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Che cos’è World-Check?

a fantasia orwelliana diventa realtà: World-Check è uno dei database più grandi del mondo e raccoglie i dati di miliardi di persone, sulla base delle notizie pubblicate da fonti pubbliche (Tribunali, Questure, Dipartimenti di Pubblica Sicurezza, siti web governativi), ma anche da giornali e media nazionali e internazionali.

Nasce nel 2001 con lo scopo di segnalare potenziali terroristi e successivamente allarga enormemente il suo raggio di indagine.
World-Check, acquistata nel 2011 da Thomson Reuters, oggi raccoglie tutti i dati pubblici di ciascun cittadino il cui nome per qualche motivo è presente nei media; così facendo, si compongono profili altamente strutturati e collegati tra di essi per poter evidenziare le relazioni esistenti tra le parti con l’obiettivo di prevenire i rischi, soprattutto per gli imprenditori, gli istituti di credito, i studi legali e le agenzie di intelligence.

Di seguito l’intervista che ci ha gentilmente rilasciato Thomson Reuters.

Che cos’è World-Check?
World-Check è un servizio creato per supportare le esigenze di due diligence nella lotta contro la criminalità finanziaria, il riciclaggio di denaro, il traffico di esseri umani, il finanziamento del terrorismo e della corruzione.
Fin dalla sua nascita, World-Check si è dotata di un’infrastruttura di elevata qualità che consente al nostro cliente di ottenere informazioni sul conto di persone e/o aziende al fine ottimizzare il processo di risk management.

Quanti dati vengono raccolti mensilmente?
La nostra struttura di ricerca e raccolta delle informazioni è presente con uffici in tutto il mondo. Centinaia di analisti specializzati parlano più di 60 lingue e, grazie al loro lavoro, è possibile monitorare oltre 600 sanzioni, gli elenchi di vigilanza e di esecuzione giudiziaria, liste che portano più di 34.000 nuovi profili. Inoltre ogni mese gli analisti rivedono più di 60.000 profili.

Quali sono le fonti di raccolta delle informazioni?
Per quanto riguarda le informazioni sul rischio di un individuo o un’entità, World-Check raccoglie i dati da fonti di dominio pubblico affidabili e conosciute, come elenchi di sanzioni ufficiali, liste di attuazione di leggi e regolamenti, da fonti governative e pubblicazioni attendibili fatte dai media nazionali ed internazionali.

Qual è il valore aggiunto di World-Check?
Il nostro valore aggiunto è la metodologia di ricerca che utilizza squadre specializzate e guidate da esperti con conoscenze approfondite in temi quali sanzioni, terrorismo e insurrezioni e criminalità organizzata.

Come risolvete eventuali problematiche legate alla privacy?
Tutti i profili di World-Check sono continuamente aggiornati. La legge sulla privacy stabilisce chiaramente che qualsiasi individuo possa contattarci se ritiene che una delle informazioni contenute nel nostro data base sia inappropriata.
Inoltre Thomson Reuters è regolarmente registrato presso il UK Data Protection, l’ICO, e rispetta gli standard di protezione dei dati dell’UE. Ciò che è importante sottolineare è che l’inserimento nella lista di World-Check non implica alcuna colpa, così come è riportato su ogni nostro singolo dossier che viene fornito al cliente.

World-Check oltre due milioni di persone tra i soggetti a rischio per banche e intelligence

Utilizzato da seimila persone in 170 Paesi, World-Check contiene dati su milioni di persone e società

PAPA Francesco e la sorella; Sergio Mattarella, i figli e i nipoti; Matteo Renzi con tutta la famiglia, inclusa la bambina più piccola, Ester, finita schedata direttamente in culla, ma non babbo Tiziano. Sono alcuni dei due milioni di nomi inclusi nella grande watchlist gestita da privati, che la commercializzano in abbonamento. Si chiama World-Check ed è un database confidenziale di proprietà del gigante dell’informazione finanziaria, Thomson Reuters, che stando ai dati dell’agenzia, viene utilizzato da 6mila clienti in 170 paesi nel mondo, da 49 su 50 delle banche più importanti, nove su dieci degli studi legali top e da trecento tra forze dell’ordine e agenzie di intelligence.

Per fare cosa? Per valutare se chi hanno davanti può essere in qualche modo legato a terroristi, criminali o anche politici a rischio corruzione. “Questo database”, precisa Thomson Reuters, “è stato creato per allertare chi lo usa su un possibile rischio e su situazioni che potrebbero richiedere un ulteriore controllo. Questo non implica che i soggetti inclusi pongano un vero rischio concreto”. Eppure c’è chi si è visto chiudere il conto dalla propria banca, improvvisamente e senza alcuna spiegazione, perché il suo nome era stato incluso nella categoria sbagliata di World-Check: tra i terroristi, per esempio, come è successo alla moschea di Finsbury Park, a Londra, quella presa di mira dall’attentato xenofobo domenica scorsa e che dal 2005 è un modello di moderazione e correttezza.

Repubblica ha avuto accesso esclusivo al database con un team di media internazionali: il Times di Londra, la belga De Tijd, i tedeschi di Nde Sueddeutsche Zeitung, l’olandese Npo e l’americano The Intercept. Una copia del database è finita online per errore, come ha scoperto un anno fa l’esperto americano in sicurezza informatica, Chris Vickery, che però ha deciso di non pubblicarlo. L’archivio risale al 2014 e include oltre 2 milioni di individui, società, organizzazioni, con 91.406 voci sull’Italia.

Una schedatura in alcuni casi condotta con criteri arbitrari, sulla base di fonti aperte, soprattutto articoli dei giornali, non sempre aggiornate o addirittura consultando siti web discutibili, come il controverso “Jihad Watch” considerato islamofobico. Nel database compaiono Greenpeace e Medici Senza Frontiere, sezione olandese, o anche Human Rights Watch. Il direttore di Human Rights Watch America, José Miguel Vivanco, compare con la nota biografica: “implicato nei piani di perseguire l’ex generale Pinochet in Cile”.

