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“Quadrilli”. Le donne e la religione delle cose nell’isola di Procida e al di là dei suoi confini

Passeggiando nel sentiero che ha portato Procida a diventare Capitale italiana della cultura nel 2022, per scoprire come la sua bellezza abbia origini antiche nel vedere e nel sentire. Ed è da quest’ultimo punto che la casa editrice Fioranna è partita per raccontare con la professoressa Gea Palumbo un’antica tradizione nel libro “Quadrilli – Le donne e la religione delle cose nell’isola di Procida e al di là dei suoi confini”. Un appassionante lavoro di ricerca sull’antica quanto poco conosciuta tradizione dei piccoli quadri-reliquiari che le donne nell’isola di Procida interrogavano per una sorta di profezia tutta femminile.

Gea Palumbo ha lavorato a questo volume indagando sull’origine e sulla diffusione di questa tradizione, collocandola in più precisi ambiti cronologici e in più larghe coordinate geografiche. Un esempio del più grande e diversificato mondo di quella religione “delle cose” che ha lentamente trasformato il cristianesimo da una religione di parole, di parabole e di promesse, in una religione fatta anche di oggetti concreti, immagini, reliquie, opere d’arte che offrissero supporto alla fede.

Utilizzati sia pur con modi diversificati in varie aree del meridione, i quadrilli costituiscono un elemento che ci permette di comprendere alcuni aspetti fondamentali non solo della devozione “femminile e popolare” ma dello stesso cristianesimo. “Quadrilli – Le donne e la religione delle cose nell’isola di Procida e al di là dei suoi confini” rivela come forse nulla più di questi oggetti riesce a farci comprendere come la fede sia stata una faticosa, continua speranza, sempre ricostruita, sempre riadattata, mai – per un grande numero di persone – perduta.

Anna Fiore, titolare della casa editrice Fioranna, spiega così quest’approfondimento su un’antica tradizione procidana: «La casa editrice sin dalla sua nascita, nel 2008, ha portato avanti un progetto volto a valorizzare le tradizioni del territorio campano e in particolare quelle procidane. Per questo motivo, mi sono resa conto che la tradizione dei quadrilli era un tassello mancante al nostro lavoro che ha da sempre cercato di esaminare e trattare tutti gli aspetti e le tradizioni della interessante e ricca cultura dell’isola di Procida, tanto da diventare Capitale Italiana della Cultura 2022.

La tematica del libro – continua Anna Fiore – mi ha molto incuriosito perché, pur conoscendo bene la realtà culturale dell’isola di Procida, non ero mai venuta a conoscenza di questa tradizione. Approcciandomi al testo, ho compreso perché non avessi mai avuto notizia di questa usanza: il quadrillo è un oggetto legato alla dimensione più privata e intima della vita delle donne ed è custodito con affettuosa riservatezza da chi li possiede, portando così avanti una tradizione che prosegue di generazione in generazione».

La professoressa Gea Palumbo, autrice di numerosi scritti, spiega: «Sono sempre stata convinta che ogni opera d’arte, sia essa piccola o grande, di arte popolare, religiosa o di qualsiasi altro tipo, possieda un nucleo narrativo che ci racconta una storia. Questa sui quadrilli è una ricerca che riguarda la storia delle donne, ma anche più in generale la storia del cristianesimo e la storia dell’arte. La mia ricerca – continua la professoressa Palumbo – mirava a capire l’origine dei quadrilli e perché solo a Procida sono utilizzati in una maniera, com’è stato detto, “alquanto inquietante”. È stato perciò possibile ipotizzare, con un certo margine di possibilità, un collegamento tra questi oggetti sacri e Alfonso Maria de Liguori, uno dei santi più importanti del Settecento italiano.

Un’altra domanda alla quale ho cercato risposta è il perché dell’uso diversificato di questi oggetti a seconda del luogo. Tra i quadrilli che ho avuto l’opportunità di ammirare ce ne sono alcuni che hanno anche un significativo valore artistico e “materiale”, ricamati in seta e oro. Altri sono semplicissimi, magari ricamati da mani malferme. Un mondo tutto da scoprire come quello delle “bizzoche” che nella “lettura” dei quadrilli guadagnavano anche un rispetto diffuso e un ruolo socialmente significativo» conclude la professoressa Palumbo.

