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Barcellona, la polizia: “Ad Alcanar 120 bombole, preparavano uno o più attentati esplosivi”

Barcellona, la polizia: "Ad Alcanar 120 bombole, preparavano uno o più attentati esplosivi"

I vertici degli agenti catalani: “Ricerchiamo tre persone”, perché ancora non sono identificati i resti degli jihaidisti saltati in aria nella villetta santabarbara. In mattinata nella Sagrada Familia blindata centinaia per la messa in cinque lingue per commemorare le 15 vittime, di cui 3 italiani, dell’attacco sulla Rambla. L’arcivescovo: “Pace, rispetto e convivenza fraterna, mosaico sul quale si costruisce la società”. La chiesa, secondo i media spagnoli, era nel mirino prima della strage

BARCELLONA – Stavano preparando “uno o più attentati esplosivi a Barcellona” nella casa di Alcanar. In quell’edificio che è diventata una santabarbara “c’erano oltre 120 bombole di gas”. Ma la villetta è saltata in aria, e all’ultimo momento i terroristi hanno dovuto cambiare i loro piani di morte. La conferma viene dal capo dei Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, Josep LLuis Trapero. “Stiamo cominciando a vedere chiaramente le cose – ha aggiunto – questo era il luogo in cui si stavano preparando”.

Trapero ha aggiunto di non sapere se il ricercato numero uno, il presunto autista del furgone, Younes Aboyaaqoub, si trovi ancora in Spagna: “Se lo sapessimo lo andremmo a prendere”. Così proseguono le ricerche per catturare il ventidueenne marocchino  invitato anche dalla madre a costituirsi. Il fratello minore, Houssaine Aboyaaqoub, giovanissimo complice, è morto nell’Audi bloccata dalla polizia a Cambrils. E c’è mistero anche su Youssef Aallaa e, soprattutto, sull’imam Abdel Baki Essati, di cui, da Ripoll, borgo ai piedi dei Pirenei a meno di 50 chilometri dal confine sulla Francia, si sono perse le tracce.

Probabilmente due di loro sono morti saltando in aria ad Alcanar, ma ancora non si sa chi, forse proprio l’Imam e il giovane Youssef. Quindi, “per ora continuiamo a lavorare sull’ipotesi che la cella era formata da 12 terroristi“, giovani, quasi tutti imparentati l’uno con l’altro, “nessuno che avesse precedenti specifici legati alla jihad “, così ancora i vertici della polizia catalana. “Stiamo cercando 3 persone in fuga perché non abbiamo ancora la conferma delle identità sui resti biologici di Alcanar”.

E intanto una massiccia presenza di polizia è stata segnalata alle prime luci dell’alba proprio a Ripoll, la cittadina dove vivevano altri membri della cellula terroristica che ha colpito a Barcellona e a Cambrils, ad esempio i fratelli Oubakir. Lo riferisce El Pais, mentre La Vanguardia parla di un grande dispiegamento di polizia a Girona, a nord di Barcellona, e nella vicina Manlleu, località frequentata abitualmente da Abouyaaqoub, dove era stato trovato uno dei furgoni noleggiati dalla cellula che ha colpito in Catalogna.

Intensificati in queste ore anche i contatti con le autorità dell’antiterrorismo francese anche se, secondo Le Journal de Dimanche,  “niente collega per ora” i membri della cellula con la Francia. Tuttavia, i servizi segreti di Parigi stanno lavorando ad un numero telefonico francese trovato nell’elenco dei contatti di uno dei sospetti.

E, in attesa delle risposte degli esami sul dna di tutte le vittime dell’esplosione della villetta di Alcanar,  gli inquirenti catalani continuano a indagare anche sulla vicenda dell’auto che giovedì scorso, pochi minuti dopo l’attentato sulla Rambla, ha saltato un posto di blocco sulla Diagonal di Barcellona, e in cui è stato trovato il cadavere di un uomo pugnalato.  Dopo essere stata colpita dai proiettili degli agenti, la Ford focus è stata abbandonata a tre chilometri di distanza, all’altezza di Sant Just Desvern. All’interno del mezzo, gli agenti hanno trovato sui sedili posteriori il cadavere di Pau Pérez Villan, cooperante spagnolo di 34 anni e residente a Vilafranca del Penedès. In un primo momento, gli agenti hanno ipotizzato che l’uomo potesse essere morto per gli spari ma l’autopsia ha confermato la morte per ferite da coltello.

· LA CERIMONIA ALLA SAGRADA FAMILIA 
Commossa e blindatissima, in mattinata a Barcellona si è svolta la cerimonia per le vittime dell’attentato sulla Rambla. Una “Misa por la Pau”, iniziata alle 10, per concludersi un’ora e mezza dopo, celebrata in cinque lingue per commemorare le 15 vittime di diverse nazionalità (tre gli italiani, Bruno GulottaLuca Russo e Carmen Lopardo) travolte giovedì scorso da un furgone con a bordo un commando jihadista. Il rito è stato ospitato all’interno della Sagrada Familia, l’imponente simbolo cristiano più celebre della Spagna e in prima fila – con un forte messaggio di unità anche politica –  siedevano i reali di Spagna e il premier Mariano Rajoy, con il presidente della Catalogna Carles Puigdemont, la sindaca di Barcellona Ada Colau e il sindaco di Cambrils, Camí Mendoza.

L’evento era aperto a tutti i cittadini, tanta gente comune, turisti e tantissimi giovani, ma con eccezionali misure di sicurezza anche perché la chiesa, secondo i media spagnoli, era il primo obbiettivo nel mirino dei terroristi che poi hanno colpito i passanti sulla Rambla.

Barcellona, la polizia: "Ad Alcanar 120 bombole, preparavano uno o più attentati esplosivi"

La messa è stata concelebrata dall’arcivescovo e dal cardinale di Barcellona, Joan Josep Omella, insieme al vescovo ausiliare Sebastià Taltavull. Ed è stato proprio Omella a sottolineare il messaggio di fratellanza: “La pace è la migliore amica della nostra vita e chiediamo al Signore che ci dia la maniera di essere artigiani di pace”. “E’ bello essere qui tutti uniti – ha aggiunto – questo è il mosaico sul quale si costruisce la società. Tutti uniti per un obiettivo comune: la pace, il rispetto e la convivenza fraterna. L’unione ci rafforza, la divisione ci corrode e ci distrugge”.

Terroristi e fratelli, chi sono i jihadisti della strage di Barcellona

Terroristi e fratelli, chi sono i jihadisti della strage di Barcellona
La cellula terrorista di Barcellona nella scheda fornita dalla polizia 

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“Non so che cosa gli hanno messo in testa ai miei figli, ti assicuro che erano bravi ragazzi, normali”. Così il padre di Mohamed e Omar Hychami, due terroristi della cellula responsabile dell’attacco di Barcellona, afferma di essere stato all’oscuro della radicalizzazione dei due giovani. “Sembra che siano rimasti uccisi a Cambrils, non so come abbiano potuto fare tanto male”.

