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Giulio Tarro: “Coronavirus L’attesa per un vaccino contro il coronavirus potrebbe essere inutile”

L’attesa per un vaccino contro il coronavirus potrebbe essere inutile: “Se il virus ha come sembra una variante cinese e una padana, sarà complicato averne uno che funziona in entrambi i casi esattamente come avviene per i vaccini antinfluenzali che non coprono tutto”.

Giulio Tarro è un virologo di fama internazionale, discepolo di Albert Sabin – padre del vaccino contro la poliomelite – di cui ha diretto il laboratorio dopo la scomparsa. In Italia, invece, è molto discusso anche per i frequenti scontri a distanza con la star del web Roberto Burioni: “Non voglio fare polemica, ma è curioso – dice Tarro – che ancora si ascolti chi a inizio febbraio diceva che il rischio di contrarre il virus fosse zero perché in Italia non circolava, quando invece era già in giro da tempo”.

La lotta al virus ha diviso gli esperti in fazioni con le parti che – spesso – tendono a screditarsi, ma Tarro, classe 1938, non sembra interessato alla voci:

“Oggi ci si informa su internet, alla mia età e dall’alto della mia esperienza mi tengo alla larga. Ho isolato il vibrione del colera a Napoli, ho combattuto l’epidemia dell’Aids e ho sconfitto il male oscuro di Napoli, il virus respiratorio ‘sincinziale’ che provocava un’elevata mortalità nei bimbi da zero a due anni affetti da bronchiolite”. Primario in pensione dell’Ospedale Cotugno di Napoli – l’unico secondo Ernesto Burgio ad aver “protezioni adeguate per i medici” – è stato in prima linea contro tante influenze e per questo ricorda che “né per la prima Sars, né per la sindrome respiratoria del Medio Oriente sono stati preparati vaccini, si è fatto, invece, ricorso agli anticorpi dei soggetti guariti”.

Come a dire che la chiave di volta per tornare verso la normalità è nella messa a punto di una terapia antivirale efficacie, “una cura che potrebbe arrivare anche per l’estate. Spero che la scienza e il caldo possano essere alleati. E confido che potremo andare a fare i bagni. Troppa gente parla del coronavirus senza avere il supporto dei dati scientifici e senza le giuste conoscenze”.

Giulio Tarro e Albert Sabin

Tarro è convinto che intorno al Covid-19 ci sia molta esagerazione perché pur essendo “un virus un po’ particolare, fortunatamente non ha la stessa mortalità della Sars e neppure della Mers che uccideva un malato su tre. Oggi non lottiamo contro l’Ebola, ma il nostro nemico è una malattia che non è letale per quasi il 96% degli infetti”.

Sarebbero dunque una serie di concause ad aver mandato in crisi il sistema sanitario lombardo: “Il problema – prosegue il professore – è nel restante 4% che si è scatenato contemporaneamente. In pratica in meno di un mese abbiamo avuto gli stessi malati di influenza di un’intera stagione. Un’ondata a cui era impossibile far fronte a causa dei tagli alla sanità degli ultimi anni. Secondo l’Oms, tra il 1997 e il 2015 sono stati dimezzati i posti letto in terapia intensiva. E, peggio, non siamo stati abbastanza veloci a riparare i danni”.

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Secondo l’esperto l’Italia – e la Lombardia in particolare – ha perso troppo tempo tra la dichiarazione dello stato d’emergenza del 31 gennaio e l’attivazione di misure ad hoc per fronteggiare l’emergenza: “

Perché quando abbiamo avuto le notizie dalla Cina, i francesi sono intervenuti subito sui posti in terapia intensiva e noi no? Abbiamo preferito bloccare i voli con la Cina: una misura davvero inutile. Per non parlare poi del caos mascherine. La verità è che all’inizio non le avevamo quindi si diceva che dovessero usarle sono medici e pazienti, poi siamo diventati produttori di mascherine e quindi diciamo che servono a tutti. E’ incredibile, bisognava dire a tutti subito di usarle e di mantenere le distanze, invece, è stato fatto un pasticcio dopo l’altro. Si voleva blindare la Lombardia come la Cina e poi si è permesso a migliaia di persone di migrare al sud… Francamente non si è capito quale sia stato l’approccio del governo e le misure di contenimento sono state prese in ritardo”.

