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Con Caffeina si accendono le luci sul campo di Villanova. Attori e vecchie glorie danno il calcio d’inizio

Foto di gruppo per la Nazionale attori (in bianco) e le vecchie glorie della Viterbese
di Andrea Arena
Ore 19.13, e luce fu. L’accende il vescovo Lino Fumagalli, arrivato col quarto d’ora episcopale di ritardo (causa cresime) in questo spicchio di città tra la Cassia e i palazzoni, quartiere Villanova, una delle prime appendici di quella periferia residenziale viterbese che oggi è diventata più grande e forse pure meno verace.

“Un gol per l’oratorio”, si chiama questo sabato sera lontano dagli spritz. Siamo al campo sportivo parrocchiale, creato da don Armando Marini quarant’anni fa e oggi ereditato da don Emanuele Germani, il padrone di casa, quello che lo ha reso moderno, comodo, sicuro. E infatti oggi sono tutti qui per accendere le luci, il nuovo mirabolante impianto di illuminazione a led finanziato dalla Fondazione Caffeina (e dal suo socio della prima ora Carlo Rovelli) e pronto a risplendere. Un sistema all’avanguardia, basso consumo e grande resa, che toglierà dal buio le lunghe serate invernali dei bambini e i ragazzi che vengono a fare calcio in questo posto, anche coi colori del neonato Villanova Fc.

«Buona partita a tutti», dice sua eminenza dopo la benedizione, e si comincia a giocare, per la partita inaugurale. Da una parte, le vecchie glorie della Viterbese: una carrellata di ex giocatori che attraversa gli anni Ottanta (Aspromonte, Bettiol, Coletta, Carbone, Checco Arcangeli, Siddi, Turchetti, Proietti Palombi), accarezza i Novanta (Fimiani, Del Canuto, Barbaranelli, Guernier, Valentini) e sfonda nei Duemila (Riccardo Bonucci, Ingiosi, Santoruvo). Dall’altra, la Nazionale italiana attori, squadra itinerante che si muove per scopi benefici e che per l’occasione schiera reduci dai vari reality come Brice Martinet e Andrea Preti, attori come Fabrizio Rocca, sportivi come Stefano Pantano (idolo della spada olimpica) e registi come Giulio Base. Allenatore, l’ex portiere della Lazio Fernando Orsi, detto Nando. Tutti, comunque, applauditissime dalle ragazzine (e dalle mamme) in tribuna, che evidentemente conoscono le loro gesta. L’arbitro è viterbese: Rinaldo Menicacci, assistenti Prota e Pepponi.

Inni nazionali – quello pontificio per primo – saluto delle autorità e della ex miss Italia Alice, fotografatissima, spettacolo degli sbandieratori e della banda musicale di Bassano in Teverina, e via, si gioca. Passano tre minuti e la Viterbese è in vantaggio: segna Vincenzo Santoruvo, e nella testa del tifoso nostalgico si aprono praterie di ricordi e di illusioni. Per gli attori, pareggia Fabrizio Romondini, che in realtà è un ex calciatore pure lui, ed ex gialloblu pure (pochi mesi nella prima squadra della gestione Camilli, cinque anni fa). La storia che s’incrocia, si mischia con le prime gocce di pioggia, prima che si perda il conto dei gol, in una serata in cui il risultato non conta, ma conta solo la luce.

Giampaolo Angelucci Giovanni Tagliapietra

Giovanni Tagliapietra_news_online_roma

Trappola dei pm a Feltri

In 836 pagine di inchiesta poco sugli Angelucci, nulla su Libero
 di Franco Bechis 

Un solo episodio in 836 pagine. E riguarda un’intervista riparatoria pubblicata sulla cronaca romana del quotidiano Libero all’allora assessore regionale della sanità nel Lazio, Augusto Battaglia. È tutto qui il clamoroso utilizzo della propria potenza editoriale da parte di Giam

