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WEB REPUTATION Firenze – come cancellare una notizia da google

Togliere una notizia da Google o eliminare il proprio passato è un compito arduo ma non impossibile. Per questo motivo abbiamo chiesto il parere ad un esperto in cancellazione di notizie negative dal web che ci illustra come muoversi.

Stiamo parlando di Cristian Nardidella società di WEB REPUTATION  – RTS  consulente per molti studi legali, opera in molte città d’Italia tra cui Venezia, Padova, Treviso e Ferrara.  Fondatore della piattaforma web privacygarantita.it si occupa del delicato compito di eliminare notizie non gradite da Google. Un’attività che sta diventando indispensabile per molti privati e professionisti che richiedono a norma di leggere di rimuovere il proprio nome dalla rete.

Qual è il danno che può causare all’immagine e alla reputazione un articolo scandalistico?

Le posso rispondere con una domanda: quanto vale per lei la sua reputazione? quindi la risposta equivale al danno.  Vederci apparire il proprio nome tra le prime pagine dei motori di ricerca per molti comporta serie problemi, come ad esempio un prestito negato in baca, o meglio ancora vedersi sfuggire un affare. Purtroppo il nostro interlocutore prima prendere qualsiasi decisione istintivamente interroga la rete, uno scenario molto inquietante sotto questo punto di vista, in quando non prevale più il rapporto di buona fede, ma tecnico.

Cos’è fondamentale nel vostro lavoro?

Io credo la massima riservatezza e la garanzia del risultato. C’è da dire che noi privacygarantita.it partiamo sempre da una semplice chiacchierata con il cliente, gratuita e senza impegno, cercando insieme una soluzione al problema.

In pratica come si cancella una notizia informazione dalla rete?

Ci sono diverse soluzioni, ad esempio nel caso di divulgazione di foto, video, intime e senza consenso bisogna rivolgersi subito alla Polizia Postale  oppure ad una persona esperta in reputazione che sappia come muoversi nell’immediato. Ma purtroppo in alcuni casi parliamo di procedure lunghe dove a monte prevale una vera denuncia, anche se negli ultime tempi la giurisprudenza ha fatto grandi passi avanti e in alcuni casi eccezionali come la diffusione di un video hot tramite WhatsApp la rimozione è immediata. Nell’era digitale chiunque può pubblicata una notizia in rete senza essere rintracciato. A questo proposito Google ha messo online un modulo per la richiedere la rimozione dai link non desiderato, una soluzione che non sempre funziona.

Per concludere come bisogna comportarsi?

la rimozione dei link non è un lavoro del tutto semplice, bisogna conoscere tecniche di SEO e di posizionamento ed esperienze nel settore legale e di diritto altrimenti si rischia di fare danni.  La mole di difficoltà che si incontrano sono molte, come gli spessi imprevisti, anche lì dove esiste la possibilità di appellarsi al diritto all’oblio, noi consigliamo di contattaci per semplice consiglio l’abbiamo fatto molte volte, siamo consapevoli dell’imbarazzo che causa questo tipo di problema, ed avvolte un consiglio può migliorare la vita.

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In diretta su Rai Tre il 7 maggio la relazione annuale che chiude il settennato del Garante Privacy

L’Autorità Garante per la protezione dei dati personali (composta da Antonello Soro, Augusta Iannini, Giovanna Bianchi Clerici, Licia Califano) presenta il giorno 7 maggio, alle ore 11,00, presso la Sala della Regina della Camera dei Deputati (Piazza di Monte Citorio), la Relazione sull’attività svolta nel 2018.

La Relazione chiude il settennato del Collegio presieduto da Antonello Soro e illustra i diversi fronti sui quali è stata impegnata in questi anni l’Autorità. La Relazione fa inoltre il punto sullo stato di attuazione della legislazione in materia, anche alla luce del nuovo Regolamento Ue, e indica i nuovi scenari che si aprono per la protezione dei dati personali.

La cerimonia avverrà alla presenza dei Presidenti di Camera e Senato, di Ministri, rappresentanti del Parlamento, delle Istituzioni, del mondo dell’impresa e delle associazioni di categoria.

L’evento sarà tramesso in diretta streaming sul sito della Camera e in diretta tv su Rai Tre.

Fonte: Garante Privacy

Come verificare un account senza usare il numero di cellulare

Ultimamente, quando si accede a qualsiasi account di posta elettronica, che sia Facebook, YouTube, applicazioni mobili etc… viene sempre chiesto un numero di cellulare per “garantire la sicurezza dell’account” o per “verificare che tu sia una persona reale” nel caso dei profili di rete sociale. Potremmo essere in grado di saltare questo passaggio più volte, ma arriva un momento in cui non ci lasciano iscrivere a meno che non forniamo un numero di cellulare.

Non so tu, ma io sono molto riluttante a mettere il mio numero di cellulare in giro per la rete. Dicono che è per la vostra sicurezza, ma è un dato di fatto che poi i numeri risultino facilmente disponibili agli interessi delle grandi aziende. Poi la pubblicità inizia a tartassarci con lo spam, o nel peggiore dei casi, a seconda di dove si va a lasciare il proprio numero, ci si ritrova iscritti ad un servizio a pagamento senza saperlo. Inoltre, alcuni servizi non lasciano usare il ​​numero di telefono più volte, in modo tale che non é possibile avere piú di un solo account.

Per ovviare a questo inconveniente ci sono pagine che permettono la ricezione di messaggi a un numero di telefono virtuale. In poche parole bast ascegliere un numero sulla pagina (non importa il paese o il numero, basta selezionare il prefisso corrispondente) e attendere alcuni secondi per ottenere il messaggio mostrato pubblicamente nello stesso luogo. Ci sono molte pagine di questo tipo, per esempio:

Nella home page appaiono molti numeri. Sceglietene uno, basta inserirlo dove viiene richiesto ed infine andare su una di queste pagine e selezionare “leggere SMS” per ricevere il messaggio in pochi secondi.

I messaggi possono essere visualizzati da tutti, ma nessuno sa cosa a cosa corrispondono esattamente. Inoltre, ciò che viene ricevuto non sono password, bensí codici di attivazione che vengono utilizzati solo una volta.

Occhio! Nel caso di Facebook queste pagine descritte sopra non funzionano, i messaggi non arrivano. La pagina che funziona è www.k7.net

Da facebook la grande truffa con le foto dei bambini malati

Se su Facebook qualcuno ti chiede un “Mi piace” o di scrivere “Amen” nei commenti per solidarizzarti con un bambino malato di cancro, e poi ti assicurano che se si condivide la pubblicazione, 1 Euro sarà devoluto per curare i malati, ebbene sì, si tratta di una truffa in cui milioni di persone cadono. Ecco come funziona.

