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Coronavirus Muore medico di famiglia a Lodi

La Calabria chiude i battenti: fino al 3 aprile non si potrà né uscire, né entrare nella Regione. La presidente della Calabria, Jole Santelli ha firmato una ordinanza “che prevede, con decorrenza immediata e fino al 3 aprile 2020, il divieto di ogni spostamento delle persone fisiche in entrata e in uscita dal territorio regionale”. Saranno permessi solo “spostamenti derivanti da comprovate esigenze lavorative legate all’offerta di servizi essenziali oppure per gravi motivi di salute”.

Muore medico di famiglia a Lodi

Da Nord a Sud c’è preoccupazione per i contagi. Nel Nord del paese l’elenco delle vittime del Covid-19 è in  continuo aggiornamento. Mentre il sindaco di Cremona, Gianluca Galimberti, annuncia di  essere positivo al coronavirus e in quarantena, si registra un altro lutto fra i camici bianchi. La Federazione nazionale Ordini medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo) fa sapere che Andrea Carli, medico di base a Lodi, morto il 19 marzo, è l’ultimo nome che si aggiunge all’elenco dei dottori deceduti per coronavirus in Italia. Secondo l’ultimo aggiornamento, le vittime sono salite a 18.

Due coniugi deceduti a poche ore di distanza

A poche ore di distanza sono morti in ospedale a poche ore di distanza, al San Matteo di Pavia, senza nemmeno potersi dire addio e senza poter salutare i figli. La storia di due coniugi di Garlasco, riportata oggi da La Provincia Pavese. Il virus aveva colpito la coppia due settimane fa: lei, infermiera, aveva 64 anni, lui, agricoltore, 66. La figlia di 28 anni è positiva ed è ricoverata in ospedale in quarantena, il figlio è in isolamento in Toscana dove lavora.

Allarme anche ad Agrigento per un focolaio di coronavirus che si è sviluppato dal reparto di cardiologia dell’ospedale San Giovanni di Dio. Un’ausiliaria è risultata positiva al test. Analogo esito, dopo la morte, per un paziente settantenne che era ricoverato dal 25 febbraio scorso ed era stato sottoposto a coronarografia dal medico di Emodinamica che poi si è scoperto essere pure lui positivo al Covid-19. Prima di questi tre casi, era risultata positiva una donna di 76 anni ricoverata per problemi cardiaci e poi rivelatasi contagiata pur non avendo quasi nessun sintomo.

Bergamo: aereo militare porta nuovi letti per la terapia intensiva

Alle 2 di questa notte è arrivato all’aeroporto di Bergamo, Orio al Serio, un C-130 dell’Aeronautica Militare Italiana con 16 letti di terapia intensiva che saranno smistati negli ospedali più in difficoltà della Bergamasca, epicentro dell’epidemia di Coronavirus. Il velivolo è partito alle 18.30 di ieri da Pisa diretto a Dusseldorf in Germania per poi tornare in Italia stanotte con le unità di cura intensiva fatte da letti e monitor.

L’operazione umanitaria è promossa dalla Hope Onlus che ha chiesto al ministero della Difesa l’uso dell’aereo militare per trasportare i 16 ventilatori polmonari acquistati. La no profit, peraltro, ha già donato 7 ventilatori polmonari e ne donerà altri 26 nei prossimi giorni. Fra domani e martedì donerà e consegnerà personalmente 11 ecografi portatili agli ospedali di prima linea lombardi. I ventilatori importati stanotte dalla Germania erano fermi da 4 giorni all’aeroporto di Dusseldorf, a causa della riduzione dello spazio aereo commerciale privato.

