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Un bando per favorire lo sviluppo di comunità energetiche e sociali al Sud

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C’è tempo fino al 21 settembre per partecipare all’iniziativa promossa dalla Fondazione CON IL SUD, che ha lanciato il “Bando per le comunità energetiche e sociali al Sud”: 1,5 milioni di euro per contrastare povertà e caro energia, favorendo la nascita dal basso di comunità energetiche rinnovabili e rafforzando la coesione sociale nei territori.
Le comunità energetiche rinnovabili sono enti giuridici composti da soggetti che, su base volontaria, si riuniscono per produrre e consumare energia elettrica pulita. Le comunità energetiche si fondano su un modello decentrato e diffuso in cui i cittadini diventano prosumers, cioè utenti che non si limitano al ruolo passivo di consumatori (consumer), ma partecipano attivamente alle diverse fasi del processo di produzione (producer) e gestione dell’energia e delle risorse garantite dal sistema di incentivi e remunerazioni previsto per la parte di energia condivisa.
«Le comunità energetiche rinnovabili sono uno straordinario strumento di democrazia partecipativa» sottolinea Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione CON IL SUD. «La transizione energetica e il contrasto della povertà passano infatti per il protagonismo delle comunità locali che, in un’ottica di condivisione e collaborazione, propongono soluzioni innovative e “sostenibili”, dal punto di vista ambientale, economico ma soprattutto sociale. Anche in esperienze di questo tipo è innegabile il ruolo decisivo del Terzo settore, per le sue spiccate capacità di leggere i bisogni di una comunità, di creare aggregazione e inclusione anche attraverso iniziative di transizione energetica “dal basso”, a dimostrazione del fatto che lo sviluppo, specialmente al Sud, è possibile se si inserisce in percorsi di coesione sociale».
Quello della crisi energetica è un tema che, come evidenzia il rapporto “Outlook Italia – Clima di fiducia e aspettative delle famiglie italiane 2022” realizzato da Confcommercio, in collaborazione con il Censis, è in cima alle preoccupazioni di oltre un terzo delle famiglie italiane in cima alle preoccupazioni, con il conseguente aumento delle bollette e dei carburanti che nel breve e medio termine ha effetti molto consistenti sulla capacità di spesa e di risparmio. CON IL SUD intende fornire una risposta alle famiglie e alle persone in difficoltà, il cui numero è in costante crescita. La crisi sanitaria e la guerra in Ucraina hanno infatti acuito il problema: da una parte, infatti, la pandemia ha aggravato la situazione economica già fragile di molte famiglie, dall’altra il conflitto bellico sta generando, come è noto, un importante aumento del costo dell’energia e del gas.

Il bando si suddivide in due parti: nel corso della prima saranno presentate proposte che dovranno delineare le caratteristiche principali della comunità energetica rinnovabile e degli impianti di produzione di energia rinnovabile da installare su immobili gestiti da enti del terzo settore, nonché i benefici ambientali, economici e sociali attesi.
I partenariati di progetto, che potranno sottoporre le loro proposte attraverso la piattaforma Chàiros, dovranno essere composti da almeno tre organizzazioni, di cui una di Terzo settore come “soggetto responsabile”. Necessaria anche la presenza di un partner tecnico, in grado di supportare e gestire la futura comunità energetica in tutte le fasi di progettazione, installazione, funzionamento. Inoltre, dovrà essere coinvolto almeno un altro ente di terzo settore. Gli altri eventuali partner possono appartenere al mondo economico, delle istituzioni, dell’università, della ricerca. Il partenariato coinvolgerà, inoltre, tutti gli enti che metteranno a disposizione un immobile per l’installazione di un impianto di produzione di energia da fonti energetiche rinnovabili. Le proposte ritenute più valide e capaci di generare valore sociale ed economico sul territorio saranno selezionate e accompagnate nella seconda fase di progettazione esecutiva.
Per scaricare e consultare il bando completo rimandiamo al sito della fondazione.