Julian Assange e WikiLeaks sono nella lista fin dal 2010. “Lo venni a sapere nel 2012, quando cercai di creare una società per la produzione di video. Un fiscalista dopo un altro accettava la mia pratica e poi la mollava senza spiegazione”, dice Assange a Repubblica: “Alla fine una società di assistenza fiscale ammise di aver rigettato la mia richiesta perché ero nel database World-Check”.

La politica italiana c’è tutta: da Matteo Renzi alla famiglia di Beppe Grillo al completo e giù giù fino a quello che nel 2005 era il vicesindaco di Montebello sul Sangro, paesino abruzzese di 94 anime, e all’esponente Noglobal Luca Casarini. Silvio Berlusconi è schedato sotto la voce “crimini finanziari”.

Una delle sezioni più controverse è quella che riguarda il terrorismo. Per l’Italia ad esempio c’è Casa-Pound, mai coinvolta in indagini di questo tipo. Preponderante la presenza delle nuove Brigate Rosse, dei membri della Federazione Anarchica Informale e degli attivisti No Tav mentre è esigua la presenza dell’estrema destra. Ci sono persone schedate nel 2004 come terroristi legate alle Nuove Br e mai cancellate nonostante le assoluzioni. Tra le sezioni più consistenti c’è quella sul crimine, organizzato e non, dove colpisce l’assenza di Massimo Carminati.

Repubblica ha interpellato il Garante per la Protezione dei dati personali, Antonello Soro: “Abbiamo ricevuto la segnalazione di un cittadino italiano che ha subito danni enormi dall’inserimento in World-Check di dati non aggiornati. Il suo profilo, anche dopo la sua specifica richiesta di cancellazione, continuerebbe a essere a disposizione di banche e di altri operatori finanziari”. Il nostro giornale ha anche interpellato Thomson Reuters per capire sulla base di quali criteri World-Check ha scelto di inserire papa Francesco, quanti italiani hanno chiesto di correggere informazioni e infine quali e quanti enti in Italia lo utilizzano.

David Crundwell, senior vice-president corporate affairs della Thomson Reuters, ci ha risposto che “le leggi e i regolamenti di protezione della privacy alla base di World-Check ci impediscono di discutere ogni profilo individuale “. Nel sottolineare che la copia

L’avvocato online: perché e come scegliere la consulenza legale a portata di click

Sempre più utenti, ormai anche in Italia, cercano l’avvocato online. Cerchiamo di capire perché lo fanno, quali sono i servizi più richiesti ad un avvocato online, i vantaggi riscontrati e gli errori da non fare per conoscere meglio questa realtà che ormai ha preso piede nella ricerca avvocati in Italia.

In altri Paesi quella della ricerca degli avvocati su internet è una realtà consolidata da molti anni. Non solo: negli USA si tengono regolarmente udienze via skype, in Olanda sono stati aperti anche studi legali esclusivamente virtuali per servizi di consulenza giuridica personalizzata a tempi record. Non bisogna cercare fisicamente lo studio dell’avvocato né prendere appuntamento per una consulenza legale. E in Italia?

Basta dare un’occhiata rapida ai motori di ricerca per rendersi conto che molti utenti cercano avvocati online. La comparazione permette di scegliere tra i nominativi dei professionisti nella propria città e per la materia di specializzazione oppure in alternativa si può porre un quesito e lasciare che sia l’avvocato online esperto in quel settore a fornire un parere legale orientativo.

A livello pratico i vantaggi della consulenza legale online sono facilmente intuibili: si ottimizzano tempo e denaro.

Come emerge dall’analisi dei motori di ricerca e dalla presenza degli avvocati online, sono molto ricercati studi legali a Milano, a Roma e nelle altre grandi città. La ragione è facile da comprendere: prima di tutto è intuitivo che gli avvocati a Roma o Milano sono più numerosi che in città più piccole e quindi per i professionisti internet diventa uno strumento importante per distinguersi dalla concorrenza; d’altra parte per chi vive in città così grandi sarebbe impensabile bussare di porta in porta a tutti gli studi legali di Milano. Anche circoscrivendo la ricerca dell’avvocato in città ad alcune zone, la selezione potrebbe diventare estenuante: e sappiamo bene quanto nelle materie legali il tempismo possa essere determinante. Uno dei vantaggi della consulenza legale online è proprio la rapidità dei tempi di risposta.

Tuttavia non si deve commettere l’errore di pensare che la ricerca di avvocati online sia una soluzione utile potenzialmente solo per chi vive in realtà dispersive. Immaginiamo il caso diametralmente opposto, ovvero quello dell’utente che vive in un piccolo centro abitato dove l’unico studio legale è specializzato in una branca del diritto diversa da quella che attiene al suo caso o in cui lavori un professionista al quale, per ragioni personali di diversa natura, non si voglia affidare la propria difesa.

Abbiamo visto sopra come, contattando un avvocato online, sia possibile ottimizzare il tempo dedicato alla ricerca di un buon avvocato, il che si traduce anche indubbiamente in un risparmio economico (anche perché per la consulenza legale su internet il professionista non dovrà sostenere alcuni dei costi di gestione dello studio legale).

Ma attenzione a non cadere nell’errore di considerare la consulenza legale online come una prestazione dovuta a titolo gratuito e quindi a non pretendere il servizio dell’avvocato gratis. Ne parliamo con cognizione di causa perché sono molte le persone che a volte cercano una consulenza online gratuita per evitare di pagare l’onorario al professionista. Internet ha avuto il grande merito di rendere l’informazione accessibile su larga scala ma, contemporaneamente, anche la disinformazione è dilagata.

Un esempio tipico è quello delle diagnosi mediche: nel 99% dei casi ormai chi accusa dei sintomi di malessere fisico si affida alla rete in cerca di una spiegazione senza verificare l’attendibilità della fonte medica; lo stesso vale per il settore legale. Questa è una delle ragioni per le quali è auspicabile la presenza di professionisti in rete che mettano a disposizione degli utenti competenza e preparazione. E questa è la differenza in termini di attendibilità tra forum di consigli tra utenti e consulenze legali online fornite da avvocati.