Voli con aiuti da Cina, Cuba e Russia

Alitalia ha predisposto, in coordinamento con il Dipartimento della Protezione Civile, il primo di una serie di voli merci con la Cina per il trasporto di materiale sanitario necessario per la gestione dell’emergenza Covid-19 da parte delle strutture ospedaliere nazionali. Impiegherà un Boeing 777-300ER, il velivolo con maggiore capacità di carico della Compagnia, che decollerà mercoledì prossimo per Shanghai e tornerà a Roma giovedì 26 marzo con stivati ben 160 metri cubi di forniture medicali, tra le quali circa 3 milioni di mascherine protettive. E’ previsto in serata a Milano Malpensa l’arrivo della delegazione composta da 37 medici e 15 infermieri cubani per i quali Alitalia ha organizzato il viaggio da L’Avana all’Italia, accogliendo la richiesta della Presidenza del Consiglio e della Protezione Civile.

Mentre le forze aerospaziali russe hanno completato la formazione del contingente necessario per trasportare in Italia otto brigate mobili di medici militari, veicoli speciali per la disinfezione e altre attrezzature mediche, così come annunciato dal presidente russo Vladimir Putin al premier Giuseppe Conte.

Il primario di Codogno: “Ore decisive, se il contagio si allarga sarà dura”

LODI – “Stiamo facendo il conto alla rovescia. Monitoriamo minuto per minuto i nuovi contagi nella zona rossa e nelle aree confinanti: ci aspettano altri due giorni con il fiato sospeso per capire se qui la grande ondata dell’epidemia è passata e quando arriverà nel resto della Lombardia. Stefano Paglia, 49 anni, è il primario dei pronto soccorso di Codogno e di Lodi.

La frontiera del coronavirus in Italia, ormai allargata agli ospedali di Seriate, Cremona, Crema, Bergamo e Piacenza, passa qui. Il cosiddetto “paziente uno” del Covid-19, grazie all’intuizione di una anestesista, è stato individuato a Codogno dodici giorni fa. Dal 20 febbraio Paglia non lascia il reparto. A Lodi lotta in silenzio con medici e infermieri a cui il Paese guarda quale presidio estremo della forza morale collettiva. All’inizio sono finiti pure sotto accusa e la Procura lodigiana è stata costretta ad aprire un’inchiesta, considerandoli però “vittime”. “Nessuna amarezza – dice – la coscienza è a posto. La verità è che a Codogno, grazie a una straordinaria e anonima dottoressa con qualità cliniche di altissimo livello, l’Italia ha scoperto l’epidemia. Ha avuto il tempo per reagire e può tentare di limitarne le conseguenze. L’inchiesta così potrebbe perfino farci scoprire cose interessanti”.

erché fino a oggi lei ha preferito tacere?
“Come ogni altro medico travolto dall’emergenza, penso solo a chi si ammala”.

Cosa è successo a Codogno?
“Il cosiddetto “paziente uno” all’inizio aveva i sintomi classici di un’influenza e per due volte ha negato relazioni sospette con la Cina. Non rispondeva alle terapie ed essendo giovane era stato invitato invano a rimanere in ospedale sotto osservazione. Si è ripresentato il 19 notte, la polmonite si era aggravata, nessun farmaco funzionava. Nel primo pomeriggio di giovedì 20, dopo il trasferimento dalla medicina alle terapie intensive, si è accesa la lampadina all’anestesista che ha salvato tutti dalla catastrofe”.

Quanto tempo è passato prima che scattassero le misure anti-contagio?
“La mia collega, forzando il protocollo, ha fatto fare il tampone. Prima ancora di avere conferme, personale e reparti sono stati messi in sicurezza”.

Perché allora l’ospedale di Codogno si è rivelato focolaio del Covid-19?
“Nell’area il coronavirus, senza poter essere individuato, girava almeno da gennaio. A fine dicembre, anticipando il piano di sovraffollamento invernale, avevo aumentato a 18 i letti dell’osservazione breve intensiva. I medici di base registravano un boom di polmoniti: ci siamo preparati senza aspettare i finanziamenti”.

Perché tanti medici e infermieri sono stati contagiati?
“Dopo il primo caso, per tre giorni siamo rimasti senza tamponi. Pur di circoscrivere il focolaio dentro l’attuale zona rossa, sono stati fatti a tappeto. I laboratori del Sacco di Milano e del San Matteo di Pavia si sono intasati. Chi lavora negli ospedali, ha dato la precedenza ai pazienti. L’equivoco è confondere la generosità per un errore”.

