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Cancellare notizie da Google: Agenzie di Web Reputation per eliminare informazioni personali

Il tema di oggi è come cancellare notizie da Google, un obblio per molte testate online? , oggi art. 5, paragrafo 1, del GDPR, cioè la norma che detta il principio di limitazione della conservazione, non è da principio stato introdotto dal GDPR: l’obbligo di cancellazione dei dati che non sono più necessari per il perseguimento delle finalità per le quali sono stati raccolti era, di fatto, già previsto dal Codice Privacy. Ma non dimentichiamo che i dati i dati necessari al perseguimento delle finalità della raccolta possono essere conservati: come approfondito in dettaglio nell’articolo necessari di

, i dati devono e possono essere conservati nella misura in cui, e fino a quando, sono necessari per raggiungere la finalità del trattamento per la quale sono stati raccolti. Ad ogni finalità corrisponde un determinato termine di conservazione dei dati personali, variabile peraltro a seconda delle caratteristiche stesse del trattamento.

Uno stesso dato può anche essere trattato per più finalità: in questo caso, occorrerà adottare opportune misure per impedire che il dato venga trattato per una finalità diversa da quella per la quale viene conservato. Il criterio per determinare i tempi di cancellazione deve essere la necessità del dato per il raggiungimento della finalità del trattamento.

Vi è però un caso particolare, ovvero gestire i dati che potrebbero essere necessari. Il criterio indicato dal Garante per questa eventualità poggia sulla distinzione tra probabilità e possibilità: il dato può essere trattato e, quindi, conservato se l’esigenza di tutela è probabile, e non in caso di astratte e indeterminate ipotesi di possibile difesa o tutela dei diritti.

A seconda della specifica finalità del trattamento, i tempi di conservazione possono essere fissati dalla legge, come nel caso di trattamenti eseguiti per finalità di esecuzione di un contratto e per adempiere ad obblighi legali, o rimessi alla scelta del titolare del trattamento, ad esempio nei trattamenti per fini di marketing. In questo caso la scelta del titolare del trattamento dovrà essere adeguatamente documentata e motivata.

Tuttavia, ogni sforzo del titolare del trattamento per determinare i tempi di conservazione dei dati nulla può, chiaramente, nel caso di esercizio del diritto alla cancellazione (o diritto all’oblio) da parte degli interessati.

Il diritto alla cancellazione prevale sull’interesse alla conservazione: nei casi previsti, se un interessato chiede la cancellazione dei propri dati il titolare deve procedere senza ingiustificato ritardo, e quindi senza riservarsi di continuare a trattare il dato sino alla scadenza originariamente fissata, prossima o meno che sia.

Il diritto all’oblio di cui all’art. 17 del GDPR è il diritto alla cancellazione dei dati di una persona fisica, esteso e regolato anche con riferimento alla società digitale, come approfondito nell’articolo Diritto all’oblio nel GDPR, ecco tutte le novità di AgendaDigitale.

La vera novità del GDPR sul diritto all’oblio, tuttavia, consiste nel dovere del titolare, che abbia reso pubblici i dati, di diventare un “tramite obbligato” anche verso gli altri titolari che, a sua conoscenza, stanno trattando i dati oggetto della istanza di cancellazione, sempre che si richieda anche la delinkizzazione o la cessazione di ogni copia o diffusione.

In questa ipotesi l’art. 17 paragrafo 2 impone al titolare non solo di cancellare i dati (sempre ovviamente che ritenga la richiesta legittima per quanto lo riguarda). Egli deve anche, “tenuto conto della tecnologia disponibile e dei costi di attuazione”, adottare “misure ragionevoli, anche tecniche” per informare della richiesta che gli è pervenuta anche gli altri eventuali titolari che stanno utilizzando i dati a lui resi pubblici.

L’obbligo di segnalazione scatta sempre quanto l’interessato non si sia limitato a chiedere solo la cancellazione dei suoi dati da parte del titolare a cui si rivolge, ma domanda la cancellazione di “qualsiasi immagine, copia o riproduzione dei suoi dati personali”.