Fermo amministrativo su auto cointestata: come deve essere contestato?

 

Non hai pagato alcune cartelle esattoriali. L’importo non è particolarmente elevato da dover temere il pignoramento della casa (che scatta solo a partire dal 120mila euro e sempre che tu non abbia un solo immobile), tuttavia il tuo timore è che l’Agenzia Entrate Riscossione possa bloccare l’auto a te intestata. Fare opposizione contro le cartelle è ormai troppo tardi essendo trascorsi i canonici 60 giorni dalla notifica; inoltre, anche a voler contestare un eventuale preavviso di fermo (che dovrà arrivarti 30 giorni prima del blocco) potrebbe essere inutile visto che non hai più possibilità di sollevare censure sul merito del tributo per decorso dei termini. Hai però sentito dire che, se cointesti l’auto a un familiare o a qualsiasi altra persona, puoi evitare questo tipo di problemi. È davvero così oppure è una bufala? Si può contestare il fermo amministrativo su un’auto cointestatata? La riposta ai tuoi dubbi è stata già fornita numerose volte dalla giurisprudenza e, da ultimo, dalla Commissione Tributaria Regionale del Piemonte. Ecco cosa prevede la legge.

Fermo auto: cosa comporta

Come certamente già saprai, il fermo amministrativo dell’automobile è una misura che solo l’Agente della Riscossione può disporre per tutelare il proprio credito ed evitare che il debitore possa danneggiare o cedere a terzi il proprio veicolo. Anche se in teoria il fermo dovrebbe essere una misura volta a preservare il valore del mezzo e garantirne il successivo pignoramento, quasi mai ad esso consegue la procedura di esecuzione forzata: un po’ perché è una costosa e non sempre dà i suoi frutti; un po’ perché già il fermo stesso risulta sufficientemente convincente per costringere il contribuente a pagare o quantomeno chiedere una dilazione del pagamento. 

L’auto sottoposta a fermo non può innanzitutto circolare, a pena di una contravvenzione da 714 a 2859 euro e della confisca del mezzo (cosa che comporta l’automatico trasferimento della proprietà in capo allo Stato). L’auto con il fermo amministrativo non può essere nemmeno rottamata, benché abbia perso di valore e la sua presenza in un cortile è un problema per gli altri condomini. 

Nello steso tempo, se anche è vero che un’auto sottoposta a fermo può essere venduta, l’acquirente l’acquista con tutto il vincolo e non potrà né utilizzarla, né rottamarla fino a quando il debitore non paga le cartelle esattoriali scadute.

Fermo auto: come prevenirlo

L’Agente della Riscossione non può iscrivere il fermo auto se almeno 30 giorni prima non ha inviato al contribuente un preavviso di fermo. Questa comunicazione – che può essere comunque contestata entro 60 giorni davanti al giudice (leggi Preavviso di fermo amministrativo: opposizione e competenza) – consente all’interessato di prevedere il fermo e prevenirlo in vari modi:

  • pagando il debito prima della scadenza dei 30 giorni;
  • chiedendo una rateazione delle cartelle scadute e versando la prima rata;
  • proponendo opposizione al fermo amministrativo davanti al giudice e chiedendo che la misura venga sospesa per gravi e urgenti motivi. In verità, l’opposizione al fermo non può mettere in discussione di nuovo la cartella esattoriale visto che i termini per impugnare quest’ultima son ormai scaduta. Deve quindi trattarsi di vizi propri del fermo o del preavviso di fermo, cosa che però non sempre è facile rilevare (potrebbe essere il caso di omessa notifica della cartella o di sopravvenuta prescrizione del debito);
  • facendo presente di essere un imprenditore o un professionista e che l’auto è strettamente strumentale all’esercizio del proprio lavoro (pochi giudici hanno esteso lo stesso beneficio anche al lavoratore dipendente).

Per maggiori chiarimenti sul punto leggi anche Come evitare il fermo auto.

Fermo amministrativo sull’auto cointestata

Vediamo ora se si può iscrivere il fermo amministrativo sull’auto cointestata a due persone di cui una delle due non è debitrice delle cartelle esattoriali e qual è, nel caso contrario, il metodo per farlo cancellare.

Secondo la giurisprudenza [1], è illegittimo iscrivere un fermo amministrativo su un’auto cointestata anche a un soggetto non debitore. Ciò perché la misura cautelare finirebbe per pregiudicare anche quest’ultimo il quale, pur essendo completamente estraneo all’inadempimento, non potrebbe più circolare. Sicché l’Agente della Riscossione può iscrivere il fermo amministrativo solo a condizione che il proprietario dell’auto sia anche il debitore che non ha pagato del cartelle esattoriali. 

Tale affermazione è stata condivisa anche dalla Commissione Tributaria Regionale del Piemonte secondo cui è illegittimo il fermo sull’auto in comproprietà. Deve cioè «oggettivamente inapplicabile» il fermo di un’auto comune a più proprietari quando non tutti sono debitori verso l’agente della riscossione.

Si può cointestare l’auto per evitare il fermo amministrativo?

Come abbiamo anticipato la gran parte dei giudici condivide l’interpretazione secondo cui l’Esattore non può bloccare l’auto in comproprietà. Il che fa agevolmente desumere che, se vuoi evitare il fermo amministrativo, puoi cointestare il mezzo ad un familiare. In teoria, però, trattandosi di una vera e propria donazione della metà del valore del bene, potrebbe essere un atto potenzialmente revocabile entro cinque anni dalla sua realizzazione. A prevederlo è lo stesso codice civile che consente la revocatoria di tutti gli atti a titolo gratuito (tra cui appunto la donazione) quando questi comportano un depauperamento dei beni del debitore. In alternativa l’Agente della Riscossione dovrebbe agire con l’azione volta a dimostrare la simulazione dell’atto, cosa però non sempre facile.

