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Avv. Eugenio Zappalà, Legal Problem Solving, Diritto di Famiglia e tutela anti violenza psicologica in Milano

Nato a Palermo nel 1970. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università Statale di Milano ed iscritto all’Ordine degli Avvocati di Como. Titolare dell’omonimo Studio Legale, si occupa di Diritto Penale, Diritto di Famiglia, Diritto delle assicurazioni, Recupero Crediti, Protezione del patrimonio nel passaggio generazionale, Trust e Contratti.
Iscritto all’albo degli Amministratori di Sostegno e, dei Difensori d’Ufficio per la Difesa penale presso il Foro di Como. Nel 2010 ha conseguito la qualifica di Mediatore Civile e Commerciale. Inizia subito dopo a collaborare quale Delegato per la Regione Lombardia di un noto Organismo di Mediazione.
Nel gennaio 2011 fonda insieme ad altri soci l’Organismo Internazionale di Mediazione e Arbitrato – eMediation – ove ricopre la carica di Vice Presidente, che lascerà nel dicembre 2011, per sviluppare, insieme a nuovi soci, il progetto Cult Mediation, di cui è ideatore e fondatore, e riveste la carica di Responsabile dell’Organismo di Mediazione.
Nell’ambito della mediazione civile, ha collaborato con la Casa Editrice CEDAM alla stesura di alcuni capitoli del testo: LA MEDIAZIONE – a Cura di G. Cassano – S. De Franciscis – C. De Luca – L.Giannone. Contribuisce quale responsabile di Cult Mediation Srl alla fondazione del Comitato ADR & Mediazione
nel 2013.
Vanta numerosi interventi in convegni e conferenze a livello internazionale.
Oltre alla pubblicazione di altri articoli in varie riviste cartacee ed on line, nell’ambito delle ADR e ad
alcuni interventi di docenza in ambito di ADR per Istituti di formazione pubblici e privati.
Avvocato penalista e familiarista, resosi conto nel 2013 della crescente diffusione del fenomeno della
manipolazione emotiva e dei suoi spesso gravi effetti spiegati all’interno di ogni forma relazionale,
dalla coppia al lavoro, nonché della necessità di intervenire anche a tutela dei minori, in via
preventiva, ha ideato e fondato l’Associazione “La Volpe Nascosta – Smascherare e difendersi dalla Manipolazione Emotiva”, di cui è ad oggi il Presidente.

Ha ideato e contribuito alla redazione, insieme agli altri soci fondatori dell’Associazione, del primo “Prontuario sulla Manipolazione Emotiva” in versione e-book, come prima guida pratica alla lotta contro la violenza psicologica, riservato ai soci dell’associazione, con prefazione della d.ssa Cinzia Mammoliti, criminologa specializzata in violenza psicologica.

Nel 2015 è stato Referente Territoriale per Como dell’Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani A.M.I.
Da Novembre 2015 è Representative 2016 per la Camera di Commercio Italia Emirati Arabi Uniti ai fini di agevolare la diffusione del Made in Italy nel territorio emiratino, in vista di EXPO 2020 DUBAI.

Nel 2018 è socio fondatore della Società Beez-Net Srls, network multidisciplinare di professionisti dedicato alla consulenza per le MPMI.

Via Cappuccini, 14 20122 Milano
ezappala@studiolegalezappala.com
Conferisce in Inglese, Tedesco, Francese e Spagnolo.

Diritto all’oblio: l’importanza storico-sociale dell’archivio hai fini di de- indicizzare

cancella-una-notizia-da-google-2048x456In determinati casi il riconoscimento del diritto all’oblio in merito alla pubblicazione di un articolo giornalistico comporta la necessità di trovare un punto di equilibrio tra gli interessi contrapposti (quelli del titolare del sito di un archivio giornalistico e quelli del titolare del dato, non più accessibile dai comuni motori di ricerca) e dovendo considerare la permanenza dell’interesse alla conservazione del dato in ragione della rilevanza storico-sociale delle notizie di stampa, la semplice deindicizzazione dell’articolo (ed il conseguente aggiornamento dei dati) può essere ritenuta una soluzione soddisfacente.

La Corte di Cassazione, prima sez. civile, con l’ordinanza n. 7559/2020 (testo in calce) in esame ritorna sulla tematica di grande interesse del riconoscimento del diritto all’oblio con particolare riferimento al giusto contemperamento tra liceità dell’archiviazione on line di articoli giornalistici per finalità storiche con l’esigenza di garantire che i fatti narrati siano contestualizzati rispetto ai successivi sviluppi delle corrispondenti vicende.

Nel caso di specie, in particolare, il ricorrente non è soddisfatto della decisione del giudice di primo grado che ha imposto la sola deindicizzazione di un articolo relativo ad un proprio congiunto ritenuto lesivo dell’immagine e fuorviante, ma pretende la cancellazione di quell’articolo dall’archivio storico del giornale.

La Suprema Corte, dopo un’attenta ed approfondita disamina della giurisprudenza in materia, respinge il ricorso e si dichiara assolutamente in linea con le argomentazioni del tribunale territoriale che esclude la violazione del diritto all’oblio sulla base di tutta una serie di argomentazioni che comportano nello specifico un bilanciamento tra i diritti del singolo e quelli della collettività.

In particolare il tribunale di Milano ritiene che una soluzione di ragionevole compromesso può essere proprio quella adottata con i provvedimenti che impongono la deindicizzazione degli articoli sui motori di ricerca generali, la cui conseguenza immediata è che l’articolo e la notizia controversa sono resi disponibili solo dall’attivazione dello specifico motore di ricerca all’interno del quotidiano. Tale semplice limitazione consente all’interessato di vedere estromesso dal dato che lo riguarda azioni di ricerca mosse da ragioni casuali o, peggio, futili. Tanto trova applicazione nell’ipotesi in cui il dato personale di cui si discute mantenga un apprezzabile interesse pubblico alla sua conoscenza, da valutarsi e da ritenersi sussistente in funzione non solo della perdurante attualità del dato di cronaca, ma anche in presenza del solo assolvimento del valore documentaristico conservativo proprio dell’archivio, sia pure integrato dagli aggiornamenti prescritti dalle Autorità intervenute in tema.

E’ fondamentale operare un bilanciamento degli interessi contrapposti – diritto al controllo del dato, diritto all’oblio del titolare dei dati personali e diritto dei cittadini ad essere informati – laddove, nel caso di specie, prevale, ex art. 21 Cost., il diritto della collettività ad essere informata con il conseguente diritto dei mezzi di comunicazione di informare in tutti ì casi in cui il dato sia trattato correttamente e permanga nel tempo l’interesse alla sua conoscenza secondo i profili indicati.

Secondo la Corte non è corretto individuare il sorgere del diritto all’oblio quale conseguenza automatica del trapasso del soggetto interessato. Allo stesso modo il mero trascorrere del tempo non comporta, ex se, il venir meno dell’interesse alla conoscenza del dato di cronaca, criterio che, se opzionato comporterebbe la non pertinenza di scopo di ogni archivio di stampa, cartaceo o informatico che sia.