Lo scopo di queste pagine che sono presumibilmente di solidarietà è semplicemente quello di fare soldi a scapito di persone ingenue. Un caso recente ha mostrato le immagini di un bambino con la descrizione “questa piccola ha il cancro” e la promessa che Facebook avrebbe fatto donazioni finanziarie per finanziare il suo intervento chirurgico se gli utenti avessero cliccato su “Mi piace” e lasciato commenti.

Più di un milione di persone hanno condiviso la pubblicazione nel corso del mese di febbraio. Centinaia di migliaia hanno cliccato “Mi piace” o hanno aggiunto altre reazioni.

Un’indagine della BBC ha alla fine scovato il bambino: Jasper Allen, di tre anni. La madre ha spiegato che le immagini sono state scattate lo scorso anno quando il figlio ha subito una grave forma di varicella. Ora stanno circolando su Internet sotto la falsa promessa di curare un cancro che chiaramente non ha.

Gli amministratori di Facebook hanno disattivato l’account che ha rubato le immagini, ma da qualche giorno é stato attivato un nuovo account. Mentre le foto di Allen sono state eliminate, ci sono altre pubblicazioni con bambini malati di cancro che sono altrettanto false. La BBC ha elencato una manciata di queste immagini e ha rivelato la loro vera origine. Le immagini mostrano:

  • Una bimba di tre anni in Inghilterra, che è rimasta ferita in un incidente stradale nel 2015. L’immagine appartiene ai loro genitori.
  • Un ragazzo adolescente del Texas in coma per meningite virale. La sua famiglia aveva lanciato una campagna di crowdfunding per pagare per il suo trattamento.
  • Una ragazza del Texas con progeria, una malattia che causa l’invecchiamento precoce. Sua madre aveva fatto un blog sulla sua vita.
  • Una ragazza della Pennsylvania che aveva bisogno di una operazione di onfalocele, un difetto di nascita nel suo addome. I suoi genitori avevano condiviso le foto del suo intervento chirurgico su Internet.
  • 0 Un bambino della Florida che è morto dopo essere nato con un difetto del diaframma. L’immagine era apparsa sulla stampa locale.

Questo account di Facebook ha anche diverse immagini di bambini morti nelle loro bare che minacciano gli utenti con “76 anni di sfortuna” se se ne vanno senza dare un “Mi piace” o condividere.

Il fondatore di Facecrooks, un sito web che denuncia le truffe e altre attivitá poco delittive in Facebook, crede che la maggiorparte di utenti sanno che queste minacce non sono reali. “Il buon senso ti dice che non è vero, ma poi nella loro mente pensano: E se fosse vero? Che problema ho a cliccare un semplice mi piace?”

Tuttavia, così facendo, ci si espone a un rischio ben maggiore. I creatori di queste pagine accumulano milioni di seguaci in Facebook e quindi svuotano il contenuto della pagina e promuovono, ad esempio, i prodotti di una società che paga per la pubblicità. O direttamente vendono nei forum informazioni riservate sull’utente oppure condividono links falsi contenenti programmi con virus che possono prendere il controllo dei pc e telefoni degli utenti. Quest’ultimo caso è particolarmente pericoloso per l’utente.

Queste pagine di Facebook con molti seguaci sono l’ideale per il montaggio di una condivisione di links malevoli: pagine che puntano ad altri siti che pagano una tassa per quei link. Come dicevamo prima, nel peggiore dei casi, i link possono essere utilizzati per diffondere malware o phishing attacchi al fine di ottenere i dati personali degli utenti, come password o carta di credito.

“Possono chiedervi di partecipare ad un concorso e dirvi che avete vinto un premio e cercare di convincervi a dare il proprio numero di telefono e iscrivervi a un servizio premium, o chiedere ulteriori informazioni personali”, ha spiegato un esperto di sicurezza informatica alla BBC..

In breve: la prossima volta che vedete un vostro contatto che mette “Amen” in un commento o dà “Mi piace” a una foto di un presunto bambino con il cancro, piuttosto che ridere della sua ingenuità, cercate di spiegargli il rischio a cui è esposto quando fa click su qualcosa di apparentemente innocuo.

Buzzoole: in crescita l’uso degli hashtag #AD e #ADV. A giugno +45% rispetto al mese precedente

hashtag

È passato quasi un anno da quando l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha raccomandato a VIP e creator l’uso di hashtag specifici per rendere più chiara la partecipazione ad attività sponsorizzate e di influencer marketing.

Anche IAP dal giugno 2016 ha varato la Digital Chart (rieditata nel 2017) nella quale, oltre alla mappatura delle principali forme di comunicazione commerciale digitale, l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria fornisce, per ciascuna di esse, indicazioni su come renderle trasparenti. Per capire, quindi, l’impatto avuto sul mercato italiano da questa azione di moral suasionBuzzooleinfluencer marketing solution providerin grado di connettere i brand ai content creator attraverso l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, ha analizzato l’uso dei due hashtag più utilizzati in questo tipo di attività, ossia #ad e #adv, dal 1° febbraio al 30 giugno 2018 su Instagram, Twitter e Facebook.

In questi ultimi cinque mesi i post in italiano contenenti questi “hashtag della trasparenza” sono stati 55.000 generati da 15.200 account e hanno suscitato 42 milioni di interazioni sui social media. Il dato interessante è che nell’ultimo mese si è registrata una crescita di questi post del +45% rispetto al mese precedente. Un dato che segnala un incremento inedito che lascia ben sperare e che può essere frutto anche dell’azione combinata di diversi soggetti che hanno abbracciato la bandiera della trasparenza: autorità, associazioni, aziende del settore come Buzzoole.

Il luogo principale in cui vengono condivisi i messaggi promozionali è Instagramdove è stato prodotto il 50% dei post totali. Segue Twitter con il 39% e Facebook con l’11% (quest’ultimo è sicuramente un dato sottostimato dato che il social è prevalentemente chiuso, dunque difficile da monitorare). Ma se si guarda all’engagement generato dai post si scopre che il 98% di tutte le interazioni legate alle campagne analizzate avviene su Instagram.

I settori nei quali si è riscontrato il maggior uso degli hashtag “ad” e “adv” sono l’abbigliamento (e scarpe) per il 35%, il beauty (cosmetici, profumi) per il 22%, accessori (gioielli e orologi) il 13% e Food & Beverage 12%.

Gli influencer che hanno partecipato a campagne trasparenti e che hanno generato il maggior numero di interazioni sono stati: Cecilia Rodriguez che con 17 post nel periodo ha generato 1,4 milioni di interazioni, Paola Turani che con 37 post ha ottenuto 1,3 milioni di like e commenti, Beatrice Valli che con 23 post ha ricevuto 1,1 milioni di interazioni. Dentro la soglia del milione seguono Ludovica Pagani e Ludovica Bizzaglia.

