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diritto all'oblio cos'è

In rete gira un articolo o una foto che lede la vostra reputazione? Da oggi basta lungaggini: in tutta Europa Google consentirà ai cittadini di far valere il proprio diritto all’oblio in (quasi) un click.

Il colosso di internet ha predisposto un modulo online attraverso il quale i cittadini europei possono richiedere la rimozione di link dai risultati di ricerca. “Esamineremo ogni richiesta cercando di bilanciare il diritto alla privacy con quello all’informazione”, dice un dirigente Google, ricordando che una sentenza della Corte Ue del 13 maggio “richiede a Google  rimuovere url da ricerca google di prendere decisioni difficili in merito al diritto di un individuo all’oblio e al diritto del pubblico di accedere all’informazione”. Per questo, continua, “Stiamo creando un comitato consultivo di esperti che analizzi  rimozione contenuti da Google
attentamente questi temi. Inoltre, nell’implementare questa decisione coopereremo con i garanti della privacy ed altre autorità”.

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Sulla eliminare risultati personali google pagina messa online da Google (qui il link) ci sono tutte le istruzioni per far  diritto all’oblio privacy rimuovere dai risultati delle ricerche i contenuti ritenuti lesivi (che non saranno quindi più indicizzati). Saranno cancellati quelli che richiesta di rimozione di risultati di ricerca ai sensi della legislazione europea  “includono informazioni obsolete sull’utente” e quelli diritto all’oblio gdpr che non hanno “informazioni di interesse pubblico,  diritto all’oblio gdpr significato ad esempio se riguardano frodi finanziarie, diritto all’oblio wikipedia negligenza professionale, condanne penali o la condotta pubblica di funzionari statali”. Per richiederne la rimozione basta inserire i propri dati (o quelli del proprio assistito se l’istanza è avviata da un avvocato), spiegare brevemente il perché debbano essere cancellati e allegare una copia del documento di identità

Diritto All’oblio Svizzera: Cancella notizie negative dai motori di ricerca si può

Vuoi cancellare o nascondere un risultato di ricerca Google che riguarda te o la tua azienda? Vuoi cancellare o nascondere un risultato di ricerca Google che riguarda te o la tua azienda?

Privacy e dati personali oggi rappresentano un vero ostacolo per molte persone, per questo ho creato una guida per togliere notizie dal web.  Basta armarsi di un po’ di buona volontà e seguire passo dopo passo questa GUIDA pensato per i navigatori meno esperti.

Mentre se non sai come cancellare articoli di giornale da internet e non hai molto tempo a tua disposizione ti consiglio di contattarmi in privato alla pagina contatti per ricevere un consiglio senza impegno, ti deluciderò in merito alla legge sull’oblio.

Rimozione da Google, rimuovere contenuti da Google, de indicizzarediritto oblio sono tutte parole nuove per molti di noi, allora prima di metterci al lavoro facciamo chiarezza su alcuni punti: Cos’è il diritto all’oblio Google? è realmente efficace per elimina notizia da Google? in sintesi  Il diritto all’oblio  è lo strumento che ti permette di cancellare notizie da internet e dai motori di ricerca in generale come: Bing ,Yahoo, Google, creato per evitare la diffusione delle notizie che possono costituire un precedente pregiudizievole di una persona oltre a tutelare la riservatezza, per questo si fa richiesta di cancellare notizie da internet o cancellazione dati Google, se siete curiosi di conoscere i prezzi di una agenzia di reputazione date uno sguardo qui sotto rappresentato.

Come funziona il diritto all’oblio in Svizzera? Lo sviluppo delle nuove tecnologie e l’uso sempre più diffuso di Internet in tutti gli ambiti della vita hanno aumentato la massa dei dati memorizzati in Internet e le possibilità di interconnessione. Navigando sul, reti sociali e quant’altro, si lasciano tuttavia numerose tracce. Il diritto all’oblio digitale, si può definire come la possibilità di controllare le proprie tracce e la propria sfera (privata e pubblica) online. Considerata la comparsa di programmi di ricerca e di analisi sempre più performanti, non si può però che constatare che tale diritto, inteso come la cancellazione completa e definitiva dei dati, è spesso un concetto illusorio.

Che cos’è il «diritto all’oblio»? Definizione e limiti

Il «diritto all’oblio» non è un concetto nuovo. Tale nozione è infatti già presente in alcune disposizioni legali: la legge prevede ad esempio un termine di cancellazione per i dati contenuti nel casellario giudiziale o nella maggior parte dei registri ufficiali.

Tale limitazione concernente la durata dell’elaborazione dei dati non è altro che un’applicazione concreta del principio di proporzionalità previsto anche nella legge federale sulla protezione dei dati (LPD). I principi di finalità e di proporzionalità impongono infatti che l’elaborazione dei dati non abbia una durata superiore a quella necessaria per raggiungere gli obiettivi previsti. Il diritto all’oblio si esplica anche nella possibilità di ritirare il consenso precedentemente dato ovvero di opporsi all’elaborazione dei propri dati e si concretizza in questi casi attraverso la cancellazione o anonimizzazione dei dati stessi.

Il diritto all’oblio non è un diritto assoluto. A seconda delle circostanze, possono esserci anche altri interessi in gioco. È opportuno allora, nel caso concreto, effettuare un di bilanciamento degli interessi tra il rispetto della sfera privata (il diritto all’oblio, appunto) e l’interesse all’elaborazione dei dati (nel caso di un contenuto pubblicato su Internet, ad esempio, concorrono la libertà d’espressione, il dovere di informazione e di memoria). La valutazione degli interessi varia a seconda delle circostanze specifiche. In altre parole, occorre chiedersi se le lesioni della personalità derivanti dall’elaborazione o dalla pubblicazione dei dati siano giustificate, all’occorrenza, da un interesse superiore.

Quando non sono stabiliti dalla legge, i diritti o gli obblighi concernenti il diritto all’oblio sono spesso difficili da attuare nella prassi, se non addirittura semplicemente ignorati. Non essendo in possesso dei propri dati personali in causa, la persona interessata non può semplicemente cancellarli, ma deve – spesso con mezzi limitati – intraprendere procedure lunghe e fastidiose per far rispettare i propri diritti.

