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Harvey Weinstein l’ex produttore cinematografico statunitense condannato reati sessuali risulta positivo coronavirus

Harvey Weinstein, 67enne ex produttore cinematografico statunitense condannato per diversi reati sessuali, è risultato positivo al coronavirus (SARS-CoV-2). Weinstein è stato sottoposto a un test mentre si trovava in carcere nello stato di New York ed è ora stato messo in isolamento.

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Weinstein era stato uno dei personaggi più in vista ad essere pubblicamente accusati di molestie e stupro durante i mesi del movimento #metoo e l’11 marzo è stato condannato a 23 anni di carcere in quanto dichiarato colpevole di stupro di terzo grado per una violenza avvenuta nel 2013 e di atti sessuali criminali di primo grado per un episodio del 2006. Alcune settimane fa era stato operato al cuore.

Harvey Weinstein si è dichiarato colpevole di violenza sessuale e stupro

Harvey Weinstein è stato dichiarato colpevole di aver commesso un atto sessuale di primo grado che coinvolge una donna e uno stupro di terzo grado che  coinvolge un’altra donna.

Una giuria di New York ha assolto il disgustoso magnate del cinema sulle accuse più gravi di aggressione sessuale predatoria che ha coinvolto le due donne, Miriam Haley e Jessica Mann.

Nel fare ciò, i giurati hanno indicato di non aver trovato oltre ogni ragionevole dubbio che Weinstein aveva anche violentato Annabella Sciorra, un’altra vittima i cui pubblici ministeri delle testimonianze hanno usato nel tentativo di stabilire il comportamento predatorio di Weinstein.

Harvey Weinstein usò anche ex agenti del Mossad per fermare le donne molestate

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Harvey Weinstein (ap)

Il New Yorker rivela: un anno fa il produttore di Hollywood ingaggiò un gruppo di ex agenti israeliani per intercettare le attrici che si preparavano a denunciarlo

LOS ANGELES – Harvey Weinstein ha assunto svariate compagnie private di intelligence per individuare i suoi accusatori e affossarne le denunce: lo rivela il New Yorker nell’ultima puntata dell’inchiesta che ha colpito al cuorel’industria cinematografica americana e si è allargata a macchia d’olio in tutto il mondo. Il produttore di Hollywood, accusato di aver molestato decine di donne in trent’anni di carriera e che ora rischia l’arresto per stupro, ha ingaggiato detective privati non solo per rintracciare le vittime ma anche stanare e bloccare i giornalisti che stavano indagando sul caso.

A rivelare un ulteriore tassello sullo scandalo, dozzine di pagine contenenti documenti inequivocabili e sette testimonianze di persone coinvolte nell’indagine. Tra le compagnie assoldate dal produttore la Kroll, una delle agenzie di intelligence più prestigiose del mondo, e Black Cube, gestita per la maggior parte da ex agenti del Mossad, i servizi segreti israeliani.

Il dossier rivela che il contratto firmato da Weinstein, a luglio 2016, prevedeva esplicitamente la condizione di bloccare le indagini su di lui, portate avanti dal New York Times e dal New Yorker, così come la pubblicazione del libro dell’attrice Rose McGowan, che per prima ha svelato i dettagli degli abusi sessuali.

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David Boies, l’avvocato di Weinstein, rinomato paladino dei diritti umani e di cause liberali al più alto livello del sistema giudiziario americano, avrebbe offerto alla Black Cube incentivi finanziari per prevenire la pubblicazione degli articoli e per ottenere la bozza del libro di McGowan.

Tra gli incarichi affidati alla compagnia, anche quello di tracciare il profilo psicologico delle accusatrici, cercando scheletri nell’armadio nelle loro storie personali. Secondo quanto riporta il New Yorker, un’investigatrice privata, ex agente del Mossad, aveva incontrato McGowan, fingendosi un’attivista per i diritti delle donne. La stessa donna in seguito, era riuscita a entrare in contatto sotto false spoglie con i giornalisti che stavano lavorando sul caso Weinstein, fingendo di avere prove schiaccianti contro il produttore.

Black Cube, fondata nel 2010 da Yanus e Dan Zorella, membri dell’unità di intelligence israeliana, si è rifiutata di commentare le notizie del suo lavoro su Weinstein, rispondendo al New Yorker con queste parole: “E’ nella nostra politica aziendale rispettare la privacy dei clienti e mai confermare o negare qualsiasi speculazione fatta al riguardo del nostro lavoro”.

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