“La nostra esperienza ci insegna che la scelta del creator è fondamentale per riuscire a raggiungere il giusto target e, soprattutto, stimolare le interazioni con i consumatori. Nell’ottica di un approccio consulenziale che da sempre ci contraddistingue, consigliamo di porre attenzione anche agli aspetti formali nella scelta del content creator, e quindi di privilegiare chi applica gli hashtag di trasparenza che il mercato richiede e che vanno a portare benefici a tutta la filiera. Il creator capace di aggiungere un tocco personale e creativo è senz’altro apprezzato, ma grazie alla nostra tecnologia, si possono facilmente individuare i profili che, oltre alla creatività, sanno anche rispettare le regole”, dichiara Vincenzo Cosenza, Head of Marketing Italy di Buzzoole.

“Inoltre, dall’analisi emerge che spesso le aziende preferiscono puntare sulle Celebrity lasciando in secondo piano il concept creativo della campagna e la brand affinity. In questo modo si ottengono molti like, ma si rischia di penalizzare il prodotto che non rimane adeguatamente impresso nella memoria dei follower”, aggiunge Cosenza.

“Uno degli aspetti più importanti che, come Unione Nazionale Consumatori, abbiamo riscontrato è una nuova attenzione per la trasparenza da parte dell’influencer marketing ma ancora non basta, come dimostra la stessa analisi condotta da Buzzoole”, dichiara Massimiliano Dona, Presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Dal nostro osservatorio possiamo affermare che lo scenario è ancora in continua evoluzione: da un lato troviamo influencer più scrupolosi che utilizzano l’hashtag #ad, ma d’altro canto sono ancora molti coloro che trascurano questa regola. La strada per una totale trasparenza è ancora lunga e passa attraverso iniziative di monitoraggio utili per rafforzare la compliance alle nuove esigenze di rispetto dei consumatori”.

Il revenge porn è reato, giustizia per Tiziana

Dalla Campania un nuovo caso che tira in ballo Mark Zuckerberg. L’avvocato Sparascio: “Giustizia lenta e strumenti inadeguati contro i colossi del web, sembra di combattere contro fantasmi”

Napoli.  

È scoppiata in lacrime Maria Teresa Giglio, la madre di Tiziana Cantonequando ha ricordato davanti alla stampa nazionale gli ultimi momenti passati con la figlia, morta suicida nel settembre del 2015 a Mugnano di Napoli dopo la diffusione sul web di suoi video privati. 

«Per la prima volta vedo un po’ di luce, qualcuno ha ascoltato il mio grido di aiuto – ha detto la donna che da quando è stata travolta da quella tragedia è diventata portavoce di una battaglia che coinvolge decine di donne, molte delle quali giovani e giovanissime.

Oggi il revenge porn è finalmente un reato. La Camera ha approvato all’unanimità, con 461 voti, l’emendamento al disegno di legge ‘codice rosso’. Il testo prevede che chiunque invii, consegni, ceda, pubblichi o diffonda immagini o video di organi sessuali o a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5000 a 15000 euro. La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o il video li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento.

Una pagina importante per il nostro paese, un traguardo che segna un punto di svolta per tutte quelle battaglie legali che sono in corso contro gli autori di questo squallido reato, quasi sempre uomini che non si sono rassegnati alla fine di una relazione. Una forma di violenza tra le più barbare, che ha fatto troppe vittime, molte delle quali proprio in Campania.

La pena è aumentata se i fatti sono commessi del coniuge, anche separato o divorziato, o da una persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici. La pena viene poi aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza. Il delitto viene punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela e di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale.

Di Maio: «Ora norme complessive su revenge porn». «Bene l’emendamento unitario sul reverge porn. Ora portiamo subito in Aula la legge della senatrice Elvira Evangelista per regolamentare la materia nel suo insieme. Lo dobbiamo alle vittime e alle loro famiglie». Lo scrive su Twitter il leader M5S, Luigi Di Maio.

All’ok unanime alla Camera all’emendamento che introduce il reato infatti, seguirà il ddl al Senato per approvare una legge organica, che accanto agli strumenti di repressione si occupi dei temi della privacy, dell’oblio, della responsabilità delle piattaforme web e dei percorsi di educazione per gli studenti e di formazione per i docenti.

E proprio ai colossi del web è rivolto l’appello della madre di Tiziana. “E’ necessario che le grandi piattaforme del web si rensponsabilizzino rispetto a questo fenomeno – ha detto – perchè non basta il deterrente, ci vuole la massima attenzione anche sui social”.

E sempre dalla Campania arriva infatti un nuovo caso di Revenge Porn che chiama in causa anche Mark Zuckerberg. Il papà di facebook è stato querelato perché a distanza di quattro anni è ricomparso un falso profilo in precedenza oscurato creato da un 51enne di Pompei, che lavorava come badante di persone anziane e disabili in Puglia. La vittima è una donna della provincia di Lecce. Dopo aver troncato quella relazione, la signora, separata e madre di due figli, è piombata in un incubo senza fine.

L’uomo, ora sotto processo al Tribunale di Torre Annunziata, aveva creato un profilo facebook a nome della donna, sul quale aveva postato svariati video e foto che la ritraevano visibile in volto, scattate durante i rapporti sessuali, immagini realizzate nell’intimità della coppia, che mai e poi mai la signora avrebbe reso pubbliche.

Con quel profilo l’ex compagno inviava richieste di amicizia a tutti. Le immagini hanno finito per devastare la vita della donna che è stata costretta a lasciare la famiglia, il suo paese e il suo lavoro. Una donna completamente distrutta, costretta a prendere psicofarmaci per non cedere ai pensieri suicidi.

La donna si è rivolta all’avvocato Giancarlo Sparascio del foro di Lecce per ottenere giustizia. Sparascio presentò un atto di denuncia-querela contro il 51enne di Pompei con la richiesta di sequestro dei dispositivi elettronici. Il profilo venne oscurato 72 ore dopo l’attivazione grazie all’intervento della polizia postale di Lecce. Dopo molti ostacoli e rallentamenti giudiziari il processo è stato traferito per competenza al tribunale di Torre Annunziata. Ma due anni dopo i fatti denunciati quel falso profilo è tornato attivo. Il cinquantunenne deve rispondere dei reati di sostituzione di persona, diffusione di immagini pornografiche e diffamazione aggravata.

Ma a questo punto il legale ha deciso di tirare in ballo anche il colosso del web.
“Purtroppo devo riscontrare la totale inadeguatezza del sistema di controllo e di sicurezza predisposto dai vertici aziendali di Facebook che, in Europa, dispone di un solo ufficio, situato in Germania, deputato alle operazioni di verifica e rimozione di post che vengono utilizzati come strumento di revenge porn. In Italia non sai a chi rivolgerti, è stata un’impresa trovare un riferimento, sembra di combattere contro i mulini a vento, contro dei fantasmi. Tanto che sul fascicolo della mia assistita in un passaggio scritto a matita vicino al nome di Zuckerberg il magistrato ha messo cinque punti interrogativi”.