Il «diritto all’oblio» nell’era di Internet

Mediante i blog, le reti sociali, le piattaforme o i forum di discussione, chi naviga in Internet lascia numerose tracce. Commenti, testi, foto, video o altri documenti sono pubblicati e sono resi accessibili praticamente all’istante a chiunque. Queste tracce possono essere anche involontarie: basti pensare agli indirizzi IP, ai cookie o alle richieste effettuate sui motori di ricerca. I contenuti raccolti sul web possono essere pubblicati anche senza il consenso delle persone interessate, se non addirittura a loro insaputa, nella maggior parte dei casi senza necessariamente l’intenzione di nuocere.

Sebbene i privati siano generalmente più solleciti nel pubblicare contenuti personali digitali, lo Stato non è in realtà da meno e alimenta Internet di dati personali pure lui (p. es. i dati  del registro di commercio).

Molti dati sono così memorizzati sul web e resi accessibili a un largo pubblico. Benché l’accessibilità di questi dati presenta numerosi vantaggi, essa comporta anche molti rischi. Nella vita reale l’uomo dimentica; internet, invece, no. Nel mondo virtuale di Internet, i contenuti sono non solo accessibili quasi all’istante a chiunque e ovunque, ma diventano anche permanenti, perché una volta che i dati sono stati pubblicati, difficilmente possono essere rimossi in modo definitivo. I contenuti disponibili su Internet possono infatti essere copiati da terzi e sono rapidamente ripresi e strutturati per mezzo dei motori di ricerca secondo una logica che sfugge sia alle persone interessate sia agli artefici della pubblicazione stessa.

La moltiplicazione dei contenuti su scala globale, lo sviluppo delle tecnologie (p. es. i sistemi di riconoscimento facciale, le tecniche di geolocalizzazione o ancora la transizione dalla carta al digitale) e le modalità di funzionamento dei motori di ricerca accentuano ulteriormente la perdita di controllo sui dati. Di conseguenza, non si ha sempre coscienza dell’uso che viene fatto dei propri dati o che se ne potrebbe fare in futuro, e delle possibili interconnessioni tra i vari dati messi a disposizione. Considerata la comparsa di programmi di ricerca e di analisi sempre più performanti, in combinazione con le capacità quasi illimitate di memorizzazione («big data»), non si può che constatare  che il diritto all’oblio, inteso come la cancellazione completa e definitiva dei dati, è spesso un concetto illusorio.

E non si salvano neppure fatti o avvenimenti verificatisi prima dell’avvento di Internet: gli archivi cartacei dei giornali – o di altri documenti – sono digitalizzati e sono reperibili sul web. Gli eventi «dimenticati» possono quindi riemergere, portando le persone interessate a confrontarsi con il fatto molti anni dopo il suo accadimento. Le conseguenze di questa perdita di controllo possono essere imbarazzanti, se non addirittura disastrose. Un’informazione fornita in un determinato contesto può essere riutilizzata per uno scopo completamente diverso. Così, un aneddoto o un altro fatto pubblicato un giorno (volontariamente o no) su Internet, può mettere in pericolo gli interessi della persona in causa.

Internet non conosce confini: non solo le informazioni vengono diffuse a livello mondiale, ma l’aspetto internazionale complica in larga misura la possibilità di far valere giuridicamente i propri diritti. Si pongono infatti questioni complesse a livello di procedura, quali la determinazione del foro e del diritto applicabili.

Se si considerano i vari fattori in gioco, ovvero lo sviluppo di nuove tecnologie, la moltiplicazione e la diversità dell’elaborazione dei dati e gli ostacoli legislativi e procedurali in un contesto internazionale, si capisce come l’attuazione del «diritto all’oblio» possa diventare una vera e propria sfida.

Le soluzioni

Alla luce di quanto detto, è opportuno trovare soluzioni che consentano di preservare la dignità delle persone e rispettare il diritto alla sfera privata anche su Internet, senza con ciò intralciare  lo sviluppo delle nuove tecnologie.
Soluzioni tecniche

In particolare, si possono e devono attuare determinate strategie a livello tecnico, per permettere a chiunque di mantenere il controllo effettivo sui propri dati. La «privacy by design» (rispetto della sfera privata in fase di progettazione) e la «privacy by default» (tutela predefinita della sfera privata) dovrebbero diventare la norma. La «privacy by design» consiste nel tener conto degli aspetti relativi alla tutela della sfera privata e dei dati personali nella progettazione di nuove tecnologie o di applicazioni. Essa implica anche il rispetto di tali principi durante l’intero ciclo di vita della tecnologia in questione. La «privacy by default» consiste nell’introdurre una configurazione delle impostazioni di riservatezza all’atto di registrazione a un servizio online. L’obiettivo è quello di evitare sia un uso improprio dei dati, sia anche il loro riutilizzo per fini diversi da quelli per i quali una persona aveva inizialmente dato il suo consenso: il consenso esplicito della persona deve cioè essere richiesto per ogni elaborazione dei dati.

Infine occorre indurre gli amministratori del sito a rimuovere l’indicizzazione delle loro pagine web (o di alcune di esse) e invitare i gestori dei motori di ricerca a rivederne il funzionamento o il sistema di indicizzazione, ad esempio mediante l’attuazione di una procedura online che ne permetta la rimozione.
Soluzioni giuridiche

Secondo Cristian Nardi amministratore e fondatore della privacy Garantita la legge sulla protezione dei dati (LPD) si limita a sancire principi (finalità e proporzionalità) e norme generali. La persona interessata può far valere i propri diritti di rettifica o di opposizione (presso il responsabile dell’elaborazione dei dati) nei casi in cui l’elaborazione non sia (o non sia più) giustificata da un motivo giustificativo (art. 12 e 13 LPD). Se, così facendo, non ottiene il risultato auspicato, può rivolgersi a un tribunale civile e chiedere, in virtù dell’articolo 15 LPD,che l’elaborazione dei dati venga bloccata, che se ne impedisca la comunicazione a terzi o che i dati personali siano rettificati o distrutti. L’Incaricato federale della protezione dei dati e della trasparenza (IFPDT) dispone di competenze consultive e, a determinate condizioni (specialmente se un elevato numero di persone sono interessate), può anche intervenire nell’ambito della sua attività di sorveglianza.

Come già sottolineato, il diritto all’oblio  è talvolta difficile da fare rispettare nella prassi. Di qui, la necessità di rafforzare da un lato i diritti delle persone interessate e, dall’altro, gli obblighi dei responsabili dell’elaborazione dei dati, in particolare concretizzando il concetto di proporzionalità o rendendo obbligatoria la privacy by design e la privacy by default per tutti i prodotti e i servizi sul mercato.

