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“Il governo proroga al 31.01.2021 la possibilità ai 450 detenuti ai domiciliari usciti dal 41 bis e non ,con il pretesto del Covid19, di essere a casa quando la quarantena durerebbe 15 giorni per i cittadini”.

 

Come da copione preconfezionato, il governo grulpiddino ha prorogato fino al 31 gennaio 2021 lo stato di “emergenza sanitaria”. Lo ha stabilito l’articolo 16 del cosiddetto decreto Rilancio. In sostanza, il sedicente “avvocato del popolo” può tenere agli arresti domiciliari l’Italia intera per altri sei mesi, prorogabili per un altro anno. Prima conseguenza: non ci saranno le elezioni amministrative in ben 7 Regioni, nonché in numerose città e tanti Comuni. L’accentramento dei poteri nelle mani del Presidente del Consiglio pro tempore, pur in una situazione di emergenza, grazie anche alla latitanza del Parlamento e delle forze politiche, può rappresentare un pericoloso precedente per la democrazia.
La norma recita che «i termini di scadenza degli stati di emergenza dichiarati ai sensi dell’articolo 24, del decreto legislativo 2 gennaio 2018 (Codice della protezione civile, ndr) sono prorogati per ulteriori sei mesi». Questa proroga, se sarà confermata – sicuramente – in sede di conversione da parte del Parlamento, consente alla presidenza del Consiglio di poter decretare altri lockdown e altre restrizioni come quelle finora imposte dal Conte bis, sulla base delle valutazioni delle task-force sanitarie. Al comma 3 dell’articolo 24, del decreto legislativo 2 gennaio 2018, è previsto testualmente che «La durata dello stato di emergenza di rilievo nazionale non può superare i 12 mesi, ed è prorogabile per non più di ulteriori 12 mesi». In base a ciò verrà valutato dai comitati tecnici di Palazzo Chigi, a fine anno il governo potrà prorogare lo stato di emergenza per altri sei mesi o un altro anno.

Siamo solo a metà maggio e i fantocci governativi prorogano una scadenza che finisce al 31 luglio 2020 portandola fino al 31 gennaio 2021. O l’eterodiretto governo tricolore ha informazioni solide che motivano la proroga, oppure questa scelta, fatta oggi così maldestramente, non si spiega sul piano giuridico e razionale. L’esecutivo grulpiddino dovrebbe recarsi in Parlamento e spiegare perché adesso, proprio adesso, chiede la proroga di sei mesi di una scadenza che cesserebbe a fine luglio. Insomma, il governicchio italiano arriva a chiedere nuovamente l’allungamento di uno strumento pericoloso per la democrazia? Se ci sono ragioni, il governo le spieghi in Parlamento, anche perché ha due mesi di tempo per farlo. Peraltro, questo è già il secondo provvedimento che incorpora questa deriva autoritaria priva di un fondamento scientifico e medico, perché già nel decreto legge “elezioni” in via di conversione, adesso al vaglio in Commissione, si prevede che il governo, di fronte ad un ritorno dell’emergenza, possa prorogare la data delle elezioni amministrative, anche oltre l’autunno. Anche qui non si spiega perché si mettono così tanto avanti le mani. Perché ora tutta questa fretta? L’uso dell’emergenza è per definizione “a tempo”. E ogni proroga deve essere adeguatamente giustificata di fronte al Parlamento, altrimenti non mi sembra ragionevole né convincente. È ben noto, peraltro, che non esiste un diritto speciale dell’emergenza legittimato nel nostro ordinamento: una sorta di diritto parallelo e alternativo rispetto a quello esistente. Il provvedimento con cui il governo ha dichiarato lo stato di emergenza il 31 gennaio 2020 è già prorogabile. Mentre l’articolo del decreto legge “rilancio” si applica solo agli stati di emergenza non più prorogabili. Quindi, questa disposizione è del tutto incomprensibile e quando le norme sono incomprensibili c’è da sospettare qualunque possibilità. In ogni caso, il codice della protezione civile già prevede la proroga di 12 mesi attraverso una deliberazione del consiglio dei ministri, identica a quella fatta il 31 gennaio scorso.