Un padre li piange, un altro genitore, la madre dei fratelli Younes e Houssaine Aboyaaqoub, ha lanciato un appello su El Pais: “Costituisciti, non voglio che tu uccida altre persone”, “l’Islam non lo predica”. Si appella al figlio sopravvissuto, il 22enne Younes, ricercato numero uno, e presunto autista del furgone della strage sui passanti della Rambla. L’altro figlio, ancora più giovane, risulta anche lui tra i morti di Cambrils.

La madre dei sospetti terroristi di Cambrils: “Non riesco a capire, erano ragazzi normali”

Sono dodici, questa almeno la cifra ufficiale diffusa oggi dagli inquirenti catalani, i membri della cellula terroristica che è riuscita a uccidere 15 persone e ferirne circa 160 in pochi minuti e puntava in realtà forse a fare più vittime, “preparavano uno o due attentati esplosivi a Barcellona, stavano maneggiando una santabarbara di 120 bombole”, così ancora gli inquirenti, prima di saltare in aria nel loro covo di Alcanar.

Di loro – chi ucciso, chi catturato – è possibile che ne sia sopravvissuto uno solo, o lo stesso Younes, oppure l’Iman quarantenne Adbelbaki Es Satty, lui, l’indottrinatore di Ripoll, che forse li ha riuniti tutti insieme nel mondo nero dello jihaidismo militante.  La “squadra” era tutta giovanissima, nessuno, a parte i sospetti sull’Iman, noto alla polizia per fatti legati alla radicalizzazione, e tutta imparentata l’un con l’altro.

Ci sono almeno tre coppie accertate di fratelli: Moussa Driss Oubakir, il primo, 17enne, era quello che a quindici anni scriveva sui social che il suo sogno era “uccidere gli infedeli” e che probabilmente è morto nella sparatoria di Cambrils; l’altro Driss, 28 anni, dice che non c’entra nulla, che a Viterbo ha avuto una relazione con donna italiana e si è consegnato spontaneamente perché il suo documento è stato ritrovato nel camiocino della strage, ed ora è in carcere. Vivevano a Ripoll come il loro Imam.

Con loro c’erano anche Mohamed Hychami, 24 anni, e il fratello minore Omar, entrambi uccisi dalla polizia. Di Younes Aboyaaqoub si è detto che potrebbe essere ancora in fuga, ma suo fratello minore Houssaine Aboyaaqoub, è morto la notte del 17 abbattuto dai poliziotti a Cambrils.

E ancora. Non è ufficialmente precisata la parentela ma hanno tutti e tre lo stesso cognome: Said Aallaa, 19 anni, anche lui ucciso a Cambrils e la sua carta di credito è stata ritrovata in un furgone abbandonato; Youssef Aallaa,che risulterebbe o in fuga oppure è suo uno dei corpi tra le macerie di Alcanar e Mohamed Aallaa, 27 anni, anche lui originario di Ripoll, catturato sull’Audi a Cambrils.

Solo tre membri della cellula non sarebbero fratelli combattenti. L’Iman Adbelbaki Es Satty, dal quale forse inizia tutto, Sahal El Karib, trentaquattrenne di Ripoll e il giovanissimo Mohamed Houli Chemial, arrestato ad Alcanar ma ferito gravemente, si è appreso dopo, mentre maneggiava le bombe esplosive.

Jerry Lewis morto

Jerry Lewis si è spento a novantun anni, probabilmente per cause naturali, nella sua casa di Las Vegas, dove viveva con la seconda moglie, la ballerina Sandee Pitnick. Una ricchissima carriera, quella dell’amato Picchiatello, regista, attore, comico insuperabile. E una lunga vita, malgrado le tante tribolazione della salute negli anni: quattro by pass coronarici, il diabete, un cancro alla prostata asportato e una fibrosi polmonare. In passato aveva sofferto di una grave meningite e della rottura di una vertebra mentre eseguiva una delle sua esilaranti ma anche impressionanti cadute.

Quando la Francia s’innamorò di lui 
Primo episodio: ormai all’apice della gloria in patria, nel 1970, la nona regia di Lewis è Scusi dov’è il fronte? Un irresistibile, acuminato apologo contro la stupidità della guerra, nel quale interpreta, come spesso ha fatto e farà, e nel caso nella scia del Chaplin di The Great Dictator, un doppio, opposto ruolo: il ricco playboy Brendan Byers III, che respinto alla leva si paga un esercito pur di andare a cercar gloria in guerra, e il feldmaresciallo Kesselring (vero nome dell’infame comandante delle truppe naziste in Italia dopo l’8 settembre), del quale veste i panni per conquistare, alla testa dei suoi, il bunker di Hitler. Anche per via dei peana delle punte di diamante della critica non solo transalpina, le riviste Cahiers du cinema e Positif, il film strega i cuori del raffinato, cinefilo pubblico francese. E non è un caso che la nuova svolta della sua rivoluzionaria comicità stesse allora esaurendo la presa sul pubblico americano, mediamente privo dei livelli intellettuali richiesti per addentrarsi con profitto nell’ormai ansiogena, talvolta urticante, vis comica che l’instancabile sperimentatore stava elaborando. A conferma, il secondo episodio: anche da noi il Picchiatello – il suo personaggio principe in italiano, negli Usa The Kid – ha viaggiato forte in quegli anni. Sarà infatti Venezia a premurarsi, 1999, di conferirgli il Leone per l’intera sua vicenda artistica. Mentre Cannes 2013, toujours la France…, gli ha dedicato un tributo speciale, nel quale compare anche Max Rose di Daniel Noah. Con Lewis ottantaseienne, e ancora bellissimo (da giovane è riuscito come nessuno a sfregiare la propria clamorosa avvenenza, fino a cancellarla con folli smorfie gommose e movimenti da acrobatico, schizzato Pinocchio), nei panni di un vecchio pianista jazz che ripercorre la vita dopo la morte della moglie.

L’invenzione di Telethon, la candidatura al Nobel per la pace 
Nello stesso 2013 l’ultimo film: un meta-cameo come Bellboy – titolo originale, quello italiano è Ragazzo tuttofare, della prima pellicola di cui Lewis fu, 1960, soggettista, sceneggiatore, regista, produttore e, col significativo nome di Stanlio, protagonista – nella commedia del brasiliano Roberto Santucci Até que a Sorte nos Separe (finché fortuna non ci separi). Per il suo cinema avanguardista il posto adatto è dunque per forza la vecchia Europa. E allora, non sarà fortuito neppure il fatto che fra i suoi riconoscimenti, comunque largamente inferiori ai meriti, non gli sia mai stato dato l’Oscar, neanche alla carriera: il solo che riceve nel 2009, da fondatore, 1966, di Telethon e assiduo sostenitore di altre cause filantropiche, è il Jean Hersholt, speciale premio sempre dell’Academy, accompagnato dall’identica statuetta, per eccezionali meriti umanitari. Nello stesso segno la candidatura al Nobel per la pace, avanzata nel ’77 dall’importante senatore democratico Les Aspin.