Alla fine dei conti, l’Esattore si limita a verificare a chi è intestato il mezzo e, nel caso di comproprietà, si astiene dall’eseguire fermi. O almeno così dovrebbe essere. 

La reputazione Digitale

Inseguendo il numero di follower, clic e mi piace, abbiamo dimenticato che nel mondo digitale, il più importante non è la popolarità, ma la reputazione. Per il vocabolario Treccani “la reputazione è la stima e la considerazione in cui si è tenuti dagli altri”. Molti credono che nella reputazione digitale ci siano tutti i dati e le notizie che si trovano online su una persona o un marchio. Che è solo parzialmente vero. Questa, se non altro, è l’identità digitale e viene creata con dati volontari e non intenzionali e metadati generati da ciascun utente. Quindi, qual è la reputazione digitale? Come spiega Matteo Flora durante una lezione al Wired Festival, “la reputazione è una percezione che non ha nulla a che vedere con la realtà. In un mondo perfetto, la realtà e la reputazione dovrebbero coincidere, ma non è questo il caso. “Accade raramente che le due cose coincidano in parte.
Pertanto, possiamo creare la nostra identità digitale con le nostre azioni sul web e social e questo può aiutarci a costruire una parte della nostra reputazione, ma non dobbiamo dimenticare che stiamo soffrendo. Solo una leggerezza, solo un tweet o una frase sfortunata scritta su Facebook, solo una foto o un video che ci ritrae mentre facciamo o diciamo cose che sono eccessive o sbagliate e che possiamo essere sopraffatti. Senza pietà Perché la massa giudica, condanna e distrugge tutto ciò che incontra senza possibilità di appello.
Sfortunatamente, ci sono molti casi simili, passati e recenti. Lo scrittore John Ronson loro raccolti nel libro “Lei è stato vergognoso pubblicamente,” raccontare storie di persone che hanno perso il lavoro e avevano la loro vita precipitare a causa di errori numerici, più o meno gravi. Perché “Internet non dimentica” e, quindi, anche quando la tempesta perde la sua intensità, la trama rimane “online”. E ogni nuovo datore di lavoro o potenziale nuovo amico e / o fidanzato o fidanzata, prima o poi, fa una ricerca su Google per scoprire chi è di fronte a lui. E molto spesso – anche senza raggiungere i limiti che ho appena menzionato – quello che trova non è esattamente ciò che l’argomento della ricerca avrebbe su di lui.
Per non parlare di quelli che deliberatamente distruggono la vita degli altri con il digitale. Molti ricorderanno la tragedia di Tiziana Cantone, Napoli 31 anni che si è suicidato nel settembre 2016, dopo la distribuzione di video hot pubblicate online e rimbalzò sui social network, generando migliaia di commenti a dir poco vergognoso. La gente ha urlato e giudicato. E lei è stata uccisa per la vergogna. E Alfredo M. che si è svegliato un anno fa coperto di insulti. Lui non ha fatto nulla. Ma un messaggio falso si diffuse su Facebook e WhatsApp lo accusò di essere un pedofilo. In poco tempo, più di 20.000 persone hanno rilanciato questo falso messaggio e Alfredo si è trovato sopraffatto dagli insulti e dagli attacchi sociali nella vita reale (auto vandalizzate per crimini personali). Come lui stesso ha detto a Vice: “Trovare la persona che ha iniziato tutto è molto difficile e danneggiare un messaggio che è diventato virale è una missione praticamente impossibile per chiunque. Ancora più aspra e sconvolgente la conclusione di Alfredo: “Come ti difendi da una accusa che semplicemente non esiste?”
Non puoi davvero fare qualcosa per difenderti? A parte la polizia postale per denunciare gli abusi, cosa può fare un cittadino? Secondo Flora, deve “essere pronto”. In altre parole, dobbiamo imparare a implementare i “processi di reputazione”. Perché se in precedenza “il problema della reputazione digitale era la prerogativa che le figure pubbliche oggi sono un problema che può colpire tutti, nessuno la esclude”. Pertanto? “Dobbiamo osservare ciò che viene detto su di noi e aprire e gestire la nostra presenza sociale con intelligenza e cautela sempre maggiori”. Avere una forte reputazione digitale è il primo argine in caso di attacchi. Perché “la reputazione digitale non può essere comprata e quando è compromessa, è molto difficile da ricreare”, soprattutto perché i semplici mortali non hanno i mezzi di giganti come la Volkswagen per dimenticare il loro “dieselgate” . Poiché Internet non dimentica, la massa è sempre stata animata dalla pietà e, secondo Flora, la reputazione “è una percezione che non ha nulla a che fare con la realtà”. Per Pier Luca Santoro di DataMediaHub invece “la reputazione ha una dimensione sociale, dipende da come ciò che facciamo / diciamo viene percepito dagli altri e da come gli altri parlano di noi [in una parola]. è molto concreto anche se “immateriale”. “Pensaci.

Cristian Nardi Tra gli esperti italiani nella cancellazione link dalla rete.

Ogni mattina Maria Giglio esercita una titanica forza di alzarsi dal letto, si siede davanti al computer e digita due parole: Tiziana Cantone . Chi è questa ragazza? Facciamo lo stesso e cerchiamo il tuo nome su Google. Nei risultati appaiono parole come “suicidio”, “video porno”, “fellatio” . Inoltre una voce in Wikipedia, alcuni meme e diversi articoli pubblicati nei media. Vediamo che è una ragazza con la pelle scura, sorridente, labbra carnose, capelli lunghi color ebano e lineamenti marcati. Il suo aspetto sembra emergere dallo schermocome se volessi invadere lo spazio, chiedere giustizia o risolvere aspetti della sua vita che non avrebbero mai dovuto accadere.