L’interprete deve valutare se la compressione del diritto alla reputazione dell’interessato (definita da Cass. n. 5525 del 2012 “immagine sociale”) derivante dal perdurare del trattamento dei dati giornalistici/d’archivio comporti, in una concreta fattispecie, un sacrificio non giustificato dal corrispondente interesse alla conoscenza del dato da parte della collettività.

In altri termini, sussiste ex art. 21 Cost., un generale diritto alla conoscenza di tutto quanto in origine lecitamente veicolato al pubblico, con conseguente liceità del fine del trattamento dei dati personali contenuti in archivio; tale diritto incontra un limite, in applicazione dell’art. 11 del d.lgs. n. 196 del 2003 (l’ordinanza per ragioni di carattere temporale fa ancora riferimento alla normativa precedente) nelle fattispecie in cui la permanenza del dato nell’archivio informatico, per la sua potenziale accessibilità, non paragonabile a quella di una emeroteca, comporti un tale vulnus alla riservatezza dell’interessato da minarne in misura apprezzabile l’esplicazione dei diritti fondamentali della persona in ambito relazionale.

La Suprema Corte con riferimento al caso di specie ritiene che giustamente il tribunale milanese alla stregua dei suddetti principi, ha sottolineato che, nel caso in esame, emerge in tutta evidenza che il dato personale, derivante da attività di cronaca giudiziaria legittimamente esercitata, aveva ad oggetto l’attività imprenditoriale del defunto, azionista di riferimento di società industriali di rilievo nazionale e, in particolare, di condotte ritenute di potenziale rilievo penale, commesse al fine di mantenere/acquisire il controllo del gruppo societario. Di conseguenza nel bilanciamento dei contrapposti interessi sussiste e permane l’interesse della collettività, ed in particolare del mondo economico, di “fare memoria” di vicende rilevanti per un soggetto che si presenta come primario centro di imputazione di interessi economici considerevoli per la collettività.

In definitiva, quindi, l’avere la società editrice provveduto alla deindicizzazione ed allo spontaneo aggiornamento dell’articolo in questione è stato ritenuto dal giudice a quo come soluzione idonea a bilanciare i contrapposti interessi in gioco, conservandosi il dato pubblicato, ma rendendolo accessibile non più tramite gli usuali motori bensì, esclusivamente, dall’archivio storico del giornale ed al contempo garantendo la totale sovrapponibilità, altrimenti irrimediabilmente compromessa, fra l’archivio cartaceo e quello informatico del medesimo quotidiano, nonché il diritto della collettività a poter ricostruire le vicende che avevano riguardato il controllo dell’impresa.

Secondo la Suprema Corte le argomentazioni del tribunale territoriale sono del tutto aderenti al dettato legislativo oltre che agli orientamenti giurisprudenziali in materia (v. Cass. n. 5525/2012; Cass. n. 13161/2016) posto che ha correlato la permanenza nell’archivio storico del giornale alle particolari esigenze di carattere storico/sociale insite nelle notizie oggetto di causa.

La Corte di Cassazione ricorda, peraltro, che la protezione normativa dell’archivio giornalistico sta cominciando a formare oggetto di attenta considerazione da parte del legislatore: basti pensare a quanto sancito nel Regolamento UE n. 2016/679 in cui sono state inserite norme (art. 9, par. 2, lett. j) finalizzate alla tutela delle attività di archiviazione nel pubblico interesse di ricerca scientifica o storica o a fini statistici.

Il diritto all’oblio subisce delle limitazioni art. 17, par. 3, lett. d) nelle ipotesi in cui il trattamento dei dati sia necessario “a fini di archiviazione nel pubblico interesse, di ricerca scientifica o storica o a fini statistici conformemente all’art. 89, paragrafo 1, nella misura in cui il diritto di cui al paragrafo 1 rischi di rendere impossibile o di pregiudicare gravemente il conseguimento degli obiettivi di tale trattamento”. L’art. 89, infine, al paragrafo 1, prende in considerazione garanzie adeguate per i diritti e le libertà dell’interessato mediante l’adozione di misure tecniche ed organizzative che possano garantire il rispetto del principio della minimizzazione dei dati. Una parte del Regolamento (il titolo VII) è poi dedicata appositamente al trattamento a fini di archiviazione nel pubblico interesse, di ricerca scientifica o storica o a fini statistici con la finalità di garantire la conservazione di quei dati che siano decisivi per la “memoria” della società.

La Suprema Corte conclude che nella fattispecie in esame la necessità di trovare un punto di equilibrio tra gli interessi contrapposti (quelli del titolare del sito dell’archivio e quelli del titolare del dato, non più accessibile dai comuni motori di ricerca) è stata ritenuta adeguatamente soddisfatta dalla deindicizzazione, unita allo spontaneo aggiornamento dei dati da parte del titolare del sito, considerata dal tribunale milanese come misura di protezione del singolo ponderata ed efficace, mentre l’intervento di rimozione sull’archivio storico informatico si sarebbe rilevata eccessiva e penalizzante così da danneggiare il punto di equilibrio degli interessi predetti. Di conseguenza, secondo la Cassazione, il giudice di merito nel considerare la permanenza dell’interesse alla conservazione del dato in ragione della rilevanza storico-sociale delle notizie di stampa, non ha violato le norme di legge anche in ragione delle cautele concretamente adottate e volte alla deindicizzazione della notizia dai siti generalisti.

CASSAZIONE CIVILE, ORDINANZA N. 7559/2020 >> SCARICA IL TESTO IN PDF

Intervista al fondatore Privacy Garantita, rimuovere dati sensibili dalla rete oggi è possibile

Oggi per la rubrica dedicata al business abbiamo incontrato il reputation manager Cristian Nardi, fondatore della piattaforma web che si occupa del delicato compito di rimuovere contenuti indesiderati dal WEB.

 

Un’attività che sta diventando indispensabile per molti individui e professionisti: stiamo parlando della web reputation o meglio comunemente chiamata gestione reputazione Online. Con questa intervista vogliamo mettere a fuoco alcuni aspetti fondamentali della gestione della reputazione lasciando spazio ad un esperto in materia di rimozione di contenuti lesivi dalla rete.privacy garantita Vorrei iniziare nel rivolgere a Cristian questa prima domanda: cosa è privacy garantita?C.N Ci tengo a specificare che Privacy Garantita è stata pensata per rispondere ad un aspetto fondamentale che i greci definivano con la parola “anánki” quello che oggi traduciamo con il termine “necessità”, ed è proprio sulla base di questa necessità che nasce questo servizio, che ci ha permesso di comprendere, tra le tante cose, la complessità e le difficoltà che tanti imprenditori ed altre categorie affrontano ogni qual volta entrano in contatto con i media online. D’altronde, il nostro slogan di www.privacygarantita.com è “la reputazione prima di tutto”.Quanto è importate oggi la reputazione?C.N.