Il sistema di monitoraggio, introdotto con il decreto del ministero della Salute del 30 aprile 2020, sui dati epidemiologici e sulla capacità di risposta dei servizi sanitari regionali è “uno strumento fondamentale per la gestione della fase 2”, ha dichiarato il ministro della Salute Roberto Speranza in un video messaggio. “Se dovessero esserci segnali di allarme – ha spiegato il ministro – i decisori politici a livello nazionale e regionale saranno in grado di intervenire nel più breve tempo possibile”. Le restrizioni del lockdown “ci consegnano un quadro positivo”, commenta Speranza. Il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, in un secondo intervento video ha specificato che “in gran parte del Paese la circolazione del virus è molto contenuta”, sebbene ci siano ancora “diversi focolai dove è importante mantenere alta l’attenzione”. Dunque, la stagione della decretazione fuorilegge d’urgenza non è terminata. Con il continuo susseguirsi di decretini, dpcm, ordinanze nazionali, regionali e comunali, la confusione interpretativa ha complicato e complicherà la già difficile vita di tutti.
Restrizioni e misure di contenimento risultano incostituzionali, inadeguate e controproducenti. Il governicchio del Conte bis ha privato gli italiani della libertà trasformandoli d’ufficio in “malati” col pretesto dell’emergenza sanitaria.
La dichiarazione dello “stato di emergenza” datata 31 gennaio 2020 ha portato a partire da marzo, all’adozione da parte del Governo di misure estremamente restrittive delle libertà personali nei confronti dei cittadini su tutto il territorio nazionale. Misure suggerite dal cosiddetto “Comitato tecnico scientifico” sul modello cinese che inizialmente sarebbero dovute durare 2 settimane in base al regolamento sanitario internazionale, prorogate poi di volta in volta. La campagna mediatica “unidirezionale” che ha preparato e accompagnato queste misure ha di fatto avuto l’effetto di scatenare il panico tra le persone, convincendole della necessità indimostrata di tali misure, per “tutelare” la salute di tutti, in particolare degli anziani, inducendoli ad accettare senza alcuna resistenza una limitazione delle proprie libertà personali che non ha precedenti nella storia repubblicana.
Un silenzio assordante. La versione veicolata dai mass media volta a suscitare il terrore del coronavirus ha praticamente convinto tutti, senza distinzione di istruzione o ceto sociale, senza che da nessuna parte si sollevassero dubbi o obiezioni. Nessuna voce si è levata nemmeno da parte di giuristi, magistrati o avvocati, anche loro completamente soggiogati dalla paura.
Il sacrificio della libertà è davvero legittimo in uno Stato di diritto? L’epidemia teorizzata dalle autorità italiane può effettivamente costituire una emergenza tale da giustificarla – anche da un punto di vista costituzionale – valutando in tal caso se le misure di contenimento del “virus” possano considerarsi adeguate e proporzionate al risultato che si vuole ottenere?
Nel nostro ordinamento costituzionale non è previsto espressamente lo “stato di emergenza”. La dichiarazione di uno stato di emergenza è prevista unicamente da una fonte legislativa (Decreto Legislativo 1/2018 – Codice della Protezione Civile), la quale attribuisce poteri straordinari al presidente del Consiglio che può procedere anche in deroga alle disposizioni di legge, ma comunque nei limiti e secondo i criteri indicati nella dichiarazione e nel rispetto dei principi dell’ordinamento giuridico e solo per un tempo massimo di 12 mesi. Se è vero che il Presidente del Consiglio può derogare alle disposizioni di legge, è pur vero che per restringere diritti costituzionalmente garantiti occorre procedere con atti aventi forza di legge. Ad esempio la libertà personale (articolo 13 della Costituzione) e la libertà di circolazione (articolo 16 della Costituzione) prevedono la possibilità di stabilire dei limiti al loro esercizio per motivi di sanità o sicurezza, ponendo però una espressa riserva legge. Anche se attraverso un atto avente forza di legge, occorre che la limitazione delle libertà personali sia sorretta da un’effettiva situazione di emergenza. Il problema è stabilire la vera natura di tale emergenza. Il disastro ospedaliero è dovuto al virus, oppure alle scelte politiche che hanno smantellato la sanità pubblica?
Al 17 maggio 2020 il numero dei morti per coronavirus comunicato dalla Protezione civile è di circa 31.908 soggetti. Questa cifra, tuttavia, non corrisponde al numero reale dei morti provocati dal nuovo coronavirus. Infatti comprende tutti i morti (cui è stato riscontrato il virus, ma che avevano anche altre patologie e che sono morti per altre cause). Infatti dai dati dell’Istituto Superiore della Sanità alla data odierna, i morti solo per coronavirus senza altre patologie sono soltanto meno dell’1 cento del totale. Il numero totale dei trapassati fornito dalla Protezione Civile è un falso, che avevo già smascherato a marzo. Infatti, tale numero è viziato non solo per eccesso ma anche per difetto. Infatti, in Italia fino ad oggi sono stati realizzati solo pochissimi tamponi e molte persone sono morte senza che gli sia mai stato diagnosticato il Sars CoV-2. Allora, diamo un’occhiata ai numeri della mortalità relativi agli anni precedenti. Il presidente dell’ISTAT, Blangiardo, ha comunicato i numeri della mortalità dell’anno scorso: 647.000 morti (in linea con gli anni precedenti). Analizziamo le cause nel dettaglio. Gli ultimi dati aggiornati – disponibili – sono relativi al 2017: 230.000 morti per malattie cardiocircolatorie, 180.000 morti di tumore, 53.000 morti per malattie respiratorie (663 morti per complicazioni dovute ad influenza e 13.516 per polmonite). 31.908.000 morti per coronavirus (se anche fosse una cifra veritiera) sono sempre un numero enorme. Ma se lo confrontiamo con i dati rilasciati dall’Istat, non arriva nemmeno al numero che ogni anno abbiamo per morti di malattie respiratorie (53.000). E non è nemmeno lontanamente comparabile al numero di trapassati per malattie cardiocircolatorie e per tumore. Se poi lo paragoniamo al numero di decessi giornalieri (650.000/365 pari a 1.772 decessi al giorno) il confronto diventa impari. Il numero di decessi che si verificano ogni anno per infezione contratta in ospedale è pari a 49.000 decessi, quasi uguale al numero di decessi per malattie respiratorie. È una strage sottovalutata, visto che l’Italia conta il 30 per cento di tutte le morti per infezione ospedaliera nei 28 Paesi UE e che in 13 anni (dal 2003 al 2016) il tasso di mortalità è raddoppiato, riguardando prevalentemente individui anziani dai 75 anni in su (fonte: Ansa – 15.05.2019). Alla luce di questi dati, possiamo davvero definire questo virus coronato un’ emergenza? O c’è forse qualcosa che non funziona nel sistema sanitario, considerando anche che il fenomeno delle morti per infezione ospedaliera è facilmente sovrapponibile a quello delle morti per coronavirus, sia perché riguarda prevalentemente le persone anziane sia per la modalità di trasmissione in ospedale? La strategia adottata dal governicchio bis Conte è davvero riuscita ad evitare il decesso degli anziani, oppure non è invece una risposta propagandistica dettata dall’incompetenza? Quanti anziani sono morti nelle case di riposo per infezioni – ivi contratte – perché le Regioni hanno disposto presso di esse lo spostamento dei pazienti Covid-19 e perché i sanitari non adottavano le opportune precauzioni? Quanti anziani sono morti da soli in casa, abbandonati perché i parenti non potevano andare a trovarli, o perché malati senza essere assistiti dalle strutture sanitarie o solo perché avevano paura di andare in ospedale ove temevano di contrarre il coronavirus? Quante persone, tra cui molti anziani, hanno contratto il Sars CoV-2 proprio in ospedale, dove il virus ha in effetti iniziato a diffondersi nelle regioni del nord? Quante persone sono morte perché a causa del terrore mediatico hanno sovraffollato gli ospedali, invece di essere curati a casa dove ancora adesso si continua a non fare tamponi? Quante persone sono morte per altre patologie perché tutti gli interventi e le terapie non urgenti sono state sospese per il coronavirus? Soprattutto quante persone sono morte e moriranno ancora a causa della cosiddetta “cura”?
Due dei concetti più pericolosi in democrazia sono quello di “emergenza” e “bene comune”. Chi decide cosa è emergenza e cosa è bene comune? Molto spesso dietro queste parole si nasconde una tipica manovra di manipolazione che fa leva al tempo stesso sulla paura, sul senso morale, sull’altruismo, sul senso di colpa. Mentre in genere l’emergenza ed il bene comune coincidono con gli interessi personali di chi sta cercando di manipolarci. Ecco il ritornello:  «Devi farlo per gli altri…per gli anziani…per i bambini. Devi rimanere a casa per il bene di tutti. Se esci sei un criminale… sei un irresponsabile…metti a rischio la salute delle persone. Ci dobbiamo sacrificare per il bene di tutti». Una delle strategie più efficaci per convincere le persone è proprio quella di far loro credere che quello che stanno facendo “è nel loro interesse”.
In RAI, nella trasmissione domenicale di Fazio, il televirologo Burioni ha detto che in futuro quando usciremo da casa dovremo tutti abituarci a considerarci dei “malati”. È questa la direzione in cui ci hanno dirottato in massa. Abbiamo rinunciato alla nostra libertà e dignità in cambio della mera sopravvivenza. Abbiamo abdicato alla democrazia piegandoci alla dittatura della cosiddetta “scienza”, affidando a quest’ultima il potere di decidere delle nostre vite. Eppure, la medicina non sia una scienza, ma una tecnica e non possa fornire alcuna certezza.
