a una tale distanza dal Sole – nel punto più vicino la sua distanza sarebbe 200 volte maggiore di quella della Terra – la nebulosa primordiale da cui ha avuto origine il Sistema Solare non avrebbe avuto la densità necessaria per dare vita a un pianeta. E quindi il pianeta 9 dovrebbe avere avuto un’altra origine: o nella parte centrale del Sistema Solare, da cui poi sarebbe migrato nell’attuale posizione in un remoto passato, o in un altro sistema stellare, da cui sarebbe sfuggito per poi essere catturato in qualche momento dalla gravità del Sole. Una sequenza di eventi molto particolare: difficile – spiega l’esperto – ma non impossibile da realizzare.

L’altra possibilità è tutto sommato più semplice: le anomalie osservate nelle orbite dei transnettuniani potrebbero essere solo un’illusione. “Oggi conosciamo solo un migliaio di oggetti transnettuniani – chiarisce Valsecchi – e in futuro potremmo renderci conto che si tratta di una frazione di quelli esistenti, che per ora abbiamo individuato solo i più facili da osservare e che quelle che oggi ci appaiono come anomalie nelle loro orbite non siano più tali considerandoli nella loro totalità. D’altronde, abbiamo ancora molto da scoprire su queste zone

così esterne del Sistema Solare”.

I misteri, insomma, non mancano. Anche se per ora i segreti nascosti nello spazio profondo non sembrano rappresentare un rischio per il nostro pianeta. Per una conferma, comunque, non resta che attendere il 23 settembre.