Determinate, basta immaginare che un datore di lavoro o un istituto di credito prima di prendere qualsiasi decisione su un possibile candidato o finanziamento da concedere tiene molto conto di ciò viene riportato in rete: le informazioni trovate nel web potrebbero influenzare positivamente o negativamente qualsiasi scelta.web reputation Qual è l’errore più grande che si commette quando si tenta di autogestire la propria reputazione online?C.N.  La gestione della reputazione è una cosa molto seria, improvvisarsi in questo settore non è così semplice, ci sono dinamiche ed imprevisti che possono causare danni irreparabili, oltre al fatto che sarebbe molto difficile e dispendioso in termini di tempo per qualcuno che non ha familiarità con SEO (acronimo inglese di Search Engine Optimation ovvero tutte le attività volte a migliorare il posizionamento dei risultati sui motori di ricerca nel web) o meglio ancora con strumenti legali, ecco perché in molti casi la cura migliore è la prevenzione. Voglio ricordare che essere ben posizionati nelle prime pagine di Google è strategico poichè il 96% delle persone non guarda oltre la prima pagina dei risultati, quindi, gestire la prima pagina su Google è fondamentale.Chi dovrebbe essere interessato a contattare la vostra società?C.N. La gestione della reputazione Online per molti aspetti riguarda tutti: privati professionisti, aziende, medici, manager, personaggi dello spettacolo ecc, poiché  tutti hanno il diritto di difendere l’onore e la propria reputazione, quindi la cura dell’immagine on line in un’era così tecnologica è fondamentale.

Purtroppo, c’è da dire che in Italia la tendenza è quella di correre ai ripari solo quando il danno è già stato fatto, tutto sotto gli attenti occhi dei dipendenti, dei partner e dei potenziali clienti.  Cioè in altri termini quando qualcuno digita il tuo nome su Google verificando i contenuti “sfavorevoli”, la prima cosa che scatta in automatico nella mente è di evitare qualsiasi rapporto professionale con la persona lesa.  In effetti la nostra azienda è nata per fare fronte a questo tipo di situazioni ed emergenze dove ad avere la peggio è l’immagine. Cerchiamo di dare informazioni accurate e aggiornate condividendo la nostra esperienza nel settore del web reputation.  Nel nostro nuovo sito potete trovare i servizi ed altri approfondimenti ovvero un’ opportunità per conoscere meglio il nostro modus operandi. Basta sfogliare le pagine nella sezione  CHI SIAMO per sapere chi siamo e cosa facciamo.

In che modo un’azienda o un individuo può trarre vantaggio dai vostri servizi?C.N.  Vuoi diventare un leader in un qualsiasi settore? o essere tra le prime pagine di Amazon con la vendita di un prodotto? Esiste un modo e noi possiamo farlo, questa è la nostra ricetta. Come ho detto pocanzi viviamo in un’epoca dove la presenza online sta diventato rilevante, sempre più persone utilizzano i motori di ricerca per fare business online, per offrire suggerimenti al consumatore e per avere un’idea di un qualsiasi soggetto o società.Quanto tempo occorre per riparare ad un danno d’immagine?C.N Ogni caso è unico e dipende dalla gravità del danno, a tutti piacerebbe che le notizie negative potessero sparire in una notte ma non è così. La maggior parte delle reputazioni online può migliorare su una tempistica di 6-12 mesi.Qual è il miglior consiglio che potresti dare a qualcuno che inizia a muovere i primi passi verso il web reputation?C.N Non mi sento di dare un consiglio vero e proprio, ma è fondamentale far comprendere alle persone “nel vero senso della parola” che quando si tratta di reputazione online stiamo parlando di un mondo “virtuale” dove tutto è “potenzialmente” possibile: aziende come la nostra sono specializzate nel riparare i danni subiti a seguito di una lesione dell’immagine, sotto questo punto di vista ci sono molte aziende SEO o PR che affermano di fare “gestione della reputazione” come quelle che offrono la de-indicizzazione, ovvero rimuovere completamente i risultati nei motori di ricerca. Ma in realtà quando si entra nel vivo dell’operazione le cose sono diverse e soprattutto molto delicate, in special modo se bisogna gestire i rapporti con i quotidiani Online e con le notizie riportate dalla stampa.

Secondo la Cassazione, chi cambia sesso può scegliersi il nuovo nome: diritto all’oblio ha consentito ad Alessandro di diventare Alexandra

Gli ermellini hanno consentito ad Alessandro di diventare Alexandra, e non Alessandra come aveva sancito la corte di Appello di Torino secondo cui doveva acconternarsi del nome “derivante dalla mera femminilizzazione del precedente”

ROMA. Alessandro ha cambiato sesso, e il nuovo nome potrà sceglierlo lei. Lo ha deciso la Cassazione assicurando un diritto che non era affatto garantito, fino a ieri: era consentito solo declinare il proprio nome, maschile o femminile che fosse, nella sua versione opposta. Alessandro, per esempio, dopo aver cambiato sesso in Sardegna si sarebbe dovuto chiamare Alessandra, ma voleva un nome diverso e aveva scelto quello di Alexandra. La Corte di Appello di Torino aveva sancito che non ne avesse il diritto.

Per la Cassazione, che ha dato ragione ad Alexandra, chi cambia sesso ha diritto a scegliersi un nuovo nome senza accontentarsi del cambio di desinenza – dal maschile al femminile o viceversa, a secondo della transizione sessuale – di quelle avuto alla nascita. Per la Cassazione il nome è “uno dei diritti inviolabili della persona”, un “diritto insopprimibile”, e deve “essere assicurato anche un diritto all’oblio, inteso quale diritto ad una netta cesura con la precedente identità”.

Per i giudici piemontesi non esistevano i presupposti per “un voluttuario desiderio di mutamento del nome”, e occorreva accontentarsi di “quello derivante dalla mera femminilizzazione del precedente”. Ma gli ermellini hanno ribaltato la sentenza, dando il beneplacito non solo ad Alexandra ma anche a tutti coloro che transitando da un genere all’altro desiderino un nome anche radicalmente diverso. Senza considerare il sollievo di chi, cambiando sesso, debba lasciarsi alle spalle un nome la cui declinazione di sesso opposto non esista, come nel caso di Marco o Graziella.

Diritto all’oblio: le grandi difficoltà per sparire della rete

La direttiva dell’Unione Europa sul diritto al non comparire online non mette spalle al muro Google e tutti gli altri motori di ricerca. Ecco perché eclissarsi dal web è un’impresa (quasi) impossibile

Ecco perché chi vuole eclissarsi dal web, togliendo il proprio nome e il proprio cognome dai “risultati” indicizzati, è chiamato a un’impresa (quasi) impossibile. Si chiama diritto all’oblio.

Per spiegarlo, ecco a voi la definizione di Wikipedia. Ops, è l’enciclopedia libera online, proprio come volevasi dimostrare…
Con “diritto all’oblio” si intende quella forma di garanzia che prevede la non diffusione di informazioni che possono costituire un precedente pregiudizievole dell’onore di un essere umano. Solitamente, si tratta di informazioni che riguardano specialmente i precedenti giudiziari di una persona. Precedenti giudiziari riportati per filo e per segno online nonostante quella stessa persona abbia ottenuto persino la riabilitazione dal tribunale. La riabilitazione, per inciso, è quell’istituto legale che – per certe tipologie di reati – ripulisce la fedina penale. Per cui non si dovrebbe neanche discutere sul fatto che Google intervenga o meno, perché l’oblio dovrebbe essere garantito giù di default. Ma il problema è a monte: noi ormai viviamo in un mondo digitale – e vi siamo entrati – senza avere però in mano e in Costituzione regole per una democrazia digitale.