cristian nardi

Nel pomeriggio del 13 settembre 2016, la zia è scesa nel seminterrato della casa di sua sorella, la già citata Maria Giglio e madre di Tiziana, e ha trovato la sua nipote morta. Aveva solo 31 anni . La causa? Un video porno che presumibilmente il suo fidanzato è andato online e che è diventato virale in tutto il paese in pochi giorni. Le ragioni non sono ancora chiare, sebbene tutto suggerisca che Cantone abbia avuto una relazione tossica con il suo partner, Sergio Di Paolo. Controller, possessivo e violento. “Mia figlia aveva paura di lei ” , dice Maria Teresa in un’intervista a “L’Atlantico”. Tiziana ha lasciato il suo lavoro e la sua città e ha iniziato il processo per cambiare il suo nome. È stato invano Ma purtroppo la storia non finisce qui. La diffusione video attraverso tutti i canali: Facebook, Instagram, WhatsApp e siti per adulti. ” Stai facendo il video? Bravo!” ( “Stai registrando? Bravo!” In spagnolo), pronuncia la giovane video alla volta. Ben presto, questa frase è diventata meme, è stato parodiato sui canali YouTube, stampate su t – shirt e casi di telefono anche mobili in vendita su eBay. Due giocatori italiani creato la propria versione del video imitare la scena in un supermercato. Anche i presentatori fatto una sintonia radio nazionale con la frase.

La prova per Tiziana e sua madre era appena iniziata. Un anno dopo la trasmissione del video, Tiziana era ancora oggetto di derisione pubblica e persecuzioni da parte dei media. Lasciò il suo lavoro e la sua nativa Napoli prima del bisogno di nascondersi e iniziò il processo per cambiare il suo nome. Ma tutto era invano, poiché era assolutamente impossibile che il video non continuasse a diffondersi. Alla fine, ha deciso di intraprendere un’azione legale e portare in tribunale il suo fidanzato, le società tecnologiche e le autorità locali per consentire la condivisione del file. Solo contro il mondo, hapassato la vita a cercare di riparare la sua reputazione malconcia.

Per Maria Giglio, la lotta per l’onore della figlia e la sua tragica morte è appena iniziata

La sua strategia alla fine ha dato i suoi frutti. Il 5 settembre 2016, Tiziana ha vinto il “diritto all’oblio”, una sentenza che consente alle persone di rimuovere i link ai loro nomi da siti Web e motori di ricerca. Alla fine, un tribunale ordinò che tutti i video fossero rimossi dalle ricerche di Google e Facebook, tra molti altri siti web. Tuttavia, sfortunatamente, la celebrazione della famiglia era piuttosto effimera . Il giudice ha anche ordinato che Tiziana dovesse pagare le spese legali, circa 20.000 euro. Una settimana dopo, la giovane donna si tolse la vita.

Nell’anno e mezzo da allora, l’immagine di Tiziana, dopo tutti i fenomeni virali, sembra essersi attenuata e ha iniziato a svanire. Ma per sua madre, la lotta per l’onore della figlia e la sua tragica morte è appena iniziata. Maria Teresa ha adottato una nuova via legale: incolpare e andare contro le società di Internet per non aver eliminato i video di sua figlia in tempo. Forse, se fossero stati di fretta, il destino di Tiziana sarebbe stato un altro. Google o Facebook potrebbero eliminare alcuni risultati delle loro ricerche, ma Maria sostiene che, come parte del diritto all’oblio, è anche responsabilità del gigante tecnologico eliminare meme, parodie e resti sparsi. che identificano ancora Tiziana.

La persecuzione che Tiziana ha sofferto era così dura che l’unico posto dove poteva rifugiarsi era la chiesa

Quando i video sono apparsi per la prima volta, madre e figlia sono fuggite da Napoli. Anche se il suo indirizzo email non è stato pubblicato, la gente l’ha trovata e ha iniziato a inviare le sue minacce di morte. Doveva anche spegnere il cellulare quando le notifiche di Instagram e Facebook contenevano solo messaggi con insulti e fastidi da persone anonime. Il fenomeno ha dato tanto a se stesso, che anche nei centri commerciali la gente lo ha fermato per prendere i loro telefoni per fotografare la ragazza più famosa del momento che sembrava praticare il sesso online . La perversità della massa sociale sembrava non avere limiti e la chiesa locale era l’unico posto in cui sembrava sentirsi al sicuro.

Maria Giglio vive attualmente con sua sorella e sua madre di 91 anni nella provincia di Mugnano di Napoli, una remota città alla periferia di Napoli decorata con affreschi dipinti e strade acciottolate. La madre doveva allevare Tiziana da sola, la sua unica figlia. Erano i migliori amici e inseparabili , andavano in vacanza insieme e conversavano al telefono tutti i giorni. ” Come sorelle”, come la descrive Maria Teresa. “Quando siamo tornati a casa, abbiamo condiviso un letto e siamo rimasti alzati fino a tardi a parlare della vita”, dice.

DANIEL BORASTEROS

Da bambina, Tiziana era una ragazza molto felice e divertente, una felicità che si spense e si oscurò non appena raggiunse l’adolescenza. Dopo gli studi di danza classica, ginnastica e pianoforte, si iscrive alla giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Una depressione ha decimato la sua vita da studente e non è riuscito a finire la gara. La morte di suo nonno, ” la figura paterna ” descritta da Maria Teresa, gli spezzò il cuore. Tiziana soffriva anche di ansia e disturbi alimentari. Prima della sua morte, aveva tentato di uccidersi almeno due volte , dice sua madre.

La relazione madre-figlia cambiò completamente quando incontrò il suo compagno più tardi. Sergio di Paolo , con cui ha iniziato a uscire due anni prima dell’incidente, era un ragazzo possessivo, invidioso e dominante Tiziana si è persino rifiutata di andare con la sua famiglia sull’isola di Capri in vacanza perché le ha chiesto di farlo. “Mia figlia aveva paura di lui”, confessa Maria Teresa. Quando il video è diventato virale, i media italiani hanno offerto la versione che erano stati inviati volontariamente dalla ragazza al suo fidanzato e ad altri quattro contatti di WhatsApp e che erano stati resi pubblici senza il suo consenso. Ora, Maria crede che sua figlia fosse sotto l’effetto di droghequando fu registrata.