Qual è oggi la priorità?
“Quella del primo giorno. Rallentare il contagio per salvare Milano, le grandi città della Lombardia e il resto del Nord Italia”.

Cosa intende dire?
“Se a Milano, Bergamo e Brescia la percentuale di positivi nei prossimi giorni raggiungerà quella del Basso Lodigiano e ora della Bergamasca, l’organizzazione sanitaria finirebbe sotto forte stress. Per fortuna chi deve sapere, lo sa”.

Cosa la preoccupa di più?
“Non sono preoccupato e le persone non devono allarmarsi. L’importante è capire che il sacrificio fatto dentro la zona rossa e lungo la cintura sanitaria creata attorno a Milano, ha un senso e può accelerare la ripresa della salute e di una vita normale. I miei colleghi in Lombardia lo sanno e già stanno facendo ciò che serve”.

Che cosa?
“Dobbiamo tenere duro ancora un paio di giorni. Tra domani e venerdì nella zona rossa scadono le due settimane di quarantena. E’ un termine cruciale per capire il comportamento del coronavirus. Faremo i conti e analizzeremo la tendenza. Anche Milano e l’Italia sapranno qualcosa di più su quanto ci aspetta”.

Perché dice che serve tempo?
“Per organizzarci. C’è bisogno di personale e di apparecchiature. Ma soprattutto di completare la riorganizzazione di strutture e reparti, per non intasare le terapie intensive. I colpiti da Covid-19 non devono entrare a contatto con gli altri pazienti. Se il piano non funzionerà si profilano misure forti per tutto il Settentrione.

Perché il pronto soccorso di Codogno non ha ancora riaperto?
“Come l’intera zona rossa, focolaio dell’epidemia, può rivelarsi anche la prima area virus-free. E’ stata colpita prima e dovrebbe pure guarire prima. L’ospedale di Codogno è stato sanificato ed pronto ad essere strategico quando arriveremo alla fase due della lotta”.

Resta l’emergenza medici e infermieri?
“Fino alle 17 di ogni giorno non sappiamo chi tra noi potrà lavorare il giorno dopo, chi finirà in quarantena, chi ricoverato. Forse all’esterno sfugge l’eccezionalità della situazione. Per ora, grazie ai sostituti, meglio concentrare le forze a Lodi”.

Può fare una previsione?
“No. Dobbiamo assolutamente rallentare il contagio e continuare a riorganizzarci per aumentare gli spazi riservati, a vari livelli, al Covid-19. La fase più assurda forse è passata, ma davanti potremmo misurarci con quella più drammatica. Lavorando con la testa però dimostreremo che la scienza guarisce”.

L’appello da Pd e Italia Viva: “impegno straordinario per tutelare la salute delle persone

Un appello condiviso tra una deputata di Italia Viva, Lisa Noja – che è stata delegata del sindaco di Milano per le politiche sull’accessibilità – e dell’europarlamentare Pd Pierfrancesco Majorino, che sempre a Milano è stato per anni assessore alle Politiche sociali. Insieme, in questi giorni di emergenza coronavirus, si rivolgono alle istituzioni per chiedere interventi e politiche urgenti e importanti che mettano al riparo chi – stando ai dati medici e scientifici – è più esposto a un eventuale contagio avendo meno difese immunitarie. Ecco il loro appello.

In questi giorni, molto duri e difficili, il nostro Paese si sta trovando ad affrontare due priorità urgenti: prevenire il rischio di un’emergenza sanitaria legata al COVID19 ed evitare le conseguenze dannose per l’economia italiana e, in particolare, per le zone interessate dal contagio.  Tutte le istituzioni, a livello nazionale, regionale e locale, stanno compiendo un grande sforzo unitario in tal senso e, ancora una volta, riconosciamo con profonda gratitudine la dedizione e l’impegno dimostrato dal personale sanitario e da tante realtà del terzo settore e del volontariato che, anche in questa occasione, dimostrano il profondo senso di solidarietà che rafforza il nostro Paese.