Su questo punto il “radicale” Marco Cappato, sensibile alla tematica, è quanto mai chiaro: “Non deve esistere la condanna di infamia, che perseguita per sempre persone che hanno regolato i conti con la giustizia. Altrimenti si accetterebbe una sorta di pena accessoria, incompatibile con la finalità costituzionale di recupero del reo al vivere civile”.

Spieghiamo ancora: nella pratica, rispettando questo (poco rispettato) principio dell’oblio non dovrebbe essere peraltro legittimo diffondere informazioni relative a condanne ricevute da un soggetto e altri dati sensibili di analogo argomento, a meno che si tratti di casi di cronaca o di attualità. Il principio, inoltre, sostiene che il risalto a quelle “info” sia proporzionato anche all’importanza del fatto e al tempo trascorso da quando è accaduto.

Bene, in teoria, esiste una direttiva dell’Unione Europea volta a tutelare le persone, riconoscendo questo diritto. Nella pratica, però, il regolamento Ue non obbliga Google e i giganti del web a ottemperare celermente alle richieste degli utenti. E così questi ultimi si ritrovano a vivere una propria Odissea prima di riuscire, tra una consulenza legale e l’altra – con tanto di ricorso al Garante della Privacy: se ne avete bisogno, è questa la soluzione – a vedersi riconosciuto quello che è un diritto (all’oblio).

Camillo Milko Pennisi, che si occupa personalmente di diritto all’oblio (avendolo vissuto sulla propria pelle per una vicenda di dieci anni fa) e che con il sito reputationpartners.it aiuta altre persone in tal senso, ci spiega: “Al di là dell’esistenza della direttiva europea, non c’è – o meglio, c’è, ma in modo estremamente macchinoso – l’automatico riconoscimento del diritto all’oblio a seguito di una richiesta avanzata. L’articolo 17 del Regolamento generale sulla protezione dei dati dell’Ue, nei fatti, non impone nulla a Google; solamente, dice che Big G deve provvedere alla rimozione, ma lo dice in modo molto generico, senza obblighi appunto…”. Pennisi puntualizza: “E quando Mountain View risponde alle richieste lo fa spesso e volentieri con risposte standardizzate”.

Nel mentre però il flusso di Internet continua a scorrere incessante. Tutti (ti) “googlano” e il problema della rete è che qualsiasi persona può reimmettere in circolo notizie vecchie e appunto cancellate in seguito a una specifica istanza di rimozione. Insomma, qualsiasi notizia può tornare in auge: non vi è una regolamentazione da questo punto di vista. E sarebbe anche ora che vi fosse, perché – sottolinea ancora Pennisi – “il diritto all’oblio è legato a doppio filo al diritto alla privacy e ad altri parametri della Costituzione. Ed è proprio qui il peccato originale: stiamo vivendo in un mondo digitale senza averne le regole di una democrazia digitale in Costituzione. Non siamo ancora attrezzati per il passaggio dal mondo Gutemberghiano della carta stampata al mondo digitale”. Insomma, è un problema dentro un problema ancora maggiore, giuridico e democratico.

Contattiamo Google: ci allega il Transparency Report di Google e ci risponde ponendo l’accento proprio alla sezione dedicata alle Richieste di rimozione di contenuti ai sensi delle leggi europee sulla privacy: “Valutiamo ogni richiesta caso per caso. In alcuni casi potremmo chiedere ulteriori informazioni alla persona. Abbiamo sviluppato attentamente criteri basati sulle linee guida del Gruppo di lavoro ex Articolo 29. Google, in aggiunta, ci chiarisce i motivi della mancata rimozione“Alcuni fattori materiali che ci spingono a non rimuovere le pagine sono l’esistenza di soluzioni alternative, motivi tecnici o URL duplicati. Possiamo anche determinare che la pagina contiene informazioni molto rilevanti per l’interesse pubblico. Determinare se i contenuti sono di interesse pubblico è complesso e può comportare la considerazione di diversi fattori, tra cui a titolo esemplificativo se i contenuti sono relativi alla vita professionale del richiedente, a un crimine del passato, a una carica politica o a una posizione nella vita pubblica, se i contenuti sono stati creati autonomamente, se sono documenti pubblici o se sono di natura giornalistica”.

“In Italia, sono migliaia le persone che fanno domanda per ottenere l’oblio: ecco, Google deve esaminare caso per caso, e capire se si può applicare o meno il diritto alla cancellazione. Oltre al fatto che Big G possa far fatica a seguire tutti i casi, c’è poi sempre il problema di chi poi va a reinserire quello stesso contenuto”, prosegue Pennisi, che indica qual è l’iter da seguire per un cittadino che vuole far valere i propri diritti: “Dopo aver bussato alla porta di Google, la cosa che si deve fare per ottenere qualcosa è il ricorso al Garante della Privacy: però ti devi prendere l’avvocato e non tutti possono permetterselo. E comunque lo ripeto ancora: anche il giorno dopo la cancellazione (che, se arriva, arriva con tempi biblici), l’hater di turno può ripubblicare tutto sul web, vanificando così ogni sforzo”. La stortura, insomma, è fin troppo palese…

Ignazio La Russa, vicepresidente del Senato, ci fa sapere che proprio a Palazzo Madama si è creata una commissione (presieduta dalla dem Anna Rossomando) sul diritto all’oblio per quanto concerne, almeno per il momento, l’aspetto delle attività parlamentari: “Sarebbe corretto allargare il discorso e far sì che su questo tema vengano accesi i riflettori: oggi il luogo di informazione maggiore è Internet e con esso i social network. Quindi, dovrebbe essere riconosciuto, a chi lo chiede, il diritto che non rimangono online informazioni immotivate e nocive allo sviluppo della propria persona, della propria attività lavorativa e delle proprie relazioni. Chi ricorre all’oblio deve ottenere facilmente – e sottolineo facilmente – il riconoscimento di tale diritto”.

fonte:il giornale.it

Rimuovere una notizia da internet ci pensa Il diritto all’oblio

A seguito del riconoscimento del diritto all’oblio in ambito comunitario ogni persona deve avere il diritto di rettificare i dati personali che la riguardano e il “diritto alla cancellazione e all’oblio”, se la conservazione di tali dati non è conforme al Regolamento.

In particolare, l’interessato deve avere il diritto di chiedere che siano cancellati e non più sottoposti a trattamento i propri dati personali che non siano più necessari per le finalità per le quali sono stati raccolti o altrimenti trattati, quando abbia ritirato il consenso o si sia opposto al trattamento dei dati personali che lo riguardano o quando il trattamento dei suoi dati personali non sia altrimenti conforme al Regolamento.

 

Tale diritto è particolarmente rilevante se l’interessato ha dato il consenso quando era minore, e quindi non pienamente consapevole dei rischi derivanti dal trattamento, e vuole successivamente eliminare questo tipo di dati personali, in particolare da Internet.