Note sull’autrice

Gea Palumbo insegna Storia e iconografia all’Università di Roma Tre. Direttrice del Museo di Montefalcone, presidente dell’Associazione Museo Donne del Mediterraneo, è autrice di numerosi scritti tra cui Speculum peccatorum (Liguori 1990), segnalato come miglior libro storico-religioso uscito nell’anno; Giubileo, Giubilei (ERI-Rai Roma 1999), vincitore del Premio Ostia-Mare di Roma; Le Porte della Storia (Viella 2012). Su Procida: L’Esile traccia del nome (Liguori 2001); Centane (Aracne 2018).

“Quadrilli”. Le donne e la religione delle cose nell’isola di Procida e al di là dei suoi confini
di Gea Palumbo
Edizioni Fioranna
Collana: Arti e mestieri
ISBN 978-88-97630-49-4
Pagine 208
Dimensioni 17×24
Copertina in brossura
Prezzo Euro 18,50

Spoleto Arte: la realtà infinita di Ulla Wobst al Tgcom24

L’arte contemporanea non ha confini. Lo sa Spoleto Arte che propone Ulla Wobst, pittrice tedesca, per le clip artistiche del Tgcom24. Durante questa quarantena quindi, perché non gettare uno sguardo a ciò che succede anche nella patria dei fratelli Grimm?

Il riferimento ovviamente non è casuale e presto viene detto il perché. L’artista si è avvicinata all’arte proprio grazie alle loro fiabe. Come? Volendo indugiare più a lungo nella magia di quelle storie, ha cominciato molto presto a dipingerle, ereditando così una straordinaria capacità “narrativa”.

Servono tuttavia alcuni chiarimenti per comprendere quanto questa peculiarità si sia radicata nel suo immaginario e sia divenuta tratto distintivo del suo stile. Dopo aver studiato Filologia tedesca e inglese, Ulla Wobst diventa dapprima insegnante e poi preside di un college di 1500 studenti. Ed è proprio approfondendo gli studi di Storia dell’Arte e di Belle Arti che scopre e sviluppa la passione per la pittura. Dal 2002 lavora come artista indipendente nel suo atelier di Dortmund. Da allora espone in tutto il mondo per mostre come la Biennale d’Arte di Londra

La ragione che si nasconde dietro ogni sua opera consiste nel desiderio di vivere tanto nella realtà quanto in quella dimensione fiabesca costituita dal surreale, dalle profondità della pische e dai sogni. Tenendo questo principio come base, l’artista si addentra nel mondo della pittura trovando che non vi è un’effettiva differenza tra le due realtà dal momento che il passaggio risulta armonioso. Ciò che Ulla Wobst vuole quindi dimostrare è che la realtà è infinita, costituita da quanto esperiamo attraverso i sensi, dal nostro vissuto che comprende tanto le emozioni quanto i pensieri. Non esistono dei netti confini perciò tra i regni dello spirito, della mente e dell’anima.

Ecco allora che la pittrice scosta quel velo di Maya per concentrarsi sull’uomo e su come si relaziona con i suoi pari, con se stesso, con Dio, l’universo, la vita e la morte. Vuole mostrarne i lati più bui e quelli più brillanti attraverso un bagaglio di simbologie letterarie, di elementi surreali e di ricordi astratti. Lo storico d’arte Elena Foschi così ne parla: «Ogni racconto diventa un’ispirazione che alimenta il fuoco della nostra curiosità. Trasmette antiche conoscenze e consapevolezza moderna a un’interpretazione didattica d’avanguardia di paradigmi senza tempo». Quella dipinta da Ulla Wobst è una realtà capace di travalicare il tempo e lo spazio. Una dimensione da scoprire, se solo si vuole alzare quel velo che ci costringe a vedere solo l’apparenza.