paolo Angelucci e del papà Antonio con cui secondo i giudici del Tribunale di Velletri i proprietari della Tosinvest avrebbero piegato alle proprie esigenze industriali la Regione Lazio e suoi principali esponenti. Non c’è altro per giustificare la messa in croce di Vittorio Feltri, direttore di Libero, e di Antonio Polito, direttore del Riformista (testata manco citata nell’ordinanza), come avvenuto all’indomani del clamoroso provvedimento…(…) L’episodio che riguarda il quotidiano diretto da Feltri risale al novembre 2007. Nel giorno di tutti i santi uscì un articolo di Chiara Buoncristiani in cronaca di Roma assai critico con l’Assessore alla Sanità del Lazio, Battaglia, che si sosteneva essere sull’orlo del licenziamento, scaricato anche dai Ds, principale par

tito di maggioranza. Gli Angelucci, editori di Libero, vivono di sanità e di convenzioni, e per loro l’assessore della Regione Lazio è una specie di santino: gli accordi in essere valgono qualcosa di più di 400 milioni di euro di fatturato. Eppure la proprietà quell’articolo manco lo lesse. Se ne accorse solo il giorno successivo, quando Battaglia, un po’ alterato, telefonò al vecchio Angelucci. Questo raccolse la protesta, cadde dalle nuvole, imprecò contro la giornalista che chissà da chi aveva saputo quelle notizie non vere, e promise di fare chiamare l’assessore dal vicedirettore del quotidiano, già capo della redazione romana, Giovanni Tagliapietra, per una eventuale rettifica. Il giorno dopo, due colonne basse in cronaca locale, è apparsa una intervista a Battaglia in cui l’assessore- a proprio rischio e pericolo (e infatti poi fu licenziato davvero) liquidava l’articolo del giorn

o precedente con un sarcastico «Io scaricato dai Ds? Ma và!». In centinaia di pagine di intercettazioni non c’è altro di esplicito su questa presunto utilizzo per scopi ricattatori e intimidatori di questa presunta potenza di fuoco editoriale. Non c’è una telefonata di un Angelucci al direttore di una delle due testate, non c’è una minaccia a chicchessia di utilizzare la propria forza editoriale per ottenere qualcosa in cambio. Lo dicono i pm, ma non c’è uno straccio di controprova. L’unico altro episodio che sfiora questo tema è in una telfonata fra padre e figlio Angelucci dopo una ispezione dei Nas alla loro clinica riabilitativa San Raffaele di Velletri. Lì il figlio spiega al padre che i carabinieri sono andati giù con la mano pesante con i dipendenti durante il sopralluogo. Il padre si adira, e propone di mandare il legale di famiglia, l’avvocato Guido Calvi, a denunciare l’episodio al comandante generale dei carabinieri, e nel caso anche a presentare una denuncia. Se tutto questo non avesse avuto effetto “chiamo Vittorio”. Ma si tratta di uno sfogo. E la chiamata non verrà mai fatta. Nemmeno un rigo pubblicato sul caso. Angelucci padre però non manda giù il maltrattamento dei suoi dipendenti. Chiede appuntamento al

ministro pro tempore della salute, Livia Turco, e si sfoga (intercettato) al telefono con la moglie, spiegando che il minsitro lo deve stare a sentire, altrimenti lui non sentirà più le lamentele sul trattamento riservato da Libero alla Turco. Beh, è tutto qui. Ripetuto (anche le intercettazioni) ben tre volte nell’ordinanza per dare più corpo al documento. Ma sono sempre gli stessi e unici episodi e le medesime parole. Ho letto tutte le 836 pagine dell’ordinanza del gip, e non ho trovato un granchè nemmeno sugli stessi patron della Tosinvest. Un’impressione che avevo già ricavato all’epoca dell’arresto di Ottaviano Del T

urco in Abruzzo, con un’inchiesta molto a tesi, ma assai priva di riscontri. Anche qui mancano del tutto. Si ingigantisce ad esempio un episodio che letto così farebbe finire in carcere pr e dirigenti di quasi tutte le aziende italiane. Alla vigilia del derby Roma-Lazio Angelucci jr si informa sulla lista degli invitati alla partita. Scopre che i biglietti riservati in tribuna sono stati tutti presi da familiari dei dirigenti Tosinvest. Si infuria: “non è per questo che li ho comprati”. E chiede di invitare politici, dirigenti pubblici per un favore di rappresentanza. Viene scambiato per corruzione. Tutte le domeniche si corrompe così…

fonte: http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1591404&codiciTestate=1