L’interessato dovrebbe poter esercitare tale diritto indipendentemente dal fatto che non è più un minore. Tuttavia, dovrebbe essere lecita l’ulteriore conservazione dei dati qualora sia necessaria per esercitare il diritto alla libertà di espressione e di informazione, per adempiere un obbligo legale, per eseguire un compito di interesse pubblico o nell’esercizio di pubblici poteri di cui è investito il titolare del trattamento, per motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica, per finalità di archiviazione nel pubblico interesse, per finalità di ricerca scientifica e storica o finalità statistiche o per accertare, esercitare o difendere un diritto in sede giudiziaria.

Per rafforzare il “diritto all’oblio” nell’ambiente on line, è opportuno che il diritto di cancellazione sia esteso in modo da obbligare il titolare del trattamento che ha pubblicato dati personali a informare i responsabili del trattamento che stanno trattando tali dati affinché cancellino qualsiasi link verso tali dati personali o copia o riproduzione di detti dati. Per garantire l’informazione sopramenzionata, è opportuno che il titolare del trattamento prenda misure ragionevoli, tenuto conto della tecnologia disponibile e dei mezzi a sua disposizione, anche di natura tecnica, per informare i responsabili del trattamento che stanno trattando i dati della richiesta dell’interessato.

Il diritto all’oblio è un concetto tornato prepotentemente alla ribalta in ambito internazionale e principalmente europeo con l’avvento della Rete e diverse sono le definizioni fornite dalla dottrina.

Secondo la nota enciclopedia della Rete Wikipedia “il diritto all’oblio è una particolare forma di garanzia che prevede la non diffondibilità di precedenti pregiudizievoli, per tali intendendosi propriamente i precedenti giudiziari di una persona. In base a questo principio, non è legittimo diffondere dati circa condanne ricevute o comunque altri dati sensibili di analogo argomento, salvo che si tratti di casi particolari ricollegabili a fatti di cronaca. Questa garanzia è variamente riconosciuta ed applicata a seconda degli ordinamenti.

Secondo un’altra impostazione dottrinaria il diritto all’oblio è il diritto di un individuo ad essere dimenticato, o meglio, a non essere più ricordato per fatti che in passato furono oggetto di cronaca. Il suo presupposto è che l’interesse pubblico alla conoscenza di un fatto è racchiuso in quello spazio temporale necessario ad informarne la collettività, e che con il trascorrere del tempo si affievolisce fino a scomparire. In pratica, con il trascorrere del tempo il fatto cessa di essere oggetto di cronaca per riacquisire l’originaria natura di fatto privato. Ecco che un rapinatore potrà invocare il diritto all’oblio se il fatto che lo portò alla ribalta dieci anni prima venisse riproposto in tv.

Secondo altri il diritto all’oblio è quindi la naturale conseguenza di una corretta e logica applicazione dei principi generali del diritto di cronaca. Come non va diffuso il fatto la cui diffusione (lesiva) non risponda ad un reale interesse pubblico, così non va riproposta la vecchia notizia (lesiva) quando ciò non sia più rispondente ad una attuale esigenza informativa.

Il diritto all’oblio, secondo altra dottrina (ZAMMATARO) può essere visto come uno dei molteplici aspetti in cui si manifesta il diritto alla riservatezza. Alcuni autori l’hanno inteso come difesa dal ritorno del rimosso, dal presentarsi di ricordi dolorosi. Ecco dunque che il diritto all’oblio – inteso come tutela dell’interesse del soggetto a che non vengano riproposte vicende ormai superate dal tempo – si pone in diretta correlazione e contrapposizione con l’interesse alla conoscenza, nel senso che, in virtù di esso, si pretende che non debba essere più divulgato un fatto che non abbia più attualità nel presente.

Il diritto all’oblio secondo Corasaniti è il diritto a non restare indeterminatamente esposti ai danni ulteriori che la reiterata pubblicazione di una notizia può arrecare all’onore e alla reputazione, salvo che, per eventi sopravvenuti, il fatto precedente ritorni di attualità e rinasca un nuovo interesse pubblico all’informazione. «Non è tanto inibire il dato – afferma Corasaniti – quanto la circolazione non autorizzata del dato». Ma è importante ricordare che il Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica (1998) distingue chiaramente cosa sia o meno di interesse pubblico. «Importante è l’art. 6 del Codice, che parla di essenzialità dell’informazione – ricorda Corasaniti – chiarendo che una notizia può essere divulgata, anche in maniera dettagliata, se è indispensabile in ragione dell’originalità del fatto, della relativa descrizione dei modi particolari in cui è avvenuto, nonché della qualificazione dei protagonisti».

Altra dottrina ritiene che il cuore del contenuto del diritto all’autodeterminazione informativa (a questo ci si riferisce quando si parla di privacy nelle moderne società dell’informazione) consiste nel potere attribuito all’interessato di ottenere la rettifica o l’aggiornamento dei propri dati personali inesatti o non aggiornati, oppure la cancellazione di informazioni trattate violando la legge. Solo attraverso questi strumenti è possibile mantenere il controllo sulla circolazione delle informazioni che ci riguardano, anche al fine di tutelare la nostra identità. Ciò significa, tra l’altro, poter chiedere la cancellazione dei dati che riflettono un’immagine di noi stessi così risalente nel tempo da non corrispondere più al nostro attuale modo di essere: in questi casi, e a determinate condizioni, è giusto riconoscere il cosiddetto diritto all’oblio.

Altra dottrina più recente (SCORZA) sostiene che per diritto all’oblio, si intende il diritto a che nessuno riproponga nel presente un episodio che riguarda la nostra vita passata e che ciascuno di noi vorrebbe, per le ragioni più diverse, rimanesse semplicemente affidato alla storia.

In realtà, sostiene questa dottrina, ci sono due diritti all’oblio. Il primo è quello tradizionale, sul quale abbiamo già una giurisprudenza. Per fare un esempio: se un regista decide di fare un film su un ex-terrorista – che magari ha espiato la sua condanna e si è rifatto una vita –  riportando nell’attualità una vicenda che è sepolta nella memoria dei più, ha dei limiti imposti dal diritto. La giurisprudenza, in questo caso, salvo un interesse attuale nella riproposizione di questa storia, sostiene che prevale il diritto del singolo.

Oggi, invece, quando si parla di diritto all’oblio in Rete lo si fa con un’accezione un po’ diversa, e questo è parte del problema anche dal punto di vista giuridico. In questo caso non si parla più del diritto di ciascuno a che altri non ripropongano fatti del passato, ma si discute anche della circostanza che ognuno avrebbe il diritto a riprendersi, diciamo così, dei tasselli della propria storia che sono pubblicati on line.

Con questa definizione, quindi, si affronta il concetto più moderno ed attuale del diritto all’oblio in rete che ha portato il noto studioso e blogger Peter Fleisher ad individuare gli 8 punti cardinali per la privacy online:

  1. Se posto qualcosa sul web, ho poi il diritto di cancellarlo?
  2. Se qualcuno copia il mio contenuto, ho il diritto di cancellarlo anche dall’altro sito?
  3. Se qualcun altro posta qualcosa su di me, ho il diritto di cancellarlo?
  4. Le piattaforme online hanno l’obbligo di cancellare le informazioni personali?
  5. Se si dopo quanto tempo?
  6. Internet deve imparare a dimenticare?
  7. Internet deve essere ripensato per essere più vicino alla mente umana?
  8. Chi ha il compito di decidere cosa può essere ricordato e cosa deve essere dimenticato?
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Ma cerchiamo di ritornare a quello che è un concetto più ampio di diritto all’oblio per poi tornare al fenomeno Internet.