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Aziende italiane: aumentano gli investimenti in responsabilità sociale

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L’Osservatorio Socialis ha da poco reso noti i dati del X Rapporto CSR sull’impegno sociale, economico e ambientale delle aziende in Italia. Nonostante le crisi legate alla pandemia e al conflitto in Ucraina, la responsabilità sociale dell’impresa rivela numeri in crescita. Il 96% delle aziende italiane, infatti, dichiara di aver speso quasi 300mila euro all’anno (282mila euro per l’esattezza) in attività di Corporate Social Responsibility (CSR): in totale 2 miliardi e 162 milioni di euro nel 2021. Contestualmente si registra un sensibile aumento del numero di aziende che ha già confermato il budget per il 2022 (65% rispetto al 40% del 2020), mentre si è ridotta la quota di imprese che ha annullato o ridotto il budget (27%) ed anche la quota che non lo aveva pianificato in anticipo (6%). Si percepisce, insomma, una riacquistata capacità di programmazione da parte delle nostre aziende, al di là delle dimensioni emergenziali.
Il Rapporto CSR, che è promosso dall’Osservatorio Socialis e realizzato dall’Istituto Ixè, viene pubblicato ogni due anni. Secondo la rilevazione è più che quintuplicato il valore assoluto degli investimenti in CSR delle aziende con più di 80 dipendenti in Italia (il campione rilevato è composto da 400 imprese) rispetto alla prima rilevazione del 2001, quando si spendevano circa 400 milioni di euro in attività CSR in Italia.

Roberto Orsi, Direttore dell’Osservatorio Socialis

“Sembra un paradosso, ma la crisi determinata dalla pandemia ha costretto le imprese a ripensare le proprie strategie, fissando come non rinunciabili le attività legate alle responsabilità sociali, economiche e ambientali – ha spiegato Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis –. Chi non vuole rimanere indietro deve spingere sempre di più sui valori della responsabilità sociale e adottarli ormai senza riserve, per stare meglio sul mercato in un mondo che cambia”. L’investimento medio in CSR delle aziende italiane registrato dal nuovo Rapporto dell’Osservatorio Socialis nel 2021 è salito a 282mila euro rispetto ai 241mila euro del 2019, con un incremento del 17%.
Si tratta di un trend ormai ventennale, che rivela una crescita del 22% solo negli ultimi due anni, nonostante l’emergenza Covid, e che coinvolge più del 96% delle aziende con più di 80 dipendenti in Italia (era il 92% nel 2019). Per quanto riguarda le aree e le modalità di investimento le aziende che fanno attività di CSR si concentrano soprattutto sulle iniziative interne all’azienda (50%), come quelle legate alla formazione del personale (33%), mentre il 40% delle aziende promuove iniziative dedicate al territorio nazionale e il 36% al territorio vicino alla propria azienda.
Quest’anno si registra anche un incremento delle azioni rivolte ai paesi esteri (21%), con investimenti e donazioni a favore di paesi lontani, più poveri o in difficoltà. I maggiori investimenti vengono dedicati ad azioni per diminuire l’impatto ambientale: il 40% investe per migliorare il risparmio energetico mentre il 38% delle aziende privilegia azioni di investimento nelle tecnologie innovative per limitare l’inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti.
La CSR si conferma conveniente per le aziende che la praticano: secondo il 44% delle aziende intervistate porta ad un miglioramento della loro reputazione e per 4 aziende su 10 essa porta ad un miglioramento della motivazione del personale ed il conseguente miglioramento del clima interno. La rilevazione delle opinioni sulla CSR mostra poi che l’attenzione delle imprese e dei consumatori rimane alta: il 51% delle imprese intervistate ritiene che l’attenzione verso la CSR sia in crescita.

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L’ultimo bollettino del Cnr sulle piogge: siccità estrema