A proposito: chi è il responsabile della disastrosa situazione economica? Gli italiani o il governicchio italidiota, che ha costretto gli italiani a sospendere ogni attività lavorativa e a rinchiudersi a casa pur in assenza di una reale emergenza alla luce dei dati appena menzionati? Ora politicanti, televirologi, giornalisti ed intellettuali della domenica cominciano a rendersi conto di dover fare i conti con le conseguenze delle scelte effettuate? Ma chi ha sostenuto questa scelta a testa bassa alimentando una campagna mediatica a senso unico dove ogni voce che canta fuori dal coro viene censurata ed additata? Di certo non gli italiani che sono stati di fatto obbligati ad accettare una cura che si è loro imposto con il terrore virus e la retorica. Ma adesso chi paga? Ovviamente, gli italiani. E non solo dal punto di vista economico. Perché la crisi economica incombente porterà non solo tante persone a ritrovarsi disoccupate e a chiudere l’attività, ma le porterà anche verso la depressione, la malattia e infine la morte. Proprio quello che si voleva evitare con la cura. Non a caso, Confindustria prevede un calo del Pil del 10 per cento nei primi 2 trimestri rispetto all’anno scorso e del 6 per cento su base annuale.
Non è detto che la cura sia stata veramente utile, se è vero che i morti sono dovuti più all’inefficienza del sistema sanitario che al virus. In questo caso tutti i miliardi che si sono persi fermando il Paese sarebbero potuti essere meglio utilizzati proprio per migliorare la sanità. Questa scelta effettuata dal governo bis Conte non solo non eviterà la perdita di vite umane, ma causerà nei mesi a venire molti più morti di quelli che avrebbe dovuto evitare proprio per i problemi economici e sociali derivanti dalla cura.
Il principio di proporzionalità rappresenta un principio costituzionale generale che costituisce un limite all’esercizio del potere pubblico, in particolare in tema di limitazione di diritti costituzionalmente garantiti, sotto il triplice profilo dell’idoneità, della necessità e dell’urgenza. La limitazione di un diritto costituzionalmente tutelato sarebbe illegittima ove fosse carente sotto uno di questi tre profili. Ora, qual è lo scopo delle misure di restrizione delle libertà personali se non appunto evitare la diffusione del virus in modo da tutelare la salute di tutti i cittadini? Bisogna pertanto operare un bilanciamento tra libertà personali e diritto alla salute alla luce del principio di proporzionalità. Adesso appare evidente come la restrizione delle libertà personali ed il blocco economico non può affatto ritenersi percorribile in particolare nel lungo termine, in quanto inadeguata ad ottenere il risultato prefissato che è evitare la diffusione del virus e preservare la salute delle persone. Infatti, è stato ampiamente dimostrato che i contagi avvengono soprattutto negli ambienti chiusi, nell’ambito familiare e negli ospedali. Impedire alle persone di uscire di casa non è la soluzione più intelligente. Come neanche fermare il belpaese per le inevitabili conseguenze economiche e sociali. isolamento dei contagiati sul territorio e con la predisposizione di misure atte a consentire per il resto il normale svolgimento della vita lavorativa e sociale. Ancora adesso, dopo mesi di “emergenza” e di arresti domiciliari, le persone continuano ad essere lasciate a se stesse in casa senza assistenza né controlli, senza che venga effettuato alcun tampone per verificare la presenza del virus ed accertarne successivamente la guarigione. Quindi a cosa è servito fermare il Paese e gli italiani? Questo è il comportamento di uno Stato serio? Questo atteggiamento vanifica di per sé tutte le misure adottate e tutto il sacrificio fatto dagli italiani. Non per l’irresponsabilità di alcuni, ma per l’inadeguatezza dello Stato, centrale e regionale. Perché in tal modo le misure di contenimento non contribuiranno affatto a fermare la diffusione del virus, che si arresterà per conto proprio dal momento che secondo alcune stime ha ormai già infettato più di 1/3 della popolazione. Non si può chiedere alle persone di rimanere a casa limitando la loro libertà personale per tutelare la salute pubblica, se poi non si effettuano tamponi e non le si assiste. Perché è solo in questo modo che si può tutelare effettivamente la salute pubblica, e non a chiacchiere fritte come i grulpiddini.
La restrizione delle libertà personali può ritenersi legittima solo per un tempo determinato e solo ove sia strettamente necessaria per la salvaguardia della salute dei cittadini. Ma una soluzione di ripiego non può diventare una soluzione permanente, in mancanza di una seria strategia politica volta a contenere la diffusione del virus, la cui palese mancanza di fatto rende inutili le misure adottate. Una misura temporanea dettata da un momento iniziale di panico (stare a casa) non può diventare “la strategia” di lotta contro l’emergenza sanitaria, perché “non si sa cosa fare” o non si hanno le risorse. Allo stesso modo, non si può obbligare tutti i cittadini a sospendere le loro attività lavorative se poi non si è in grado di mettere in campo misure effettive ed immediate (e non solo blà blà blà) per sostenere le imprese ed i lavoratori dal punto economico e fiscale.
Non è tutto. E se il collasso del sistema sanitario fosse dovuto non solo ad errori politici e gestionali, ma anche ad errori di diagnosi di medici e virologi che hanno detto tutto e il contrario di tutto, contraddicendosi persino con se stessi? A quanto pare dalle rare autopsie che sono state fatte di recente in Italia, emergerebbe una realtà diversa da quella che gli esperti pontificavano a reti unificate. I deceduti di Covid-19 sarebbero morti per insufficienza respiratoria dovuta non a polmonite virale interstiziale, quanto piuttosto a “trombo-embolia” innescata sempre dalla risposta infiammatoria eccessiva del sistema immunitario. La terapia intensiva, l’intubazione ed i respiratori non solo sarebbero stati inutili, ma addirittura letali contribuendo significativamente al decesso dei pazienti (9 morti su 10 ricoverati in terapia intensiva). Avremmo risparmiato molte morti e si sarebbe evitato di sovraccaricare inutilmente il sistema sanitario e le terapie intensive dei vari ospedali. E quindi ci avrebbero segregati mesi a casa per cosa?
In conclusione, è evidente che le misure di contenimento adottate dal governo del Conte bis sono effettivamente, non solo incostituzionali ma anche inadeguate, irrazionali e addirittura controproducenti ottenendo proprio l’opposto del risultato proposto. Come rilevano alcune stime il contagio riguarderebbe ormai almeno un terzo della popolazione italiana, dunque è ragionevole pensare che prima o poi, il contagio si sarebbe arrestato. Le misure adottate hanno indotto povertà economica, crisi sociale e psicologica, insomma più morti in prospettiva di quelli che teoricamente si volevano evitare. Dal punto di vista psicologico, si è creata una situazione che la psicologia cognitiva chiama di “decisione in stato di incertezza” che produce sempre una serie di bias (errori) decisionali e comportamentali. Inizialmente, sono entrati in gioco due principi psicologici fondamentali, quello della “riprova sociale” e dell’”autorità”. Non sapendo come comportarsi, la politica ha semplicemente “imitato” la soluzione repressiva cinese, affidandosi all’autorità di esperti. Così è iniziato un bombardamento mediatico atto a instillare nei cittadini il terrore per il virus, con quotidiani bollettini di guerra, in modo da convincerli della gravità della situazione e che stare a casa fermando tutto il Paese fosse l’unica soluzione per salvarsi, facendo loro accettare senza alcuna protesta una restrizione delle proprie libertà, mai vista nella storia repubblicana. Ciò ha fatto leva su uno dei maggiori bias che governa la mente umana: la paura di perdere la salute e la vita. Inoltre si è utilizzata la retorica della guerra contro il virus, utilizzando il principio cardine della manipolazione di massa che è la “difesa contro un nemico” reale o immaginario (il virus).
Siamo sicuri che il diritto alla salute sia un diritto superiore agli altri diritti costituzionalmente garantiti, di fronte al quale questi ultimi possono venire sacrificati? Siamo sicuri che una vita senza libertà sia anche una vita dignitosa? La storia insegna che è molto facile perdere le libertà faticosamente conquistate, rinunciandovi a poco a poco senza accorgersene.
Siamo dinanzi ad una continua erosione della libertà delle persone e medicalizzazione della società. La libertà individuale dei cittadini è il cardine della democrazia. Una società democratica poggia le sue fondamenta sulla libertà e non vi può essere diritto superiore ad esso. Hanno già sospeso la libertà di movimento, evitando così il pericolo di manifestazioni di protesta. Stanno cercando di vietare il diritto di espressione, istituendo il “Comitato della Verità” presso il Governo che con la scusa del controllo delle fake-news effettuerà una censura nei confronti di tutte le notizie e le opinioni divergenti da quelle ufficiali.
Siamo già alla sottomissione psicologica: l’ignoranza, la visione miope e l’avidità di una classe politica corrotta. Usare la mascherina ha una doppia valenza psicologica: da un lato significa considerarsi malati, dall’altro è il simbolo di un bavaglio imposto al cittadino. Questo vuol dire che per uscire saremo tutti obbligati a indossare una mascherina, un bavaglio, un guinzaglio e infine un microchip sottocutaneo. Eppure, solo qualche mese fa tutti, compresi gli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità, sostenevano che le mascherine erano del tutto inutili, se non certe mascherine particolari e solo per gli operatori sanitari. Ora si acquistano tonnellate di mascherine e dunque sono diventate obbligatorie. Questo è il mondo in cui vogliamo sopravvivere?