L’oblio è un diritto che va oltre la tutela della privacy e solo da poco ha trovato trova legittimazione nell’ordinamento nazionale ed europeo.

Frutto di elaborazioni dottrinarie, giurisprudenziali (In Italia assumono rilevanza alcune decisioni della Corte di Cassazione come Cass., 9/4/1998, n. 3679; Cass., 25/6/2004, n. 11864;  Cass., 05/04/2012, n. 5525Cass. 26/06/2013, n. 16111Cass. 24/06/2016, n. 13161) e principalmente delle Autorità Garanti europee è da intendersi quale diritto dell’individuo ad essere dimenticato; diritto che mira a salvaguardare il riserbo imposto dal tempo ad un notizia già resa di dominio pubblico.

Come fondamento normativo del diritto all’oblio, il Codice della Privacy prevede che il trattamento non sia legittimo qualora i dati siano conservati in una forma che consenta l’identificazione dell’interessato per un periodo di tempo superiore a quello necessario agli scopi per i quali sono stati raccolti o trattati (art. 11 d.lgs. n. 196/2003). Lo stesso interessato ha il diritto di conoscere in ogni momento chi possiede i suoi dati personali e come li adopera, nonché di opporsi al trattamento dei medesimi, ancorché pertinenti allo scopo della raccolta, ovvero di ingerirsi al riguardo, chiedendone la cancellazione, la trasformazione, il blocco, ovvero la rettificazione, l’aggiornamento, l’integrazione (art. 7 d.lgs. n. 196/2003).

Il diritto all’oblio si colloca, quindi, nel quadro dei diritti della personalità come una particolare forma di garanzia connaturata al diritto alla riservatezza e si distingue dal diritto all’identità personale che può essere definito come l’interesse di ogni persona a non vedere travisato o alterato all’esterno il proprio patrimonio intellettuale, politico, sociale, religioso, professionale, a causa dell’attribuzione di idee, opinioni, o comportamenti differenti da quelli che l’interessato ritenga propri e abbia manifestato nella vita di relazione.

Il diritto all’identità personale è relativo alla tutela dell’immagine pubblica della persona, o comunque dell’immagine di sé che il soggetto intende proiettare nel mercato delle relazioni sociali (intendendo immagine in senso metaforico), mentre il diritto all’oblio attiene alla protezione di una sfera intangibile di intimità e riserbo dell’individuo, da mettere al riparo da intrusioni altrui. Quest’ultimo è stato invocato da parte di soggetti che, dopo aver conosciuto i loro quindici minuti di celebrità essendo stati protagonisti – talvolta loro malgrado – di fatti eclatanti, episodi di cronaca nera, e così via, sono stati successivamente “riscoperti” dai media (inchieste giornalistiche, documentari, film-verità, ecc.) e riportati così all’attenzione del pubblico. Si tratta quindi del diritto dell’individuo a non veder “risuscitare”, e proiettare agli occhi del pubblico, una propria identità ormai appartenente al passato, e che magari si è cercato faticosamente di emendare.

Nonostante la stretta contiguità tra riservatezza e oblio, i due concetti però non coincidono. Il diritto all’oblio può essere considerato in qualche misura speculare rispetto al diritto alla riservatezza, dal momento che il problema del diritto all’oblio si pone relativamente a situazioni che, per loro natura, nel momento in cui si sono verificate, non rientravano nell’ambito della tutela della riservatezza. E’ in ogni caso il tempo, il fattore che consente di distinguere i due concetti. Richiamandosi al diritto all’oblio s’intende, infatti, impedire che la notizia già pubblicizzata, resa nota, sfuggita alla sfera privata del soggetto, venga pubblicizzata nuovamente a distanza di un considerevole lasso di tempo. Il diritto all’oblio tuttavia non è rivolto a cancellare il passato, ma a proteggere il presente, a preservare il riserbo e la pace che il soggetto abbia ritrovato. Il diritto all’oblio è quindi il diritto di un soggetto a vedersi per così dire “dimenticato” dalle banche dati, dai mezzi di informazione, dai motori di ricerca che detengono i suoi dati in relazione ad un’attività di trattamento che sono autorizzati a compiere dal diretto interessato o dalla legge. Si pensi ad esempio al diritto di cronaca e ai dati immessi in rete da quelle testate giornalistiche che sempre più numerose si sono organizzate per rendere leggibili i loro articoli online.

Il problema del diritto all’oblio nasce storicamente in rapporto all’esercizio del diritto di  cronaca giornalistica. Difatti, presupposto perché un fatto privato possa divenire legittimamente oggetto di cronaca è l’interesse pubblico alla notizia. La collettività va informata con tempestività, in modo da poter conoscere l’accaduto in tempo reale e con completezza, così da fornirle una chiara visione del fatto.

Ma una volta che del fatto il pubblico sia stato informato con completezza, cessa l’interesse pubblico in quanto la collettività ha ormai acquisito il fatto. Non vi è più una notizia. Riproporre l’accadimento sarebbe inutile, poiché non vi sarebbe più un reale interesse della collettività da soddisfare. Non solo inutile per la collettività, ma anche dannoso per i protagonisti in negativo della vicenda.

Il diritto all’oblio è quindi la naturale conseguenza di una corretta e logica applicazione dei principi generali del diritto di cronaca. Come non va diffuso il fatto la cui diffusione (lesiva) non risponda ad un reale interesse pubblico, così non va riproposta la vecchia notizia (lesiva) quando ciò non sia più rispondente ad una attuale esigenza informativa.

Ma un ulteriore fondamento del diritto all’oblio va rinvenuto nell’art. 27, comma 3°, Cost., secondo cui “Le pene […] devono tendere alla rieducazione del condannato”. E’ il principio della funzione rieducativa della pena. Questa, cioè, non deve avere soltanto la funzione di punire, ma anche (e soprattutto) quella di favorire il reinserimento sociale del condannato, la sua restituzione alla società civile. Ebbene, la pena non potrebbe assolvere alla funzione di restituire il condannato alla società civile se in quest’ultima rimanesse ben saldo il ricordo di quanto quel condannato ha fatto. Ricordo che sarebbe rafforzato proprio dalla riproposizione dello stesso fatto. E ciò dovrebbe valere tanto per i reati minori, quanto per quelli più efferati.

Ma con dei limiti. Vi sono fatti talmente gravi per i quali l’interesse pubblico alla loro riproposizione non viene mai meno. Si pensi ai crimini contro l’umanità, per i quali riconoscere ai loro responsabili un diritto all’oblio sarebbe addirittura diseducativo. O ad altri gravi fatti che vengono riproposti proprio perché non vengano dimenticati. O anche a vicende che si può dire abbiano modificato il corso degli eventi diventando Storia, come l’attentato al Papa, il “caso Moro”, i fatti più eclatanti di “Tangentopoli”. Qui non si può parlare di diritto all’oblio perché i fatti non diventano mai “privati”. Al contrario, sarebbe proprio la loro mancata riproposizione a porsi in contrasto con l’interesse pubblico, che qui prevale sempre sul diritto del singolo individuo a non essere più ricordato. Ma ad eccezione dei casi in cui l’interesse pubblico è destinato a non affievolirsi, il diritto all’oblio scatta sempre, a partire dal momento in cui cessa l’interesse pubblico intorno ad un fatto perché ormai acquisito. Per il protagonista in negativo della vicenda, quel fatto diventa “privato” ed acquista pienezza il suo diritto alla riservatezza.