Gli auguri della sua New York 
Nel programma per il novantesimo di Lewis, celebrato l’anno scorso, la sua vecchia città, New York, aveva inserito un incontrocon  Scorsese. Che con lui e De Niro ha girato nel 1982 un altro capolavoro, King of Comedy (Re per una notte). Che porta sullo schermo paure e nevrastenie di un Re-Lewis per nulla simpatico, riflettendo amaramente su fama e anonimato, vita e commedia, sul minaccioso rapporto ossessivo che si può instaurare, negli Usa, fra idolo e fan aspirante idolo. Ovvero un De Niro miracolosamente dissociato fra il buon ragazzo della porta accanto e il potenziale criminale che infatti diverrà. Una sorta di aggiornamento del catalogo lewisiano delle moderne psicopatologie americane. E il miglior omaggio possibile a lui, che solo un suo pari poteva realizzare.

Quel suo umorismo irritante e scorretto
Era il suo, umorismo impregnato di nevrosi, imbarazzato, convulso e imbarazzante. Irritante, estremo, irrispettoso. Cinico e inappellabilmente scorretto. Persino noir, nel senso di comicamente sinistro, di persone e cose mostruose, dall’etimo “da mostrare”, che all’espressione “humour noir” dava, con la sua celebre antologia, André Breton. Un celebre critico francese, non per nulla di formazione surrealista, Robert Benayoun, scriverà, con limpida lucidità europea, un analisi ancor’oggi insuperata: “Considero Jerry Lewis, da quando è morto Buster Keaton, il maggiore artista comico del nostro tempo. Rispecchia perfettamente i tempi in cui viviamo e contemporaneamente li critica”. Godard gli farà eco anni dopo: “Jerry Lewis è l’unico regista americano al giorno d’oggi, che cerca di sperimentare qualcosa di nuovo e originale nei propri film; è molto meglio di Chaplin e Keaton”. Status che Lewis nega recisamente, assegnando un non negoziabile scettro a Chaplin, per lui “una parola magica”, e Stan Laurel, suo venerato amico di penna. E mettendo Carrey – il più credibile fra i suoi discendenti – il povero Robin Williams e Benigni fra i migliori delle ultime decadi. Discendenza che vien facile imparentare con le turbolenze interiori e le loro stravolte traduzioni corporali di Lewis.

Da peste e sfaccendato a maestro
Jerry è già se stesso da ragazzino. In tutta la delirante doppiezza che culminerà ne Le folli notti del dottor Jerryll (1963), forse il suo più apprezzato lavoro, che trasforma il capolavoro di Stevenson in una delle infinite, fortunatissime parodie con le quali risparmierà ben pochi fra miti, storie e pellicole del ‘900. Figlio degli immigrati ebrei russi, David Levitch, comedian di vaudeville, e Rachel Levitch, il piccolo Lewis è una peste. Anche se ha ragione da vendere quando tira un pugno ad un insegnate antisemita del college. Innamorato pazzo dei fumetti che consuma in quantità industriali, si dimentica perciò spesso di andare a scuola o ci arriva in puntuale ritardo. Mentre segue i genitori nei teatri di provincia dove il padre si esibisce, ottiene i primi buoni successi imitando compagni di scuola e insegnanti. Come il suo proprietario, la vocazione del Picchiatello già strilla e scalcia in cerca di un palco. Nella girandola di impieghi da nulla che infatti non prende con la minima serietà – commesso, magazziniere, quel fattorino d’hotel che, come altri impieghi in altri film, tornerà in Ragazzo tuttofare – finché arriva quello buono.

L’incontro fatale con Dean Martin
Perché il cinema-teatro di Broadway dove fa la maschera, gli regala uno spazio e il tempo per provare le imitazioni in playback di celebri ugole d’allora. L’uomo-spettacolo totale, come lo chiameranno i francesi, è pronto. Nel ’44 il primo tour. Due anni più tardi, 26 giugno 1946, già amico di un altro debuttante di superlusso, Dino Crocetti, figlio di un’altra minoranza più noto come Dean Martin, lo trascina in scena causa assenza di un collega. Complice la storia, è fatta. La comicità Usa d’anteguerra, generi e star, dai Marx a Laurel e Hardy, che per l’epilogo sceglieranno pure loro l’Europa, è in articulo mortis. La coppia Lewis-Martin imbocca a passo di carica la via per la gloria a colpi di risate fresche di conio. Lo schema “il bellone e lo sfigato” è infatti novissimo e funziona a meraviglia. La loro diventa in fretta una cavalcata trionfale che durerà fino al ’56: dalle prime affermazioni nei night club ai grandi teatri, la radio, la tv, il cinema, i dischi e i fumetti. Perché quei due sono così stelle che dal 1952 al 1957 il colosso DC comics pubblica un’acclamata striscia tutta per loro, che col solo Lewis arriverà addirittura al 1971, facendolo duettare con Batman, Superman e altri eroi di carta. Da La mia amica Irma (1949) a Hollywood o morte! (1956), anno della tutt’altro che pacifica separazione, il solito scontro di eghi, sono ben sedici in sette anni i loro film, fra i quali il fondamentale Nipote picchiatello. Tutti o quasi diretti da un quartetto di artigiani capaci di servire – come a suo tempo fecero i Marx con Leo McCarey – col debito garbo e ottimo mestiere i due mattatori: George Marshall, Hal Walker, Frank Tashlin, Norman Taurog. Ai quali seguiranno per Lewis, in anni più vicini, anche Billy Cristal e Emir Kusturica. Una volta separati, come si sa, per Jerry e Dean altri fiumi di gloria scorreranno. E a lungo.

Una vita molto complicata
Non è nuovo né esagerato affermare che Lewis è uno dei più grandi uomini di spettacolo del XX secolo. Dato che ha saputo essere nel tempo attore dalle sbalorditive risorse, specie mimico-fisiche, intrattenitore sublime, soggettista e sceneggiatore, musicista, docente di cinema (fra i suoi allievi i ragazzi prodigio Spielberg e Lucas), e il regista che sappiamo. Un vero uomo-cinema. Capace inoltre di rinnovarlo alla base. Come fece negli anni Paramount, dove imperversava col solito manicale perfezionismo in ogni fase della produzione e dove inventò il video assist, la camera con monitor che gli mostrava in tempo reale i giornalieri. Di fatto una profezia del digitale. Immediatamente, va da sé, ripresa da tutti. Come quasi tutti i geni che si rispettino, Lewis ha avuto una vita molto complicata, alla quale ha risposto con eccezionale forza di carattere, messa di nuovo alla prova anche pochi anni fa, 2009, dal dolore per la morte del figlio più giovane, Joseph, a causa di un’overdose di barbiturici. Una vita non facile, e non solo per gli incalcolabili guai di salute, ma anche per via d’un carattere disastroso. D’altronde, come si usa dire: non esistono cattivi caratteri, ma solo caratteri. Pare tagliata da un sarto per il Picchiatello. Che in questo non diverge troppo dagli strani, malinconicissimi predecessori “tristi, solitari y final” Buster Keaton, Stanlio e Ollio, né dal poco simpatico sex addicted Charlie Chaplin. La fatica di essere comici. Di avere, in generale, una tale sensibilità che il maggior problema diventa difendersene. In Lewis si intrecciano la dissacrante tradizione ebraica, la modernità vertiginosa e nevrotica dell’America moderna, un’impressionante consapevolezza dei propri talenti e limiti, regolare oggetto di sulfurea autoironia, il naturale esibizionismo e la sfrontatezza che stanno nella valigia dei migliori uomini di spettacolo. Specie i comici.