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A non convincere l’esperto è anche la strategia di comunicazione:

L’allarme è fonte di stress e lo stress, paradossalmente, determina un calo delle difese immunologiche. Lo sanno tutti gli esperti, eppure ogni giorno assistiamo a questi inutili numeri che comunica la Protezione civile. Sono dati che non vogliono dire nulla: non conosciamo il numero preciso dei contagiati e di conseguenza ci ritroviamo di fronte a un tasso di mortalità altissimo. Se andiamo a vedere alcuni studi inglesi, però, scopriamo che gli infetti sarebbero molti di più: secondo uno studio dell’Università di Oxford addirittura il 60-64% dell’intera popolazione; per l’Imperial College almeno 6 milioni. Con queste stime il tasso di decessi si abbassa enormemente. Credo che arriveremo sotto l’1% come in Cina”.

In attesa di un antivirale efficace, l’esperto fa tre ipotesi sulla fine dell’epidemia:

“Potrebbe sparire completamente come la prima Sars; ricomparire come la Mers, ma in maniera regionalizzata o diventare stagionale come l’aviaria. Per questo serve una cura più che un vaccino. Il fatto che in Africa non attecchisca mi fa ben sperare in vista dell’estate”.

“io resto a casa” di Maurizio Martinelli – proventi al policlinico Umberto i di Roma

L’Italia della solidarietà non si ferma: sabato 4 aprile Martinelli canterà live dal suo studio la canzone della speranza… “per questa Italia ferita”.

 

Maurizio Martinelli, cantautore e speaker radiofonico di Radio Italia Anni 60, con la canzone IO RESTO A CASA si unisce ai grandi cuori di imprenditori, calciatori e Vip che si sono mobilitati per aiutare e sostenere l’Italia afflitta e piegata dalla pandemia. Read More

Coronavirus, sono 2.107 i nuovi positivi (ieri 1.648), 837 morti (ieri 812)

Ancora un bollettino doloroso da parte della Protezione civile: i morti aumentano ancora e sono 837 in un giorno, mentre ieri erano stati 812; sono 15.729 i guariti complessivi, di cui 1.109 da ieri (meno del giorno prima: erano 1.590). In tutto sono 77.635 I casi positivi, 2.107 più di ieri (1.648). Solo 42 nuovi ricoverati in terapia intensiva, quando ieri erano stati 75, per un numero complessivo di  4.023.

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Da tenere in considerazione nella lunga fila di numeri spiegati in diretta, anche il fatto che nelle ultime 24 ore sono stati eseguiti ben 29.609 tamponi ieri invece poco più di 23 mila. Per questo i dati vanno letti in chiave positiva: se ieri ogni 6 tamponi si trovava un contagiato, oggi ogni 7 un contagiato. Quindi si conferma il trend in lieve calo anche se il prezzo in vite umane è altissimo: sono già morte 12.428 persone.

Superati i 105 mila contagiati da inizio emergenza. Per il sesto giorno consecutivo è ancora in calo la crescita dei contagi in Lombardia: i nuovi casi positivi sono 1047, per un totale di 43.208 contagiati nella regione. Ieri l’aumento era stato di 1.154, l’altro ieri di 1592. In calo anche il numero di morti che sono 381, per un totale di 7199. Ieri erano stati 458, l’altro ieri 416.

Nella provincia di Milano, dove sono ad oggi 8.911 i positivi al coronavirus, con un incremento di 235 rispetto a ieri. Il valore incrementale è però in “netta riduzione” rispetto ieri quando era di 347 in confronto al giorno prima”, ha sottolineato l’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera, nel consueto aggiornamento quotidiano su Facebook. Con un focus sulla sola città di Milano, il totale dei positivi è di 3656, ovvero +96 rispetto a ieri, ma il 30 marzo rispetto al giorno prima l’incremento era stato di 154.