Essendo il diritto all’oblio subordinato al perdurare della mancanza dell’interesse pubblico, può accadere che a distanza di tempo sorga un interesse pubblico alla riproposizione del fatto medesimo. E’ il caso di chi, essendo stato condannato per stupro anni prima, commette un’altra violenza sessuale appena uscito dal carcere.

Qui diventa legittima non soltanto la diffusione della notizia relativa all’ultima violenza, ma anche la rievocazione del vecchio delitto, poiché stimola nell’opinione pubblica l’inevitabile dibattito sulla funzione rieducativa del carcere, nonché sulle misure da adottare per contrastare un’autentica piaga sociale. Come è stata legittima la rievocazione, a distanza di trent’anni, del massacro del Circeo ai danni di Angelo Izzo, dopo che questi ne aveva replicato la ferocia smentendo così ogni ipotesi di ravvedimento.

Al diritto all’oblio, quindi, deve essere contrapposto il cd. “diritto alla storia”. In effetti, proprio sulla scorta di quanto affermato in sede di giurisprudenza comunitaria il diritto ad essere “dimenticati”, in tutto o in parte, va visto con particolare attenzione. Non sempre è giusto rimuovere dallo spazio pubblico un’informazione reale, veritiera e corretta, che quando è stata pubblicata era di sicuro interesse di cronaca e di sicuro interesse pubblico. E il tutto in nome dell’interesse del singolo.  A tale interesse può contrapporsi un interesse maggiore di carattere pubblicistico. In realtà la nostra storia ormai ci viene raccontata su Internet, o comunque in digitale.

Facendo passare, quindi, incondizionatamente questo principio che ciascuno di noi può riprendersi tutte le informazioni che lo riguardano pubblicate da terzi, fra quindici anni quando qualcuno (ammesso che Internet esista ancora) volesse ripercorrere la storia degli anni Duemila attraverso l’informazione on line, probabilmente trarrebbe l’errata conclusione che la nostra è stata un’età felice vissuta da gente per bene. È ovvio, infatti, che potendo, ciascuno andrà a togliere quello che non gli piace, in modo da avere la migliore “reputation” on line possibile.

L’attività giornalistica è stata modificata dallo sviluppo di Internet. La possibilità di raccogliere, incrociare, scambiare e archiviare informazioni personali si è enormemente accresciuta, consentendo una straordinaria circolazione e diffusione di conoscenze e di opinioni. La conseguenza è che oggi è divenuto estremamente difficile esercitare il diritto all’oblio in quanto le legittime richieste di cancellazione o aggiornamento devono anche tener conto dei diversi luoghi virtuali in cui tali informazioni compaiono: sul sito, sulla copia cache della pagina web, sui titoletti che costituiscono il risultato della ricerca tramite motore di ricerca.

Ognuno di questi luoghi ha un titolare di trattamento diverso e per i gestori dei motori di ricerca extraeuropei c’è l’ostacolo della disciplina applicabile. Una volta entrati nel circuito elettronico della rete, insomma, è davvero difficile far valere i propri diritti.

Nel testo del Regolamento il diritto all’oblio è recepito dall’art. 17 dove viene sancito che l’interessato ha il diritto di ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei dati personali che lo riguardano senza ingiustificato ritardo e il titolare del trattamento ha l’obbligo di cancellare senza ingiustificato ritardo i dati personali, se sussiste uno dei motivi seguenti:

a) i dati non sono più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti o altrimenti trattati;

b) l’interessato ritira il consenso su cui si basa il trattamento e non sussiste altro motivo legittimo per trattare i dati;

c) l’interessato si oppone al trattamento dei dati personali e non sussiste alcun motivo legittimo prevalente per procedere al trattamento;

d) i dati sono stati trattati illecitamente;

e) i dati devono essere cancellati per adempiere un obbligo legale previsto dal diritto dell’Unione o degli Stati membri cui è soggetto il titolare del trattamento;

f) i dati sono stati raccolti relativamente all’offerta di servizi della società dell’informazione.

Inoltre sempre l’art. 17 chiarisce che il titolare del trattamento, se ha reso pubblici dati personali ed è obbligato a cancellarli, tenendo conto della tecnologia disponibile e dei costi di attuazione prende le misure ragionevoli, anche tecniche, per informare i responsabili del trattamento che stanno trattando i dati della richiesta dell’interessato di cancellare qualsiasi link, copia o riproduzione dei suoi dati personali.

Come cambia la legge sulle intercettazioni

Nuove regole per magistrati (e giornalisti). L’utilizzo di virus Trojan sarà consentito solo nelle indagini su mafia e terrorismo. Stop alla trascrizione di conversazioni irrilevanti

Mai più trascrizioni di intercettazioni irrilevanti per le indagini; regole per l’utilizzo dei virus-spia come il Trojan; solo “brani essenziali” e quando “è necessario” nelle ordinanze di custodia cautelare; un nuovo reato nel codice penale: la “diffusione di riprese e registrazioni di comunicazioni fraudolente”, punito con la
reclusione fino a 4 anni, accesso legittimo dei giornalisti alle ordinanze del gip, una volta che le parti ne hanno avuto copia. Questi i punti essenziali della nuova legge sulle intercettazioni, prevista dalla delega contenuta nella riforma del processo penale varata la scorsa estate.  Ecco, nel dettaglio, cosa prevedono i 9 articoli del provvedimento, un decreto legislativo approvato in via preliminare il 2 novembre scorso in Consiglio dei ministri e oggi giunto al via libera definitivo, dopo alcune modifiche introdotte a seguito dei pareri delle Commissioni parlamentari competenti. 

Diffusione fraudolenta di registrazioni o conversazioni: pena fino a 4 anni

Reclusione fino a 4 anni per “chiunque, al fine di recare danno all’altrui reputazione o immagine, diffonde con qualsiasi mezzo riprese audio o video, compiute
fraudolentemente, di incontri privati o registrazioni, pur esse fraudolente, di conversazioni, anche telefoniche o telematiche, svolte riservatamente in sua presenza o alle quali comunque partecipa”. Non c’è punibilità se la diffusione delle riprese o delle registrazioni è conseguente alla loro utilizzazione in un procedimento amministrativo o giudiziario o per l’esercizio del diritto di difesa o del diritto di cronaca. Il delitto è punibile a querela della persona offesa.

Divieto di trascrizione degli ascolti irrilevanti

Il testo prevede il divieto di trascrizione “anche sommaria” delle “comunicazioni o conversazioni irrilevanti ai fini delle indagini, sia per l’oggetto che per i soggetti coinvolti”. Nel verbale delle operazioni va indicato solo data, ora e dispositivo su cui la registrazione è intervenuta.