Nudi e mediocri nel suo specchio deformante
Sembrerà azzardato, ma pensando all’estremismo della comicità e alle cosiddette gaffe di Lewis, par d’intravedere Lenny Bruce. La sua incoercibile necessità di seguire, fino ad oltrepassare i limiti di leggi e convenienze sociali, il proprio istinto comico e non, intinto nel nero cupo di ciò che di noi e del mondo risolutamente neghiamo né vogliamo vedere e sapere. Cosa permessa fin dall’antichità solo a comici e tragici: dire, sorta di oracolo e medium, le cose come si pensa che stiano, senza mediazione alcuna. Mostrandoci a noi stessi e agli altri come mai vorremmo scoprire di essere. Nudi, goffi, mediocri e senza difese. Come riflessi in uno specchio deformante, scandaloso e però veritiero. Lewis, come i comici di razza, attira quel greve fardello sulle sue sole spalle. Fermandosi solo un po’ prima della perfetta, mortale coincidenza vita-spettacolo di Lenny. Dicendoci di noi tutte le bassezze che persone come loro han già da tempo scoperto e accettato. Più che in scena, in una terra di nessuno di battute rubate o citate fuori contesto, Lewis, con le sue fin troppo enfatizzate gaffe, s’è mostrato talvolta svelandosi al di là di sé e della propria volontà e controllo.

Gli Usa puritani e il grande fool
Momentanei smarrimenti di coscienza e falle del super io, di nuovo la fatica di essere comici. Perdite di controllo che in pubblico, nei puritani Usa, anche per un comico di oggi, qualora, come Lewis o il più estremo Lenny, sia vero pronipote del fool shakespeariano (giullare ma anche pazzo, dunque autorizzato a tutto dire, fornendo così all’autore, come un dissociato, più personalità), è infinitamente più vietata, o meno ammissibile, che nella Vecchia Europa. È anche e soprattutto in questa luce che, per davvero comprendere le indignatissime e, per noi europei, un po’ ridicole reazioni dei benpensanti Usa, vanno collocate le presunte offese a spastici e distrofici, che certo mal si attagliano alla generosità di filantropo di lunghissimo corso, ma delle quali Jerry infatti si è abbondantemente scusato; l’uso in una diretta tv e un’intervista della parola “fag” (frocio, in inglese è termine assai spregiativo); le battutacce sulle donne-comico (“mi urtano un po’ i nervi”), dalle quali si difende con buonsenso e l’ennesima contraddizione ricordando i suoi undici film con una spalla femminile. In fondo quattro sciocchezze, se paragonate a quanto ha saputo dare. Tenendo invece presente di quanto sangue grondi la questione delle armi illegalmente detenute in America, la pistola non autorizzata e funzionante rinvenuta in una borsa di Lewis ad un controllo bagagli nell’aeroporto McCarran di Las Vegas, 2008, desta uno scalpore francamente modesto. Anche se il suo manager si affrettò a definirlo un innocuo pezzo da collezione, mentre lo showman peggiorò goffamente

le cose qualche tempo dopo – momentanea fuoriuscita del Picchiatello nella vita vera? – rivelando che era il dono di un fan. Ma diciamocelo. Per farla breve, un comico buono o simpatico non sarebbe mai diventato Jerry Lewis.  Addio Picchiatello, eterno adolescente! E grazie di tutto.

Attentato a Barcellona, il piccolo Julian è vivo: è tra i feriti in ospedale

Attentato a Barcellona, il piccolo Julian è vivo: è tra i feriti in ospedale

Il bambino di 7 anni strappato alla madre dalla furia del furgone sulle Ramblas risultava disperso. La donna è grave in ospedale. Tolto da Fb l’sos lanciato dal nonno

Alla fine arriva anche una buona notizia: il piccolo Julian è vivo. Il bambino di 7 anni, travolto insieme alla madre dalla furia del furgone bianco sulle Ramblas e dato per disperso si trova in ospedale. Come sua madre, ricoverata in condizioni gravi ma stabili. Il padre è arrivato oggi dall’Australia per mettersi sulle tracce del piccolo. Una ricerca che sembrava disperata.

L’appello del nonno rimosso da Facebook

Immagini di Julian Cadman affollano i social, dove anche il nonno, Tony Chadman, aveva prontamente postato un’allerta sulla sua scomparsa con l’invito a diffonderla, nella speranza di poterlo ritrovare. Oggi il suo post è sparito da Facebook. Rimosso, prima che la buona notizia fosse divulgata.

Da Sydney a Barcellona

«Chiunque abbia dei figli sa quale angoscia sta attraversando il padre e la sia famiglia nell’andare a cercarlo a Barcellona» era intervenuto in mattinata il premier australiano. Venerdì la premier britannica Theresa May aveva parlato, senza fare nomi, di un bambino disperso con doppia nazionalità. Julian in effetti è nato nel Kent, in Gran Bretagna, da madre filippina e padre australiano. La famiglia si era spostata a Sydney tre anni fa. Il bambino e la madre erano tornati in Europa per una festa di nozze, a Barcellona. Ma ora c’è ben altro da festeggiare.

Terrorismo, la minaccia dell’Isis: “Prossimo obiettivo è l’Italia”

L’avvertimento lanciato su Telegram. Due marocchini e un siriano espulsi: tutti avevano espresso vicinanza, seppure solo a parole o nei comportamenti, alle posizioni dello Stato Islamico.

ROMA – “Il prossimo obiettivo è l’Italia”: la minaccia dell’Isis arriva dopo la Spagna e la Russia e si legge sul canale di comunicazione usato dai jihadisti su Telegram. Lo riferisce l’organizzazione Usa Site che monitora l’attività del sedicente Stato islamico sul web.

Il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, è al lavoro a Palazzo Chigi. Secondo quanto si apprende, è in contatto con il ministro degli Esteri Alfano e con il ministro dell’Interno Minniti per seguire gli sviluppi degli attentati che hanno coinvolto i nostri connazionali e per le misure di prevenzione e sicurezza adottate e da adottare in Italia.

Intanto due cittadini marocchini e un cittadino siriano sono stati espulsi dall’Italia per motivi di pericolosità sociale. Lo rende noto il Viminale che sottolinea come con questi rimpatri, 70 solo nel 2017, salgono a 202 i soggetti gravitanti in ambienti dell’estremismo religioso espulsi con accompagnamento nel proprio Paese dal gennaio 2015 a oggi.