La norma sembra porre implicitamente anche altre limitazioni rispetto al dovere del titolare che ha reso pubblici i dati. Il titolare a cui è stata rivolta la richiesta ha infatti, solo il dovere di segnalazione, non anche quello di accertarsi del comportamento degli altri titolari e di informare di questo l’interessato.

Inoltre, anche il dovere di segnalazione trova un limite nella tecnologia disponibile e dei costi di attuazione ragionevoli.

È evidente che la norma pone problemi enormi che toccherà alle Autorità di controllo e al Gruppo europeo di protezione dati aiutare a risolvere. Tuttavia, è da sottolineare la portata innovativa dell’art. 17 che rappresenta perfettamente quello che è il primo obiettivo del GDPR, ovvero tutelare e proteggere i dati per rafforzare la fiducia dei cittadini nella società digitale.

Assicurare che la richiesta di cancellazione rivolta a un titolare che abbia reso pubblici dati comporti per lui anche l’obbligo di trasmetterla a tutti coloro che li utilizzano è certamente cosa molto positiva per i cittadini.

Secondo la Cassazione, chi cambia sesso può scegliersi il nuovo nome: diritto all’oblio ha consentito ad Alessandro di diventare Alexandra

Gli ermellini hanno consentito ad Alessandro di diventare Alexandra, e non Alessandra come aveva sancito la corte di Appello di Torino secondo cui doveva acconternarsi del nome “derivante dalla mera femminilizzazione del precedente”

ROMA. Alessandro ha cambiato sesso, e il nuovo nome potrà sceglierlo lei. Lo ha deciso la Cassazione assicurando un diritto che non era affatto garantito, fino a ieri: era consentito solo declinare il proprio nome, maschile o femminile che fosse, nella sua versione opposta. Alessandro, per esempio, dopo aver cambiato sesso in Sardegna si sarebbe dovuto chiamare Alessandra, ma voleva un nome diverso e aveva scelto quello di Alexandra. La Corte di Appello di Torino aveva sancito che non ne avesse il diritto.

Per la Cassazione, che ha dato ragione ad Alexandra, chi cambia sesso ha diritto a scegliersi un nuovo nome senza accontentarsi del cambio di desinenza – dal maschile al femminile o viceversa, a secondo della transizione sessuale – di quelle avuto alla nascita. Per la Cassazione il nome è “uno dei diritti inviolabili della persona”, un “diritto insopprimibile”, e deve “essere assicurato anche un diritto all’oblio, inteso quale diritto ad una netta cesura con la precedente identità”.

Per i giudici piemontesi non esistevano i presupposti per “un voluttuario desiderio di mutamento del nome”, e occorreva accontentarsi di “quello derivante dalla mera femminilizzazione del precedente”. Ma gli ermellini hanno ribaltato la sentenza, dando il beneplacito non solo ad Alexandra ma anche a tutti coloro che transitando da un genere all’altro desiderino un nome anche radicalmente diverso. Senza considerare il sollievo di chi, cambiando sesso, debba lasciarsi alle spalle un nome la cui declinazione di sesso opposto non esista, come nel caso di Marco o Graziella.

Cancellare Contenuti Diffamatori Da Google

Cancellare una notizia da google 
Sito Privacy Garantita
Whatsapp 327.910.5006

L’estrema facilità con cui si può accedere ad Internet, ha comportato d’altro canto anche possibili pericoli per il web e per gli utenti. Fra questi vi è la possibilità che permette ad ogni utente di poter scrivere ciò che meglio crede relativamente ad un altro utente. Ciò fa riferimento anche a contenuti spesso negativi e diffamatori che sono visibili da chiunque. Infatti, è possibile che digitando il proprio nome e cognome vengano fuori delle notizie che vi riguardano e che possono però rappresentare un pericolo per la vostra immagine personale e sopratutto lavorativa.