A livello europeo, si sta discutendo della possibilità di adeguare il quadro giuridico esistente, per poter tener conto dell’evoluzione delle nuove tecnologie, dell’ascesa del digitale e del contesto internazionale (l’attuale direttiva è del 1995). L’obiettivo del nuovo regolamento europeo sarebbe soprattutto quello di rafforzare l’efficacia delle norme sulla protezione dei dati. In tale contesto, il concetto di «diritto all’oblio» è al centro dei dibattiti. La Svizzera segue da vicino questi sviluppi, dato che dovrà probabilmente recepire, magari integrandole nella LPD, le soluzioni adottate a livello europeo.

Nell’attesa di questi sviluppi o parallelamente ad essi, non è escluso che la giurisprudenza precisi determinati aspetti del diritto all’oblio. Con la sentenza del 13 maggio 2014, la Corte di giustizia europea ha stabilito che i gestori dei motori di ricerca sono responsabili dell’elaborazione dei dati personali sulle loro pagine web e devono, su richiesta e a determinate condizioni, rimuovere il rinvio ipertestuale a queste pagine (a meno che non ci sia – nel caso concreto – un interesse pubblico preponderante che giustifica l’indicizzazione di tali informazioni). Tale sentenza avrà sicuramente ripercussioni anche in Svizzera per gli utenti di Internet.
Soluzioni comportamentali (sensibilizzazione e responsabilizzazione)

Infine, al di là delle soluzioni tecniche e giuridiche presentate, sembra essere fondamentale da un lato formare e informare gli utenti in modo che possano controllare meglio gli strumenti di Internet e gestire la loro reputazione online, dall’altro renderli consapevoli dei loro diritti e dei loro obblighi, soprattutto per quanto riguarda la pubblicazione dei contenuti su Internet (sensibilizzazione e responsabilizzazione). L’attuazione del diritto all’oblio non deve infatti comportare una deresponsabilizzazione dell’individuo.

In fin dei conti, spetta a ciascun individuo, nell’ambito della sua partecipazione alla vita sul web, essere arbitro del proprio desiderio di esporsi/essere visibile e del proprio bisogno di riservatezza, ad esempio utilizzando uno pseudonimo (o no), (dis)attivando le impostazioni  di riservatezza, prendendo atto – per quanto possibile – dei vantaggi e dei rischi (a lungo termine) della diffusione di un messaggio, fosse anche a una cerchia ristretta di persone. Al di là dei vantaggi immediati di una condivisione online, ciascuno deve riflettere prima di pubblicare un contenuto.

Conclusione

In conclusione, lo sviluppo delle nuove tecnologie e l’uso sempre più diffuso di Internet in tutti gli ambiti della vita, ha aumentato in modo esponenziale la capacità di elaborazione dei dati, la loro memorizzazione e le possibilità di interconnessione e, quindi, i rischi di violazione della sfera privata. In pratica, a causa degli sviluppi tecnologici e degli ostacoli legislativi e procedurali, il «diritto all’oblio» è in molti casi messa a rischio o difficile da attuare e da far rispettare.

Gli utenti di Internet devono essere consapevoli dei rischi insiti nelle nuove tecnologie e devono utilizzarle in modo responsabile.  La cautela è necessaria, in particolare se vengono pubblicati dati personali – di sé o di altri – su Internet. Gli ideatori e gli sviluppatori dei motori di ricerca dovrebbero – al pari dei responsabili dell’elaborazione dei dati – prendere in considerazione gli aspetti di protezione dei dati, evitando l’indicizzazione sistematica di tali motori. Infine, le soluzioni giuridiche e legali dovrebbero rafforzare i diritti delle persone interessate e gli obblighi dei responsabili dell’elaborazione.

Fonte:https://www.edoeb.admin.ch/e

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Rimuovere informazioni personali da Google: cancellare notizie da internet

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Chiedi gratuitamente il Calcola del costo della cancellazione di informazioni lesive, ti invieremo un preventivo entro due ore dal ricevimento della vostra mail:

oppure per rimuovere notizie dal web Call. 327.9105006 Cristian Nardi Sito: www.privacygarantita.it Mail: info@privacygarantita.it

 

Togliere una notizia da Google o eliminare il proprio passato è un compito arduo ma non impossibile. Per questo motivo abbiamo chiesto il parere ad un esperto in cancellazione di notizie negative dal web che ci illustra come muoversi.

Stiamo parlando di Cristian Nardi della società di WEB REPUTATION  – RTS  consulente per molti studi legali, opera in molte città d’Italia tra cui Roma, Napoli, Abruzzo.  Fondatore della piattaforma web privacygarantita.it si occupa del delicato compito di eliminare notizie non gradite da Google. Un’attività che sta diventando indispensabile per molti privati e professionisti che richiedono a norma di leggere di rimuovere il proprio nome dalla rete.

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Qual è il danno che può causare all’immagine e alla reputazione un articolo scandalistico?

Le posso rispondere con una domanda: quanto vale per lei la sua reputazione? quindi la risposta equivale al danno.  Vedersi apparire il proprio nome tra le prime pagine dei motori di ricerca per molti comporta serie problemi, come ad esempio un prestito negato in baca, o meglio ancora vedersi sfuggire un affare. Purtroppo il nostro interlocutore prima prendere qualsiasi decisione istintivamente interroga la rete, uno scenario molto inquietante sotto questo punto di vista, in quando non prevale più il rapporto di buona fede, ma tecnico.

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Cos’è fondamentale nel vostro lavoro?

Io credo la massima riservatezza e la garanzia del risultato. C’è da dire che noi privacygarantita.it partiamo sempre da una semplice chiacchierata con il cliente, gratuita e senza impegno, cercando insieme una soluzione al problema.

In pratica come si cancella una notizia informazione dalla rete?

Ci sono diverse soluzioni, ad esempio nel caso di divulgazione di foto, video, intime e senza consenso bisogna rivolgersi subito alla Polizia Postale  oppure ad una persona esperta in reputazione che sappia come muoversi nell’immediato. Ma purtroppo in alcuni casi parliamo di procedure lunghe dove a monte prevale una vera denuncia, anche se negli ultime tempi la giurisprudenza ha fatto grandi passi avanti e in alcuni casi eccezionali come la diffusione di un video hot tramite WhatsApp la rimozione è immediata. Nell’era digitale chiunque può pubblicata una notizia in rete senza essere rintracciato. A questo proposito Google ha messo online un modulo per la richiedere la rimozione dai link non desiderato, una soluzione che non sempre funziona.