Un ‘esercito’ di 12 mila volontari

“Sono 12.204 i volontari impiegati nell’emergenza coronavirus”, ha spiegato Borrelli, cui vanno ad aggiungersi le forze dell’ordine, le forze armate, le istituzioni e i sanitari cui va il ringraziamento per l’impegno in prima linea rivolto dal capo della Protezione Civile. In piena emergenza Covid-19 l’Italia sta dando anche una grande prova di solidarietà, fa notare, Borrelli riportando la cifra dei fondi raccolti finora dalla Protezione Civile: 75.524.0000.

Le banane fanno bene alla salute: ecco i 10 vantaggi per l’organismo „Le banane fanno bene alla salute: ecco i 10 vantaggi per l’organismo“

Le banane fanno bene alla salute: ecco i 10 vantaggi per l’organismo

a classica mela quotidiana toglierà anche i medici di torno, ma se al suo consumo si aggiunge anche quello di una banana, la sicurezza di godere di buona salute raggiunge una confortante certezza.

Purifica, mantiene in salute occhi e pelle, elimina un fastidioso senso di gonfiore e aiuta anche a sentirsi meno gonfi: queste e molte altre sono le proprietà benefiche del frutto che il sito Eat This, Not That! ha elencato per dimostrare come preferirlo ad un qualsiasi altro spuntino giornaliero possa addirittura arrivare a cambiare il corpo, giovando anche sull’umore quando è giù di corda.

  1. Elimina il gonfiore. Secondo uno studio recente, le donne che mangiano almeno due banane al giorno prima del pranzo o della cena in 60 giorni riuscirebbero a ridurre il gonfiore addominale del 50%. Ciò accade perché, essendo ricca di potassio, questo tipo di frutta diminuisce la ritenzione dei fluidi.
  2. Brucia i grassi. La banana contiene in media 12 mg di colina, una sostanza organica in grado di accelerare il processo di lipolisi, ossia il processo di degradazione dei lipidi, e quindi di bruciare i grassi. Altri alimenti che ne contengono in grandi quantità sono i semi di soia, il tacchino, il fegato di vitello, il lievito di birra e il tuorlo d’uovo.
  3. Aumenta il buonumore. Grazie alla vitamina B9 o acido folico, si attiva la serotonina, l’ormone del buonumore, che raggiunge più velocemente il cervello. Alcuni studi hanno evidenziato una carenza di acido folico nel 50% dei pazienti affetti da depressione e alcuni medici consigliano di abbinare l’acido folico agli antidepressivi per aumentare il loro effetto.
  4. Allontana ansia e stress. Le banane contengono anche il triptofano, un amminoacido essenziale per l’organismo umano, considerato un “precursore della serotonina”. Questo composto, contenuto anche in legumi, carne, pesce, formaggi, latte, cioccolato e uova, può “curare” l’ansia e dare un sollievo a chi soffre di insonnia.
  5. Aiuta a dormire meglio. Il triptofano stimola anche la produzione di melatonina, che favorisce il rilassamento e aiuta a regolare il sonno.
  6. Potenzia i muscoli. Favoriscono la contrazione e il rilassamento dei muscoli grazie al magnesio, minerale essenziale per il funzionamento di tutto l’organismo che allontana il rischio di crampi dopo l’allenamento e ridona energie.
  7. Aumenta il senso di sazietà. Le banane contengono il cosiddetto “amido resistente” che, come dice la parola, resiste al processo di digestione. In questo modo, l’appetito si affievolisce. Uno studio ha rivelato che sostituire solo il 5% dei carboidrati che assumiamo ogni giorno con alimenti ricchi di questo tipo di amido significherebbe bruciare il 30% dei grassi in più.
  8. Riduce il colesterolo. Questo tipo di frutto contiene fitosteroli, molecole con una struttura molto simile a quella del colesterolo, ma con un’azione benefica, perché legano il colesterolo all’interno del lume intestinale impedendone l’assorbimento e favorendone l’espulsione fecale. Inoltre, le banane contengono vitamina B6, importante per la salute del cuore, per il sistema immunitario, per il corretto funzionamento del sistema nervoso.
  9. Migliora la digestione. Sono un’ottima risorsa di prebiotici che favoriscono la crescita e l’attività di Bifidobacterium e di lactobatteri, specie batteriche importanti per la salute digestiva dell’organismo.