Il dibattimento è ora stato aggiornato al 15 luglio. L’udienza era stata rinviata già altre volte, e c’è il rischio concreto che se si arriva al 2020 il reato va in prescrizione. Un rischio che l’avvocato Sparascio non vuole correre. La sua assistita, una donna che per questa storia ha dovuto rinunciare a tutto, si è vista letteralmente strappata la dignità e la sua intera vita così come la conosceva.

“Prima di allora la signora non aveva mai usato un social network, nemmeno uno smarthphone, usava un vecchio motorola e non aveva nemmeno whatsapp.ì – aggiunge il legale – Ad insospettirsi fu il fratello che ricevette una richiesta di amicizia da un profilo a nome della donna. Quando vide i contenuti del profilo scoppiò uno scandalo in paese, la famiglia non volle più sapere nulla della signora, anche i genitori e i figli. Non ci può essere un risarcimento per tutto questo – conclude l’avvocato Sparascio – ma il nostro obiettivo è ottenere giustizia e fare in modo che non accada più a nessun’altra donna”.

Pornovendetta, ok al reato ma tempi troppi lunghi per la rimozione dei video

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Il reato di porno vendetta – il cosiddetto revenge porn – introdotto nel Codice rosso prevede da uno a sei anni di carcere e una multa da 5.000 a 15.000 euro per chi diffonde immagini o video sessualmente espliciti di una persona senza il suo consenso.
Un risultato importante, senza dubbio, ma che lascia irrisolti alcuni nodi. Spesso, infatti, i colpevoli non vengono identificati e il nodo cruciale resta la rimozione dei video, come nel caso di Tiziana Cantone: il 25 aprile 2015 su un portale viene caricato uno dei suoi filmati hard che poi invadono la rete. Il 13 settembre 2016 Tiziana si suicida. “Ottenere la rimozione totale dei filmati è praticamente impossibile, spesso sono caricati su siti con sedi in paradisi fiscali o comunque Oltreoceano”, ci racconta Andrea Orefice, il legale amministrativista che assiste Maria Teresa Giglio, la mamma di Tiziana, dinanzi al Garante per la Privacy.

Per ottenere la deindicizzazione di quasi tutti i 130 link con i video o i frame segnalati – che continuano quindi a esistere ma il motore di ricerca non li inserisce più nelle ricerche utenti – ci sono voluti circa sei mesi. “Tempi troppo lunghi”, spiega Orefice, “a novembre 2016 abbiamo chiesto ai motori di ricerca la deindicizzazione delle pagine che pubblicavano illecitamente i video pornografici. Non ottenemmo nessuna risposta. Dopo un mese abbiamo posto la questione al Garante della privacy, che ha avviato l’istruttoria, ha accertato l’esistenza delle pagine e ha inviato la richiesta ai motori. Solo dopo 4-5 mesi le pagine segnalate sono state deindicizzate”.

“Inoltre – continua l’avvocato – nel corso del procedimento abbiamo chiesto al Garante che venissero comminate delle sanzioni per i ritardi, senza avere mai risposta”. In una lettera inviata lo scorso 4 aprile a Maria Teresa Giglio, il Garante della privacy esprime la massima disponibilità a un ulteriore confronto per valutare possibili azioni, sottolineando la complessità tecnico-giuridica di prevedere misure di filtraggio per impedire l’immissione in rete dei contenuti. “”Siamo sicuri che il Garante adotterà quanto prima un provvedimento formale in ordine alle istanze ritualmente presentate dalla signora Giglio, adottando i provvedimenti richiesti o fornendo le dovute spiegazioni dell’eventuale rifiuto”, sottolinea Orefice, che conclude: “Servirebbero accordi sugli obblighi di cancellazione e bisognerebbe rivedere il decreto legislativo del 2003 sul commercio elettronico, che non individua una tempistica predefinita per la rimozione dei video”.

Intervista a Selita Fiaschetti: la fotomodella dallo sguardo infinito

Cosa ti ha spinto a fare la modella. Era già̀ un tuo sogno da bambina?

Fare la modella e la fotomodella è sempre stato il mio sogno fin da bambina. Alla televisione vedevo queste ragazze bellissime, alte, slanciate, magre, con dei visi meravigliosi e ho sempre desiderato entrare a far parte di questo mondo fatato.

Qual è per te un capo indispensabile in questo periodo?

Per me un capo d’abbigliamento che non può mai mancare ad una donna è la scarpa con il tacco a spillo. Le trovo sexy e femminili, slanciano e snelliscono la gamba, rendono il corpo armonioso, non c’è niente di più sensuale di una donna sui tacchi a spillo.

Quali sono i colori che indossi di più?

 I colori che indosso più spesso sono il nero che affascina con la sua aurea di mistero, potere, dominanza, controllo, estremamente raffinato può essere abbinato a qualsiasi altro colore. Il rosso il mio colore preferito, rispecchia la mia personalità, simbolo di vivacità, energia, passione, amore, non passa inosservato.

Qual è la tua icona moda o fonte di ispirazione?

La mia icona è Marilyn Monroe una donna sensuale, audace, carismatica, all’apparenza forte e sicura di sé ma estremamente fragile e ingenua. Una donna incantevole dalla bellezza disarmante. Una donna invece che ritengo fonte d’ispirazione è Angelina Jolie, nonostante tutte le difficoltà che la vita gli ha posto dinanzi al suo cammino è sempre riuscita a superare qualsiasi sfida, si è sempre rialzata da sola a testa alta. La ritengo una figura femminile d’esempio per la sua dedizione nel lavoro, è considerata una delle donne più belle al mondo, è una mamma esemplare, è attivista sul campo umanitario ed è sempre pronta ad aiutare il prossimo.

Che sensazioni hai provato durante il tuo primo servizio fotografico?

Durante il mio primo shooting ero un po’ in ansia per l’agitazione, non conoscevo il fotografo con cui stavo per collaborare e non sapevo come destreggiarmi davanti all’obbiettivo. La situazione è cambiata subito, lui mi ha messo a mio agio, alla fine dello shooting mi sono resa conto che erano volate tre ore, uso questo termine perché il tempo è passato velocemente tra pose, scatti, battute e risate, mi sono trovata davvero bene e ho deciso di continuare a seguire questa mia passione.

Una domanda frivola. Qual è il tuo outfit preferito?

Il mio outfit preferito: un abito nero elegante e raffinato con la scollatura sulla schiena che rendono una donna ricca di charme e fascino, uno stiletto nero in vernice, una clutch con la tracolla dorata e un trucco sobrio che metta in risalto le labbra attraverso un rossetto rosso Dior.