 

Per concludere come bisogna comportarsi?

la rimozione dei link non è un lavoro del tutto semplice, bisogna conoscere tecniche di SEO e di posizionamento ed esperienze nel settore legale e di diritto altrimenti si rischia di fare danni.  La mole di difficoltà che si incontrano sono molte, come gli spessi imprevisti, anche lì dove esiste la possibilità di appellarsi al diritto all’oblio, noi consigliamo di contattaci per semplice consiglio l’abbiamo fatto molte volte, siamo consapevoli dell’imbarazzo che causa questo tipo di problema, ed avvolte un consiglio può migliorare la vita.

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Il Coronavirus uccide la privacy? quale finalità dei dati personali, diritto all’oblio

Il pilastro di tutele costruito dal GDPR rischia di essere scalfito da decisioni che, utilizzando l’alibi della pandemia, si traducano in scelte di controllo dei cittadini. Ecco perché serve una normativa ad hoc che tracci un perimetro entro il quale il titolare del trattamento può trattare i dati degli utenti

emergenza legata alla pandemia in atto sta mettendo a dura prova il diritto alla protezione dei dati personali consacrato dal GDPR. Il pericolo è rappresentato dalla corsa dei governi – anche quello italiano – alla ricerca di soluzioni tecnologiche che consentano di raccogliere ed utilizzare i dati personali (es. dati di geo localizzazione, dati relativi alla salute) per monitorare anche i potenziali contagiati ed arginare la diffusione del virus. Per questo è prioritario prevedere che il titolare del trattamento garantisca, by design e by default, la protezione dei dati personali e la tutela dei diritti degli interessati, in particolare del diritto alla cancellazione dei dati personali (o diritto all’oblio).

Come affermato da Franco Pizzetti, il diritto dell’interessato è un’“architrave del sistema di protezione dei dati personali costruito dalla Direttiva sulle orme della Convenzione n. 108 e, poi, transitato in tutte le leggi nazionali di attuazione”.

Usando, poi, le parole del Presidente dell’Autorità Garante, Antonello Soro, il punto di forza del diritto alla protezione dei dati personali è indubbiamente il suo “carattere fortemente dinamico. Quale diritto all’autodeterminazione informativa, si esprime in poteri d’intervento nei confronti di chiunque gestisca i dati, comporta la possibilità di fissare modalità e condizioni del trattamento, avvalendosi di forme nuove di tutela, sempre più preventiva e in forma specifica”

Nello specifico, il GDPR ha puntellato la tutela dell’interessato rafforzando diritti già previsti dal nostro Codice Privacy e introducendone nuovi. Nello stesso tempo, all’art. 23 ha previsto che, in funzione di interessi generali, sia possibile limitarne l’esercizio da parte degli interessati, come già sancito dall’art. 52 Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dall’art. 15 della Direttiva E-Privacy.

Diritti degli interessati e possibili limitazioni

Il principio ispiratore del legislatore europeo emerge dal Considerando 7: “È opportuno che le persone fisiche abbiano il controllo dei dati personali che li riguardano e che la certezza giuridica e operativa sia rafforzata tanto per le persone fisiche quanto per gli operatori economici e le autorità pubbliche”. Sulla scorta di tale principio, il GDPR riconosce all’interessato, innanzitutto, il diritto di essere informato in modo trasparente sul trattamento (artt. 12, 13 e 14), il diritto di accedere al trattamento ed ai dati personali trattati (art. 15), nonché il diritto ad essere informato in caso di violazioni dei dati personali che presentino rischi elevati per i suoi diritti (art. 34).

Il potere di controllo dell’interessato è, poi, declinato dal Regolamento in due categorie di diritti: i diritti che hanno ad oggetto il trattamento e quelli che hanno ad oggetto i dati personali.

Nella prima categoria rientrano il diritto di prestare e revocare il consenso al trattamento (art. 7), il diritto di limitare il trattamento (art. 18) e il diritto di opporsi al trattamento (art. 21).

Nella seconda, invece, il potere di controllo dell’interessato si estrinseca nel diritto di ricevere e spostare insiemi strutturati di dati personali (art. 20), nel diritto di rettificare e integrare i dati personali (art. 16) e nel diritto di ottenere la cancellazione dei propri dati personali (art. 17).

Infine, il GDPR consente all’interessato di non essere sottoposto a decisioni basate su trattamenti automatizzati dai quali derivino decisioni arbitrarie che incidono sulla sua sfera giuridica o sulla sua persona (art. 22).

Ebbene, questo pilastro di tutele costruito dal GDPR rischia di essere scalfito, se non addirittura demolito, da decisioni che, utilizzando l’alibi dell’emergenza, si traducano in scelte di controllo globale dei cittadini e, quindi, in derive anti-democratiche.

È vero, da un lato, che il GDPR consente all’art. 23 di introdurre, con una norma di legge, una limitazione ai diritti degli interessati, “qualora tale limitazione rispetti l’essenza dei diritti e delle libertà fondamentali e sia una misura necessaria e proporzionata in una società democratica” per salvaguardare, in particolare, la sicurezza nazionale, la sicurezza pubblica ed altri importanti obiettivi di interesse pubblico generale.

Ma è anche vero che i valori democratici della nostra società, opportunamente richiamati dall’art. 23, rischiano di essere irrimediabilmente compromessi dall’introduzione di soluzioni tecnologiche irrispettose dei diritti fondamentali delle persone fisiche. È seriamente in pericolo, come vedremo, uno dei cardini del GDPR, ossia il diritto dell’interessato di ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei propri dati personali (o diritto all’oblio).

I rischi per il diritto all’oblio

La disciplina del diritto alla cancellazione dei dati personali riflette il carattere dinamico ed elastico del GDPR, prevedendo in modo analogo il bilanciamento tra due opposti interessi: quello dell’interessato alla cancellazione e quello del titolare del trattamento all’utilizzo di quei dati.