10 Ronforza le ossa. Nonostante le banane non contengano un alto livello di calcio, possono favorirne l’assunzione grazie alla presenza dei prebiotici. Secondo uno studio riportato dall’American Journal of Clinical Nutrition, quando quest’ultimi fermentano nel tratto digestivo, aumentano l’abilità del corpo di assorbire calcio.

Ricerca, dall’Ue 540 milioni per 222 progetti

Dal conservare le energie rinnovabili a come proteggere l’orologio biologico fino alle molecole per combattere l’invecchiamento: sono alcuni degli obiettivi dei 222 progetti di ricerca che si sono aggiudicati i 540 milioni di euro stanziati dal Consiglio Europeo per la ricerca (Erc). Sul podio si confermano Regno Unito, Germania e Francia, ma l’Italia e’ sesta con 14 progetti nella classifica dei finanziamenti concessi dalla Ue e quarta per numero di ricercatori premiati (sono 23), compresi che lavorano all’estero. Secondo il Consiglio europeo della Ricerca i finanziamenti permetteranno di creare 2000 nuovi posti di lavoro fra ricercatori, dottorandi e altri membri dei gruppi di ricerca. Quest’anno i ricercatori premiati sono di 29 nazionalità e svolgeranno i loro studi nelle università e centri di ricerca di 20 paesi. Leggermente più alta, rispetto all’anno scorso (17%), la quota delle ricercatrici donne (19%) premiate. A guidare la classifica dei paesi con il piu’ alto numero di progetti finanziati, Regno Unito (47), Germania (32), Francia (31), cui seguono Olanda (23), Svizzera (18) e poi l’Italia, che rispetto al 2018 sale di due posizioni. A livello di nazionalità la Gran Bretagna è sempre prima con 37 ricercatori, seguita da Germania (33), Olanda (24), Italia (23) e Francia (20).

Non è mai troppo tardi per passare alla dieta mediterranea

NCEL Keys, il biologo americano che scoprì la dieta mediterranea, è vissuto fino all’età di 100 anni. Già questo basterebbe forse per rimarcare l’impatto benefico sull’aspettativa di vita che diversi studi negli anni hanno associato a questo regime alimentare – a base di cereali, legumi, verdura, frutta, pasta, olio d’oliva, pesce, con ridotto consumo di carne e di formaggi – diffuso nelle regioni che si affacciano sul Mediterraneo. Ora però una nuova ricerca ci dice non solo che la dieta mediterranea è un elisir di lunga vita, ma che non si è mai troppo anziani per iniziarla.

Lo studio, condotto dal dipartimento di Epidemiologia e prevenzione dell’Istituto Neurologico Mediterraneo Pozzilli (Neuromed), è stato pubblicato sul British Journal of Nutrition ed è forte dei dati raccolti attraverso l’osservazione di 5mila soggetti d’età superiore ai 65 anni, seguiti per otto anni. È una parte del campione che ha partecipato al Moli-sani study, un ampio programma di ricerca iniziato nel 2005 per indagare i possibili fattori genetici e ambientali alla base di malattie cardiovascolari, cancro e patologie degenerative: lo studio ha riguardato 25mila cittadini del Molise, trasformando un’intera regione in un grande laboratorio. In aggiunta ai dati “molisani”, il team del Neuromed ha passato in rassegna anche altri studi epidemiologici pubblicati in altri Paesi, per un totale di circa 12mila soggetti esaminati.

• I RISULTATI 
“La nostra ricerca indica chiaramente – dicono i ricercatori – che la dieta mediterranea è un autentico scudo salvavita, capace di ridurre in modo significativo il rischio di mortalità nella popolazione anziana”. Nei soggetti che seguono questo regime alimentare è stato riscontrato un calo del 25 per cento delle cause di morte. E l’effetto è progressivo. “Più il nostro regime alimentare rispecchia la dieta mediterranea tradizionale, maggiore è il ‘guadagno’ in termini di riduzione del rischio di mortalità” spiega Licia Iacoviello, responsabile del laboratorio di Epidemiologia molecolare e nutrizionale del Neuromed.