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Il primo degli espulsi è un un 38enne marocchino, detenuto per reati comuni,all’attenzione degli investigatori nell’ambito del monitoraggio del Dap. Nel 2016 era stato infatti inserito nel 2° livello di pericolosità “Medio” dopo una denuncia presentata dal suo compagno di cella perché vessato con rigide regole di convivenza dettate dalla sua visione integralista del credo islamico. Lo scorso aprile, il marocchino è passato poi anche nel primo livello “Alto” perché, insieme ad altri detenuti, dopo aver appreso dai telegiornali della notizia della strage terroristica di Stoccolma, ha festeggiato inneggiando all’evento.

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L’altro marocchino espulso è un 31enne già sottoposto lo scorso 4 luglio a fermo da parte dei Carabinieri di Tortona (AL) per il furto di un minibus della società di trasporto pubblico Arfea, e sottoposto alla misura cautelare dell’obbligo di presentazione. Lo straniero era già stato sotto controllo nell’aprile 2016, per le sue “turbe psichiche”: in particolare era stato intercettato, in stato psicotico mentre si proclamava seguace dello Stato Islamico.

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L’ultimo espulso è un siriano che utilizzava anche un alias di un cittadino tunisino. Nel 2015 era stato arrestato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e sottoposto a misura cautelare dell’obbligo di dimora presso la sede di Brognaturo (VV) della Cooperativa “Stella del Sud”, dove ha avuto comportamenti provocatorinei confronti di altri ospiti e degli operatori.

In particolare, aveva espresso apprezzamento nei confronti degli autori dell’attentato terroristico di Manchester e tentato di convertire all’Islam un’operatrice del centro. Poi aveva avuto un diverbio con una altro operatore per motivi legati alla sua religione islamica. Già nel 2011 nei suoi confronti erano stati emessi due decreti di espulsione, ma era riuscito a evitarli.

Finlandia, un'italiana fra gli 8 feriti dell'assalto mortale di Turku. Preso richiedente asilo. Polizia: "E' terrorismo"

                                                                      Finlandia, un’italiana fra gli 8 feriti dell’a

 

 

ssalto mortale di Turku. Preso richiedente asilo. Polizia: “E’ terrorismo”

(reuters)

Erano morte due persone. “Il terrorista mirava alle donne”. Lisa Biancucci, ricercatrice trentenne, non è grave. Catturato giovane di origine marocchina a cui, secondo i media, sarebbe stato negato il permesso di rimanere nel paese. “Aveva dei complici”: prese altre 4 persone. Inquirenti in contatto con l’Interpol per eventuali collegamenti con la strage di Barcellona.

HELSINKI – C’è anche un’italiana, Lisa Biancucci, una ricercatrice trentenne, fra gli otto feriti nell’assalto a colpi di coltello a Turku dove un giovane marocchino ha menato fendenti fra la folla uccidendo due persone e ferendone appunto otto. Dopo le prudenze iniziali la polizia ha comunicato che è stata aperta un’inchiesta per terrorismo ed ha rivelato che il giovane era arrivato in Finlandia nel 2016 richiedendo l’asilo politico. Ma, secondo alcuni media, le autorità l’avevano negato. L’attentatore, sempre secondo le forze dell’ordine, aveva nel mirino in particolare le donne. “Crediamo che le vittime siano state scelte a caso però il suo primo obiettivo erano le donne” – ha spiegato la portavoce della polizia Krista Granoth. Delle dieci persone colpite, otto sono di sesso femminile ed i due uomini feriti lo sono stati solo perché hanno cercato di bloccare la sua azione.

Finlandia, attentato a Turku: fiori, candele e musica sul luogo dell’attacco

L’aggressione è scattata ieri poco dopo l’ora di pranzo quando un uomo ha iniziato a menare fendenti fra la folla di piazza Puutori, dove c’è anche un mercato. Immediato l’intervento delle forze dell’ordine che hanno fermato l’assalto sparando alle gambe dell’accoltellatore che è stato poi arrestato. La polizia finlandese ha twittato: “Diverse persone accoltellate al centro di Turku. La polizia ha sparato al sospetto accoltellatore. Una persona è stata catturata”. Il centro di Turku è rimasto sotto coprifuoco per diverse ore fino a quando in serata le autorità hanno dato il via libera per la ripresa delle normali attività in città.

Finlandia, diverse persone accoltellate nella città di Turku: le urla in strada

Nelle ore seguenti all’assalto la polizia finlandese ha eseguito 5 arresti: “Stiamo verificando la loro posizione – ha detto un responsabile della polizia – per capire se siano collegati o meno con l’attacco, di certo erano in contatto” con l’uomo protagonista degli atti di violenza. In un primo momento le forze dell’ordine erano state molto caute solo oggi hanno detto ufficialmente che l’attacco è stato un atto di terrorismo jihadista e che il colpevole è un ragazzo di 18 anni. Ieri alcuni testimoni avevano raccontato che il giovane, durante la sua furia, gridava “Allah Akbar”, circostanza questa non confermata da nessuna autorità finlandese.

Foreign fighters e moschea: la Finlandia perde lo scettro del Paese più sicuro

Le due vittime, una morta sul colpo l’altra in ospedale, sono una 67enne ed una 15enne. Degli otto feriti due restano in terapia intensiva ma la loro vita non è in pericolo. La polizia finlandese ha spiegato anche di essere in contatto con l’Interpol per capire se ci possa essere qualche collegamento fra i fatti avvenuti a Turku e gli attentati nelle città spagnole di Barcellona e Cambrils, anch’essi effettuati da cittadini marocchini.

Catalogna, caccia all’ultimo terrorista. Il governo non innalza l’allerta al massimo livello. “Cellula smantellata, non esiste minaccia di nuovo attacco”

Catalogna, caccia all'ultimo terrorista. Il governo non innalza l'allerta al massimo livello. "Cellula smantellata, non esiste minaccia di nuovo attacco"Younes Abouyaaqoub nella foto segnaletica diffusa dalla polizia
 (ansa)

 

Ricercato Younes Abouyaaqoub, 22 anni, il più riservato dei membri del gruppo radicalizzato composto di giovani di origini marocchine, tutti residenti a Ripoll. La polizia lo ha cercato senza esito sui bus a Girona e Garrìgas. Potrebbe aver passato la frontiera a bordo di un mini-van, il terzo mezzo noleggiato. Fonti investigative: veicolo localizzato giovedì, vuoto, dopo un incidente stradale. Nuova rivendicazione Isis.

E’ caccia al potenziale ultimo componente della cellula terroristica responsabile degli attentati in Catalogna e nuovo, presunto autista del furgone che giovedì pomeriggio ha falciato i passanti sulla Rambla di Barcellonariuscendo poi a dileguarsi. Si tratta del 22enne Younes Abouyaaqoub, figura dallo spessore improvvisamente cresciuto con l’avanzare delle indagini, arrivando a stagliarsi persino quale possibile vertice del nucleo radicalizzato che ha seminato la morte in Catalogna. In realtà, il più autentico responsabile del piano terroristico sarebbe morto, e letteralmente sepolto dalle macerie, nell’esplosione della casa di Avenacar mercoledì scorso, un giorno prima degli attentati: l’imam Abdel Baki Essati, intorno al quale nella cittadina di Ripoll si sarebbe radicalizzato il gruppo di giovani, tutti di origini marocchine, passato poi all’azione.