Con il passare del tempo si rende sempre più evidente quanto gli esperti indicano da settimane: il nuovo coronavirus può colpire in modo grave le fasce della popolazione più debole (persone anziane, con disabilità grave o con patologie pregresse, immunodepressi). Per questo, da membri delle istituzioni impegnati da tempo sul fronte della difesa delle persone più fragili, condividiamo pienamente gli appelli di queste ore ad assumere ogni iniziativa utile per sostenere il mondo dell’impresa e del lavoro colpito dall’emergenza, ma desideriamo anche richiamare l’attenzione di tutti sulla necessità di organizzare misure di tutela e protezione delle persone che rischiano di essere maggiormente esposte ai rischi del COVID19.

Sono persone che, spesso, già si trovano a vivere in condizioni di solitudine e grande difficoltà e che, proprio in momenti difficili come questo, possono temere di sentirsi abbandonate. Sappiamo che il Governo, le Regioni, gli enti locali e le articolazioni della Protezione Civile si sono adoperate e stanno agendo di concerto per dare risposte tempestive ai bisogni di questi nostri concittadini e concittadine. Potrebbe, però, essere necessario uno sforzo ulteriore e strutturato per affrontare le prossime settimane, assicurando una più ampia assistenza anche domiciliare e presidi di tutela volti a garantire alle persone più fragili la possibilità di proseguire serenamente la loro vita quotidiana. In altre parole occorre continuare a garantire anche ogni supporto necessario alle realtà del Terzo Settore e del volontariato che ogni giorno assistono e accompagnano chi è in maggiore difficolta e che devono poter continuare a operare in sicurezza e tranquillità. E si deve anzi far sì che quelle reti (che spesso intervengono attraverso convenzioni con le istituzioni e quindi attraverso investimenti di risorse) possano essere ulteriormente rafforzate.

Lodi, droga e corruzione in carcere: 19 arresti nell’operazione “Akron”

Coinvolti 5 detenuti, un’infermiera e un agente di polizia penitenziaria

inque detenuti, un’infermiera e un agente della polizia penitenziaria coinvolti: l’operazione “Akron” della Polizia di Stato di Lodi è nata da una segnalazione dell’Amministrazione Penitenziaria della locale Casa Circondariale alla Procura della Repubblica, e ha portato a 19 arresti.
Tutto è iniziato durante un controllo di routine nelle celle dei detenuti dove sono stati trovati, oltre a modiche quantità di droga, dei bigliettini che hanno consentito di rilevare una sistematica e diffusa attività di corruzione messa in atto dai detenuti con la complicità di un assistente capo della Polizia penitenziaria e di una addetta all’infermeria del carcere.

Lodi, droga e corruzione in carcere: 19 arresti nell'operazione "Akron"

Uno dei bigliettini scoperti dalla polizia penitenziaria

I denenuti, grazie ai loro favori, riuscivano ad introdurre e commerciare all’interno del carcere stupefacenti, cellulari e schede Sim Card prepagate e intestate a prestanomi. Utilizzando i cellulari i detenuti stabilivano contatti all’esterno del carcere, per impartire ordini e gestire il traffico di droga sia all’interno che all’esterno della struttura.
Le intercettazioni dei telefoni, inoltre, hanno portato all’identificazione di due detenuti in relazione ad una violenta aggressione compiuta all’interno della Casa Circondariale ai danni di un altro carcerato, “reo” di aver mancato di rispetto. La vittima, per le gravi ferite riportate, ha dovuto subire l’asportazione della milza

Lodi, droga e corruzione in carcere: 19 arresti nell'operazione "Akron"

L’infermiera coinvolta nelle indagini

I provvedimenti di custodia cautelare ipotizzano i reati di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, traffico di sostanze stupefacenti e lesioni personali gravissime