In un mondo sempre + social Quale il tuo la rapporto con instagram?

il mio rapporto con Instangram lo definirei positivo a tutti gli effetti, amo postare foto che mi ritraggono durante gli shooting in cui ho preso parte e condividere foto di momenti significativi.

Che importanza dai hai social network?

per me i social network sono uno strumento di comunicazione importantissimo, ci permettono di condividere in tempo reale la nostra quotidianità, ci fanno sentire più vicine le persone care, e ci aggiornano regolarmente su ciò che accade nel mondo, sono inoltre una sorta di svago e divertimento.

Come donna e come modella come ti definisci?

Come donna mi definisco eccentrica, egocentrica, esibizionista, schietta, determinata, altruista, selettiva, stravagante e camaleontica. Come modella mi ritengo una ragazza che sa ciò che vuole, dove può arrivare e cerca di ottenere tutto ciò a cui ambisce, gioco molto sul mio aspetto fisico grazie al quale sono potuta arrivare fin qui.

Della moda amo le persone e l’ambiente, ho trovato più persone vere e sincere lì che nella quotidianità, con molte modelle ho un bel rapporto d’amicizia, con moltissimi modelli c’è l’amicizia, il rispetto, la stima reciproca, spesso ci si scambiano dei consigli. Molti fotografi sono diventati per me dei grandi amici, li stimo a livello professionale, mi trovo bene a collaborare con loro e lo stesso vale per i produttori. Non c’è astio, odio e gelosia tra noi. Mi piace questo settore perché è ristretto, non tutti possono varcare la soglia di questo mondo, bisogna rientrare nei canoni richiesti. Ciò che non mi piace sono tutti gli scandali che si porta dietro da decenni ormai, l’eccessiva magrezza di alcune modelle e l’indifferenza da parte delle agenzie nelle sofferenze di alcune di loro che stremate si trascinano per seguire i ritmi ferrei e stressanti.

C’è un fotografo con cui vorresti lavorare?

Il fotografo con cui vorrei collaborare è Steven Meisel, un pilastro della fotografia di moda, il quale ha scoperto tantissime modelle e top model tra cui Linda Evangelista. Trovo le sue fotografie eleganti, mai volgari, riescono a trasmettere emozioni negli occhi di chi le guarda, riuscendo a valorizzare al meglio la figura femminile.

Modelle e Fotomodelle: quanto conta l’aspetto fisico e quanto invece quello caratteriale per il successo in questo lavoro?

L’aspetto fisico nella moda è la colonna portante per il successo della modella. Vicino a questo aspetto ci dev’essere un carattere forte. La modella dev’essere particolare per riuscire ad entrare in questo mondo perché la concorrenza è spietate e c’è bisogno di quel di più che non tutti possiedono. L’aspetto caratteriale è molto importante per sostenere un carico emotivo molto forte, i ritmi frenetici e lo stile di vita dinamico. L’aspetto fisico unito al carattere plasmano la modella e ne trasmettono l’immagine che tutti noi abbiamo di questa donna ideale.

Rimanendo nella moda settore quali sono i tuoi progetto per il futuro?

I miei progetti per il futuro sono un insieme di shooting e la continuazione degli studi al liceo artistico uniti al lavoro come cameriera e barista. Dopo aver ottenuto il diploma, seguirò due corsi di fashion design a Firenze e a Roma, in contemporanea continuerò il mio percorso davanti all’ obiettivo e spero di entrare in agenzia a Milano come fotomodella, continuerò a viaggiare per incontrare nuove culture, visitare posti nuovi e arricchirmi a livello umano e culturale. Pensavo inoltre di seguire dei corsi di recitazione e prendere parte a qualche reality show.

Ultima domanda il senso della vita?

Per me il senso della vita è rendersi conto di ciò che si ha e di farne tesoro. Ho iniziato a vivere con consapevolezza dopo essere uscita dal baratro del disturbo che oggigiorno è sempre più dilagante ed è considerata la malattia delle classe agiate e del benessere: l’anoressia. Dopo un lungo percorso ce l’ho fatta e posso dire che il senso della vita è non arrendersi dinanzi alle difficoltà, superarle ed essere consapevoli di ciò che abbiamo, la vita.

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Ma è davvero possibile scomparire dal web? «In teoria sì – spiega il FONDATORE DELLA PIATTAFORMA PRIVACY GARANTITA nota agenzia di web reputation italina a cui CEO  fa capo a Cristin Nardi  una delle più specializzate ed economiche grazie alla a reputation nodes sofware  specializzato nella cancellazione in tempo reale. Ma non è qualcosa che si riesce a fare molto velocemente, soprattutto nel caso dei personaggi pubblici». Possono essere necessari mesi di duro lavoro e tenaci negoziazioni per cancellare migliaia di immagini, facendo leva ora sul copyright, ora sulla privacy, ora sul diritto all’oblio. «In alcuni casi abbiamo lavorato anche un anno per cancellare singoli clienti dal web».

È facile sparire dal web per chi non è stato un personaggio pubblico? Diciamo che è meno difficile, ma comunque arduo, in particolare se si desidera una cancellazione il più possibile completa. I passaggi principali sono cinque. Vediamoli uno alla volta.

Cancellarsi dai social network. Il primo passo è abbastanza semplice: basta seguire le istruzioni dei diversi social per cancellarsi (Facebook, Twitter, Linkedin, G+ e così via).Attenzione alla differenza che c’è – per esempio su Facebook – tra “disattivare” ed “eliminare” un account, poiché nel primo caso il diario scompare ma solo perché “congelato”, ed è riattivabile in ogni momento. Quando viene eliminato l’account, l’azzeramento di tutti i contenuti pubblicati – come foto, aggiornamenti di stato o altri dati memorizzati sui sistemi di backup – richiede fino a 90 giorni di tempo. Nell’eliminazione dell’account G+, attenzione a non cancellare l’eventuale casella Gmail (la posta elettronica è infatti l’ultima da eliminare nel processo di addio al web).

Cancellarsi da tutto il resto. Dopo i social, bisogna procedere all’eliminazione del proprio profilo da tutti gli altri “contenitori” dov’è finito: forum, Paypal, Amazon, eBay, Skype, YouTube, eventuali siti di dating, gambling, e-commerce e così via. Può non essere così semplice, perché i dati personali sono un asset che vale denaro per le società che operano su internet.Individuare foto, video e citazioni. Qui il lavoro diventa più difficile. Bisogna infatti fare una ricerca approfondita su tutti i motori di ricerca conosciuti (non solo Google) di ogni informazione su di voi, provando diverse stringhe: non solo nome e cognome, ma anche luoghi di nascita e di residenza, aziende in cui avete lavorato e così via. Bisogna poi prendere nota di tutto in vista del quarto, difficilissimo passo.