https://www.camera.it/temiap/documentazione/temi/pdf/1203754.pdf?_1588279335853

https://www.youtube.com/watch?v=rjyAOtJ8Enw

Ostia, lavori alla ditta già indagata: primo atto della minisindaca Di Pillo

Affidato senza gara in somma urgenza il dragaggio del Canale dei Pescatori

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Di che cosa stiamo parlando
Ad Angelo Salzano, imprenditore arrestato nel 2013 nella maxi inchiesta che portò a galla la commistione nel X Municipio tra mafia e pubblica amministrazione, il 12 dicembre scorso la giunta grillina guidata dalla neo presidente Giuliana Di Pillo, ha affidato in somma urgenza lavori per il dragaggio del Canale dei Pescatori. Condannato in primo grado a 8 mesi per truffa e falso in atto pubblico oggi la Sama srl di Salzano percepisce ancora dal X Municipio soldi pubblici

Un appalto in somma urgenza e l’assegnazione dei lavori a un imprenditore, Angelo Salzano, condannato in primo grado per truffa e falso in atto pubblico in concorso con l’allora direttore dell’ufficio tecnico di Ostia Aldo Papalini. L’uomo a cui la giunta grillina il 12 dicembre scorso ha assegnato i lavori è lo stesso che finì nella maxi inchiesta che scoperchiò il malaffare di Ostia e la commistione tra pubblica amministrazione e mafia.

Così, in barba alla trasparenza, alla regola di ferro a 5Stelle delle gare pubbliche e del contrasto a imprenditori collusi col malaffare (così è per i giudici dell’ottava sezione penale), il primo provvedimento della giunta guidata da Giuliana Di Pillo è stato affidare lavori pubblici alla stessa ditta finita nella bufera giudiziaria che, in un colpo solo, portò in carcere per corruzione con l’aggravante del metodo mafioso, poi confermato in primo grado, Armando Spada, l’ex leader di CasaPound Ferdinando Colloca, il numero uno del municipio Aldo Papalini, l’ex maresciallo della Marina Cosimo Appeso e gli imprenditori Antonio Amore e Angelo Salzano (quest’ultimo fu l’unico a non avere contestato l’articolo 7).

Per capire ancora meglio: i lavori assegnati dalla Sama di Salzano in somma urgenza due settimane fa, sono gli stessi per cui nel dicembre del 2013 fu arrestato. Il dragaggio del canale dei Pescatori appunto, ieri come oggi. Gli interventi sono stati affidati un mese e mezzo alla ditta appaltatrice Zoldan che ha vinto un regolare bando di gara per la manutenzione triennale. Ma, il 12 dicembre la neoeletta grillina Di Pillo con una somma urgenza ha affiancato alla Zoldan, la Sama di Salzano. L’importo, come ha scoperto la capogruppo municipale di Fratelli d’Italia Monica Picca con un accesso agli atti, è minimo. Ma la sostanza è tutto.

Perché a chi professa di voler cambiare passo e assicura di chiudere le porte a dinamiche in odor di malaffare una scelta simile non si perdona. “Valutata l’urgenza dell’intervento per la salvaguardia della pubblica e privata incolumità – si legge nel documento del Municipio X – si autorizza codesta impresa a intervenire nella giornata del 12 dicembre dalle 17.30 in poi e qualora se ne ravvisasse il bisogno nelle giornate successive, in concomitanza dell’impresa Zoldan”.

L’ordinanza del 2013 con cui Salzano finì alla sbarra racconta questo: l’imprenditore “con un falso atto” redatto insieme a Papalini “riceve l’appalto per il dragaggio della Foce del Canale dei Pescatori in cui si affermava, contrariamente al vero, “a seguito di un ribasso d’asta del 12.8″ quando invece i lavori erano già stati affidati direttamente senza svolgere alcuna gara” . E ancora, nel capo d’imputazione: “Con artifizi consistenti nel simulare l’inquinamento dei fondali della foce del Canale dei Pescatori, ponevano (Salzano e Papalini, ndr) in essere atti idonei a giustificare con le procedure di somma urgenza un appalto di rilevante importo al fine di procurarsi l’ingiusto profitto del pagamento di un’attività in realtà inesistente”.

Istantaneo,

una volta acquisite la carte, l’attacco di Picca, ex candidata a Ostia per il centrodestra: “In campagna elettorale i grillini hanno sbandierato che avrebbero fatto gare pubbliche, ma alla prima occasione hanno dimostrato incapacità e dilettantismo. Di Pillo, come Raggi, predica bene ma razzola male: la neo gestione grillina fa lavorare ditte in qualche modo collegate a scandali che hanno già distrutto il nostro territorio”.

La figlia di Riina in tv: “La latitanza di papà? Andava in giro senza camuffarsi”

Maria Concetta intervistata dalle Iene racconta la vita della sua famiglia: “Non prendo le distanze da mio padre, ai miei occhi non è il mostro che vedete voi”

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La latitanza di Totò Riina? “Usciva normalmente, senza trucchi, senza maschere”. Girava anche per Palermo: “Sì, anche. Quando c’era bisogno uscivamo, per andare a fare la spesa, in farmacia”. A raccontarlo è Maria Concetta, figlia del “capo dei capi”. In un’intervista rilasciata alle Iene, che andrà in onda domenica sera su Italia 1, rivela che l’uomo ricercato numero uno d’Italia girava anche per Palermo: “Sì, anche. Quando c’era bisogno uscivamo, per andare a fare la spesa, in farmacia”.