Ugo Nespolo Mirabili fantasie

A “leggere” il distendersi dell’opera di Ugo Nespolo, si ha l’impressione del passare del tempo, del suo produrre traumi e mutamenti, in maniera del tutto diversa, dalle tante epoche, di cui abbiamo memoria e conoscenza, in un gioco di contenitori e di contenuti che, nella loro vastità, mantengono persistenze, in equilibrio precario, con i tanti scatti e le tante innovazioni, che fanno la differenza, anche nell’arco di una vita individuale,  inquieta e nomade, fatta di apprendimenti e di dimenticanze, di fascinazioni del passato e di inquiete fughe in avanti. La sua pratica artistica, elaborata e complessa teoria del gioco, risale a Duchamp, come suo padre nobile e alla Pop art,  come compagna di strada, in un itinerario multidirezionale, che possiamo definire del falso movimento, nel  senso che non si riesce a determinare un punto di partenza e un punto d’arrivo, ma una serie di dinamiche laterali, contraddittorie, che danno un senso al non senso e forniscono un linguaggio ad una natura tutta emozionale e logica al contempo. La dialettica natura-cultura, appare in tutta la sua evidenza, nel gonfiarsi dei significati, che non hanno un codice preciso, perché vivono di somiglianze, di accostamenti, che sanno più d’inganno che di verità chiuse. È una enciclopedia per opere, che si succedono come delle apparizioni, che possono appartenere a dolci sogni, così come alla struttura del terrore, vista l’ambiguità dei tanti numeri, insetti, lettere, colorati a forti tinte, mimetiche pulsazioni che vengono da complessi impianti estetici e logico-matematici, così come da un’infanzia, mai del tutto consumata, nell’incedere di età della vita.

 

Nespolo sente la necessità, in pieno imperversare dei linguaggi informali, di superare ogni forma d’astrattismo, per una figurazione che non ha nulla a che fare con il realismo classico, ma intenta a minare le forme della società dei consumi, tempestata dalla pubblicità e dagli idoli dello spettacolo, capace di dettare i propri imperativi dolci, sorridenti, ma inesorabili nell’imporre anche la banalità, come essenzialità. Ne emerge una figurazione scherzosa, basata su immagini che sanno di “rebus”, a misura pop, tutta cartoon, teatro e tv, ma come se fosse seria, ufficiale, monumentale, mentre prevale, oltre alla semplificazione formale, ed alla riduzione stravolgente, la dissacrazione, nel senso che si possa parlare di tutto, dicendone tutto il male del mondo. Male, che poi non viene né detto, né fatto, ma basta l’intuizione per farne una forma d’arte rimarchevole.

Il suo percorso creativo nasconde brusche sterzate, inattesi inciampi, improvvise impennate, nasconde un mondo visionario e acrobatico che si lascia solo intuire nelle opere più note. Il suo itinerario intimo, le sue meditazioni, la sua alfa, la sua omega, consegnati ad una forma spettacolare che assorbe tutte le radicalità degli ismi del Novecento, nel suo incontentabile tentativo di dare risposte a domande formali, ideali e contenutistiche, oscillanti tra il tutto e il nulla, di chi pensa all’immersione nell’impegno e di chi sostiene l’astensione da ogni cosa e da tutto.

 

Nespolo fa dell’arte la macchina scenica che gli è più confacente, nel delineare anni di grandi trasformazioni, vissuti in mezzo alla   folla vorace del consumismo segnico e mediatico, ma anche di quello complesso e caotico, fondendo e confondendo, la realtà con la fantasia, la materialità con la virtualità, come avviene nell’universo infantile e come può avvenire nelle nervature dell’arte “contemporanea”. In sostanza, un’espressione alta, di un modo di farsi semplice, della complessità, del disordine, dell’attualità, cercando di cogliere ciò che è lieve nel grave, senza negarsi niente.

 

Prof. Pasquale Lettieri
Critico d’arte

Filippo Manelli: la necessità dell’arte patrimonio della cultura

Santa Nastro ha recentemente sottolineato la necessità di supportare gli artisti italiani, emersi negli ultimi venti anni, contro un’esterofilia ormai diffusa nel nostro Paese. Ho letto il suo testo con piacere in quanto da sempre, come storica dell’arte e curatrice, mi sono occupata dell’arte italiana poiché convinta della sua non subalternità rispetto alle ricerche internazionali anche quando si parla delle più recenti generazioni. Desidero pertanto fornire una testimonianza, raccontando brevemente la mia esperienza, per sottolineare come sia possibile (e cogente) occuparsi di arte italiana; basta volerlo e preferire la qualità ai trend di mercato.