 

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Come cancellare i miei dati da Google? E’ possibile cancellare contenuti da Google, attraverso l’apposito modulo che consente all’utente di richiedere di rimuovere informazioni personali da Google. I motori di ricerca, quali BingYahoo! e Google hanno inserito all’interno delle loro piattaforme apposite guide che consentono ad esempio di richiedere come cancellare contenuti diffamatori. In questo caso, è possibile richiedere di eliminare il proprio nome poiché viene associato a delle notizie che ledono la tua privacy, e in successivamente rappresentano un forte danno alla tua reputazione. E’ possibile fare richiesta per esercitare il proprio diritto all’oblio e quindi richiedere di eliminare URL da Google, affinché il tuo nome e i tuoi dati personali non siano più visibili sul motore di ricerca e smettano di rappresentare un pericolo per la tua immagine.

Come eliminare un sito da Internet? Non è possibile eliminare un sito da Internet perché questo riporta tue informazioni personali, a meno che tu non sia il proprietario. Altrimenti per eliminare risultati ricerca Google, è possibile far riferimento al formulario Google diritto all’oblio che consente di poter richiedere la d’indicizzazione del proprio nome dal motore di ricerca. E’ possibile cancellare contenuti diffamatori da Google se la notizia in questione non entra in collisione con altri diritti fondamentali per il pubblico, come il diritto all’informazione, o la libertà di espressione, secondo le quali ognuno ha il diritto di informarsi relativamente alla cronaca. Nel momento in cui le notizie cessano di essere oggetto di cronaca perché è passato il tempo necessario per la consultazione, o perché sono notizie che possono essere dimostrate come false e diffamatorie, puoi rivolgerti ad un avvocato esperto in materia che potrà aiutarti nella compilazione del formulario Google diritto all’oblio. Anche qui naturalmente vi consigliamo di rivolgervi al nostro team di Privacy Garantita data la complessità e la precisione di tali operazioni.

 

 

Vietato pubblicare le foto dei figli su Facebook, a prescindere dal consenso dei genitori

Per il tribunale di Mantova la mera pubblicazione delle foto dei minori sui social è un atto pregiudizievole. Ne parliamo con l’avv. Camilla Signorini, legale della parte che ha ottenuto il provvedimento
di Gabriella Lax – La mera pubblicazione delle foto dei bambini sui social network è di per sé stesso un atto pregiudizievole per gli stessi. Questa l’importante motivazione della prima sezione del Tribunale di Mantova nel decreto sotto allegato, a proposito di un caso del quale ci eravamo occupati nei mesi scorsi quando c’era stata una prima innovativa pronuncia in tema di privacy dei minori.

Leggi: Niente foto dei figli su Facebook: accordo dei genitori davanti al giudice

Avvocato Signorini ci racconta la vicenda?

A ricordare la vicenda, ancora una volta è l’avvocato Camilla Signorini che spiega «i genitori, ex conviventi non sposati, nonostante il procedimento iniziato nella forma contenziosa con ricorso ex art. 337 bis, avevano sottoscritto, con l’aiuto dei rispettivi difensori, un accordo, che il Collegio ha poi recepito, secondo il quale ‘la madre e il padre si impegnano a non pubblicare alcuna fotografia sui social dei minori e ad eliminare tutte quelle a tutt’oggi da loro stessi postate’. La richiesta in tal senso parte dal padre, mio assistito, infastidito dalla assidua pubblicazione delle immagini dei figli minori sui social (in particolare su Facebook), da parte della madre, ex compagna. Con la collaborazione del legale della madre, i genitori si erano accordati per la sottoscrizione della clausola, stabilendo il reciproco divieto di pubblicazione e la rimozione delle foto già postate».

Tutto è bene quel che finisce bene? Le cose purtroppo non sono andate secondo l’accordo perché la madre ha continuato a postare foto dei bambini.