IL COMMENTO. A chi parla la figlia di Riina. Ovvero, i segreti di papà sono al sicuro, ma i complici stiano attenti

Faceva, insomma, una “vita normale”: “Io, mio padre, mia madre e i miei fratelli siamo stati sempre insieme durante la latitanza. Non andavamo a scuola, era mia madre a farci da insegnante perché giravamo sempre, di continuo, non ci fermavamo mai. Lui diceva che per il lavoro dovevamo andarcene in un altro posto. Non lo capivamo, magari eravamo pure piccoli. Non avevamo questa percezione di una cosa brutta, negativa, tipo che fossimo braccati. Non ci diceva ‘dobbiamo scappare’ di notte oppure ‘dobbiamo allontanarci perché siamo seguiti o siamo braccati’. No, lui ci diceva con calma ‘dobbiamo andarcene’. E così facevamo le valigie e ce ne andavamo”. Non mancavano però le vacanze: “Sì, andavamo al mare. Stavamo una, due settimane”. E tutto, dice Maria Concetta Riina, senza incappare in posti di blocco: “La verità? Neanche uno, mai. Li abbiamo visti però non ci fermavano. Nella vita siamo stati magari fortunati per 20 anni. Giravamo e non ci fermava mai nessuno”.

Racconta anche che “quando ci fu la strage di Capaci l’abbiamo saputo dal tg. Eravamo tutti sul divano. Mio padre era normale, non era nè preoccupato nè felice. E non è vero, come hanno detto, che ha brindato con lo champagne”.

Maria Concetta – il cui marito è stato arrestato per truffa nei giorni scorsi – rifiuta di dare un giudizio sul padre: “Io – chiarisce – non posso prendere le distanze da mio padre, perché mio padre ai miei occhi era un’altra persona, non è il mostro che vedete voi, che vede l’Italia intera. E’ stato un buon padre. E poi penso che ci sono delle cose che in cuor mio non sono state commesse. Non lo so se era uno stinco di santo, non lo devo giudicare io, sarà il Signore a giudicarlo. L’ha già giudicato del resto, è morto il 17 novembre. Se non era uno stinco di santo sarà all’inferno, se lo era starà in paradiso. Non lo so dove sarà. Per me è

stato un buon padre. Io – sottolinea ancora – ho le mie buone ragioni per pensare che mio padre in certe cose non c’entra. Non ha potuto fare – rimarca – tutto quello da solo”. Non svela però verità occulte: “Il problema è che nel momento in cui lo dico vengo attaccata, perché mio padre ha fatto comodo a tante persone. Si è accollato tante cose che altrimenti avrebbero dovuto accollarsi altri. Era – conclude – un parafulmine”.

Ostia, nuovo blitz nel feudo degli Spada: perquisizioni e controlli a tappeto

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L’operazione, a meno di 24 ore da quella di martedì, è scattata in piazza Gasparri e nelle vie limitrofe

Ancora un blitz della polizia e dei carabinieri nel “feudo” degli Spada: perquisizioni e controlli dall’alba a piazza Gasparri a Ostia. Nel mirino della squadra mobile e del nucleo investigativo dei carabinieri ci sono 30 persone, tra cui anche alcuni esponenti del clan.
Il blitz, a meno di 24 ore della vasta operazione di martedì in cui sono state verificate 353 persone, è scattato a piazza Gasparri e nelle vie limitrofe: perquisizioni e controlli a tappeto nelle abitazioni.

L’operazione rientra nel “piano Minniti” scattato martedì mattina: «Non possiamo consentire che il litorale della capitale possa essere condizionato dalle mafie» aveva commentato il ministro dell’Interno Marco Minniti all’indomani dei cinque colpi di pistola esplosi contro la porta di Silvano Spada, cugino di Roberto, finito in carcere di massima sicurezza in Friuli perl’aggressione al giornalista Daniele Piervincenzi e il suo operatore, che secondo i magistrati è avvenuta con metodo mafioso

È morto Totò Riina, il ‘capo dei capi’. Il boss mafioso da 24 anni era al 41 bis

Il capo della mafia siciliana è deceduto alle 3,37 nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma. Gli ultimi misteri del padrino di Corleone nelle sue intercettazioni in carcere

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Alle 3,37 Totò Riina ha smesso di vivere, non è sopravvisuto agli ultimi due interventi e a cinque giorni di coma. E si è portato per sempre nella tomba i suoi segreti. “Ne dovrebbero nascere mille l’anno come Totò Riina”, ripeteva in carcere al suo compagno dell’ora d’aria, il boss pugliese Alberto Lorusso. Tre anni fa. E poi si vantava della morte di Giovanni Falcone: “Gli ho fatto fare la fine del tonno”.

• IL ‘CAPO DEI CAPI’ E LA GUIDA DAL CARCERE
La stessa fine che invocava per il pm Nino Di Matteo: “Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono”. Come sempre, manie di grandezza mafiosa, ma non solo. Il capo dei capi della mafia siciliana ha sempre perseguito una lucida strategia in carcere, quasi un’ossessione: ribadire il ruolo che ha svolto nell’Italia degli ultimi quarantanni e allontanare l’idea che sia stato un pupo, un burattino nelle mani di forze occulte annidate dentro lo Stato.

“Sono diventato una cosa immensa, sono diventato un re – sussurrava a Lorusso – se mi dicevano un giorno che dovevo arrivare a comandare la storia… sono stato importante”. Lui e solo lui, Totò Riina.  E, allora, anche la trattativa con uomini dello Stato, di cui parlò per la prima volta ai magistrati il suo pupillo Giovanni Brusca nel 1996, gli stava stretta. Lo disse chiaramente Riina agli agenti della polizia penitenziaria, mentre stava per essere portato nella saletta delle videoconferenze per assistere al processo di Palermo, di cui non ha perso un’udienza: “Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me”.

IL RITRATTO: Totò ‘u curto’, il boss che fece la guerra allo Stato

Quella voglia di esternazioni portò i pubblici ministeri di Palermo a disporre le intercettazioni dei colloqui durante l’ora d’aria, per cogliere ancora meglio i pensieri di Riina, che in carcere parlava e straparlava con il compagno di passeggiate (solo all’aperto, mai nella saletta della socialità), davanti ai giudici invece non apriva bocca. Così, microspie e telecamere hanno fatto emergere la vera natura di Cosa nostra. Che pone ancora tanti interrogativi.

Morto il boss Riina, Bolzoni: “L’uomo che ha trasformato Cosa nostra in Cosa sua”

• ORDINO’ LA MORTE DI FALCONE, BORSELLINO E DALLA CHIESA
Riina ha confermato quanto Giovanni Falcone ripeteva: ufficialmente, Cosa nostra non prende ordini da forze esterne. Ma qualcuno, in Cosa nostra, ha avuto intense relazioni con uomini della società civile, della politica e delle istituzioni. Relazioni ancora avvolte da tanti, troppi misteri. Lo diceva anche Riina.

Si vantava dell’omicidio del generale Dalla Chiesa: “Quando ho sentito alla televisione, promosso nuovo prefetto di Palermo, distrugge la mafia… prepariamoci gli ho detto, mettiamo tutti i ferramenti a posto, il benvenuto gli dobbiamo dare”. Ma in un’altra occasione, Riina precisava che Cosa nostra non c’entra niente con le carte scomparse dalla cassaforte del prefetto.

“Io ho fatto sempre l’uomo d’onore, la persona seria”, diceva. E ancora: “Io sono un gran pensante. Io sono orgoglioso di tutto quello che ho fatto”.

Lo ribadiva anche per Borsellino. Rivendicava la strage nel corso di quelle ultime intercettazioni, ma teneva a precisare: “I servizi segreti gliel’hanno presa l’agenda rossa”. E in un altro passaggio ricordava la risposta data al procuratore di Caltanissetta Sergio Lari durante un interrogatorio in cui gli era stato chiesto di suoi eventuali contatti con i servizi segreti: “Se mi fossi incontrato con questi, non mi chiamerei più Salvatore Riina”.