Gli effetti benefici della dieta mediterranea sono associati a un alto consumo di grassi monoinsaturi, presenti nell’olio d’oliva, e di pesce, ma non va trascurato neanche il ruolo del vino durante i pasti. “I nostri dati confermano quello che era stato già osservato in molti studi epidemiologici e metabolici, ovvero che un moderato consumo di bevande alcoliche, se inserito nel contesto dei cibi mediterranei, rappresenta un fattore protettivo per la nostra salute” commenta Marialaura Bonaccio, prima autrice dello studio.

Da qui gli scienziati rilanciano ruolo e importanza della dieta mediterranea. “I dati dicono che nel giro di pochi anni gli over 65 rappresenteranno circa un quarto della popolazione europea. È necessario studiare e individuare i fattori che non solo aiutano a vivere più a lungo, ma che aiutano anche a vivere bene – dice Giovanni De Gaetano, direttore del dipartimento di Epidemiologia del Neuromed – Dobbiamo aggiungere vita agli anni, non solo anni alla vita. Il nostro studio offre basi robuste per promuovere un regime alimentare salutare ispirato ai principi della dieta mediterranea, anche tra le persone più anziane”.

 LA DIETA MEDITERRANEA
Riconosciuta dall’Unesco come patrimonio dell’umanità, la dieta mediterranea fu scoperta da Kyes durante un soggiorno in Italia negli anni ’50. Il biologo americano rimase colpito dalla bassa incidenza di patologie cardiovascolari e di disturbi gastrointestinali in regioni dell’Italia meridionale, come la Campania. Non poteva essere un caso, pensò. Fu lui ad avviare il primo studio pilota, coinvolgendo gli abitanti del comune calabrese di Nicotera, per dimostrare gli effetti salutari del regime alimentare diffuso nelle regioni del Sud Italia. Nel ’62 si trasferì a Pioppi, in Campania, per continuare i suoi test: i risultati delle ricerche, andate avanti per decenni, sono stati raccolti poi nel volume Eat well and stay well (Mangiare bene e stare bene). 

Nanoparticelle sciogli-placca, la nuova frontiera contro le carie

SI SA, dolci e alimenti zuccherini sono i principali responsabili delle carie. Le nanoparticelle “sciogli-placca”, per ora testate solo in provetta e su animali, potrebbero essere la soluzione e, addirittura, essere in grado di prevenirle. Lo sostiene una ricerca pubblicata sulla rivista Nature Communications da Hyun Michel Koo della University of Pennsylvania School of Dental Medicine.

Il meccanismo è unico e selettivo: le nanoparticelle (già approvate dalla Food and Drug Administration per altri usi clinici) agiscono eslcusivamente nelle zone dentali dove serve, cioè dove la placca è molto patogena. L’idea è aggiungerle al comune dentifricio o collutorio insieme ad acqua ossigenata. In questo studio le nanoparticelle usate sono di ‘ferumoxitolo’, già in uso contro l’anemia.
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Gli scienziati hanno fatto simulazioni con placca umana prelevata da pazienti con carie posizionata su smalto dentale umano e hanno visto che le nanoparticelle agiscono in modo selettivo disgregando la placca patogena e al tempo stesso prevenendo la distruzione dello smalto. Lo studio è stato ripetuto anche su animali da laboratorio con carie. Il risultato? Pochi giorni di sciacqui con le nanoparticelle più acqua ossigenata riducono le carie superficiali e bloccano del tutto la formazione di carie nello smalto.