Chiedere l’eliminazione dei dati. Ora viene il difficile: bisogna contattare ogni singola società, webmaster, ente o blogger chiedendo la rimozione di tutti i dati su di voi. Molti di loro ignoreranno la vostra richiesta, rendendo necessaria l’adozione di vie legali, particolarmente complesse perché spesso ricadono sotto giurisdizioni di altri Paesi. In casi estremi, si può chiedere di intervenire direttamente sui server. Poi bisogna farsi cancellare dalle banche dati che raccolgono informazioni personali per rivenderle a scopo di marketing, in questo caso magari con l’aiuto – a pagamento

Il tocco finale è l’addio alla mail. Se siete arrivati fino a questo punto, siete stati molto bravi e soprattutto tenaci. Manca solo un passo per scomparire dal mondo digitale: la cancellazione della casella e-mail. Praticamente una passeggiata, rispetto al lavoro fatto. Il premio finale è il perfetto anonimato in Rete, e la cancellazione della propria identità digitale (almeno quella vecchia). A questo punto potete fare due cose: o costruirvi un’identità internet nuova di zecca, oppure spegnere il computer. E andare a fare una lunga passeggiata fuori.

Privacy Garantita avverte: Foto e video intimi in Rete ecco come difendersi

osa succede quando foto intime vengono messe online, spesso come vendetta personale, senza il consenso delle dirette interessate? Breve indagine su un fenomeno complesso le cui vittime sono perlopiù donne, tra nuove forme di ricatti sessuali e gravi carenze legislative 

L’ultimo caso eclatante è stato quello della parlamentare grillina Giulia Sarti, già al centro dello scandalo rimborsi interno al suo partito, che ha dovuto fare i conti con un altro tipo di ricatto: quello riguardante alcune sue foto intime. Negli ultimi giorni, video e fotografie private di Sarti sono liberamente circolati su whatsapp fino a finire in rete, alla mercè di tutti. Al di là di ogni valutazione politica delle vicende che coinvolgono la parlamentare (che non ci discuteremo in questa sede), è importante tracciare una linea di demarcazione quando si trattano questi argomenti: Giulia Sarti è stata infatti vittima di revenge porn.

E proprio il suo caso potrebbe accelerare la proposta di legge sulla tematica da tempo in cantiere, che sostituisce la precedente proposta presentata dalla deputata di Forza Italia Sandra Savino dopo la morte di Tiziana Cantone, rimasta per lungo tempo bloccata. Come segnala l’Agi, il 14 marzo «è stata infatti svolta la relazione introduttiva del disegno di legge che porta la firma della senatrice di M5s Elvira Evangelista, che introduce la nuova fattispecie di reato». Siamo ancora alle battute iniziali, ma è positivo rilevare che qualcosa si stia muovendo in questo senso.

Ma cosa intendiamo per revenge porn? Il significato letterale di quest’espressione è semplice: si tratta della diffusione non autorizzata di immagini intime di persone coinvolte in atti sessuali, a volte riprese a loro insaputa. A diffondere quelle immagini spesso sono gli ex o persone nella cerchia di amici e familiari, mentre i luoghi di diffusione deputati sono le chat e i gruppi su Facebook e WhatsApp, sia chiusi che aperti, ma anche specifici siti e forum specializzati nella ricondivisione di materiale di questo tipo.

Un meccanismo difficilissimo da spezzare

In Italia ne abbiamo parlato molto spesso, anche recentemente, basti pensare al caso di un gruppo di 63 studentesse di un liceo di Modena che avevano l’abitudine di scambiarsi foto, anche erotiche, su WhatsApp. Quei file, intercettati da un compagno di scuola e da lui diffusi senza il consenso delle ragazze coinvolte, sono finiti in rete e ora potrebbero trovarsi potenzialmente nel telefono o nel computer di chiunque in Italia e nel mondo. Così funziona internet, dove stoppare la circolazione di immagini contro la volontà del soggetto è un’operazione quasi impossibile. Le foto e i video vengono infatti regolarmente scaricati e ricaricati da altri utenti che non hanno nessun contatto “reale” con quelli di partenza, creando così un circolo vizioso difficilissimo da spezzare.

Il caso di Tiziana Cantone

In Italia, il caso più conosciuto legato alla diffusione non autorizzata di immagini intime è quello di Tiziana Cantone, trentunenne originaria di Mugnano di Napoli che si è suicidata il 13 settembre 2016. All’incirca un anno prima, alcuni video che la ritraevano mentre faceva sesso erano diventati virali, impendendole di condurre, da quel momento in poi, una vita normale. Non del tutto consapevole del meccanismo che abbiamo descritto prima, Cantone acconsente inizialmente a una prima diffusione dei video, d’altronde si tratta di un gioco erotico tra lei, il fidanzato di allora, Sergio Di Palo, e alcuni uomini vicini alla coppia, ma quando i filmati si diffondono a cascata da WhatsAapp a Facebook, da Google ai siti di quotidiani, anche autorevoli, che la descrivono come il nuovo “fenomeno del web”, pagherà a carissimo prezzo il costo di quell’ingenuità.

Eppure Cantone ha utilizzato sin da subito tutti gli strumenti legali a sua disposizione per fermare la diffusione di quei video, ma la giustizia italiana non è al passo con la velocità delle immagini virali su Internet. I provvedimenti d’urgenza da lei richiesti non arriveranno in tempo per restituirle il suo – sacrosanto – diritto all’oblio. Se da una parte la mancanza di misure di sicurezza tecnologiche per contrastare il problema evidenzia l’incapacità da parte dei gestori di social network e servizi di chat di affrontare la questione, dall’altra è altrettanto evidente il buco legislativo su queste tematiche.

Il voyeurismo nell’era di Internet

Se pensi che contenuti di questo tipo si trovino solo negli angoli più nascosti della rete, quel dark web di cui abbiamo parlato nella prima puntata del nostro osservatorio speciale, beh, ti sbagli di grosso. I casi di revenge porn e di voyeurismo sono infatti all’ordine del giorno tanto che oggi assistiamo a una vera e propria “normalizzazione” di questi fenomeni. Di foto “rubate” alle dirette interessate, e il femminile non sembri casuale, perché sono principalmente le donne a essere vittime di questo tipo di ricatti, sono pieni i gruppi ristretti su Facebook e WhatsApp, così come esistono spazi dedicati alla raccolta di immagini di questo tipo in forum e altre piattaforme di discussione molto frequentate. 