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La siccità che ormai perdura da diversi mesi sulle regioni settentrionali si sta allargando anche al centro-sud. Lo dice l’ultimo bollettino dell’Osservatorio Siccità dell’Istituto di BioEconomia del Cnr, che fotografa una situazione di “siccità estrema”.
Le temperature, particolarmente elevate nella seconda metà del mese e nei primi giorni di giugno lungo tutta la penisola (anomalie fra +2 e +3 °C), hanno contribuito a non alleviare la situazione.
Disattese anche le speranze riposte nella primavera, povera di piogge con valori che la pongono al terzo posto dietro solo al 2003 e al 2017. Sul medio e lungo periodo il settore agricolo risulta duramente colpito, con le aree irrigue interessate per oltre il 40% da siccità severo-estrema.
Il bollettino mostra anche l’Evaporative Stress Index (ESI), l’indice che indica dove la vegetazione è stressata a causa della mancanza di acqua.
I valori dell’ESI relativi al mese di maggio mostrano forti condizioni di stress nella zona occidentale della Val Padana (soprattutto nel novarese) e dal grossetano all’Umbria meridionale all’alto Lazio.
Zone con anomalie negative di evapotraspirazione sono poi estese al resto della Pianura Padana, del centro Italia, Sardegna centro-occidentale e regioni meridionali Puglia, Basilicata e Calabria. Tali condizioni si estendono ulteriormente in quasi tutto il centro-nord se si considerano gli ultimi 3 mesi.
Si tratta di anomalie che indicano un forte disseccamento del suolo, dovuto non solo all’assenza di piogge, che non hanno compensato il tasso evapotraspirativo, ma anche alle alte temperature. Sono entrambi questi fattori, mancanza di piogge e temperature elevatissime, la causa di un quadro ormai sempre più critico. Lo spiega al quotidiano La Repubblica, Ramona Magno, responsabile dell’Osservatorio Siccità dell’Istituto di BioEconomia del Cnr:
La siccità di questi mesi si conferma sempre più essere una siccità idrologica, dove la scarsità di innevamento invernale e di precipitazioni degli ultimi se mesi sta intaccando le riserve idriche superficiali principalmente nel nord Italia. Ma certamente il caldo contribuisce a far evaporare le acque dai suoli, dalle superfici dei laghi e dei fiumi e a far traspirare l’umidità dalle piante. Sappiamo che il maggio scorso, per temperature, ha battuto lo stesso mese record del 2003, il giugno 2022 al momento è al secondo posto tra quelli più caldi. Ma la tendenza, purtroppo, è che da qui alla fine dell’estate le temperature saranno abbastanza superiori alla media”.

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Emissioni, il trasporto del cibo su gomma ha un impatto 7 volte maggiore del previsto

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Secondo una nuova ricerca pubblicata su Nature, il 19% delle emissioni legate al cibo proviene dai trasporti, un numero 7 volte superiore alle stime precedenti. Lo studio afferma che le regioni più ricche del mondo hanno la più grande impronta di trasporto alimentare: intuibile. Ma l’industria alimentare è già di per se una delle principali fonti di emissioni globali, e da sola compre oltre il 15% del totale. Tanto per renderci conto, l’aviazione è responsabile del 2% circa. Dunque questa nuova scoperta, che aggiunge alle emissioni note un dato 7 volte maggiore per quanto riguarda l’esigenza di trasportare via gomma le merci, alzano il contributo del cibo al 30% delle emissioni globali. “Il nostro studio stima che i sistemi alimentari globali, a causa dei trasporti, della produzione e del cambiamento dell’uso del suolo, contribuiscono per circa il 30% alle emissioni totali di gas serra prodotte dall’uomo”, ha spiegato Mengyu Li della University of Sydney School of Physics, principale autore dello studio. Tra tutte le emissioni derivate dal trasporto merci, quelle per muovere cibo rappresentano da sole “quasi la metà delle emissioni dirette dei veicoli stradali”. Un errore, dunque, concentrare – come si è fatto finora – la maggior parte della ricerca sulla sostenibilità alimentare sull’agricoltura: “abbiamo dimostrato che mangiare locale è tanto importante quanto ridurre il consumo di prodotti animali – carne, pesce, latte, formaggi -, soprattutto nei Paesi ricchi”, ha aggiunto il coautore David Raubenheimer, ecologista nutrizionale. Lo studio – vastissimo – ha esaminato 74 Paesi in 37 settori economici, tra cui produzione, allevamento ed energia per calcolare le distanze di trasporto e le masse alimentari. La ricerca ha rilevato che Cina, Stati Uniti, Russia e India sono i principali responsabili del trasporto alimentare. In cima alla lista ci sono anche Germania, Francia e Giappone, che, insieme agli Stati Uniti, producono il 46% delle emissioni dei trasporti mentre rappresentano solo il 12,5% della popolazione mondiale. Il trasporto di frutta e verdura a temperatura controllata rappresenta più di un terzo delle emissioni, e questo spiega perché dovremmo considerare di limitare il consumo di banane, avocado, ananas e altri frutti esotici. “Cambiare l’atteggiamento dei consumatori nei confronti delle diete sostenibili può dare benefici ambientali su vasta scala”, ha aggiunto il professor Raubenheimer: “un esempio è l’abitudine di comprare cibi fuori stagione tutto l’anno, o comunque prima dell’inizio della stagionalità nel loro Paese, e che devono dunque essere trasportati da altrove o essere prodotti in serra”. Mangiare alternative stagionali locali, come la nostra specie ha sempre fatto in passato, aiuterà a fornire un pianeta sano per le generazioni future”. Questo che può sembrare un piccolo passo, garantirebbe secondo i ricercatori, una riduzione delle emissioni equivalente a quella che servirebbe per trasportare una tonnellata verso il Sole e tornare indietro 6.000 volte.