Per gli attentati di Barcellona e Cambrils è giunta una nuova rivendicazione dello Stato Islamico, che in un comunicato pubblicato su Telegram scrive di “oltre 120 crociati ed ebrei feriti o uccisi” per mano di “jihadisti” che hanno agito in “due gruppi”. Lo riferisce il Site. Una prima rivendicazione della strage sulla Rambla era arrivata tramite l’agenzia Amaq, fiancheggiatrice dell’Isis. Nonostante l’accaduto, in Spagna l’allerta resta, pur con dispositivo rafforzato, al livello 4, fissato già nel giugno del 2015. Innalzarlo al livello 5, il più alto, avrebbe consentito al governo spagnolo di adottare misure straordinarie, come la mobilitazione delle forze armate e la dislocazione di 5mila militari per la sorveglianza su siti strategici possibili obiettivi dei terroristi, come stazioni, aeroporti o centrali elettriche. Evidentemente uno sforzo ritenuto non necessario. Come ha spiegato il ministro dell’Interno spagnolo, Juan Ignacio Zoido, “non esiste la minaccia imminente di un nuovo attacco” e la “cellula dietro gli attentati è stata smantellata”.

Complessivamente, il Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, ha individuato 12 presunti componenti della cellula terroristica: cinque sono stati uccisi a Cambrils, due sono morti nell’esplosione di Alcanar e quattro sono stati arrestati. I giovani avevano occupato la casa abbandonata di Alcanar,  200 chilometri a sud di Barcellona, dove stavano preparando gli ordigni per una serie di attacchi nella capitale catalana. La casa era saltata in aria mercoledì notte, obbligandoli a cambiare un piano che prevedeva l’esplosione tra la folla di furgoni carichi esplosivo. Secondo La Vanguardia, che cita fonti di polizia, nel covo saltato in aria sono state trovate tracce di acetone, perossido di idrogeno, 106 bombolette di butano e altro materiale per assemblare esplosivo di tipo tatp.

Per un giorno e mezzo, a partire dalla strage sulla Rambla di Barcellona di giovedì, passando per l’attacco sul lungomare di Cambrils e l’uccisione di cinque terroristi nella località turistica sulla costa catalana, la figura chiave della cellula islamista sembrava essere un 17enne: Moussa Oubakir, che avrebbe utilizzato i documenti del fratello maggiore Driss per noleggiare i furgoni da utilizzare nell’azione e a lungo ritenuto essere al volante del van lanciato sulla folla della Rambla. Una corsa mortale lunga 600 metri, costata la vita a 13 persone di cui tre italiane. Moussa era ricercato assieme ad altri tre giovani: Mohamed Hychami, 24 anni, Said Aallaa, 18, e appunto Younes Abouyaaqoub. Nella serata di venerdì, i cadaveri di Moussa, Hychami e Aalla sono stati formalmente identificati tra quelli dei cinque terroristi uccisi dalla polizia a Cambrils, dopo che la loro auto aveva falciato mortalmente una donna, la 14ma vittima degi attentati, e ferito altre sei persone, tra cui un agente.

Da quel momento, Younes Abouyaaqoub è diventato l’obiettivo numero uno. Secondo informazioni raccolte dalla polizia, il 22enne era il più riservato del gruppo di giovani, tutti di origini marocchine e residenti nella cittadina catalana di Ripoll, che negli ultimi mesi trascorrevano molto tempo insieme, senza dare segnali di una allarmante radicalizzazione. Per intercettarlo, nella notte la polizia ha perquisito due bus a Girona e Garrìgas senza esito. Secondo i media, la polizia spagnola non esclude che Abouyaaqoub possa essere riuscito a passare in Francia. Un’altra ipotesi fatta dagli investigatori è che invece appartengano a Younes Abouyaaquob i resti umani di un secondo morto nell’esplosione della casa di Avenacar, riemersi ieri dalle macerie. In questo caso, il terrorista in fuga sarebbe un tredicesimo membro della cellula ancora non identificato.

Alla fuga in Francia di Abouyaaqoub  si poteva ricondurre la segnalazione fatta dalle autorità spagnole a quelle francesi relativa al passaggio della frontiera di un mini-van Renault Kangoo, il terzo mezzo noleggiato dai terroristi assieme a due furgoni. Ipotesi destituita di fondamento secondo quanto riferisce l’Ansa, che citando fonti vicine all’indagine dà il Kangoo individuato già nella giornata di giovedì. Il Kangoo sarebbe stato noleggiato giovedì 17 agosto, giorno degli attentati, da Mohamed Hychami in un’agenzia di Parets del Villes, per essere localizzato, ormai vuoto, più tardi lungo l’autostrada Ap7 all’altezza di  Baix Camp, vicino a Cambrils, dove il mezzo aveva avuto un incidente. La polizia stradale aveva trovato all’interno il contratto di noleggio firmato da Hychamy e una carta di credito intestata a Said Aalla, altro membro del commando. Della segnalazione del veicolo da parte degli spagnoli ai francesi si era invece saputo venerdì.

Quanto ai furgoni, da fonti vicine all’indagine l’Ansa apprende che i terroristi avrebbero voluto noleggiare un unico mezzo di dimensioni più grandi. La mattina di mercoledì 16 agosto, ancora Mohamed Hychami e lo stesso Younes Abouyaaqoub si erano presentati presso un’autonoleggio di Santa Perpetua de Mogoda ma erano stati considerati troppo giovani e inesperti per guidare un furgone di grandi dimensioni. I due avevano dovuto ripiegare su due Fiat Toledo bianchi. Uno, ritirato la mattina stessa, ritrovato parcheggiato nella località di Vic. L’altro,

noleggiato ufficialmente a nome di Youness Abouyaaqoub e Driss Oukabir,  era stato prelevato nel pomeriggio, alle ore 16: poco più di 24 ore dopo, intorno alle 17 di giovedì 17 agosto, quel furgone concludeva la sua corsa omicida sulla Rambla schiantandosi contro un chiosco.

Flick, Montanari, Settis: il circolo di Virginia Raggi

TONY GENTILE / REUTERS

L’annuncio Virginia Raggi lo aveva lanciato in campagna elettorale. Poco prima di essere eletta, in un post pubblicato sul sito di Beppe Grillo, la sindaca di Roma aveva proclamato la volontà di istituire accanto all’assessorato alla Crescita culturale un “board Cultura”. Non se n’era saputo più nulla fino a ieri, quando, ad oltre un anno dall’annuncio di Raggi, il Campidoglio ha comunicato ufficialmente “la partecipazione del Prof. Flick al costituendo “board Cultura””. Un componente dunque c’è e che componente: il giurista e accademico Giovanni Maria Flick, già Ministro di grazia e giustizia del primo Governo Prodi e poi Presidente della Corte costituzionale. Indicato nei giorni scorsi come possibile membro del cda di Zètema, la holding comunale dei servizi culturali, farà parte invece del “board Cultura”.