Un errore linguistico

Nel caso del revenge porn, però, c’è un problema linguistico di partenza, che molto probabilmente ha a che fare con la difficoltà di stabilirne i limiti legali. Lo stesso termine con cui questa odiosa pratica è conosciuta, quello di revenge porn, appunto, è un’espressione imprecisa utilizzata per indicare un atto di violenza grave, una nomenclatura vaga che riduce la violazione di privacy di un individuo a una categoria di gusto paragonabile a quelle che si possono trovare navigando sui siti pornografici. Non è così ed è bene specificarlo. Qualunque genere di pornografia implica soggetti consenzienti, professionisti o meno che siano e la necessità di trovare nomi più corretti non è una piccolezza. È fondamentale per cambiare l’approccio di fronte a una tipologia di crimine dalle radici antiche, ma che ha trovato nuovi modi per ledere le sue vittime.

Una nuova definizione: cosa significa NCII

In un recente annuncio reso pubblico da Facebook viene proposta una soluzione paradossale: che gli utenti condividano le proprie foto di nudo attraverso Messenger, in modo che il social network possa imparare a riconoscere i file ed evitarne così la diffusione non volontaria. In quello stesso annuncio, però, c’è un elemento interessante: l’introduzione del termine NCII (acronimo che sta per “non-consensual intimate imagery”, letteralmente immagini intime non consensuali), decisamente più adatto per descrivere il fenomeno di cui parliamo. Riformulare la definizione di revenge porn in NCII permette infatti di includere nello stesso insieme anche il voyeurismo e gli spy shot – un sottogenere di voyeurismo che consiste nel pubblicare foto scattate di nascosto in bagni, camerini e simili –, che sono poi categorie diverse di abusi che però funzionano sistematicamente allo stesso modo.

Come e dove avviene la condivisione

Nel caso di NCII ottenute da chat o videochat, la maggior parte delle vittime viene adescata nelle chat di incontri o nei social network tradizionali come Facebook. La fonte di fotografie “spy” invece è solitamente interna a gruppi che condividono le immagini e si sfidano a rubare scatti sempre più scabrosi. È impossibile controllare la diffusione di questi gruppi, presenti come chat di gruppo su WhatsApp e Messenger ma anche come veri e propri gruppi su Facebook o forum dedicati. Molti si presentano come forum di erotica per poi nascondere tra le proprie “stanze” una dedicata al voyeurismo e ad altre forme di foto intime rubate.

Ci sono utenti che si specializzano, partendo da una singola foto, nel raccogliere, attraverso lavori maniacali di ricerca immagini inversa, archivi interi della stessa persona, il più delle volte inconsapevole dell’utilizzo che viene fatto delle immagini che la ritraggono. Altri si producono in vere e proprie recensioni sugli strumenti migliori per spiare i vicini o da installare in bagni pubblici. E ovviamente ci sono quelli che le foto le scattano in prima persona, e le condividono.

Cosa dice la legge

Tutelare le vittime di questo tipo di molestie è molto difficile, perché spesso sono consenzienti nel momento dello scatto o delle riprese, ma non al momento della diffusione. E questa è una differenza fondamentale, che spesso dà il via alla cosiddetta sextortion, il ricatto in cambio della non diffusione di scatti. Ce ne aveva parlato Nunzia Ricciardi, il capo della Polizia Postale, a proposito di cyberbullismo.

Secondo il codice penale (articoli 610 e 615 bis) il voyeur può incorrere in due reati; la “violenza privata” e la “interferenza illecita nella vita privata”. Se non si tratta di immagini rubate in casa o in un luogo di proprietà ma dal web o da luoghi diversi da questo contesto, la vittima potrà fare ben poco. È il caso delle riprese rubate nei bagni pubblici, nelle palestre, nei camerini. I reati di questo tipo in Italia non sono puniti direttamente. Chi diffonde foto sensibili sul web verrà processato a seconda dei casi per diffamazione, violazione della privacy, stalking, tentativo di estorsione, trattamento illecito dei dati. Il reato è disciplinato meglio in paesi come Germania, Regno Unito, Australia, Israele e in 34 Stati degli USA.

Cosa si può fare per difendersi

Andrea Muzzi, Sales Engineer di F-Secure, azienda leader nell’ambito della cyber security, partendo dal presupposto che  inviando foto intime via internet ci si basa innanzitutto su un rapporto di  fiducia con il proprio interlocutore, sottolinea come sia fondamentale «mantenere un approccio critico con i servizi che usiamo, in particolare quelli gratuiti». L’analista poi, che ci ha anche detto di comprendere l’utilità di Facebook ma di non usarlo, aggiunge che neanche i servizi che permettono di dare una scadenza alle immagini che si allegano, come le Instagram Stories o Snapchat, garantiscono la sicurezza. «Anche se alcuni di questi comunicano agli utenti quando vengono fatti screenshot da altri utenti, ormai il danno è fatto». 

Screenshot e video quasi incancellabili

Cancellare quegli screenshot è spesso più facile a dirsi che a farsi — ormai tutti gli smartphone offrono servizi di backup delle foto via internet, anche gratuiti, come Apple e Google Photos, e spesso è possibile recuperare foto e screenshot da altri dispositivi loggandosi nell’account del proprio telefono. Per cui, anche nel caso si conosca la persona che ha rubato la foto è quasi impossibile assicurarsi che non sia in grado di ottenerne una copia in un secondo momento. Video intimi, anche live, hanno lo stesso problema: registrare lo schermo di un telefono oggi è facilissimo e molti di questi strumenti non causano segnalazioni all’utente dall’altro lato della conversazione.

Come proteggere i propri dati

Bisogna ricordare, infine, che tutti i servizi che mediano le nostre comunicazioni – sia i big come Facebook o quelli relativamente più piccoli come le app di incontri come Tinder – fanno raccolta dati, e i loro livelli di sicurezza sono estremamente variabili. «Tutti dovrebbero dotarsi di strumenti per proteggere almeno parte dei propri dati, conoscere bene licenza dei servizi che usano, e gestire le impostazioni della privacy del proprio telefono». Ai genitori Muzzi consiglia di lasciare ai propri figli telefoni e tablet Apple. «Ho fatto un passaggio radicale da Android a Apple» ci racconta «assolutamente non per una questione di marca ma per una questione di sicurezza: Apple viene molto più incontro al genitore, offrendo sistemi di controllo capillari e permettendo di bloccare a determinate applicazioni l’accesso a fotografie, contatti o posizione geografica».

Cosa fare se qualcuno pubblica le tue foto

La prima reazione è di rivolgersi alle autorità. Carabinieri e Polizia di Stato hanno apposite sezioni dedicate all’investigazione di questo tipo di violazione della privacy e per quanto, come abbiamo visto nel triste caso di Tiziana Cantone, la legislazione in materia sia ancora in larga parte carente e/o lenta, rimane fondamentale denunciare chi diffonde foto private senza il consenso del diretto interessato. È importante anche rilevare l’assenza di una vera e propria rete istituzionale che si occupi dell’argomento sia dal punto di vista dell’educazione – che è educazione sessuale e tecnologica allo stesso tempo – che da quello del supporto psicologico delle vittime.