In verità, inizialmente mi sono specializzata sulle ricerche artistiche italiane degli Anni Sessanta e Settanta: ho pubblicato monografie sulla Galleria La Tartaruga, sul Teatro delle Mostre, sulle opere su carta di Giulio Paolini; ho lavorato al Castello di Rivoli sotto la direzione di Carolyn Christov-Bakargiev quando, tra le mostre, era in programma la personale di Giovanni Anselmo; ho affrontato uno studio sull’arte romana e milanese degli Anni Sessanta da cui è scaturito il saggio commissionatomi da Hauser & Wirth per il volume su Fabio Mauri; ho altresì curato mostre sull’argomento, tra cui la retrospettiva su Cesare Tacchi al Palazzo delle Esposizioni, co-curata con Daniela Lancioni nel 2018.
Tuttavia, nel 2016, sentendo molto parlare di globalizzazione, ho iniziato a notare come nel sistema italiano dell’arte tale concetto – senz’altro positivo se volto a un interscambio culturale – venisse sovente portato come motivo per supportare i giovani artisti stranieri e per non sostenere quelli italiani. Da qui la mia scelta di iniziare a occuparmi anche delle ricerche italiane più recenti, per capire se, in nome della globalizzazione, stavamo perdendo qualche talento nostrano. Ho così scoperto l’eccellenza e la profondità dei lavori di artisti cosiddetti giovani, ma che all’estero sarebbero definiti mid-career, tra cui ad esempio Andrea MastrovitoMarinella SenatoreEugenio Tibaldi e Gian Maria Tosatti, i quali, a mio avviso, pur essendo molto stimati e con un curriculum alquanto nutrito, non hanno ancora ottenuto la piena legittimazione che meritano dal punto di vista del mercato e del sistema nazionale e soprattutto internazionale.

IL DIALOGO CON GLI ARTISTI

Ho deciso quindi di dedicare ai talenti mid-career e a quelli più giovani alcune mostre all’estero, cercando di metterli in contatto con la scena internazionale e con i suoi artisti. Nel 2018, ad esempio, ho curato a New York la collettiva Young Italians all’Istituto Italiano di Cultura, promossa dall’Istituto stesso e da Magazzino Italian Art, e nel 2019-20 ho curato Wall Eyes, itinerante a Johannesburg, Cape Town e Roma, organizzata dall’Istituto Italiano di Pretoria e supportata dal Ministero degli Esteri. Cito altresì la mostra personale di Mastrovito che ho curato alla Galleria Nazionale di Roma nel 2019.
Tutto questo è stato possibile grazie a un assiduo rapporto e dialogo con gli artisti. So bene che, come accenna Santa Nastro, le ‘regole’ per farsi apprezzare e conoscere come curatore sono purtroppo quelle di lavorare quasi esclusivamente con gli artisti stranieri, ancor meglio se supportati da potenti gallerie, e instaurare con loro rapporti senza una continuità, ovvero solo volti a una specifica esposizione o progetto, e spesso non preceduti nemmeno da studio visit. Nel mio piccolo, io ho scelto un’altra strada: prestando comunque attenzione alle ricerche internazionali di cui seguo gli artisti e con alcuni dei quali ho anche collaborato e collaborerò in futuro, ho scelto però di prestare una particolare attenzione all’arte italiana, soprattutto alle ricerche delle più giovani generazioni, cercando di individuarne le peculiarità se messe in rapporto con la storia transnazionale in cui si collocano.