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“Che cosa è la biodiversità oggi”, Valeria Barbi a Milano con il suo primo libro

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La politologa e naturalista Valeria Barbi e Roberta Bonacossa, Presidentessa e Co-Fondatrice di Change for Planet, associazione di giovani per l’ambiente, si incontreranno a Milano, domenica 26 giugno, ore 18.00, all’Enosteria Sociale con Terrazza (EST), per presentare il primo libro di Barbi, Che cosa è la biodiversità oggi, edito da Edizioni Ambiente.

Il libro è un viaggio alla scoperta del meraviglioso, visibile ed invisibile, del pianeta che ci ospita. Desidera ricordarci la connessione che esiste tra gli esseri umani e la natura, lasciando un messaggio di ottimismo: siamo stati il problema, ma abbiamo gli strumenti per diventare la soluzione, e rigenerare la ricchezza della natura che abbiamo sciupato. Ci siamo avvicinati a quelli che potrebbero essere punti di non ritorno, oltre i quali potrebbero aprirsi scenari molto pericolosi. La natura è messa a rischio, la nostra vita e quella di milioni di specie animali e vegetali lo saranno sempre di più. Per tale ragione Change for Planet ha deciso di raccontare l’ambiente e gli effetti del cambiamento climatico attraverso la ricerca e l’esperienza come naturalista dell’autrice Valeria Barbi. Change For Planet desidera coinvolgere attivamente le nuove generazioni nella lotta al cambiamento climatico, ma soprattutto nella cura delle risorse naturali e delle specie che abitano la Terra. Il dialogo aperto e approfondito tra l’autrice e Roberta Bonacossa, presidentessa e co-fondatrice dell’associazione Change For Planet, vuole mettere in risalto l’importanza della conoscenza scientifica con la necessità di agire concretamente per generare un cambiamento positivo a tutela dell’ambiente. L’esperienza vissuta in prima persona dalle protagoniste di questo dialogo vuole rappresentare un messaggio d’ispirazione per le nuove generazioni del futuro, alle quali viene lasciato il compito di agire. Durante l’evento sarà possibile rivolgere domande all’autrice ed acquistare il libro.

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Aics: per combattere l’emergenza siccità bisogna dire basta agli allevamenti intensivi

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Secondo Aics, l’Associazione Italiana Cultura e Sport che conta 1,2 milioni di volontari, i luoghi dove si fa la differenza e si combatte la vera battaglia contro l’emergenza siccità, sono i supermercati, dove gli individui possono scegliere di compiere l’acquisto meno impattante (o ancora meglio, di non comprare se non necessario) e, soprattutto, di non acquistare carne o pesce proveniente da allevamenti intensivi.
Quando si parla delle azioni da compiere per arginare le conseguenze della carenza di acqua, si chiede sempre ai cittadini di evitare i consumi casalinghi, di fare attenzione al rubinetto di casa e si ripetono i consueti consigli sulla durata della doccia e sulle migliori tecniche di innaffiamento del giardino. Tuttavia, per quanto auspicabile che tutti osservino tali consigli, secondo l’Aics, ci si dimentica sempre di indicare i veri luoghi dove ognuno ha la possibilità di compiere le scelte che possono fare la differenza: i supermercati e i negozi alimentari.
“Sollecitare il singolo alla massima attenzione sugli sprechi personali è sacrosanto. Giusto e doveroso, utile. Ma ancora una volta sembra essere ignorato il fatto che il consumo d’acqua da parte degli allevamenti intensivi superi di più volte l’intero consumo d’acqua di tutti gli abitanti del pianeta. Vuoi aiutare la gestione dell’acqua (e non solo)? Riduci drasticamente il consumo di carne”, sottolinea Andrea Nesi, responsabile ambiente di AICS.