“L’idea di disgregare il biofilm è potenzialmente la strada più promettente contro le carie – commenta Cristiano Tomasi, Associato presso il dipartimento di Parodontologia all’Università di Göteborg (Svezia) e membro della Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SIDP) – ma farlo indiscriminatamente potrebbe compromettere l’equilibrio del microbioma della bocca che ha funzioni essenziali per la nostra salute. La parte più promettente di questo studio, infatti, è che l’azione delle nanoparticelle è legata al pH (acidità della bocca), in modo da avere un effetto potenzialmente selettivo solo sulla placca patogena”. “Ovviamente va valutata la capacità di penetrazione nel biofilm e la possibilità di suscitare meccanismi difensivi (i batteri evolvono molto in fretta e spesso ad una strategia di attacco corrisponde lo sviluppo di un loro meccanismo difensivo) – precisa Tomasi. Al momento, però, si tratta di dati ancora sperimentali su modelli in vitro e in vivo – conclude – quindi dovremo aspettare possibili test clinici. Ciò non toglie che l’idea sia molto interessante ed innovativa”.

“Molecola del Viagra durante la gravidanza per favorire lo sviluppo dei feti: undici bambini morti in Olanda”

Una sperimentazione interrotta, stando al Guardian, per la morte prematura di 11 dei bambini nati al termine del trattamento. Mentre 17 piccoli sono nati con problemi ai polmoni


La notizia è riporta dal britannico The Guardian che cita media olandesi. La somministrazione del sildenafil, ovvero il Viagra, a 93 donne durante la gravidanza, per favorire lo sviluppo dei feti. Una sperimentazione interrotta, stando al quotidiano britannico, per la morte prematura di 11 dei bambini nati al termine del trattamento.

I test sarebbero stati condotti in 10 ospedali, ad Amsterdam e in altre città, su donne con gravidanze in cui si segnalava un’insufficiente crescita dei feti. Una complicazione che il Viagra – nato come farmaco contro le disfunzioni erettili dell’uomo – si confidava potesse aiutare a risolvere migliorando l’irrorazione del sangue verso la placenta grazie al suo effetto dilatatore sui vasi, come verificato in una precedente sperimentazione sui topi. Salvo registrare conseguenze fatali sui polmoni di 11 dei neonati venuti al mondo dopo il trattamento, mentre 17 piccoli sono nati con problemi ai polmoni. Di qui la decisione, formalizzata nei giorni scorsi da un comitato indipendente di controllo olandese, d’interrompere tutti i test che osno iniziati nel 2015 e dovevano concludersi nel 2020.

In un’intervista al quotidiano olandese De Volkskrant, il responsabile della sperimentazione, il ginecologo Wessel Ganzevoort, ha spiegato che l’intenzione era quella di “dimostrare che questo è un modo efficace per aiutarela crescita del bambino. Ma è successo il contrario. Sono scioccato. L’ultima cosa che vuoi è danneggiare i pazienti”. Il medico ha anche dichiarato che è stata data comunicazione ai ricercatori canadesi che stanno conducendo uno studio simile. L’Academic Medical Center di Amsterdam tramite un portavoce ha fatto sapere che tutti gli “effetti avversi si sono verificati dopo la nascita. Sulla base di questi risultati, lo studio si è fermato immediatamente. Chi ha partecipato è stato contatto personalmente e sanno ormai se hanno preso il farmaco o il placebo “.

Protesi al seno e rischio tumori: nuovi sospetti

L’FDA statunitense avverte: le protesi ruvide potrebbero favorire un raro tipo di linfoma, ma il rischio per le pazienti è comunque basso

Stanno emergendo nuove prove del possibile legame tra l’impianto di protesi mammarie “ruvide” e l’insorgenza di una rara forma di linfoma: a riferirlo è una nota della Food and Drug Administration (FDA) statunitense, che chiede ai medici di mantenere alta la guardia anche se il rischio per le pazienti resta comunque molto basso.

I casi segnalati

Ad oggi l’FDA ha ricevuto un totale di 359 segnalazioni di pazienti con protesi mammarie che hanno sviluppato un raro tipo di linfoma non-Hodgkin chiamato linfoma anaplastico a grandi cellule (ALCL): sono nove le vittime accertate negli Usa.