Nello specifico, l’art. 17, paragrafo 1, del GDPR specifica che, se l’interessato chiede la cancellazione dei propri dati personali, il titolare del trattamento è obbligato alla cancellazione degli stessi, senza ingiustificato ritardo, in presenza di determinate condizioni:

  • il raggiungimento delle finalità per le quali o dati personali sono stati raccolti o altrimenti trattati (nel rispetto del fondamentale principio di cui all’art. 5, par. 1, lett. e) del GDPR secondo cui la conservazione dei dati personali deve essere limitata ad un arco di tempo non superiore al conseguimento delle finalità per le quali sono trattati);
  • la revoca del consenso e l’insussistenza di altra base giuridica per il trattamento (in applicazione dei principi di cui agli artt. 6 e 7 del GDPR secondo cui il consenso è sempre revocabile dall’interessato ed il titolare non può proseguire il trattamento se non ha – preventivamente – individuato un’altra base giuridica);
  • l’opposizione al trattamento per l’esecuzione di un interesse pubblico o connesso all’esercizio di pubblici poteri di cui è investito il titolare del trattamento, o per un legittimo interesse dello stesso, e l’insussistenza di alcun motivo legittimo prevalente per procedere al trattamento; oppure l’opposizione al trattamento per finalità di marketing;
  • il trattamento illecito di dati personali;
  • l’adempimento di un obbligo giuridico;
  • la raccolta di dati personali dei minori relativamente all’offerta di servizi della società dell’informazione.

Il diritto alla cancellazione non è però incondizionatamente esercitabile dall’interessato. Infatti, il paragrafo 2 dell’art. 17 prevede che il titolare del trattamento può rifiutare la richiesta di cancellazione se il trattamento è necessario per l’esercizio del diritto alla libertà di espressione e di informazione, per l’adempimento di un obbligo giuridico previsto dal diritto dell’Unione o degli Stati membri, per motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica, a fini di archiviazione nel pubblico interesse, di ricerca scientifica o storica o a fini statistici, oppure per l’accertamento, l’esercizio o la difesa di un diritto in sede giudiziaria.

Blindare i diritti per il post-emergenza

Diritto all’oblio: l’importanza storico-sociale dell’archivio hai fini di de- indicizzare

cancella-una-notizia-da-google-2048x456In determinati casi il riconoscimento del diritto all’oblio in merito alla pubblicazione di un articolo giornalistico comporta la necessità di trovare un punto di equilibrio tra gli interessi contrapposti (quelli del titolare del sito di un archivio giornalistico e quelli del titolare del dato, non più accessibile dai comuni motori di ricerca) e dovendo considerare la permanenza dell’interesse alla conservazione del dato in ragione della rilevanza storico-sociale delle notizie di stampa, la semplice deindicizzazione dell’articolo (ed il conseguente aggiornamento dei dati) può essere ritenuta una soluzione soddisfacente.

La Corte di Cassazione, prima sez. civile, con l’ordinanza n. 7559/2020 (testo in calce) in esame ritorna sulla tematica di grande interesse del riconoscimento del diritto all’oblio con particolare riferimento al giusto contemperamento tra liceità dell’archiviazione on line di articoli giornalistici per finalità storiche con l’esigenza di garantire che i fatti narrati siano contestualizzati rispetto ai successivi sviluppi delle corrispondenti vicende.

Nel caso di specie, in particolare, il ricorrente non è soddisfatto della decisione del giudice di primo grado che ha imposto la sola deindicizzazione di un articolo relativo ad un proprio congiunto ritenuto lesivo dell’immagine e fuorviante, ma pretende la cancellazione di quell’articolo dall’archivio storico del giornale.

La Suprema Corte, dopo un’attenta ed approfondita disamina della giurisprudenza in materia, respinge il ricorso e si dichiara assolutamente in linea con le argomentazioni del tribunale territoriale che esclude la violazione del diritto all’oblio sulla base di tutta una serie di argomentazioni che comportano nello specifico un bilanciamento tra i diritti del singolo e quelli della collettività.

In particolare il tribunale di Milano ritiene che una soluzione di ragionevole compromesso può essere proprio quella adottata con i provvedimenti che impongono la deindicizzazione degli articoli sui motori di ricerca generali, la cui conseguenza immediata è che l’articolo e la notizia controversa sono resi disponibili solo dall’attivazione dello specifico motore di ricerca all’interno del quotidiano. Tale semplice limitazione consente all’interessato di vedere estromesso dal dato che lo riguarda azioni di ricerca mosse da ragioni casuali o, peggio, futili. Tanto trova applicazione nell’ipotesi in cui il dato personale di cui si discute mantenga un apprezzabile interesse pubblico alla sua conoscenza, da valutarsi e da ritenersi sussistente in funzione non solo della perdurante attualità del dato di cronaca, ma anche in presenza del solo assolvimento del valore documentaristico conservativo proprio dell’archivio, sia pure integrato dagli aggiornamenti prescritti dalle Autorità intervenute in tema.

E’ fondamentale operare un bilanciamento degli interessi contrapposti – diritto al controllo del dato, diritto all’oblio del titolare dei dati personali e diritto dei cittadini ad essere informati – laddove, nel caso di specie, prevale, ex art. 21 Cost., il diritto della collettività ad essere informata con il conseguente diritto dei mezzi di comunicazione di informare in tutti ì casi in cui il dato sia trattato correttamente e permanga nel tempo l’interesse alla sua conoscenza secondo i profili indicati.

Secondo la Corte non è corretto individuare il sorgere del diritto all’oblio quale conseguenza automatica del trapasso del soggetto interessato. Allo stesso modo il mero trascorrere del tempo non comporta, ex se, il venir meno dell’interesse alla conoscenza del dato di cronaca, criterio che, se opzionato comporterebbe la non pertinenza di scopo di ogni archivio di stampa, cartaceo o informatico che sia.

L’interprete deve valutare se la compressione del diritto alla reputazione dell’interessato (definita da Cass. n. 5525 del 2012 “immagine sociale”) derivante dal perdurare del trattamento dei dati giornalistici/d’archivio comporti, in una concreta fattispecie, un sacrificio non giustificato dal corrispondente interesse alla conoscenza del dato da parte della collettività.

In altri termini, sussiste ex art. 21 Cost., un generale diritto alla conoscenza di tutto quanto in origine lecitamente veicolato al pubblico, con conseguente liceità del fine del trattamento dei dati personali contenuti in archivio; tale diritto incontra un limite, in applicazione dell’art. 11 del d.lgs. n. 196 del 2003 (l’ordinanza per ragioni di carattere temporale fa ancora riferimento alla normativa precedente) nelle fattispecie in cui la permanenza del dato nell’archivio informatico, per la sua potenziale accessibilità, non paragonabile a quella di una emeroteca, comporti un tale vulnus alla riservatezza dell’interessato da minarne in misura apprezzabile l’esplicazione dei diritti fondamentali della persona in ambito relazionale.