“Nel 2014 il documentario Cowspiracy portò alla ribalta questo ed altri elementi di fortissima criticità diventando una pietra miliare nell’affrontare lo spreco di risorse come acqua e cibo, l’inquinamento e il benessere animale completamente ignorato. Ma pare che non se ne siano accorti in molti. La maggior parte delle più grandi istituzioni continuano a spiegare come lavare i denti e dare acqua alle piante in modo consapevole. L’Italia è costellata di una miriade di piccole aziende di allevamento brado o semibrado che oltre ad avere un approccio consapevole con il mondo animale (senza scadere nell’ipocrisia ovviamente poiché l’animale infine dovrà essere ucciso), hanno un rapporto positivo con le tematiche delle emissioni di CO2. Difatti un allevamento allo stato brado non lascia mai il terreno incolto e contribuisce alla concimazione producendo sequestro di CO2 e non il contrario”, conclude Nesi.
Più in generale, la battaglia in favore dell’ambiente si concentrerà sempre più all’interno dei supermercati e dei negozi di alimentari. Non consumare carne da allevamenti intensivi, non consumare pesce da allevamenti intensivi, non acquistare frutta e verdura con packaging, scegliere biologico, scegliere prodotti che abbiano percorso pochi chilometri per raggiungere gli scaffali.

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In Spagna approvata legge all’avanguardia contro lo spreco alimentare

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Sullo spreco alimentare la Spagna fa sul serio, dotandosi di una legge ad hoc. Il Parlamento spagnolo guidato da Pedro Sánchez ha infatti appena approvato un disegno di legge volto a combattere lo spreco, rendendo obbligatorio per i ristoranti e i bar del Paese offrire gratuitamente “doggy bag” ai loro clienti.
I supermercati e le aziende del settore alimentare dovranno, inoltre, ridurre il prezzo della merce prossima alla scadenza o dei prodotti che, pur non avendo un aspetto allettante, sono perfettamente commestibili. Chi non riuscirà a limitare la quantità di cibo buttato rischia multe fino a 60.000 euro.
L’obiettivo è contrastare lo spreco di cibo e bevande, che nel Paese ammonta a circa 1,36 milioni di tonnellate l’anno, equivalenti a 31 chilogrammi a persona e a circa 250 euro per residente.
Il disegno di legge prevede anche che tutti i locali di ristorazione aventi una superficie di oltre 1.300 metri quadrati stringano collaborazioni con ong o banchi alimentari, a cui cedere il cibo in eccedenza. Qualora non lo facessero, “potrebbero incorrere in multe fino a 60 mila e perfino 500 mila euro nel caso che le irregolarità proseguano” ha dichiarato Luis Planas, ministro dell’Agricoltura, Pesca e alimentazione, che ha definito il disegno di legge spagnolo “pioneristico”, convinto che aumenterà la consapevolezza dei cittadini sulle “conseguenze economiche, sociali, ambientali ed etiche” dello spreco alimentare.

©iStockphoto/ wanessa-p

Un altro aspetto particolarmente all’avanguardia della nuova legislazione è quello che prevede campagne di informazione, per invitare i cittadini a pianificare la spesa in modo consapevole e sostenibile. Non è la prima volta che una regolamentazione sull’ambiente in Spagna punta anche su un’azione di educazione della cittadinanza, volta a generare consapevolezza: ad aprile la decisione di vietare il fumo dalle spiagge di Barcellona ha posto l’accento, più che sulla multa di 30 euro prevista per i trasgressori, su una campagna di informazione che comunicasse al pubblico i benefici ambientali e sanitari che derivano da spiagge senza fumo e senza mozziconi di sigaretta.
Gli unici altri Paesi dell’UE che hanno normative simili per ridurre lo spreco alimentare sono Francia e Italia. Nel 2016 la Francia ha introdotto la legge “doggy bag”, parte di un’iniziativa lanciata dal governo nel 2013, con l’obiettivo di ridurre gli sprechi alimentari del 50% entro il 2025. Nello stesso anno, anche l’Italia si è dotata di una legge anti spreco, che invece di puntare sulla penalizzazione come in Spagna, si basa su un principio di premiazione dei comportamenti virtuosi: maggiore è la quantità di cibo che viene donato, minore è la tassa sui rifiuti.