UN PROGRAMMA A LUNGO TERMINE

In una favola africana ormai diffusa in tempi di COVID-19, un leone chiede a un colibrì perché, mentre gli altri animali fuggono dalla foresta incendiata, si sia messo a raccogliere una goccia d’acqua dal fiume e la lasci cadere sulle fiamme; il colibrì risponde: “Io faccio la mia parte”. Se tutti – curatori, critici, direttori di spazi espositivi pubblici e privati, galleristi, collezionisti – facessimo la nostra parte, piccola o grande che sia, forse riusciremmo finalmente a conferire legittimità, storicità e visibilità all’arte italiana degli ultimi venti anni, sia livello nazionale sia internazionale.
Concludo con un memento: in questo periodo critico si parla giustamente di sostenere gli artisti italiani mediante fondi e progetti a essi dedicati, ma è necessario far sì che tali virtuosi propositi non costituiscano solo un trend temporaneo che, appena superata la crisi, viene abbandonato per tornare all’esterofilia precedente. È invece necessario un programma di sostegno culturale ed economico dell’arte italiana a lunghissimo termine, sistemico e ben strutturato, che privilegi la qualità e che vada a toccare tutti, ma proprio tutti, gli elementi del sistema, dagli artisti ai galleristi, dai curatori ai direttori di musei, fondazioni, spazi non profit, dai collezionisti alle case d’asta, dalle accademie al ministero dei beni culturali e al ministero degli esteri. Solo così sarà possibile giungere a una rinascita dalle macerie in cui purtroppo versiamo.

‒ Ilaria Bernardi

Filippo Manelli: Torare a scopre l’arte: sta per aprire il museo Picasso più grande del mondo

Ci sono pittori che dipingono il sole come una macchia gialla, ma ce ne sono altri che, grazie alla loro arte e intelligenza, trasformano una macchia gialla nel sole.”

Lui è Pablo Picasso, il genio indiscusso del XX secolo, una leggenda nel mondo dell’arte contemporanea che però è più reale che mai. Così come concreto è il nuovo progetto di apertura del museo più grande del mondo dedicato all’artista. Perché l’arte e la bellezza rendono il nostro pianeta un posto migliore e questo nuovo luogo per tornare a viaggiare conferma quanto questo sia vero.

Pablo Picasso

Siamo in Provenza, è qui che aprirà il più grande museo di Picasso al mondo, esattamente all’interno di un ex convento ad Aix-en-Provence. L’edificio ospiterà l’intera collezione che Jacqueline Roque, ultima moglie dell’artista, ha lasciato in eredità alla figlia.

Questa comprende duemila opere, alcune delle quali non sono mai state messe in mostra. A queste si aggiungono anche fotografie, cimeli e altri oggetti appartenuti all’artista. E così Aix-en-Provence, città da sempre collegata al genio Cezanne si prepara ad accogliere anche Picasso.

Il progetto del museo più grande al mondo dedicato all’artista e pittore spagnolo porta la firma di Catherine Hutin-Blay, figlia di Jacqueline. All’interno dell’edificio saranno esposti quadri, sculture e altri capolavori creati dall’artista nel corso della sua vita. Lo spazio espositivo prenderà vita nell’antico ex Convento dei Predicatori.

ex Convento dei Predicatori

L’intera collezione permanente delle opere di Pablo Picasso sarà esposta su tre piani, su di una superficie complessiva di 1500 metri quadri, per uno spettacolo per il cuore e la vista unico nel suo genere.

Perché di Picasso conosciamo molte cose, la sua vita, le sue amanti, i suoi capolavori artistici e la grandissima eredità che ha lasciato nel mondo dell’arte. L’artista è morto l’8 aprile del 1973, poco dopo un inventario dei suoi averi ha portato alla luce oltre cinquantamila opere d’arte tra disegni, dipinti, sculture e ceramica.

Eppure questo straordinario archivio si mostra nella sua interezza solo adesso, con la preziosa aggiunta della collezione privata che apparteneva all’ultima moglie di Picasso. Molte di queste opere infatti non sono mai state esposte al pubblico e riguardano gli ultimi anni della vita dell’artista.

Primavera 2021, questa la data in cui potremmo visitare questo incredibile spazio dedicato all’arte di Picasso ad Aix-en-Provence.