La Suprema Corte con riferimento al caso di specie ritiene che giustamente il tribunale milanese alla stregua dei suddetti principi, ha sottolineato che, nel caso in esame, emerge in tutta evidenza che il dato personale, derivante da attività di cronaca giudiziaria legittimamente esercitata, aveva ad oggetto l’attività imprenditoriale del defunto, azionista di riferimento di società industriali di rilievo nazionale e, in particolare, di condotte ritenute di potenziale rilievo penale, commesse al fine di mantenere/acquisire il controllo del gruppo societario. Di conseguenza nel bilanciamento dei contrapposti interessi sussiste e permane l’interesse della collettività, ed in particolare del mondo economico, di “fare memoria” di vicende rilevanti per un soggetto che si presenta come primario centro di imputazione di interessi economici considerevoli per la collettività.

In definitiva, quindi, l’avere la società editrice provveduto alla deindicizzazione ed allo spontaneo aggiornamento dell’articolo in questione è stato ritenuto dal giudice a quo come soluzione idonea a bilanciare i contrapposti interessi in gioco, conservandosi il dato pubblicato, ma rendendolo accessibile non più tramite gli usuali motori bensì, esclusivamente, dall’archivio storico del giornale ed al contempo garantendo la totale sovrapponibilità, altrimenti irrimediabilmente compromessa, fra l’archivio cartaceo e quello informatico del medesimo quotidiano, nonché il diritto della collettività a poter ricostruire le vicende che avevano riguardato il controllo dell’impresa.

Secondo la Suprema Corte le argomentazioni del tribunale territoriale sono del tutto aderenti al dettato legislativo oltre che agli orientamenti giurisprudenziali in materia (v. Cass. n. 5525/2012; Cass. n. 13161/2016) posto che ha correlato la permanenza nell’archivio storico del giornale alle particolari esigenze di carattere storico/sociale insite nelle notizie oggetto di causa.

La Corte di Cassazione ricorda, peraltro, che la protezione normativa dell’archivio giornalistico sta cominciando a formare oggetto di attenta considerazione da parte del legislatore: basti pensare a quanto sancito nel Regolamento UE n. 2016/679 in cui sono state inserite norme (art. 9, par. 2, lett. j) finalizzate alla tutela delle attività di archiviazione nel pubblico interesse di ricerca scientifica o storica o a fini statistici.

Il diritto all’oblio subisce delle limitazioni art. 17, par. 3, lett. d) nelle ipotesi in cui il trattamento dei dati sia necessario “a fini di archiviazione nel pubblico interesse, di ricerca scientifica o storica o a fini statistici conformemente all’art. 89, paragrafo 1, nella misura in cui il diritto di cui al paragrafo 1 rischi di rendere impossibile o di pregiudicare gravemente il conseguimento degli obiettivi di tale trattamento”. L’art. 89, infine, al paragrafo 1, prende in considerazione garanzie adeguate per i diritti e le libertà dell’interessato mediante l’adozione di misure tecniche ed organizzative che possano garantire il rispetto del principio della minimizzazione dei dati. Una parte del Regolamento (il titolo VII) è poi dedicata appositamente al trattamento a fini di archiviazione nel pubblico interesse, di ricerca scientifica o storica o a fini statistici con la finalità di garantire la conservazione di quei dati che siano decisivi per la “memoria” della società.

La Suprema Corte conclude che nella fattispecie in esame la necessità di trovare un punto di equilibrio tra gli interessi contrapposti (quelli del titolare del sito dell’archivio e quelli del titolare del dato, non più accessibile dai comuni motori di ricerca) è stata ritenuta adeguatamente soddisfatta dalla deindicizzazione, unita allo spontaneo aggiornamento dei dati da parte del titolare del sito, considerata dal tribunale milanese come misura di protezione del singolo ponderata ed efficace, mentre l’intervento di rimozione sull’archivio storico informatico si sarebbe rilevata eccessiva e penalizzante così da danneggiare il punto di equilibrio degli interessi predetti. Di conseguenza, secondo la Cassazione, il giudice di merito nel considerare la permanenza dell’interesse alla conservazione del dato in ragione della rilevanza storico-sociale delle notizie di stampa, non ha violato le norme di legge anche in ragione delle cautele concretamente adottate e volte alla deindicizzazione della notizia dai siti generalisti.

CASSAZIONE CIVILE, ORDINANZA N. 7559/2020 >> SCARICA IL TESTO IN PDF

Cancella una notizia da google – NAPOLI cell 3279105006

Chiedi un preventivo per rimuovere notizie dal web Call. 327.9105006
Cristian Nardi Sito: www.privacygarantita.it Mail: info@privacygarantita.it

Togliere una notizia da Google o eliminare il proprio passato è un compito arduo ma non impossibile. Per questo motivo abbiamo chiesto il parere ad un esperto in cancellazione di notizie negative dal web che ci illustra come muoversi.

 

Stiamo parlando di Cristian Nardi della società di WEB REPUTATION  – RTS  consulente per molti studi legali, opera in molte città d’Italia tra cui napoli, RICCIONE, salerno, pompei, caserta.  Fondatore della piattaforma web privacygarantita.it si occupa del delicato compito di eliminare notizie non gradite da Google. Un’attività che sta diventando indispensabile per molti privati e professionisti che richiedono a norma di leggere di rimuovere il proprio nome dalla rete.

Qual è il danno che può causare all’immagine e alla reputazione un articolo scandalistico?

Le posso rispondere con una domanda: quanto vale per lei la sua reputazione? quindi la risposta equivale al danno.  Vederci apparire il proprio nome tra le prime pagine dei motori di ricerca per molti comporta serie problemi, come ad esempio un prestito negato in baca, o meglio ancora vedersi sfuggire un affare. Purtroppo il nostro interlocutore prima prendere qualsiasi decisione istintivamente interroga la rete, uno scenario molto inquietante sotto questo punto di vista, in quando non prevale più il rapporto di buona fede, ma tecnico.

Cos’è fondamentale nel vostro lavoro?

Io credo la massima riservatezza e la garanzia del risultato. C’è da dire che noi privacygarantita.it partiamo sempre da una semplice chiacchierata con il cliente, gratuita e senza impegno, cercando insieme una soluzione al problema.

In pratica come si cancella una notizia informazione dalla rete?

Ci sono diverse soluzioni, ad esempio nel caso di divulgazione di foto, video, intime e senza consenso bisogna rivolgersi subito alla Polizia Postale  oppure ad una persona esperta in reputazione che sappia come muoversi nell’immediato. Ma purtroppo in alcuni casi parliamo di procedure lunghe dove a monte prevale una vera denuncia, anche se negli ultime tempi la giurisprudenza ha fatto grandi passi avanti e in alcuni casi eccezionali come la diffusione di un video hot tramite WhatsApp la rimozione è immediata. Nell’era digitale chiunque può pubblicata una notizia in rete senza essere rintracciato. A questo proposito Google ha messo online un modulo per la richiedere la rimozione dai link non desiderato, una soluzione che non sempre funziona.