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Food, sostenibilità: il 98% delle aziende ci prova, ma solo il 22% in modo prevalente

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Il 98% delle aziende utilizza del tutto o in parte materie prime a ridotto impatto ambientale. Emerge dall’analisi delle performance di sostenibilità condotta dal Food Industry Monitor (FIM), l’Osservatorio sul settore food realizzato dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e da Ceresio Investors. Giunto alla sua ottava edizione, l’Osservatorio è dedicato quest’anno all’analisi del rapporto tra innovazione e crescita sostenibile delle aziende alimentari, secondo il quale il 2021 ha segnato una forte ripresa nel settore del food, con una crescita record del 6,8%, superiore a quella del Pil (6,6%). La crescita si protrarrà anche nel 2022 e nel 2023, con tassi intorno al 4% annuo, più del doppio del Pil. In questo contesto, circa l’88% delle aziende usa in via esclusiva o prevalente packaging sostenibili. Circa il 57% ha ottenuto una o più certificazioni inerenti la sostenibilità ambientale e il 30% circa pubblica un bilancio di sostenibilità, mediamente da almeno tre anni. “Materie prime a ridotto impatto ambientale significa che sono state prodotte secondo criteri quali il km zero o l’agricoltura biologica, con fonti di energia rinnovabile e/o packaging da materie prime riciclate. La tendenza è molto diffusa, anche se utilizzata in modo non esclusivo”, ha precisato Carmine Garzia, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio, docente di Management presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. “Se dunque il 98% delle aziende utilizza del tutto o in parte materie prime sostenibili, solo un 22% le utilizza in modo prevalente. Rispetto ai dati dello scorso anno, le imprese stanno comunque incrementando in modo significativo gli investimenti in sostenibilità”. Nel dettaglio, per azienda sostenibile, s’intende un’azienda che opera rispettando l’ambiente, le comunità locali e la società nel suo complesso. Per ciascuna azienda del campione sono state rilevate 13 variabili che misurano i seguenti aspetti: utilizzo di materie prime sostenibili nel processo di produzione; azioni per ridurre le emissioni di CO2; utilizzo di fonti di energia rinnovabile; supporto allo sviluppo delle comunità locali. Dall’analisi effettuate è emerso appunto che il 98% delle aziende utilizza del tutto o in parte materie prime a ridotto impatto ambientale, ma solo il 22% in modo esclusivo.

Tra i temi più sentiti, le aziende dedicano particolare attenzione al packaging dei loro prodotti, con circa 88% delle aziende che preferisce materiale compostabile o comunque prodotto con materiale riciclato. Al fine di fornire un indice di sostenibilità che permettesse di attribuire un “livello di sostenibilità” alle aziende analizzate, l’Università di Pollenzo ha elaborato il “Sustainability Score”, un indice sintetico percentuale (0% -100%), che è stato attribuito a ogni azienda e che ha permesso d’individuare quali sono i comparti mediamente più sostenibili. Quel che emerge è che i comparti della pasta e delle conserve risultano i più sostenibili, seguono i comparti dei dolci, delle farine e del latte che ottengono comunque buoni livelli di sostenibilità. Permangono alcune criticità per i comparti del caffè e dei salumi, specie tra le pmi di settore, mentre i grandi player hanno ottenuto Sustainability Score tra i più alti del settore. “Tutti parlano di sostenibilità, ma solo finché le cose vanno bene – ha commentato Michele Fino, professore all’Università di Pollenzo -. Parlare di sostenibilità, invece, in tempo di guerra, pandemie e con l’urgenza dei cambiamenti climatici è la sfida nella sfida. Cosa significa sostenibilità? È la capacità di un sistema di durare: quando non si intacca il capitale, e si vive su risorse che si rinnovano, il sistema tiene perché non consuma quelle risorse che invece noi intacchiamo beatamente da almeno 150 anni. Il concetto è spesso confuso quello di resilienza, la capacità di adattarsi ai cambiamenti. Ma sono molto differenti. Si può essere resilienti senza essere sostenibili: il sistema economico cinese, ad esempio, che punta a tornare ai livelli pre-crisi ma senza sostenibilità. Secondo questo principio, si può bruciare più carbone per far fronte al blocco del gas russo, come sta facendo la Germania, oppure si possono distribuire gratuitamente mascherine usa e getta a tutta la popolazione senza un piano di recupero, come ha fatto anche l’Italia. In questi giorni di siccità, si parla di scavare pozzi più profondi per reagire: è resiliente, ma non sostenibile. Al contrario, sostenibile è sempre resiliente, perché punta a mantenere le condizioni base, senza le quali viene a mancare tutto: il rispetto del nostro ambiente di vita. Alla prima crisi politica, invece, si torna di corsa al puro business? L’opportunismo è il peggior nemico della sostenibilità, e la resilienza è la foglia di fico dello status quo: una logica di breve periodo che non può essere la logica di una impresa che vuole durare. Se guardiamo ai dati della ricerca UNIO, la produzione di gas serra è diminuita nei Paesi occidentali, ma di gran lunga compensata dagli aumenti delle emissioni dei Paesi poveri. Come biasimarli? Noi abbiamo inquinato senza freni per 150 anni: anche loro, adesso, vogliono cogliere l’opportunità di svilupparsi. Ma sviluppo cosa significa? Dà l’idea di liberarsi dalle catene e autorizza tutto. Progresso invece è un concetto di avanzamento graduale. Non si può più pensare con la vecchia logica: aumentare i consumi e ridurre le emissioni. Lavorare per la sostenibilità è l’unico modo di essere resilienti oltre il sistema, smettiamo di travestire tutto di green: allevare polpi, è la soluzione di una azienda spagnola alla crescente domanda, associata alla carenza del prodotto. Ma si tratta di un senziente, carnivoro, che si dà al cannibalismo in cattività. Ancora, è green stampare bistecche 3D a base di pisello, con enorme consumo energetico e numerosi passaggi di lavorazione, o è preferibile mangiare i legumi così come sono? Quanto dobbiamo travestire la nostra quotidianità, per ricollocare l’uomo nella giusta posizione nel suo ambiente?”.