Ma cos’è esattamente il “board Cultura”? Di cosa si occuperà nello specifico e in che termini? Nell’annuncio sul blog di Grillo la sindaca non si soffermava sulla definizione, sottolineando però che questo “board” (dall’inglese, in italiano “comitato”) “ospiterà le grandi menti dell’arte e dello spettacolo per dare lustro e nuova vita a un settore (quello culturale, ndr) che deve tornare ad essere il cuore pulsante di Roma”.

Dal Campidoglio hanno spiegato ad HuffPost che si tratta di un organismo composto da personalità di grandissimo prestigio chiamato a stimolare la riflessione e l’elaborazione collettiva sul futuro di Roma come capitale culturale mondiale.

Nel comunicato stampa diramato per annunciare il “sì” di Flick si scrive che il “board Cultura” “vedrà la luce il prossimo autunno”, qualche beninformato suggerisce la fine del prossimo ottobre, ma a quanto risulta ad HuffPost per l’istituzione di questo organismo non sarebbe ancora stata approvata alcuna delibera. E il sindaco Raggi, da oggi è in ferie e vi resterà per una decina di giorni. Uno degli ultimi suoi incontri è stato proprio con l’ex ministro Flick. Il quale, raggiunto al telefono qualche ora dopo il colloquio in Campidoglio, ha spiegato: “Mi era stata prospettata l’idea di occuparmi della società Zètema, ma poi, al termine del confronto con il sindaco Raggi, abbiamo convenuto che è meglio che il mio contributo sia più attinente ai miei studi, al mio campo di interesse. Vivo a Roma dal ’62-’63 e sono ben lieto di offrire il mio contributo alla città, attraverso la lettura, l’interpretazione e l’applicazione dell’articolo 9 della nostra Costituzione – al centro di un mio recente libro – dunque per quel che attiene la tutela del patrimonio artistico storico e ambientale e lo sviluppo della cultura. La mia idea – ha aggiunto – è quella di guardare al passato per progettare il futuro e penso che a Roma di occasioni per lavorare in tal senso ce ne siano proprio tante. L’obiettivo è dare ai beni culturali la vocazione di beni comuni. Resto convinto che la valorizzazione e la tutela dei beni artistici storici e ambientali vadano inquadrate in una logica non tanto e non solo di profitto ma di fruibilità da parte di tutti”.

Quanto a quel che sarà il board Cultura “non posso dire molto su questo – ha risposto Flick – la sindaca ha detto che intende farlo decollare per ottobre, in autunno insomma, ma non è scesa nei dettagli. Posso solo dire, ripeto, che sono lieto di partecipare a questo organismo, lavorando in una dimensione a me più congeniale rispetto ad una dimensione strettamente amministrativa quale può essere la partecipazione alla gestione di una società come Zètema”.

Insomma, Flick ci sta. Ma chi lo affiancherà? Anche in questo caso bisogna tornare indietro di un anno, con la Raggi fresca di elezione che si apprestava a nominare la giunta e non aveva designato come assessore alla Crescita culturale, Luca Bergamo, che poi diventerà anche suo vice. Pare che, allora, del “board Cultura” si parlasse piuttosto intensamente.

Il 28 giugno 2016, lo storico dell’arte Tomaso Montanari dichiarava: “Sì, ho detto di sì a Virginia Raggi quando mi ha chiesto la disponibilità a entrare nel board di saggi per la cultura, ma non c’è ancora nessun atto formale”. Oggi all’HuffPost spiega: “Sono rimasto ancora lì, non sono stato ricontattato. All’epoca mi fu chiesto di fare l’assessore e dissi di no, ma accettai la proposta di entrare a far parte del “board Cultura”. D’altra parte, quale persona di buon senso può rifiutare di dare il proprio contributo per lo sviluppo culturale e la tutela dei beni artistici ed ambientali di Roma?”. E oggi, se le venisse riproposto accetterebbe ancora? “Vorrei capire meglio come stanno le cose – risponde Montanari – Ho grande stima dell’assessore Bergamo, ma avrei bisogno di vedere di cosa si tratta. Un anno fa, quando fui chiamato c’era una situazione di grande confusione e tensione, si stava formando la giunta. Quindi ora dovrei capire meglio”.

Con quello di Montanari, circolavano anche altri nomi di possibili componenti del “board Cultura”: si parlava dei giuristi, Gustavo Zagrebelsky, nel 2004 presidente della Corte Costituzionale, e Paolo Maddalena, e dell’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis. “Non so assolutamente nulla, non sono mai stato contattato e non ho mai ricevuto una proposta di questo tipo – ha spiegato Settis all’HuffPost – Vivo a Pisa e non ho mai visto di persona la signora Raggi”.

Come Settis non sono stati contattati l’urbanista Vezio De Lucia e lo scrittore e giornalista, Vittorio Emiliani, gran conoscitore del mondo della cultura romana, i cui nomi, riferiscono i beninformati, pure erano stati ventilati quando, appena insediata la giunta di Raggi, in Campidoglio tirava vento di grande attivismo e il “board Cultura” pareva cosa fatta.

E invece al momento gli unici elementi certi sono la volontà della Raggi di seguire personalmente la questione, visto che – fa notare qualcuno dal Campidoglio – più che dall’assessore e vicesindaco Bergamo l’iniziativa è stata lanciata dal sindaco ed è stata lei ad incontrare Flick -, il “sì” di Flick, che gli conferisce un indubbio e notevole prestigio, e l’annuncio che “vedrà la luce il prossimo autunno”.

Previsioni ottimistiche? Si vedrà. Restano gli interrogativi sulla composizione e le modalità di funzionamento del “board Cultura”. Non si può non notare che, anche se ad esempio Flick vive a Roma dal principio degli anni ’60, tra i nomi che sono circolati non c’è un romano di nascita. Magari è solo un caso. Passando al piano più strettamente operativo, si è detto che il board Cultura affiancherà l’assessore: ma in che modo lo farà? Ancora, e questo è tema molto caro ai Cinque Stelle: sarà a costo zero?

“Non lo so, ma non sarebbe certo un problema”, ha risposto Flick. E Montanari: “Non so, ma credo di sì. Con un bilancio come quello del Comune di Roma darei per scontato che il contributo dei partecipanti al “board” sarà a costo zero. Qualunque altra ipotesi sarebbe moralmente insostenibile”.