Niente foto dei bambini su Facebook: accordo non rispettato

«Quella volta i genitori, si erano semplicemente accordati davanti ad un tribunale, la madre aveva detto che non avrebbe più pubblicato foto dei figli. Questo accordo è stato omologato dal Tribunale ma la signora non si è attenuta a questa sorta di “autoimposizione”. Non solo non ha rimosso tutte le foto, ma ne ha aggiunte di nuove, ogni giorno praticamente. A questo punto il padre si è rivolto di nuovo a me, come suo legale, per chiedere al giudice un provvedimento che ordinasse (in questo caso nel vero senso del termine) alla donna di rimuovere le foto postate prima della conclusione dell’accordo, intimando di non aggiungerne ulteriori».

Nello specifico, il legale ha anche domandato, in aggiunta che ad ogni ulteriore violazione la signora fosse condannata al pagamento di un’ammenda alla cassa delle ammende, inoltre «abbiamo chiesto il risarcimento dei danni per le foto già postate e anche perché la signora appartiene ad un gruppo e la pubblicazione delle foto dei bambini sono associate ad attività poco chiare».

Da qui la richiesta di un provvedimento d’urgenza, inaudita altera parte.

Tribunale di Mantova: la mera pubblicazione delle foto dei bambini sui social è atto pregiudizievole

«Considerato che ci sono anche delle richieste sul cambiamento delle modalità di affidamento – spiega Signorini – intanto abbiamo chiesto al giudice che, in via d’urgenza, si pronunciasse subito sulle fotografie». E così è stato. Il collegio ha accolto l’istanza senza nemmeno convocare la madre, preso atto delle prove fornite (fotografie, date), ed ha stabilito che non solo la signora ha violato l’accordo ma, soprattutto, ha statuito che la mera pubblicazione dei bambini sui social network è di per sé stesso un atto pregiudizievole per gli stessi.

«I bambini hanno diritto all’immagine – precisa l’avvocato Signorini – come dice la Convenzione di New York del 1989, l’articolo 10 del codice civile, e l’articolo 8 del Regolamento europeo che entrerà in vigore a gennaio. È nelle motivazioni il punto importante della decisione dei giudici – e poi conclude – all’udienza si parlerà della richiesta che abbiamo fatto perché la signora venga multata, del risarcimento dei danni e delle modalità di affidamento ma intanto il giudice ha voluto dare subito questo provvedimento. Noi l’abbiamo notificato alla signora, la quale imperterrita ha continuato a pubblicare foto, quindi è stato necessario notificare un atto di precetto con la formula esecutiva con un’ulteriore intimazione. Adesso la signora ha tolto alcune foto ma non tutte quindi stiamo decidendo se rivolgerci alla polizia postale perchè provveda».

Trib. Mantova, decreto 20 settembre 2017 

Web content, non possono essere Facebook o Google a stabilire cosa è illecito online

Web content, non possono essere Facebook o Google a stabilire cosa è illecito online

E’ una comunicazione ponderata, articolata, ricca di contenuti quella che la Commissione europea ieri ha trasmesso al Parlamento e al Consiglio in materia di lotta ai contenuti illeciti online.

Si sbaglierebbe – come forse un po’ troppo frettolosamente taluni hanno fatto – a bollarla come un semplice ultimatum a FacebookGoogleTwitter & C. perché si diano più da fare per tenere pulita la rete dai terabyte di contenuti spazzatura che i quasi 4 miliardi di suoi utenti vi riversano quotidianamente e si sbaglierebbe, allo stesso modo, a considerarla il punto di arrivo di una riflessione che, evidentemente, al contrario, non è ancora sufficientemente matura, equilibrata e bilanciata.

Ci sono alcuni principi condivisibili e, anzi, sacrosanti e ce ne sono altri che lasciano perplessi e, anzi, stridono o, almeno, rischiano di produrre derive stridenti, con taluni principi fondamentali nei quali i Paesi dell’Unione europea si riconoscono.