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Isole sostenibili 2022: migliora la raccolta differenziata, in ritardo le rinnovabili

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Realizzato da Legambiente e dall’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IIA) nell’ambito dell’omonimo Osservatorio (isole sostenibili), il nuovo rapporto “Isole sostenibili 2022” offre un quadro dettagliato di come le nostre piccole isole stanno affrontando la sfida della sostenibilità ambientale. Dallo studio emerge che in Italia nelle 27 isole minori abitate cresce nel complesso la raccolta differenziata che registra una media complessiva del 47,33%. L’isola di Sant’Antioco (composta dall’omonimo comune e dal comune di Calasetta, in Sardegna) si rivela essere la più virtuosa con l’82% di RD, seguita dalle Isole Egadi che hanno raggiunto il 75% di RD. Percentuali decisamente positive anche per Pantelleria (TP) con il 73% e San Pietro (SU) con il 72,6%. Appare invece troppo lenta la diffusione delle rinnovabili: vincoli paesaggistici troppo rigidi, complesse richieste di connessione, procedure di autorizzazione intricate e spesso obsolete, sono solo alcuni degli ostacoli che impediscono di mettere in pratica un’adeguata azione di transizione energetica nei territori delle isole monitorate.

L’isola del Giglio, in Toscana – ©iStockphoto/Giacomo Scandroglio

Risultano inoltre in stallo mobilità sostenibile, depurazione, e comparto idrico. Una novità importante arriva invece dai finanziamenti previsti dal PNRR e da altre risorse (incentivi per le rinnovabili, risorse dal contributo sbarchi, contributi regionali). In particolare, il PNRR ha rappresentato nell’ultimo anno la più interessante opportunità per le isole minori italiane: stanziati, grazie al Programma “Isole Verdi”, 200 milioni di euro destinati a finanziare azioni integrate per renderle più autonome e “green”. Appare buona la risposta da parte delle isole: 140 i progetti di sviluppo sostenibile presentati, entro la scadenza del 22 aprile 2022, da 13 Comuni delle 19 isole minori in risposta al bando PNRR “Isole Verdi”. Le amministrazioni dell’Isola del Giglio (GR), Capraia (LI), Ponza (LT), Ventotene (VT), le Isole Tremiti (FG), Ustica (PA) e Pantelleria (TP), i tre comuni dell’Isola di Salina (ME), Favignana (TP), Lampedusa e Lipari (AG) hanno già richiesto finanziamenti per interventi riguardanti le energie rinnovabili, la costruzione di dissalatori, l’efficientamento della rete idrica, la mobilità sostenibile, l’efficientamento energetico e la gestione del ciclo dei rifiuti urbani.