Era pallida e piena di lividi, voleva portarla in ospedale ma lei rifiutò

Al suo arrivo a casa, la madre notò che sua figlia era molto preoccupata. “Era la prima volta che vedevo mia figlia così nella mia vita”, dice. “Era pallida e coperta di lividi, voleva per prendere il suo ospedale, ma lei ha rifiutato e appena detto, ‘Mamma, per favore portami a casa, voglio solo per stare con te. Portami via da qui'” . Il suicidio è diventato il titolo di agenzie di stampa in tutto il mondo. In Italia, l’attenzione eccessiva il caso ha portato i giornalisti a sviluppare notizie molto veloce , non c’è tempo per contrastare la sua veridicità, in modo che alla fine accontentarsi di qualsiasi informazione, sia vero o no.

Mentre le molestie continuavano, madre e figlia cominciarono a cercare modi per cancellare tutti i contenuti dei motori di ricerca, dei social network e delle pagine porno. Pertanto, hanno cercato in qualsiasi modo di ottenere il “diritto all’oblio” . Queste richieste generano controversie, poiché vi sono dubbi su chi dovrebbe determinare cosa è irrilevante o nocivo e a chi dovrebbe essere concesso questo diritto. I suoi detrattori sostengono che l’eliminazione di tali contenuti può essere considerata come censura e limite di accesso alle informazioni.

La corte ha stabilito che nessuno era colpevole di incitare Tiziana al suicidio

Dopo la morte di Tiziana, la procura napoletana ha aperto un’inchiesta con il cosiddetto “incitamento al suicidio”. Quattro uomini sono stati interrogati, incluso il loro ex-ragazzo. All’inizio , l’avvocato di Maria ha finto di costringere Apple a concederle il permesso di accedere all’iPhone bloccato di Tiziana, sperando di identificare chi era la prima persona a condividere il video. Non ha funzionato Google, Facebook e altri siti sono tenuti per legge a rimuovere contenuti che violano le regole della piattaforma o se richiesto dalla legge. Nel caso di Tiziana, il gigante tecnologico ha affermato di aver cancellato tutti i link al contenuto in poche ore.

Il 25 maggio dello stesso anno, il diritto all’oblio verrà aggiornato quando entrerà in vigore il nuovo regolamento generale sulla protezione dei dati dell’Unione europea, una legge ampia che limita il modo in cui le aziende utilizzano e raccolgono i dati dagli europei . Le aziende dovranno essere specifiche e trasparenti con i loro utenti in termini di utilizzo delle loro informazioni personali e di divulgare in ogni momento i dati che vengono memorizzati in esse. La legge offre inoltre agli utenti il ​​diritto di cancellare i propri dati, comprese le informazioni relative a una persona che può essere utilizzata per identificarli, come il loro nome, foto e pubblicazioni sui social network. Precisamente tutto ciò per cui la madre di Tiziana ha combattuto.

Sono morto anche quel giorno. Ma se sono ancora vivo, è perché ho ancora una missione. Sono convinto

Lo scorso dicembre, un tribunale ha stabilito che nessuno era colpevole di incitamento al suicidio Tiiziana. Pertanto, Maria sta lavorando con uno studio legale e Cristian Nardi, un esperto di sicurezza on-line locale che ha offerto aiuto alla famiglia di prendere un’azione legale contro Facebook Italia . Il loro argomento è che la società ha contribuito a consentire la diffusione di video.

“A differenza di altri paesi, come la Gran Bretagna o l’ Stati Uniti, non v’è alcuna legge per il porno vendetta “, dice Nardi. “Questo non è previsto da aziende di tecnologia per rimuovere rapidamente i contenuti per proteggere la privacy e la diffamazione delle vittime. I processi di appello attuali sono troppo lenti e cambiano, quello che è successo a Tiziana accada di nuovo .” Questo è esattamente ciò che egli teme Maria del Giglio.

ENRIQUE ZAMORANO

Ogni giorno Maria si alza per continuare a cercare su internet il nome di sua figlia. Sicuramente leggere questo stesso articolo. Crede ancora che il video sia ancora ospitato su pagine pornografiche con etichette orribili che non riveleremo qui. La morte di Tiziana è entrata nel portale Know Your Meme e nella frase “Stai registrando? Bravo!” Ha una sua pagina nel Dizionario Urbano. María dice che questi resti digitali le impediscono di ricordare sua figlia com’era, “bella e sorridente”. Per concludere, dichiara: “Sono anche morto quel giorno, ma se sono ancora vivo, è perché ho ancora una missione, sono convinto”.

Garante della privacy videosorveglianza “intelligente”

privacy videosorveglianza

Con provvedimento n. 102 del 22 febbraio 2018 il Garante della privacy ha affermato che l’utilizzo di sistemi di sicurezza superiori alla media è giustificato se, per la delicatezza del sito in questione, esiste un’esigenza non solo di tutela del patrimonio aziendale ma di protezione del personale e dei clienti da possibili atti terroristici o sabotaggi.

Il Garante si è pronunciato a seguito di una richiesta di verifica preliminare avanzata da una società impegnata nell’attività di studio, progettazione e assistenza nel settore dei servizi informatici e telematici. La stessa, con l’obiettivo di innalzare il proprio livello di sicurezza, ha scelto di dotarsi di un impianto di videosorveglianza c.d. “intelligente” in grado di riscontrare in tempo reale comportamenti anomali o possibili illeciti da parte di personale interno ed esterno. L’infrastruttura consentirebbe di rilevare determinati movimenti al di fuori di tracciati predefiniti, oltre a identificare il soggetto nel momento in cui risultasse immobile all’interno di una specifica area ed inoltre individuare i veicoli fermi in prossimità di zone sensibili.