Aix-en-Provence

Di Filippo Manelli: Paul von Mendelssohn-Bartholdy, costretto a vendere durante gli anni bui del Nazismo

La National Gallery di Washington, ancor prima che venisse aperto un contenzioso legale, ha deciso di restituire un prezioso pastello di Pablo Picasso risalente al periodo blu agli eredi del banchiere tedesco ebreo Paul von Mendelssohn-Bartholdy, costretto a vendere durante gli anni bui del Nazismo la propria collezione di opere d’arte. La decisione del museo risulta piuttosto insolita, adottata per evitare: “le pesanti spese che una controversia legale comporta”. Solitamente i musei procedono alla restituzione dei “looted artworks” dopo che una causa è stata avviata da parte dei legittimi discendenti per ottenerne la restituzione. filippo manelli

Il pastello di Picasso
Il piccolo pastello (31 x 29,7 cm) che raffigura una ritratto un po’ legnoso di una donna con i capelli scuri su fondo blu, risalente al 1903, acquistato dal banchiere nel 1912, si trova adesso nelle mani del gallerista Larry Gagosian che tratterà privatamente la vendita offrendolo ai potenziali acquirenti per 10 milioni di dollari. A rendere raro il pastello è il livello di finitura del ritratto rispetto ad altri lavori del pittore risalenti allo stesso periodo che, generalmente, risultano per lo più solo abbozzati, ha spiegato il gallerista. Realizzate tra il 1901 e il 1904, le opere di questo periodo risultano monocromatiche, immerse nelle tonalità malinconiche del blu con una forza espressiva e una valenza psicologica in grado di superare la descrizione naturalistica. Raffigurati per lo più poveri ed emarginati: vecchi, ciechi, storpi, saltimbanchi, suonatori di chitarra, tenutarie di bordelli, suonatori di chitarra. Immaginario scatenatosi dopo il suicidio del caro amico e artista Carles Casagemas.

A settembre dello scorso anno gli eredi si erano rivolti al gallerista newyorkese per accordarsi sul valore di mercato dell’opera e farsi seguire nella vendita, tenuto conto della stretta relazione che la galleria Gagosian ha con l’Estate Pablo Picasso. I proventi della vendita verranno utilizzati dai discendenti per portare avanti altre battaglie legali ed ottenere la restituzione delle opere ancora appese alle pareti di musei e collezioni private. doping
Il riconosci mento della proprietà del pastello e il trasferimento della stessa agli eredi di Mendelssohn-Bartholdy è avvenuto il 30 marzo, nonostante il museo americano abbia affermato con convinzione che dalle indagini svolte non vi siano prove evidenti che l’opera sia passata nelle mani dei Nazisti. Fu venduta, infatti, in stato di necessità da Paul von Mendelssohn-Bartholdy insieme ad altre opere nel 1934 al celebre mercante d’arte Justin K. Thannhauser, poco prima di morire per un attacco cardiaco nel 1935. Come molti altri banchieri ebrei, quando la Reichsbank assunse il controllo delle principali banche tedesche e l’allora Ministro delle finanze tedesco Hermann Dietrich iniziò ad estrometterli dai consigli di amministrazione, anche Paul von Mendelssohn-Bartholdy, parente del famoso compositore Felix Mendelssohn e del filosofo Moses Mendelssohn, si trovò in gravi difficoltà economiche, costretto a lasciare la Mandelssohn and Co., una delle cinque banche più grandi della Germania che venne poi “arianizzata”. “Non c’è dubbio che Mendelssohn-Bartholdy è stato sottoposto a boicottaggi, espropri e alla perdita di molte delle sue posizioni. Nel 1934 il suo reddito si era ridotto a solo il 14% di quanto dichiarato nel 1932” ha affermato John J. Byrne, l’avvocato di Washington degli eredi.

Il riconoscimento
La National Gallery di Washington ha fatto sapere che la decisione di restituire l’opera “non costituisce un riconoscimento del merito o della validità delle rivendicazioni asserite”. Il Moses Mendelssohn Center for European Jewish Studies di Postdam ha ringraziato pubblicamente la National Gallery di Washington. Non è la prima volta però che il museo americano si trova nella imbarazzante condizione di dover restituire opere d’arte dal passato opaco: nel 2016 ha dovuto mollare la pressa su un disegno di Julius Schnorr von Carolsfeld, mentre nel 2000 ha dovuto restituire un dipinto di Frans Snyders, probabilmente confiscato dal gerarca nazista Herman Göring. Si stima che dall’ascesa al potere di Hitler fino al 1945 siano stati razziati il 20% dei beni artistici presenti al tempo in Europa, e che 100.000 di questi oggetti, non ancora individuati, si trovino presumibilmente in collezioni pubbliche e private.