Per concludere come bisogna comportarsi?

la rimozione dei link non è un lavoro del tutto semplice, bisogna conoscere tecniche di SEO e di posizionamento ed esperienze nel settore legale e di diritto altrimenti si rischia di fare danni.  La mole di difficoltà che si incontrano sono molte, come gli spessi imprevisti, anche lì dove esiste la possibilità di appellarsi al diritto all’oblio, noi consigliamo di contattaci per semplice consiglio l’abbiamo fatto molte volte, siamo consapevoli dell’imbarazzo che causa questo tipo di problema, ed avvolte un consiglio può migliorare la vita.

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Diritto all’oblio: perchè un negozio deve chiedere per una recensione negativa

È giusto che un’attività commerciale possa richiedere la rimozione di giudizi negativi dalle recensioni pubblicate sul web? La questione è spinosa, e va a toccare diritti dei cittadini come quello all’oblioapprovato dalla Corte di Giustizia Europea nel 2014. Sì, “dei cittadini”, ma a quanto pare non di attività come negozi o professionisti.

A fare giurisprudenza sono state due decisioni della diciottesima sezione civile del Tribunale di Roma, che ha rifiutato l’istanza di un chirurgo che aveva chiesto la cancellazione di alcune recensioni negative pubblicate su Google My Business, imponendogli anche il pagamento delle spese legali relative alla causa intentata dal professionista all’azienda di Mountain View. Il chirurgo chiedeva infatti la rimozione della scheda della sua attività o, in alternativa, l’eliminazione dei commenti negativi presenti e futuri (entro 24 ore dalla loro pubblicazione).

Il diritto all’oblio prevede che gli utenti possano chiedere ai motori di ricerca di rimuovere informazioni sul proprio conto nel caso in cui queste vengano considerate inadeguate, irrilevanti, non più rilevanti o eccessive. Ma, vista la sentenza, pare che questo diritto spetti solamente ai privati, e non agli esercizi commerciali o ai fornitori di servizi. Tradotto: se un negozio riceve giudizi negativi, se li tiene.

La motivazione verte sull’importanza di tutelare l’interesse collettivo, anche nel caso in cui questo non coincida con quello del singolo:

recita la sentenza del Tribunale di Roma. E questo precedente avrà riflessi importanti non solo su Google, ma anche su altre piattaforme di ricerca come Tripadvisor, Booking o Amazon, ovvero tutti i siti web in cui aziende e professionisti mettono in vendita le loro proposte commerciali.

Mountain View vince dunque il round contro il povero chirurgo, è da vedere però se riuscirà a vincere anche la partita visto che la questione non finirà di certo qui. Nonostante la sentenza, che al momento dice che chi riceve giudizi negativi non ha la facoltà di filtrarli.

Rimuovere un URL da Google il portale privacygarantita.it consiglia come fare

Per rimuovere un contenuto dal suo motore di ricerca, il browser chiede di leggere attentamente le informazioni contenute nella pagina di supporto per la rimozione di informazioni da Google.

Le domande che Google, pone all’utente che sta presentando tale richiesta di informazioni sono due: Vuoi rimuovere informazioni soltanto dai risultati della Ricerca Google oppure vuoi rimuoverle completamente dal Web? mentre la seconda domanda alla quale l’utente deve dare risposta è: Chi ha il controllo della pagina che ospita i contenuti? Se ci sono dubbi sulle risposte è bene evitare di procedere con la richiesta di rimozione.

Noi di Privacy Garantita tra i tanti servizi che offriamo, possiamo aiutarvi a gestire tutto l’iter, dall’analisi della situazione, fino a produrre tutta la documentazione necessaria da inoltrare al motore di ricerca. Infatti il percorso che eseguirà Google è molto esigente sui termini che disciplinano le richieste, e chiede che l’utente studi attentamente la guida pubblicata da Google a supporto di queste operazioni.

Se vanno eliminate le URL presenti nelle pagine Blogger, nei siti web di proprietà, nei siti Wix o WordPress gestiti personalmente, nei profili dei social media (quali Twitter e Facebook), nelle pagine Google My Business create per la propria azienda, allora Google permette di effettuare la Rimozione di informazioni dal web e dai risultati della Ricerca Google. Altrimenti, per le pagine web delle quali non si ha il controllo, come notizie dei giornali, foto scattate da altre persone, blog, siti internet, la richiesta di rimozione URL va eseguita tramite un nostro intervento(https://www.privacygarantita.it). Ricorda che Google non è proprietario dei siti internet che raggiunge con il suo motore di ricerca, né può obbligare il proprietario di un sito a rimuovere le informazioni. Se si ritiene che si sia verificata una violazione della legge, Google fornisce le informazioni per procedere con un assistente legale e far esercitare il proprio diritto.

Rimuovere un URL da Google significa anche segnalare contenuti non appropriati che sono stati raggiunti nella Ricerca Google. Ad esempio, l’utente potrebbe non gradire che sia presente un URL che contenga materiale per adulti, violazione delle norme di Google, violazioni legali o del copyright.
In questi casi, Google può assecondare facilmente la rimozione di URL da internet, grazie al contributo degli utenti che aiutano a costruire un ambiente di dati e informazioni sicuro e autorevole. Ogni richiesta va affiancata da una specificazione informazione riguardante i motivi della richiesta e la tipologia di violazione o illecito che si sta denunciando. Google per intervenire ha bisogno che l’utente segua attentamente la guida per rimuovere le URL da Google. L’utente poco esperto, dovrebbe avvalersi del nostro supporto che possa interpretare la richiesta e trasmetterla a Google seguendo la procedura corretta.
Infatti, Google ignora le richieste che non vengono inviate correttamente. Un sito internet potrebbe essere inappropriato anche per motivi tecnici e, in funzione del contributo che gli utenti possono fornire a Google per migliorare la qualità del servizio e segnalare contenuti da rimuovere dal motore di ricerca, le pagine che contengono Errori di server, di database o di visualizzazione di pagina, possono essere rimosse “manualmente” dal motore di ricerca attraverso la segnalazione da inviare a Google con gli Strumenti i nostri strumenti.