L’ANALISI: I misteri che verranno sepolti con lui

Nella “versione di Riina”  lui era sempre il boss duro e puro. Ma poi gettava ombre sui suoi compagni. “Mi spiace prendere certi argomenti – diceva dell’amico di sempre, parlando della stagione delle stragi – questo Binnu Provenzano chi è che gli dice di non fare niente? Qualcuno ci deve essere che glielo dice. Quindi tu collabori con questa gente… a fare il carabiniere”. Negli ultimi tempi, Riina accusava anche i fedelissimi Madonia di rapporti con uomini dello Stato: “Erano confidenti dei servizi segreti”. E pure al pupillo Matteo Messina Denaro dava del “carabiniere”.

Riina ha continuato a essere il mafioso di sempre, ha provato fino all’ultimo a dire tutto e il contrario di tutto. Per non far distinguere la verità, quella che cercano ancora i magistrati. “Bisognerebbe ammazzarli tutti”, diceva lui. “C’è la dittatura assoluta di questa magistratura”. Sono state le sue ultime parole intercettate. Adesso, molti dei segreti di Riina li conserva uno dei suoi rampolli, cresciuto accanto a lui durante la stagione delle stragi: il superlatitante Matteo Messina Denaro, ormai diventato un fantasma da quei giorni del 1993.

Ostia, dopo l’aggressione al cronista cittadini in piazza contro le mafie. Bucate le gomme a troupe di La7

l presidio in piazza Anco Marzio indetto da Libera e Fnsi dopo le botte al giornalista Daniele Piervincenzi e all’operatore Edoardo Anselmi da parte di Roberto Spada. La conduttrice Myrta Merlino denuncia su Twitter: “Nostra auto danneggiata”

Manifestazione contro le mafie e la libertà di stampa in piazza Anco Marzio a Ostia, indetta da Libera e Fnsi dopo l’aggressione al giornalista Daniele Piervincenzi e all’operatore Edoardo Anselmi da parte di Roberto Spada all’indomani del primo turno delle elezioni municipali. Centinaia di persone hanno partecipato al presidio, a cui hanno aderito anche Cgil, Cisl e Uil, e che ha raccolto adesioni bipartisan dal centrodestra al centrosinistra al M5S. Presenti anche numerosi giornalisti sotto scorta insieme con Daniele Piervincenzi, vittima dell’aggressione a Ostia. Ma al termine degli interventi dal palco su Twitter arriva la denuncia della conduttrice della trasmissione di La7 L’Aria che Tira che pubblica la foto di una gomma squarciata e spiega: “Sono ad #Ostia con @GianmariaPica alla manifestazione organizzata da Libera FNSI e dall’Ordine dei Giornalisti. Ed ecco la sorpresa che abbiamo trovato tornando alla macchina della troupe…”

“Dobbiamo fare in modo che possiamo tornare tutti a fare le domande senza essere aggrediti, a parlare di tutto. Credo che Ostia stasera stia mandando un segnale importante in questo senso e la ringrazio”, aveva detto nel suo intervento dal palco Piervincenzi.

“Né con la mafia né con i fascisti. Non siamo tutti uguali, c’è chi sta con la Costituzione e chi ne fa strage – ha detto il presidente della Fnsi Giuseppe Giulietti – Il primo saluto lo voglio fare non alle istituzioni ma ai cittadini e alle cittadine di Ostia, a tutte le associazioni che ogni giorno combattono per la legalità: qui non ci sono solo clan ma uomini e donne che ogni giorno portano avanti una battaglia per la legalità. Questa piazza deve avere una penna, la libertà di informazione è la Costituzione – ha aggiunto – ogni divisione rischia di aprire la strada ad avventure pericolose”.

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“Noi oggi parleremo di giornalisti minacciati – ha aggiunto – è fondamentale che non si spengano i riflettori, che sia accesa la scorta mediatica, che si parli non solo di corrotti ma anche di studenti e cittadini comuni, e vorrei ringraziare tutte le donne e gli uomini delle scorte che rischiano la vita tutti i giorni”. Il riferimento è alla collega di Repubblica Federica Angeli che vive sotto scorta proprio per il suo impegno professionale su Ostia.

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“Qui ad Ostia c’è una presenza di forme di illegalità di corruzione, una presenza mafiosa e io mi stupisco, piuttosto, di chi si stupisce. Si tratta di una storia che arriva da lontano: i segnali c’erano tutti e ci sono vicende giudiziarie in corso per dimostrare tutto questo. Ma qui c’è anche una marea di gente che si è mossa e si mette in gioco per fare la propria parte. Bisogna distinguere e far emergere le cose positive senza sottrarci nella denuncia delle cose che non vanno”, ha detto Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera.

In piazza anche il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e la sindaca di ROma Virginia Raggi. “Oggi era importante essere qui. Era una giornata dovuta per far sentire la vicinanza di tutti a chi è stato offeso e perchè la libertà di stampa è fondamentale. Ora però è importante tornare a ostia anche nei prossimi giorni, nei prossimi mesi e nei prossimi anni affinchè questo territorio non si senta abbandonato”, ha detto Zingaretti. “È importante essere qui perché i riflettori non si devono mai spegnere”, ha ribadito anche la sindaca di Roma Virginia Raggi. “Il X Municipio è un territorio sano e noi siamo qui a testimoniare la nostra presenza come istituzione – ha poi aggiunto – per garantire che la parte sana del decimo municipio, che c’è ed è la maggior parte, sia supportata dalle istituzioni e questo lo si fa perseguendo e applicando la legge con grande rigore”.

Il presidente del Senato Pietro Grasso ha inviato una lettera inviata al presidente dell’Fnsi sulla manifestazione alla quale, spiega, “per impegni precedentemente assunti non potrò partecipare. Voglio però che giunga fortemente a tutti voi il mio sostegno ideale all’iniziativa. Giornalisti, cittadini, istituzioni: occorre marciare insieme per difenderci da chi cerca di mettere a tacere la verità con la violenza, da chi vuole nascondere il malaffare con il sopruso”, ha scritto Grasso. Vicinanza ai manifestanti è arrivata anche  del ministro della Salute Beatrice Lorenzin:  “Sono vicina alla manifestazione che si sta tenendo in queste ore a ostia per ribadire il concetto di una necessità di avere una stampa libera, indipendente, autonoma e in grado di svolgere pienamente il proprio lavoro. È Anche l’occasione per tornare su quello che è accaduto (alla troupe televisiva della rai, ndr) e che ritengo veramente molto grave”, ha detto Lorenzin in un video pubblicato su Facebook.

Il tesoro intoccabile sottratto ai clan Ville, attici e garage restano inutilizzati. La Regione: ora usiamoli per progetti di edilizia sociale

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C’è un tesoro ancora nascosto. Poco noto e meno ancora utilizzato. Impigliato tra le maglie della giustizia e degli interminabili ricorsi e controricorsi amministrativi che i codici italiani hanno partorito negli anni. E dentro c’è un po’ di tutto: ville con piscina, rustici rosicchiati dai rovi, appartamenti più o meno appetibili, attici, garage, vecchie cascine, terreni agricoli o edificabili, capannoni, villette a schiera. Perché per i boss della ’ndrangheta e per i suoi fiancheggiatori investire i soldi dei traffici illeciti in beni materiali e durevoli è sempre stato il passaggio obbligato di una strategia criminale molto più complessa di quanto appare.