L’isola di Capraia, in Toscana – ©iStockphoto/robertonencini

“Le isole minori italiane – ha commentato Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – possono trasformarsi oggi da modelli molto spesso inefficienti, perché dipendenti da scambi di energia e materia con la terraferma, a modelli innovativi nell’adozione di sistemi sostenibili per l’approvvigionamento di energia pulita e nella gestione dell’acqua, per il recupero e riciclo dei rifiuti e per una mobilità a emissioni zero. Perché la transizione climatica di cui abbiamo urgente bisogno per fermare la crescita della temperatura del Pianeta può legare assieme gli obiettivi di un modello energetico al 100% pulito, incentrato sulle fonti rinnovabili, con quello di una virtuosa gestione del ciclo dell’acqua e dei materiali capace di portare innovazioni positive in agricoltura, in edilizia, nelle diverse attività che si svolgono sulle isole”.
“Le piccole isole del Mediterraneo – ha aggiunto Francesco Petracchini, Direttore del CNR IIA – sono sempre più esposte agli effetti dei cambiamenti climatici e quindi vulnerabili. Per questo riteniamo importante che si acceleri oggi sugli interventi che puntano alla mitigazione climatica ed è utile fare il punto, attraverso il rapporto, sullo stato dell’arte rispetto al percorso di transizione ecologiche avviato nelle piccole isole. C’è ancora tanto lavoro”.
Per dare forza a interventi ambiziosi in campo ambientale e climatico nelle Isole minori italiane, Legambiente e CNR-IIA hanno intanto lanciato due proposte: la creazione presso il Ministero della Transizione Ecologica di una cabina di regia per la transizione climatica e ambientale nelle isole minori, che definisca gli interventi e soprattutto gli obiettivi che riguardano l’energia, i rifiuti, l’acqua, la mobilità, il turismo sostenibile e svolga un’attività di supporto all’azione dei Comuni; l’elaborazione per ogni isola di un Piano per il clima e la sostenibilità ambientale con chiari obiettivi al 2030. In tutto ciò sarà fondamentale anche il dialogo, la coesione e la collaborazione tra enti territoriali e nazionali, e il coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni.

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Città galleggianti: le Maldive avranno presto la loro Venezia sostenibile

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Sarà ultimata entro il 2027 e rappresenterà l’ingegnosa risposta all’innalzamento del livello del mare che sta mettendo in pericolo l’arcipelago delle Maldive, nell’Oceano Indiano, uno dei Paesi più esposti alle conseguenze del cambiamento climatico (l’80 per cento del suo territorio si trova a meno di un metro sopra il livello del mare). Si tratta di una vera e propria città galleggiante, autosufficiente e totalmente sostenibile che potrà ospitare fino a 20mila persone. I primi residenti prenderanno possesso delle loro abitazioni a partire dal 2024.

© Maldives Floating City

Il progetto, realizzato dallo studio di architettura Waterstudio, specializzato in residenze, uffici, scuole e centri sanitari galleggianti, nasce dalla collaborazione fra la Dutch Docklands, società immobiliare olandese, e il governo delle Maldive, e sta prendendo vita in una laguna di circa 2 chilometri quadrati distante solo 10 minuti di barca dalla capitale delle Maldive, Malé, e dal suo aeroporto internazionale.
Maldives Floating City, questo il nome della straordinaria città insulare, sarà caratterizzata da migliaia di residenze alimentate da energia fotovoltaica e rinfrescate da un complesso sistema di condizionatori che sfrutta l’acqua, a una temperatura compresa tra 4 e 10 gradi Celsius, prelevata da aree profonde dell’oceano. Le singole isole che accolgono le abitazioni, così come hotel, ristoranti ed esercizi commerciali, sono assicurate a una piattaforma fissata al fondale marino attraverso piloni telescopici in acciaio. Saranno separate da canali e collegate da una griglia flessibile. Ci si potrà spostare a piedi, in bicicletta o con scooter elettrici.
Oltre a condurre un’accurata valutazione di impatto ambientale, i costruttori hanno realizzato banchi di coralli artificiali volti a favorire la crescita degli organismi marini

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