Google potrebbe riconoscere che snippet e cache sono obsolete, oppure potrebbe chiedere all’utente un contributo a interpretare l’errore della pagina attraverso la segnalazione specifica di un dato o di una informazione. In questa maniera è possibile eliminare un URL da Google e correggere l’errore di indicizzazione riscontrato sul motore di ricerca.

 

Art. 17 GDPR – Diritto alla cancellazione di dati personali esiste

 

Articolo 17

Diritto alla cancellazione («diritto all’oblio»)

1. L’interessato ha il diritto di ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei dati personali che lo riguardano senza ingiustificato ritardo e il titolare del trattamento ha l’obbligo di cancellare senza ingiustificato ritardo i dati personali, se sussiste uno dei motivi seguenti:

a) i dati personali non sono più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti o altrimenti trattati;

b) l’interessato revoca il consenso su cui si basa il trattamento conformemente all’articolo 6, paragrafo 1, lettera a), o all’articolo 9, paragrafo 2, lettera a), e se non sussiste altro fondamento giuridico per il trattamento;

c) l’interessato si oppone al trattamento ai sensi dell’articolo 21, paragrafo 1, e non sussiste alcun motivo legittimo prevalente per procedere al trattamento, oppure si oppone al trattamento ai sensi dell’articolo 21, paragrafo 2;

d) i dati personali sono stati trattati illecitamente;

e) i dati personali devono essere cancellati per adempiere un obbligo giuridico previsto dal diritto dell’Unione o dello Stato membro cui è soggetto il titolare del trattamento; (1)

f) i dati personali sono stati raccolti relativamente all’offerta di servizi della società dell’informazione di cui all’articolo 8, paragrafo 1.

2. Il titolare del trattamento, se ha reso pubblici dati personali ed è obbligato, ai sensi del paragrafo 1, a cancellarli, tenendo conto della tecnologia disponibile e dei costi di attuazione adotta le misure ragionevoli, anche tecniche, per informare i titolari del trattamento che stanno trattando i dati personali della richiesta dell’interessato di cancellare qualsiasi link, copia o riproduzione dei suoi dati personali.

3. I paragrafi 1 e 2 non si applicano nella misura in cui il trattamento sia necessario:

a) per l’esercizio del diritto alla libertà di espressione e di informazione;

b) per l’adempimento di un obbligo giuridico che richieda il trattamento previsto dal diritto dell’Unione o dello Stato membro cui è soggetto il titolare del trattamento o per l’esecuzione di un compito svolto nel pubblico interesse oppure nell’esercizio di pubblici poteri di cui è investito il titolare del trattamento; (1)

c) per motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica in conformità dell’articolo 9, paragrafo 2, lettere h) e i), e dell’articolo 9, paragrafo 3;

d) a fini di archiviazione nel pubblico interesse, di ricerca scientifica o storica o a fini statistici conformemente all’articolo 89, paragrafo 1, nella misura in cui il diritto di cui al paragrafo 1 rischi di rendere impossibile o di pregiudicare gravemente il conseguimento degli obiettivi di tale trattamento; o

e) per l’accertamento, l’esercizio o la difesa di un diritto in sede giudiziaria.

fonte; https://www.altalex.com

Cos’è il Diritto all’oblio?Come funziona la richiesta ad “essere dimenticati”

Diritto all´oblio: il tempo non è l´unico elemento da considerare
Ruolo pubblico svolto e attualità della notizia sono importanti fattori da prendere in esame

Il trascorrere del tempo è senz´altro l´elemento più importante per valutare l´accoglimento di una richiesta ad “essere dimenticati”, ma l´esercizio del cosiddetto “diritto all´oblio” può incontrare altri rilevanti limiti, come precisato dalla giurisprudenza comunitaria e dal lavoro condotto dal Gruppo dei Garanti europei.

Proprio queste ulteriori circostanze ha dovuto prendere in considerazione l´Autorità italiana nell´esaminare il ricorso presentato da un alto funzionario pubblico che chiedeva la rimozione di alcuni url dai risultati di ricerca ottenuti digitando il proprio nominativo su Google. Questi url, infatti, rinviavano ad articoli nei quali erano riportate notizie relative ad una vicenda giudiziaria nella quale lo stesso era stato coinvolto e che si era conclusa con la sua condanna. Si trattava di una vicenda molto risalente nel tempo (circa 16 anni fa) e l´interessato era stato nel frattempo integralmente riabilitato [doc. web n. 6692214].

Uno degli articoli di cui si chiedeva la rimozione era stato pubblicato nell´imminenza dei fatti ed altri, invece, più recenti, avevano ripreso la notizia originaria riproponendola in occasione dell´assunzione di un importante incarico da parte dell´interessato.

Prima di entrare nel merito, il Garante ha affermato – contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa di Google – che era necessario prendere in esame tutti i risultati di ricerca ottenuti a partire dal nome e cognome dell´interessato, anche quelli associati ad ulteriori specificazioni, quali il ruolo ricoperto o la circostanza dell´avvenuta condanna. Tale interpretazione è in linea con la sentenza “Google Spain”, nella quale si afferma che le istanze di deindicizzazione devono essere prese in considerazione per tutti gli url raggiungibili effettuando una ricerca “a partire dal nome”, senza escludere  quindi la possibilità che ad esso possano essere associati ulteriori termini volti a circoscrivere la ricerca stessa.

Chiarito questo punto rilevante, l´Autorità è entrata nel merito ed ha ordinato a Google di deindicizzare l´url che rinviava all´unico articolo avente ad oggetto, in via diretta, la notizia della condanna penale inflitta al ricorrente, il quale all´epoca ricopriva un ruolo diverso da quello attualmente svolto. L´Autorità ha ritenuto infatti che, considerato il tempo trascorso e l´intervenuta riabilitazione, la notizia non risultasse più rispondente alla situazione attuale.

Viceversa, con riguardo agli articoli ai quali rinviavano gli ulteriori url indicati dal ricorrente, il Garante ha riconosciuto che questi, pur richiamando la medesima vicenda giudiziaria, “inseriscono la notizia in un contesto informativo più ampio, all´interno del quale sono fornite anche ulteriori informazioni” legate al ruolo istituzionale attualmente ricoperto dall´interessato e che tali risultati erano di indubbio interesse pubblico “anche in ragione del ruolo nella vita pubblica rivestito dal ricorrente, che ricopre incarichi istituzionali di alto livello”. Pertanto, riguardo alla richiesta di una loro rimozione, ha dichiarato il ricorso infondato.

FONTE: https://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/6690762