Va da se che l’Italia del Nord – in questo segmento e non solo – è stata la più grande lavatrice delle holding calabresi, regine del narcotraffico mondiale, capaci di importare tonnellate di cocaina per piazzarle nelle metropoli della pianura padana. A Torino e provincia, l’elenco è costellato di 146 «voci» (576 particelle complessive se si contano le cosiddette «pertinenze»). Il valore non è quantificabile. Ma – tra immobili, appezzamenti e denaro contante – supera ampiamente i 100 milioni di euro. Sono tutte proprietà finite nelle maglie degli 811 processi penali negli ultimi anni contro la criminalità calabrese – solo a Torino e provincia – o delle misure «patrimoniali» istruite dai magistrati della Dda e dalle diverse polizie giudiziarie sabaude, uno dei distretti più attivi del Nord che ha segnato il passo della lotta al crimine organizzato aggredendone gli immensi patrimoni.

 

UN BANDO REGIONALE

E così la Regione ha deciso che questo sconfinato tesoro debba essere riutilizzato per scopi sociali. «Vogliamo destinare le abitazioni acquistate con il denaro frutto di attività criminose ad iniziative che saranno in grado di aiutare concretamente le fasce più deboli della popolazione» – chiarisce il governatore Sergio Chiamparino. Per questo, tutti i Comuni hanno tempo fino al prossimo 30 ottobre per aderire al bando che prevede l’acquisizione e il riutilizzo di questi beni. Per adesso le risorse stanziate sono di 200 mila euro, con una quota di cofinanziamento per gli interventi a carico del Comune del 50%. Il tetto massimo assegnabile sarà di 50mila euro per ciascun intervento. «Capisco che non sia una grande somma ma, l’importante era partire e dare un segnale forte – ammette Monica Cerutti, l’assessore regionale alle Pari Opportunità -. Abbiamo innescato un circolo virtuoso che mi auguro possa far partire altri progetti in questa direzione». Tutte le domande saranno esaminate da un comitato tecnico di valutazione.

 

I SOGNI DEI SINDACI

A Paolo Biavati, il sindaco di San Maurizio Canavese la villetta confiscata ad un usuraio nel 1999 farebbe molto comodo. «Avevamo chiesto l’assegnazione un po’ di anni fa, poi tutto è finito nel dimenticatoio – riflette Biavati -. Ora pensavo di sistemare lì la sede di varie associazioni, peccato che, per rimuovere l’amianto e ripulire gli arbusti cresciuti intorno all’edificio, malcontati occorreranno 10mila euro». A Volpiano, autentica roccaforte delle famiglie originarie di Platì, (dove un bene confiscato già nel 1993 è diventato la sede dei vigili del fuoco, protezione civile con la scuola nazionale cinofili) in un alloggio mansardato, a due passi dalla tangenziale, il primo cittadino Emanuele De Zuanne spera: di costruirci «una casa rifugio per donne vittime di violenza». Perché, come ha sottolineato l’assessore regionale alle Politiche Sociali, Augusto Ferrari: «Riutilizzare i beni confiscati per fini sociali, come case rifugio per le vittime di violenza e per accogliere dei profughi rappresenta la miglior risposta che la Regione possa dare alla criminalità». E il deputato Pd Davide Mattiello plaude all’interventismo della Regione, ma precisa: «Bisogna investire sui beni confiscati senza considerare questo un costo, ma un investimento per l’intera comunità».

 

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IL TASTO DOLENTE

Molti immobili sono ancora occupati da boss e gregari dell’organizzazione. E questo accade perché – nonostante gli sforzi – l’agenzia nazionale dei beni confiscati, unico soggetto deputato a dare gambe agli sgomberi, deve smaltire migliaia di pratiche in Italia. In queste maglie troppo larghe è capitato anche che quattro alloggi riconducibili a un boss della ‘ndrangheta dalle parti dell’ospedale San Giovanni Bosco siano stati «occupati» da alcuni sbandati quando già il regime di sequestro era passato al vaglio dei giudici. È anche successo che patrimoni già confiscati in Cassazione siano stati oggetto di una richiesta di revisione da parte degli ex proprietari. Al netto delle doglianze burocratico-forensi, resta un’opportunità enorme sulla quale l’associazionismo difficilmente può fare di più.

A Ostia la mafia c’è, condannati 7 affiliati del clan Spada

ZEPPERI_VEROLI_FROSINONE_ARNALDO.jpgA Ostia la mafia c’è. Almeno secondo la sentenza emessa dai giudici di piazzale Clodio. Il tribunale chiamato a esprimersi sul processo “Sub Urbe” ha infatti condannato sette imputati del clan Spada ad oltre 56 anni di carcere. Inoltre gli imputati, ai quali è stata riconosciuta l’aggravante del metodo mafioso, saranno costretti a sborsare un il cospicuo risarcimento richiesto dalle parti civili: Libera, la Regione Lazio, Roma Capitale, l’Associazione Caponnetto, Sos impresa e le famiglie delle vittime.
“Gli episodi violenti si caratterizzano come affermazione di supremazia sul territorio. Sono espressione di una strategia articolata che vede un’organizzazione criminale su base familiare, quella degli Spada, cercare di affermarsi su Ostia”, avevano affermato i pm durante la requisitoria, al momento termine della quale erano stati richiesti 93 anni di carcere e 209 mila euro di multa.

E ancora: “Depotenziare i Baficchio. Acquisire gli ambiti criminali e territoriali dove operavano. Realizzare fatti con modalità tali da rendere palese la successione criminale”. L’omertà delle vittime, le intimidazioni, gli schiaffi umilianti in pubblica piazza, le estorsioni, le gambizzazioni, la gestione delle case popolari e le spedizioni punitive. L’antica rivalità tra i Fasciani e i Triassi, lascia il posto a quelli che un tempo erano i loro alleati: Gli Spada e i Baficchio. Gli scontri erano all’ordine del giorno. Le azioni dimostrative avrebbero il loro peso: “Dopo il duplice omicidio avvenuto in pieno giorno e in pubblica via (quello di Galleoni e Antonini ndr) – aveva spiegato in aula la procura – Massimo Cardoni è stato gambizzato proprio fuori dal supermercato che ‘proteggeva’”. Sono vicende terribili quelle raccontate dai collaboratori: “Giovanni Galleoni portò “Lelli” (Massimo Massimiani ndr) presso un garage. Giovanni aveva la disponibilità di un piccolo magazzino insonorizzato con della gomma piuma, da lui utilizzato come ‘stanza delle torture’”. Massimiani, accusato di “essere passato dalla parte degli Spada”, era riuscito a scappare. Così “dopo l’omicidio di Giovanni Galleoni il ruolo di leader nella zona della “vietta” (via Antonio Forni, una piazza di spaccio ndr) è stato assunto proprio da Massimo Massimiani”. I Galleoni furono messi in minoranza. Gli alloggi popolari diventarono terreno di scontro: “le case di diritto pubblico – continuavano i pm – vengono gestite e assegnate da chi non ha l’autorità pubblica”, per controllare le strade e “umiliare i Baficchio cacciandoli di casa”. “La sentenza riconosce l’ottimo lavoro degli inquirenti. I cittadini hanno conferma che lo Stato è pronto a dare sostegno a chi denuncia le mafie radicate sul territorio”, afferma Giulio Vasaturo, l’avvocato che rappresenta l’associazione Libera, costituitasi parte civile. “Questa è la vera mafia capitale. La regione Lazio è a fianco dei cittadini in difesa della legalità”, commenta l’avvocato Luca Petrucci, che rappresenta la Regione Lazio.