La società richiede inoltre l’autorizzazione del Garante della privacy affinché le immagini frutto dell’attività di videosorveglianza vengano conservate per un arco temporale di 90 giorni, periodo ritenuto congruo per verificare comportamenti di soggetti che svolgono un’attività di sopralluogo e studio dello stabilimento, preliminare all’evento criminoso.

Si rammenta che con provvedimento dell’8 aprile 2010 lo stesso Garante stabilisce che la conservazione delle immagini debba essere limitata alle ventiquattro ore successive alla rilevazione fatte salve specifiche esigenze che giustifichino un tempo maggiore comunque non eccedente la settimana. Oltre i sette giorni è necessaria l’autorizzazione del Garante.

Sempre nella richiesta di verifica preliminare la società rende noto che i sistemi di videoregistrazione sarebbero programmati per effettuare la cancellazione automatica dei dati allo scadere del termine. Gli stessi sono collocati in un’area riservata ai soli appartenenti al dipartimento sicurezza, autorizzati e muniti di apposito badge.

Il Garante è chiamato a valutare se il predetto impianto di videosorveglianza “intelligente” è conforme ai principi di necessità, finalità, proporzionalità e correttezza richiesti dal Codice in materia di protezione dei dati personali (Dlgs. 196/2003). In linea di massima, afferma l’Autorità, tali sistemi “devono considerarsi eccedenti rispetto alla normale attività di videosorveglianza, in quanto possono determinare effetti particolarmente invasivi sulla sfera di autodeterminazione dell’interessato e, conseguentemente, sul suo comportamento”. Ma, continua il Garante, il loro utilizzo “risulta comunque giustificato solo in casi particolari, tenendo conto delle finalità e del contesto” da valutarsi di volta in volta.

In un’ottica di equilibrio tra impianti di videosorveglianza e finalità che ne giustificano l’utilizzo, l’Autorità ritiene che le particolari esigenze della società, non limitate alla sola tutela del patrimonio aziendale, ma estese alla protezione del personale e dei dati della clientela di fronte ad azioni di sabotaggio o attacchi terroristici giustificano un livello di controllo “intelligente”, come tale superiore alla media.

Sulla falsariga delle valutazioni precedenti, il Garante ritiene che un ampliamento a 90 giorni dei termini di conservazione delle immagini possa essere lecito e conforme ai principi di necessità e proporzionalità richiesti dal Codice della Privacy. Ciò in considerazione delle ragioni (valutazione di comportamenti sospetti) e soprattutto delle dichiarazioni rese dalla società tali da escludere, a giudizio del Garante, che dall’utilizzo delle immagini per un periodo così ampio possano conseguire “significative lesioni alla riservatezza degli eventuali soggetti interessati alla rilevazione delle immagini”.

Privacy, gigantesca voragine nel portale delle imprese: chiunque può scaricare 6 milioni di dati personali – VIDEO

Privacy, gigantesca voragine nel portale delle imprese: chiunque può scaricare 6 milioni di dati personali – VIDEO

Chi vuole può citofonare a Casaleggio, Montezemolo o all’ad delle Ferrovie per lamentarsi di persona dei ritardi. Si possono anche scaricare i dati in modo massivo per usarli a fini commerciali o rivenderli a terzi. Mentre entra in vigore il General Data Protection Regulation (GDPR) che impone la stretta ai gestori di banche dati di tutta Europa in Italia si scopre una gigantesca falla nel portale delle imprese voluto dal governo. Si rischiano multe fino a 10 milioni di euro. Immediata la segnalazione al Garante della Privacy

I clienti delle Fs potranno lamentarsi di persona con chi le amministra, basta seguire l’indirizzo e citofonare “Mazzoncini”. Idem quelli di Amsa e A2a e di multinazionali come Sky, Ikea, Siemens, Edison, Suzuki, Toyota e Luxottica. Qualche buontempone potrà suonare il campanello di CasaleggioDe Benedetti e Montezemolo o attaccarsi a quello del politico paracadutato ai vertici di società pubbliche. Il servizio è gratuito e privo di rischi, grazie al contributo di Palazzo Chigi e Camere di commercio. Volevano semplificare la vita agli imprenditori, hanno finito per esporre ai quattro venti i loro dati personali, comprese le residenze private, di milioni di amministratori, procuratori e consiglieri iscritti al Registro delle Imprese.

Merito di un portale istituzionale che regala all’Italia un bel primato: anche i sassi sanno che oggi, 25 maggio 2018, diventa operativo il General Data Protection Regulation (GDPR), il nuovo regolamento europeo che impone maggiori obblighi e cautele, nonché sanzioni fino a 10 milioni di euro ai gestori di dati che per evitarle stanno bombardando utenti e clienti di richieste a rinnovare il consenso. Il nostro Paese lo celebra con un data-breach di proporzioni epiche e dai risvolti inesplorati. A beneficio dei curiosi che s’annidano tra 200mila utenti mensili del sito e di chi volesse utilizzarli a fini commerciali propri o rivenderli a terzi. Magari dopo averli scaricati comodamente in blocco con un semplice script da ragazzini dell’Itis di Monza. Lo abbiamo fatto.

Se Snowden chiede una pratica edilizia
Il Codice dell’amministrazione digitale dice che per accedere ai servizi della PA si devono usare esclusivamente sistemi sicuri, come SPID o la CNS, ma il gestore del sito – prima falla – evidentemente non lo sa e consente di registrarsi come si vuole, senza un sistema di autenticazione. Noi lo facciamo usando il nome Edward Snowden, l’informatico e attivista statunitense che ha rivelato lo scandalo intercettazioni. Luogo e data di nascita sono su Wikipedia e di strumenti per calcolare il codice fiscale è pieno Internet. Il nostro Edward può ora presentare pratiche presso tutti i Comuni italiani convenzionati. Ne sceglie uno a caso, il Comune di Milano e segue le istruzioni. Clicca sul bottone “Compila una pratica” e arriva una pagina dove deve inserire i dati anagrafici dell’azienda. E qui siamo alla seconda falla.