Roman Polanski, nuovi guai dall’America. Una donna accusa: “Ha abusato di me quando avevo 16 anni”

Robin M., assistita dall’avvocatessa Gloria Allread, ha dichiarato di essere stata “aggredita sessualmente quando ero una minorenne di 16 anni nel 1973”. “Io non l’ho superata – ha continuato la donna – e credo che Roman Polanski debba pagare per i suoi reati contro Samantha Geimer”

Nuovi guai giudiziari in America per il regista Roman Polanski. Dopo Samantha Geimer, la tredicenne che nel 1977 aveva accusato il cineasta di origini polacche di abusi sessuali, e Charlotte Lewis che nel 2010 lanciò la stessa accusa per un episodio del 1982 (quando aveva 16 anni), ora è la volta di Robin M., una donna che nel corso di una conferenza stampa ha dichiarato di aver subito abusi nel 1973, all’età di sedici anni. Per il caso Geimer, Polanski si era dichiarato colpevole, salvo però fuggire dagli Usa prima della condanna e mai più tornato sul suolo statunitense.

Robin M., assistita dall’avvocatessa Gloria Allread, ha dichiarato di essere stata “aggredita sessualmente quando ero una minorenne di 16 anni nel 1973”. “Io non l’ho superata – ha continuato la donna – e credo che Roman Polanski debba pagare per i suoi reati contro Samantha Geimer”. Nei 44 anni passati dai presunti abusi, Robin M. ha raccontato la vicenda solo a un’amica perché temeva che il padre “facesse qualcosa che lo avrebbe portato in carcere per il resto dela vita”. Ma la decisione di accusare pubblicamente il regista è arrivata quando Samantha Geimer ha dichiarato pubblicamente di voler chiudere il caso e andare avanti con la propria vita. Sul piano penale, i fatti sono caduti in prescrizione, ma Robin M., come ha detto la stessa avvocatessa Allread, potrebbe intentare una causa civile anche se al momento ha deciso di non denunciare Polanski.

Harland Braun, avvocato del regista, ha messo in dubbio le dichiarazioni della donna, accusata di aver indetto una conferenza stampa al solo scopo di “generale clamore e forse provare a influenzare un giudice”, visto che il caso Geimer è ancora aperto. Un caso che ha fatto discutere per quarant’anni, con Polanski che nel febbraio scorso ha presentato richiesta (respinta dai giudici) di rientro negli Usa senza andare in prigione, dopo che, nel 1978, era scappato dopo soli 42 giorni di galera e mentre era in rilascio su cauzione, temendo di dover tornare in carcere per un periodo più lungo. Secondo l’accusa, il regista di Rosemary’s Baby e Il pianista avrebbe drogato e stuprato la tredicenne dopo una sessione fotografica, e le autorità americane non hanno mai rinunciato alla speranza di riportare Polanski in galera, tanto che il cineasta ha più volte rischiato l’estradizione nel corso di alcuni suoi viaggi in giro per il mondo. Nel 2003, poi, ha vinto l’Oscar come miglior regista per Il pianista, premio che non ha mai potuto ritirare.

Il pappagallo muore di paura per una pallonata. L’allevatore chiede 150mila euro di risarcimento alla polisportiva

Succede a Vailate, in provincia di Cremona. La protesta: “Io vivo coi pappagalli, non posso trovarmeli morti ogni due per tre. Per me son tutto”. La recinzione? “Il Comune ha detto che avrei dovuto farla a mie spese”. La società: “Se perdiamo la causa dobbiamo chiudere”

Quattro piccoli all’anno, al prezzo di 2000/2500 euro l’uno. Considerando che i pappagalli covano anche per 30/40 anni, si fa presto, facendo i conti della serva, ad arrivare a 300mila euro di mancato guadagno. E i conti della serva Antonio Pirovano, che a Vailate (Cremona) alleva a “crocchette e macedonia” la specie Ara Chloroptera, li ha fatti mettere nero su bianco dal suo avvocato. Il quale, convinto dal giudice, ha tuttavia dimezzato la richiesta di risarcimento. 150mila. “Due anni fa mi hanno ucciso un maschio – racconta Pirovano a ilfattoquotidiano.it -. Non ne posso più di quei palloni che da laggiù, dal quel campetto da calcio della Polisportiva finiscono nelle mie voliere”.

Già, perché l’animale è morto di spavento per una pallonata. L’ennesimo episodio. “L’anno prima la stessa sorte è toccata ad un rarissimo esemplare”. E in passato, “da una vita faccio questo mestiere e sono l’unico in Italia a farlo con partita Iva”, altri pappagalli hanno perso la vita nelle medesime circostanze. I tornei di calcio in notturna. “Maledizione a quelle partite. Decine e decine di palle che finiscono da qua e gli animali a quell’ora dormono. Pensi se lei venisse svegliato di soprassalto nel cuore della notte. Le piglierebbe un colpo, e così succede a loro”. A Pirovano spiace aver portato in tribunale una associazione di volontari che fa giocare al pallone 180 ragazzi. “Ma che ci posso fare? Mi hanno esasperato. Io vivo coi pappagalli, non posso trovarmeli morti ogni due per tre. Per me son tutto”. Prima di citare in giudizio la onlus si è rivolto al Comune, proprietario del terreno. Pirovano ha scritto una lettera all’amministrazione, ma niente da fare.

“Porta in faccia. Dovevo pensarci io a sistemare la recinzione“. Ma nemmeno per sogno, afferma. “Il pallone é un gioco, qui si tratta di lavoro, con cui devo mantenere moglie e due figli”. I pappagalli sono la sua vita, lui geometra che si é reinventato coltivatore di fiori e poi allevatore di uccelli con le penne rosse e il becco e gli ‘occhiali’ bianchi. “Ne ho quasi 400”. Non li commercia, ma li alleva e vende solo i nuovi nati, non le coppie. La sera in cui la femmina di Ara Chloroptera é divenuta ‘vedova’ la ricorda come fosse ieri. Era buio, lei stava covando e lui era a terra. Esanime. Poco distante un pallone. “Non ci ho più visto”. Il signor Antonio chiama vigili e carabinieri. “Venite, é successo di nuovo”.

La coppia di pennuti si ‘amava’ da oltre dieci anni. Per questi uccelli, monogami a vita, vale davvero il detto che il primo amore non si scorda mai. E i pappagalli non solo non lo scordano mai: una volta scelto il partner, rimangono con lui per sempre. Ci mettono un po’ a venire al dunque (“Dieci anni devono stare assieme prima di riprodursi”), ma poi recuperano: fanno i piccoli anche per 50 anni e campano anche fino a 100. Ma se il maschio muore, la femmina non cova più. “Smette di fare le uova”. Quella coppia stava generando piccoli da tre/quattro anni. E l’avrebbe continuato a fare ancora a lungo. Per questo motivo dei 3500 euro che gli ha offerto la assicurazione Pirovano non sa che farsene. “Non hanno idea del danno che ho subito. E’ una presa in giro”.

Dall’altra parte c’è Ivan Colombo, che ha “il calcio nel sangue”, da poco presidente della Polisportiva Ac Vailate. I due non si sono mai parlati. Meno che mai adesso. Qualche minuto prima di intrattenersi al telefono con ilfattoquotidiano.it. Colombo racconta di aver visto il “signor Pirovano. L’ho salutato con un cenno del capo”. Come fate a pagare se vi capitasse di perdere la causa? “Per noi è una cifra insostenbile. Chiuderemo e lasceremo a casa i bambini”.

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