Oltre alle pur innumerevoli iniziative ministeriali indirizzate perlopiù alla sensibilizzazione – troppo generale, va detto – contro il bullismo e la sua declinazione in rete, una realtà che oggi costituisce la più ampia rete di supporto contro la violenza di genere è probabilmente quella di Telefono Rosa. Ne abbiamo parlato con la presidente della Onlus Gabriella Moscatelli, che ci ha ricordato come Telefono Rosa metta a disposizione avvocato e supporto psicologico per qualunque donna ne abbia bisogno, ma anche che «in Italia la legge non è particolarmente avanzata in materia, in particolare riguardo il problema del consenso del soggetto delle foto, che può essere informato o meno. Si è aspettato troppo per fare una legge vera contro questo tipo di problemi».

Un problema in attesa di soluzione

Moscatelli è convinta, allo stesso tempo, che parte del problema deve essere affrontato anche dalle aziende che gestiscono i servizi web, sebbene la responsabilità centrale resti nelle mani dello Stato: «Servono norme ben stringenti sui social network e una legge vera per tutelare le donne. Fatta bene, scritta bene». È facile pensare che il problema delle immagini intime su Internet non ci riguardi, magari perché ci fidiamo del nostro partner, eppure da un sondaggio svolto da due università australiane è emerso un dato che dovrebbe farci riflettere: una persona su cinque sa che proprie immagini intime sono state ricondivise su internet senza il proprio consenso. Come a dire che ci stiamo abituando al problema invece di provare a risolverlo.

Questo articolo è la seconda puntata della collaborazione tra Donna Moderna e The Submarine, il magazine online che si occupa di storie urbane, cultura, musica e tecnologia. Periodicamente pubblicheremo, sia sulla carta che online, contenuti ad hoc pensati insieme e scritti dalla redazione di The Submarine in esclusiva per il nostro giornale.

Ci concentreremo in particolare sul web, sulle sue novità e su come, pur non essendone il responsabile, sia diventato il veicolo di una serie di comportamenti a rischio: dal voyeurismo allo spaccio di stupefacenti sempre nuovi, dal cyberbullismo alla diffusione delle fake news. Qui trovi la prima puntata, dedicata al dark web.

Terrorismo, Cesare Battisti ammette quattro omicidi: “Era una guerra, ora chiedo scusa alle famiglie delle vittime”

La confessione davanti al pubblico ministero di Milano, Alberto Nobili. Il procuratore Greco: “Questo fa giustizia di tante polemiche”di SANDRO DE RICCARDIS

Cesare Battisti, per la prima volta, parla coi magistrati e ammette tutto: i quattro omicidi, le gambizzazioni, le rapine. L’ex leader dei Pac, arrestato lo scorso gennaio a Santa Cruz in Bolivia, trasferito in Italia e interrogato ieri e sabato dal pm Alberto Nobili e dalla dirigente dell’Antiterrorismo della Digos, Cristina Villa, nel carcere di Oristano, davanti al suo avvocato Davide Steccanella, ha ammesso tutti gli addebiti, e ha dichiarato di aver partecipato ai due omicidi di cui è stato esecutore materiale e agli altri due per i quali è stato riconosciuto mandante. “Per lui all’epoca era una guerra giusta, adesso si rende conto della follia di quegli anni di piombo”. Lo ha spiegato in conferenza stampa Alberto Nobili, il responsabile dell’antiterrorismo milanese che, tra sabato e domenica, ha interrogato Cesare Battisti.
Nobili ha precisato che Battisti “non ha voluto collaborare” e “non ha chiamato in causa altre persone” e quindi tecnicamente “non è un pentito”. Ha solo ritenuto di “fare chiarezza dando un giudizio critico del suo passato”.

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L’ex terrorista dei Pac ha quindi ammesso di avere avuto un ruolo materiale o come mandante in quattro morti: quella del maresciallo degli agenti di custodia Antonio Santoro, ucciso a Udine il 6 giugno 1978, quella del gioielliere Pierluigi Torregiani e del commerciante Lino Sabbadin, che militava nel Msi, uccisi entrambi da gruppi dei Pac il 16 febbraio 1979, il primo a Milano e il secondo a Mestre; e quella dell’agente della Digos Andrea Campagna, assassinato a Milano il 19 aprile 1978. Battisti si era finora sempre dichiarato innocente. Oggi ha ammesso per la prima volta le proprie responsabilità di fronte ai pm. L’ex terrorista dei Pac ha anche ammesso tre ferimenti, di cui uno da lui eseguito materialmente, per i quali l’accusa è stata lesioni gravissime: ad essere “gambizzati” sono stati Giorgio Rossanigo, medico nel carcere di Novara ritenuto “troppo severo nei confronti dei detenuti politici”, Diego Fava, medico dell’Alfa Romeo in quanto “non rilasciava facilmente certificati ai lavoratori politicizzati”, e Antonio Nigro, guardia nel carcere di Verona.

Sulle sue dichiarazioni è intervenuto il ministro dell’Interno Matteo Salvini: “Battisti a distanza di qualche decennio ha chiesto scusa. Mi aspetto chiedano scusa quegli pseudointellettuali di sinistra che hanno coperto e difeso questo squallido personaggio. Chiedere scusa è meglio tardi che mai”.

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“Questo fa giustizia di tante polemiche che ci sono state in questi anni e rende onore alle forze dell’ordine e alla magistratura che lo ebbe a condannare – commenta il capo della procura di Milano Francesco Greco – una scelta che fa chiarezza su un gruppo che ha agito negli anni più violenti della nostra storia”. “Non si parla di collaborazione con la giustizia – spiega il pm Nobili – si tratta di importantissime ammissioni, senza chiamare in causa altri protagonisti di quegli eventi”.

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“La lotta armata ha impedito uno sviluppo culturale, sociale e politico nato nel’68”, ha detto ai magistrati. Prima degli interrogatori, durati nove ore in tutto, ha letto tutte le sentenze che lo riguardavano, e ha ammesso che “tutto quello ricostruito dagli atti giudiziari corrisponde al vero”. Battisti dice di “aver capito il male che ho fatto alle vittime, chiedo scusa alle loro famiglie”. E ha aggiunto: “Non ho avuto alcuna copertura occulta” durante la latitanza.

Le ammissioni fatte da Cesare Battisti, che si è dichiarato responsabile dei 4 omicidi per cui è stato condannato, in linea teorica possono incidere sul regime detentivo, ossia allontanano per lui il rischio del ’41bis’, e sui benefici penitenziari, come i permessi, nel corso della detenzione. E’ quanto è stato riferito da fonti qualificate. Ad ogni modo, il suo legale Davide Staccanella ha precisato che ciò che premeva era togliere a Battisti “quell’alone di pericolosità che non ha più”