Il servizio ha poi una funzione compilazione automatica del modulo, così che a Snowden basta inserire un codice fiscale aziendale (sono tutti pubblicati per legge nella homepage dei loro siti Internet) per vedersi comparire a schermo la relativa scheda anagrafica estratta dal Registro delle Imprese, con tutti i dati rel​ativi al rappresentante legale dell’azienda. Potrà inserire, ad esempio, il codice fiscale di NTV – Italo treno: 09247981005. Cliccando sul bottone “recupera dati” magicamente otterrà l’indirizzo dell’abitazione di Luca Cordero di Montezemolo. Lo stesso può fare con la Casaleggio e associati per avere l’indirizzo di Davide Federico Dante Casaleggio e così via. Certo, si può anche fare tramite le visure camerali, ma bisogna accreditarsi e pagare lasciando traccia delle operazioni. Si può andare fisicamente allo sportello della Camera di Commercio, dove non chiedono documenti, ma richiede tempo e si paga per ogni pratica. Qui si fa tutto in rete, gratis e senza limiti. Ma ecco il terzo svarione che perfeziona il pasticcio: il data-breach, cioè la possibilità di scaricare, copiare e trasmettere in maniera massiva dati personali.

Il data-breach 
casalingo, la reazione dell’ente
Scaricare a mano 6milioni di schede aziendali, l’intera banca dati delle Camere di Commercio, in effetti può risultare noioso. Fortunatamente Edward conosce Giggino, che frequenta la terza all’ITIS informatici di Monza che è un maghetto col Javascript. In quattro e quattr’otto Giggino gli prepara uno script che scarica diecimila record alla volta.
 Ecco qui i primi diecimila in un file Excel, li manderemo a Antonello Soro, il Garante della privacy per sentire cosa ne pensa.
 Ma è mai possibile che dati personali siano trattati con tanta leggerezza dalla società delle camere di Commercio? A sera chiama il dirigente di UnionCamere responsabile del servizio. Luca Candiani ci ringrazia della segnalazione e poi spiega che l’ente ha scelto di non limitare l’accesso a credenziali sicure perché “vista la scarsa diffusione di identità digitali tra gli italiani avremmo fortemente limitato l’operatività del servizio”. Eppure il governo e la sua Agenda digitale spingono da anni nella direzione opposta, a incentivare il più possibile la diffusione di sistemi di autenticazione sicuri come Spid e Cns. Resta allora da capire quanto la pretesa “operatività del servizio” faccia rima con i più sostanziosi incassi che un accesso non controllato garantisce ogni anno all’ente camerale.

L’esperto: “Se confermate, inadempienze gravi”
“Se le cose stanno in questi termini siamo davanti a una serie di inadempienze gravi”, spiega Fulvio Sarzana, giurista che da anni si occupa di diritti digitali e privacy. “Sembra potersi profilare una violazione del principio di accountability ovvero dell’adozione di comportamenti proattivi e tali da dimostrare la concreta adozione di misure finalizzate ad assicurare l’applicazione del nuovo quadro comunitario alla base del Regolamento Europeo in materia di protezione dei dati personali. Va ricordato che il Regolamento è in vigore dal maggio 2016 e dal maggio 2018 è solo prevista l’operatività in tutti i paesi dell’Unione. Ancora, va ricordato come l’adozione di misure di sicurezza per il trattamento dei dati personali volte ad evitare rischi di diffusione incontrollata di dati, sia oggetto anche di una specifica disposizione penale, come già previsto dall’art 169 del codice della privacy. E’ bene verificare con attenzione cosa sia successo”.

PS 1- L’unico vero ostacolo che il nostro Edward ha incontrato sulla sua strada è stato al momento della  registrazione: dopo aver fallito con diversi browser ha scoperto che il sito funziona solo con alcuni. Questo nonostante le linee guida per la realizzazione dei siti web della PA raccomandino di verificarne il funzionamento su tutti i browser più diffusi.

PS 2 – La sera prima della pubblicazione abbiamo segnalato la falla a UnionCamere che è il titolare del servizio per consentirle di prendere le giuste contromisure ed evitare eventuali abusi.

Giustizia, gli avvocati chiedono all’Unione europa una normativa sulla successione digitale

I legali riuniti a Genova per il convegno internazionale Det 2018, ‘Diritto, etica e tecnologia. Il doppio volto della tecnologia’, hanno sottolineato anche l’esigenza di una direttiva Ue sul diritto all’oblio

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FACEBOOK 

Chi si occuperà dei nostri profili social dopo la nostra morte? Parenti ed eredi potranno accedere alle conversazioni e alle foto o il diritto alla privacy prevale sul dolore di una famiglia?

Domande di crescente attualità in scia all’enorme diffusione dei social network: da Facebook a Twitter, da Instagram a LinkedIn, passando per la selva di app più o meno note. Oggi, non esiste una risposta unitaria eppure una soluzione ci sarebbe: una normativa europea che regolamenti la “successione digitale” in modo unitario e omogeneo.

L’appello è arrivato durante la giornata conclusiva di Det 2018, ‘Diritto, etica e tecnologia. Il doppio volto della tecnologia’, il convegno internazionale organizzato dall’Ordine degli avvocati di Genova.

Ovviamente, le carenze esistono anche in tema di diritto all’oblio. Una garanzia penalizzata dal diffondersi di una notizia tramite le migliaia di condivisioni sui vari profili social o siti internet. Anche in questo caso manca una normativa europea che indichi criteri generali e una disciplina unitaria.

Problemi che si intrecciano anche al tema della cyber-sicurezza: “I peggiori hacker – è stato detto durante il convegno – siamo noi stessi con i nostri comportamenti”. Tradotto: bisonga stare più attenti e leggere con attenzione tutte le informative su cui si clicca.

“E’ stata una esperienza importantissima – ha sottolineato il presidente dell’ordine degli avvocati di Genova Alessandro Vaccaro – che sicuramente riproporremo negli anni futuri: è importante mettere in mostra le eccellenze di questa città”.

FONTE:REPUBBLICA