Archivio in mano al Pm

A conservare verbali e registrazioni sarà il pubblico ministero in un archivio e sarà sempre il pm entro 5 giorni dalla conclusione delle operazioni a occuparsi
del deposito di tutti gli atti, formando un elenco delle conversazioni rilevanti ai fini di prova. Nel caso in cui vi sia un rischio di “grave pregiudizio per le indagini”, il giudice può autorizzare il pm a ritardare il deposito, ma non oltre la chiusura dell’inchiesta. I verbali e le registrazioni delle intercettazioni acquisite nel fascicolo di notizie di reato non sono coperti da segreto: il resto – le registrazioni non acquisite – sarà conservato nell’archivio del pm e sarà possibile chiederne la distruzione.

Imprese, la pubblicità nei registri prevale sul diritto all’oblio

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Le esigenze di pubblicità legale nei registri delle imprese prevalgono sul diritto all’oblio. Non ha nessun dubbio l’Avvocato generale della Corte di giustizia Ue, Bot, nelle conclusioni depositate ieri (C-398/15), sia in ragione delle esigenze di certezza del diritto sia di tutela dei terzi, inclusi i creditori. A rivolgersi alla Corte Ue, la Cassazione italiana.

La vicenda, che ha poi condotto al rinvio pregiudiziale, ha preso il via dalla richiesta di un amministratore di una società di costruzioni che, in passato (1992), aveva gestito un’azienda dichiarata fallita, cancellata dal registro delle imprese. Secondo il ricorrente, la sua nuova attività non decollava anche perché nel registro delle imprese della Camera di commercio di Lecce era riportata la sua precedente attività come amministratore di una società liquidata. L’uomo aveva chiesto al Tribunale di Lecce di imporre alla CdC la cancellazione dei dati e i giudici di primo grado gli avevano dato ragione invocando il diritto all’oblio. La Cassazione, prima di pronunciarsi, ha formulato un rinvio pregiudiziale a Lussemburgo per l’interpretazione della direttiva 68/151 sulla pubblicità degli atti delle società (modificata in diverse occasioni) e della direttiva 95/46 sulla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione dei dati.

Nodo della questione è se il diritto all’oblio prevale sugli obblighi di trasparenza fissati dalla direttiva in materia societaria. Un nodo che l’Avvocato generale, le cui conclusioni non sono vincolanti per i giudici Ue (ma spesso seguite), scioglie a favore della trasparenza. La pubblicità legale sulle informazioni iscritte nel registro delle imprese – scrive Bot – è «un obiettivo di interesse generale riconosciuto dall’Unione», che serve, per di più, a tutelare gli interessi dei terzi, la lealtà delle transazioni commerciali e, quindi, il buon funzionamento del mercato.

È vero che la pubblicità richiesta non ha limiti di durata ed è destinata «a una cerchia indeterminata di persone», ma se si ponessero limiti soggettivi di accesso o temporali, sarebbe compromessa la funzione del registro delle imprese, che sottende un interesse pubblico. Assicurare questa funzione, non è una violazione sproporzionata del diritto alla protezione dei dati tanto più perché si tratta di informazioni minime che servono a individuare «le persone fisiche che si celano dietro la maschera della personalità giuridica indossata dalle società».

Chiedere, poi, di cancellare i dati una volta che la società cessa la sua attività significa non garantire gli obiettivi fissati anche perché la scomparsa e la cancellazione di una società non escludono che continuino a sussistere rapporti giuridici avviati prima. I terzi, poi, hanno diritto a «farsi in qualsiasi momento un’idea attendibile di una società», anche se questa non è più attiva. In ultimo, la presenza dei dati serve per le attività giudiziarie: imporre limiti temporali predeterminati non è possibile perché gli Stati membri hanno regole sulla prescrizione diverse. Respinta anche la tesi di anonimizzare i dati inseriti perché ciò impedirebbe di collegare una società dichiarata fallita ai suoi dirigenti, con conseguenze negative per i terzi.

Diritto oblio, 140mila sono le richieste rimozione link a Google

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“Dobbiamo bilanciare la privacy e il diritto all’informazione e capire come affrontare le richieste che abbiamo. Ci sono una serie di complicazioni, siamo qui per ascoltare”. Con queste parole il presidente di Google, Eric Schmidt, ha aperto a Roma la seduta del Comitato consultivo messo in piedi dopo la sentenza della Corte Ue del 13 maggio scorso. Ha sancito il diritto all’oblio degli utenti, cioè il diritto a vedere cancellati i link che li riguardano ritenuti “inadeguati o non più pertinenti”.

Le richieste di rimozione da tutta Europa sono salite a 120mila. La seduta di Roma è la seconda tappa di un tour europeo del Comitato, che si è aperto ieri a Madrid e continuerà in altre città europee. “E’ importante rispettare la sentenza della Corte Ue ma sarebbe utile più chiarezza. Abbiamo bisogno di aiuto”, ha detto chiaramente Schmidt. Il Comitato ha dunque ascoltato in seduta pubblica una serie di esperti italiani per capire come intervenire “con giusto equilibrio” sul diritto all’oblio. Alla fine del giro di consultazioni europeo, il comitato redigerà un documento.

“Sarà pronto tra dicembre e gennaio”, ha spiega all’Ansa Luciano Floridi, professore di filosofia ed etica dell’informazione all’università di Oxford. Unico italiano in un comitato di cui fanno parte, tra gli altri, il fondatore di Wikipedia Jimmy Wales, Sylvie Kauffman, direttore editoriale del quotidiano francese Le Monde, Frank La Rue, Inviato Speciale delle Nazioni Unite per la promozione e la tutela del diritto alla libertà di opinione. “Nel 2014 rimuovere un contenuto dal web equivale a strappare via le pagine da un libro di storia – ha spiegato l’avvocato Guido Scorza, tra gli esperti chiamati da Google a dare un parere pubblico. Il soggetto che chiede la rimozione viene tutelato – ha aggiunto – mentre l’autore dell’articolo è totalmente sprovvisto e perde il diritto al contraddittorio”.

Per Elio Catania, presidente di Confindustria digitale, “la responsabilità del diritto all’oblio dovrebbe essere posta su una istituzione pubblica ufficiale indipendente”. Lorella Zanardo, membro della commissione Parlamentare diritti e doveri su Internet, ha rilevato che il diritto all’oblio è importante anche a fini educativi perché bisogna far capire “ai giovani come usare al meglio la conoscenza dei propri dati” e “avere maggior controllo sulle informazioni che postano”.

Tra gli interventi di ampio respiro anche una proposta operativa sul diritto all’oblio, che ha fatto saltare sulla sedia Jimmy Wales, contrario fin da subito alla sentenza Ue. E’ quella di Alessandro Mantelero del Politecnico di Torino: “Una disposizione legale che consenta una cancellazione temporanea del link. Se passati 30 giorni nessuno intenta una causa, il link viene ripristinato”. “La decisione del Comitato consultivo dovrebbe favorire un dialogo transatlantico sul diritto all’oblio – ha detto il professor Zeno Zencovich, dell’Università Roma Tre, che ha concluso il giro di interventi degli esperti -. Ci deve essere un dialogo soddisfacente tra Europa e Stati Uniti, bisogna creare un’area di discussione dove mettere insieme pezzi del mondo”.