Dai dati non è ancora emerso chiaramente l’identikit delle protesi incriminate, perché non tutte le segnalazioni riportano informazioni complete sulle loro caratteristiche tecniche. Al momento si sa che 203 casi riguardano protesi dalla superficie ruvida, mentre in altri 28 casi il tumore è sorto dopo l’impianto di protesi lisce. Restano da chiarire anche i materiali più a rischio: 186 segnalazioni si riferiscono a protesi in gel di silicone, mentre altre 126 segnalazioni riguardano protesi con soluzione salina.

Gli studi scientifici

L’FDA americana fa anche il punto degli studi scientifici pubblicati dal 2011 ad oggi sul tema. Le informazioni raccolte indicano che le donne con protesi mammarie hanno un rischio di linfoma ALCL che è aumentato rispetto alle donne senza protesi, ma comunque molto basso. Nella maggior parte dei casi, il tumore è stato trattato con la rimozione chirurgica degli impianti, mentre alcune pazienti si sono dovute sottoporre anche a chemio e radioterapia.

Verifiche in tutto il mondo

L’FDA ha decido si lanciare questa allerta dopo anni di ricerche: i primi sospetti del legame tra protesi e linfoma risalgono infatti al 2011. Da allora il livello di guardia dei medici si è alzato in tutto il mondo e sono arrivate così le prime segnalazioni anche da altri Paesi.

In Australia, ad esempio, sono stati confermati 46 casi di linfoma ALCL legato alle protesi mammarie, con tre vittime. In Francia, nel 2015, l’Istituto nazionale per i tumori aveva denunciato 18 casi, sollevando un ampio dibattito giunto fino in Italia. Il nostro Ministero della Salute aveva emanato una nota in cui garantiva attenzione sul tema, sottolineando come l’esiguità dei casi non permettesse ancora di mettere in discussione la sicurezza delle protesi.

Anche gli oncologi dell’AIOM e i chirurghi plastici della SICPRE avevano preso posizione, spegnendo ogni allarmismo e rassicurando le pazienti sulla continua vigilanza. Nel 2016, infine, pure l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva affrontato il tema, citandolo in uno studio pubblicato sulla rivista Blood.

I consigli per medici e pazienti

L’FDA continua a mantenere un basso profilo sulla questione e, per il momento, si limita a dare consigli a medici e pazienti per affrontarla. Ai camici bianchi suggerisce di vigilare sulle donne con protesi mammarie che a mesi di distanza dall’intervento presentano un “sieroma freddo”, cioè un rigonfiamento con accumulo di liquido intorno all’impianto non dovuto a infiammazioni o traumi recenti.

Alle pazienti, invece, gli esperti dell’FDA consigliano di discutere attentamente le caratteristiche tecniche delle protesi prima dell’impianto con il proprio medico e poi, dopo l’intervento, di informarlo nel caso in cui si manifestassero cambiamenti anomali. La prevenzione continua poi facendo regolarmente la mammografia e, nel caso di protesi di silicone, la risonanza magneticaper verificare eventuali rotture.

fonte: https://www.ok-salute.it/diagnosi-e-cure/protesi-al-seno-e-rischio-tumori-nuovi-sospetti/

Milano, impiantato uno “stent” riassorbibile: è la prima prima volta in Italia

La cardiologia italiana segna un nuovo, significiativo passo in avanti con l’intervento eseguito alla clinica San Carlo di Paderno Dugnano, nel Milanese. L’equipe del professor Bernardo Cortese, primario di cardiologia della clinica, ha impiantato per la prima volta in Italia uno “stent coronarico”, la microscopica “rete” che dilata le arterie, riassorbibile. Non più metallico, come gli stent tradizionali che una volta impiantati non possono più essere rimossi: ma riassorbibile, appunto, nel giro di un paio di anni.

L’intervento è stato eseguito su un paziente di 78 anni, ed è perfettamente riuscito. Prima d’ora il “Fantom” (questo il nome dello stent, prodotto dall’azienda americana Reva) in Europa era stato utilizzato solo in Svizzera e Germania. I risultati, come ha specificato il professor Cortese, sono “promettenti”

Milano, impiantato uno "stent" riassorbibile:  è la prima prima volta in Italia

Lo stent Fantom, prodotto dalla ditta americana Reva