Mafia di Gela, scattano 37 arresti: in manette anche un avvocato e due carabinieri

Maxi operazione dalla Sicilia alla Lombardia e alla Germania contro il clan Rinzivillo. I militari avrebbero passato informazioni riservate ai boss.

Trentasette arresti in Sicilia, Lazio, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Germania e sequestro di beni e società per oltre 11 milioni di euro. E’ il bilancio di una  maxi operazione antimafia coordinata dalla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo e disposta dalle Direzioni distrettuali antimafia di Roma e di Caltanissetta. Nel mirino, la famiglia mafiosa di Gela, nella sua articolazione territoriale, ovvero il clan Rinzivillo.

Ci sono anche un avvocato romano e due carabinieri tra i 37 arrestati. Nei confronti dei due militari l’accusa è di accesso abusivo alle banche dati delle forze dell’ordine: in sostanza avrebbero passato notizie riservate ai membri del clan, da sempre alleato dei Madonia e con i corleonesi. L’avvocato sarebbe invece il trait d’union tra i mafiosi e i professionisti.

Delle 37 misure cautelari eseguite da Finanza, Polizia e Carabinieri nei confronti di presunti appartenenti al clan mafioso Rinzivillo a Gela, ben dieci portano la firma del gip del tribunale di Roma che, su richiesta della Dda, ha disposto l’arresto, tra gli altri, anche del boss gelese Salvatore Rinzivillo, da tempo residente nella capitale, per intestazione fittizia di società al fine di eludere la normativa antimafia in materia di misure di prevenzione patrimoniali, traffici di droga sull’asse Germania – Italia, destinati a rifornire il mercato romano ed un grave episodio estorsivo, aggravato dalle modalità mafiose. Intercettazioni ambientali e telefoniche e una serie di verifiche di natura economico-patrimoniale, hanno consentito agli investigatori di documentare tutte le fasi dell’estorsione compiuta a carico della famiglia Berti, che gestisce il Cafè Veneto, rinomato locale nella centralissima via Veneto. Non solo, ma Rinzivillo, sollecitato dal co-mandante gelese Santo Valenti, assistito da un nutrito numero di compartecipi, con il ruolo di “ambasciatori” delle richieste estorsive, ha posto pure in essere chiare minacce volte a condizionare la gestione di forniture nell’ambito del mercato ortofrutticolo di Roma.

Più nel dettaglio, anche giovandosi dei rapporti instaurati con due infedeli “uomini di Stato”, come Marco Lazzari e Cristiano Petrone, impiegati dal boss per l’acquisizione illecita di notizie sulla vittima attraverso l’abusivo accesso alle banche dati in uso alle forze di Polizia, nonchè, solo Lazzari, anche per l’effettuazione di sopralluoghi presso il Cafè Veneto, Rinzivillo e Valenti, con l’aiuto di pregiudicati e non come i romani Angelo Golino, deputato alla consegna dei ‘pizzini’ minatori, e Salvatore Iacona, che aveva la disponibilità di armi, e il siciliano Rosario Cattuto, responsabile di diretti atti intimidatori e minacce verbali, compivano atti diretti ad ottenere

dalla famiglia Berti, indebitamente, la somma di 180.000 euro.

La vittima dell’estorsione, Aldo Berti da un lato, aveva presentato una denuncia contro gli estortori e, dall’altro, al fine di dirimere la controversia, si era rivolto al pregiudicato mafioso palermitano Baldassarre Ruvolo, prima collaboratore di giustizia e poi estromesso dal programma di protezione, già appartenente alla famiglia mafiosa di Cosa Nostra dei Galatolo dell’Acquasanta di Palermo.

Con Caffeina si accendono le luci sul campo di Villanova. Attori e vecchie glorie danno il calcio d’inizio

Foto di gruppo per la Nazionale attori (in bianco) e le vecchie glorie della Viterbese
di Andrea Arena
Ore 19.13, e luce fu. L’accende il vescovo Lino Fumagalli, arrivato col quarto d’ora episcopale di ritardo (causa cresime) in questo spicchio di città tra la Cassia e i palazzoni, quartiere Villanova, una delle prime appendici di quella periferia residenziale viterbese che oggi è diventata più grande e forse pure meno verace.

“Un gol per l’oratorio”, si chiama questo sabato sera lontano dagli spritz. Siamo al campo sportivo parrocchiale, creato da don Armando Marini quarant’anni fa e oggi ereditato da don Emanuele Germani, il padrone di casa, quello che lo ha reso moderno, comodo, sicuro. E infatti oggi sono tutti qui per accendere le luci, il nuovo mirabolante impianto di illuminazione a led finanziato dalla Fondazione Caffeina (e dal suo socio della prima ora Carlo Rovelli) e pronto a risplendere. Un sistema all’avanguardia, basso consumo e grande resa, che toglierà dal buio le lunghe serate invernali dei bambini e i ragazzi che vengono a fare calcio in questo posto, anche coi colori del neonato Villanova Fc.

«Buona partita a tutti», dice sua eminenza dopo la benedizione, e si comincia a giocare, per la partita inaugurale. Da una parte, le vecchie glorie della Viterbese: una carrellata di ex giocatori che attraversa gli anni Ottanta (Aspromonte, Bettiol, Coletta, Carbone, Checco Arcangeli, Siddi, Turchetti, Proietti Palombi), accarezza i Novanta (Fimiani, Del Canuto, Barbaranelli, Guernier, Valentini) e sfonda nei Duemila (Riccardo Bonucci, Ingiosi, Santoruvo). Dall’altra, la Nazionale italiana attori, squadra itinerante che si muove per scopi benefici e che per l’occasione schiera reduci dai vari reality come Brice Martinet e Andrea Preti, attori come Fabrizio Rocca, sportivi come Stefano Pantano (idolo della spada olimpica) e registi come Giulio Base. Allenatore, l’ex portiere della Lazio Fernando Orsi, detto Nando. Tutti, comunque, applauditissime dalle ragazzine (e dalle mamme) in tribuna, che evidentemente conoscono le loro gesta. L’arbitro è viterbese: Rinaldo Menicacci, assistenti Prota e Pepponi.

Inni nazionali – quello pontificio per primo – saluto delle autorità e della ex miss Italia Alice, fotografatissima, spettacolo degli sbandieratori e della banda musicale di Bassano in Teverina, e via, si gioca. Passano tre minuti e la Viterbese è in vantaggio: segna Vincenzo Santoruvo, e nella testa del tifoso nostalgico si aprono praterie di ricordi e di illusioni. Per gli attori, pareggia Fabrizio Romondini, che in realtà è un ex calciatore pure lui, ed ex gialloblu pure (pochi mesi nella prima squadra della gestione Camilli, cinque anni fa). La storia che s’incrocia, si mischia con le prime gocce di pioggia, prima che si perda il conto dei gol, in una serata in cui il risultato non conta, ma conta solo la luce.