Il pastello di Picasso “Testa di donna” è stato esposto in sole due occasioni dalla National Gallery ed entrò nella raccolta nel 2001 del museo tramite la donazione di Ian Woodner , raffinato art collector e tra i più importanti del XX secolo, che riunì una straordinaria collezione di oltre 1.000 opere, tra antichi maestri e disegni moderni. Più di 150 opere della raccolta Woodner sono esposte nel museo americano. Nel 1978 il pastello entrò persino a far parte della raccolta del Guggenheim di New York per poi essere successivamente messo all’incanto.

Merci Maman lancia la sua collezione di fiori della nascita

MERCI MAMAN LANCIA LA SUA COLLEZIONE DI FIORI DELLA NASCITA

Il marchio di gioielli personalizzati Merci Maman è pronto a lanciare la sua collezione di Fiori della Nascita, giusto in tempo per la primavera.

La nuova capsule collection sarà caratterizzata da 3 collane, tutte con 12 opzioni di fiori della nascita, oltre che alla possibilità di acquistare un pendente da solo.

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Come le Pietre della Nascita, ogni mese ha un suo fiore, ad esempio, il fiore di maggio è la Peonia, simbolo di amore e affetto.

Le recenti tendenze hanno dimostrato che i gioielli con i fiori stanno diventando sempre più popolari, come possiamo vedere su Etsy che nelle ultime settimane ha registrato un aumento del 69% nelle ricerche.

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 In ogni ordine verrà inviata una cartolina con il significato del fiore ed un piccolo pacchetto di semi di fiori selvatici in confezione biodegradabile, per il cliente da piantare per aiutare a salvaguardare le api

0766 Merci Maman 16 03 203452

Claire Roqueplo, responsabile del brand, ha dichiarato: “Con questa collezione abbiamo voluto rimanere fedeli ai nostri valori fondamentali, mantenendo sempre la famiglia e la maternità al centro del nostro brand. Ogni fiore è unico, ma tutti hanno lo stesso scopo. Come con la maternità, tutte abbiamo lo stesso compito – guidare, sostenere e amare – ma ognuno di noi ha un suo percorso individuale, con punti di forza e radici proprie”.

I prezzi partono da €79 per la collana Piccola Fiore della Nascita, e sono disponibili sul nostro sito per l’acquisto dal 16 aprile:  www.mercimamanboutique.com

la censura del nudo tra mito e fatalità

uest’anno ricorre il 100 ° anniversario di una mostra di dipinti dell’artista italiano Amedeo Modigliani, presso la galleria Berthe Weill di Parigi. La mostra, che esponeva numerose opere di nudo, era troppo per alcuni e chiusa a poche ore dalla sua apertura. All’epoca il commissario di polizia era stato offeso dalla rappresentazione dei peli pubici.
“Ha davvero scioccato le persone”, ha detto Nancy Ireson, una delle curatrici di una nuova mostra dei dipinti di Modigliani alla Tate Modern , “e alcuni dei dipinti hanno dovuto essere demoliti”.

Tradizioni ribelli

Ai nostri occhi contemporanei, le donne irsute di Modigliani non sono affatto scioccanti, in effetti le loro pose rivelano che il pittore è schiavo dell’eleganza e del classicismo. Tuttavia, respingendo i tradizionali nudi senza peli dell’antichità, Modigliani era visto attaccare l’ordine sociale – e in questo non era solo.
Modigliani faceva parte di un gruppo radicale di artisti della Belle Époque, che voleva sovvertire le convenzioni culturali, e quale modo migliore di farlo se non quello di costringere le persone ad affrontare il modo in cui si vedono?
Alcuni pittori, come Modigliani lo fecero attenendosi strettamente ai fatti, altri, come Picasso, fecero a pezzi il corpo e lo ricostruirono per il mondo moderno. Il nudo era diventato argomento di sfida e contest.  
Se ti abboni all’aforisma che il sesso riguarda davvero il potere, Ireson suggerisce un’altra ragione per cui i nudi di Modigliani erano così scioccanti: “Queste donne sono apertamente sessuali e che si collegano davvero con il modo in cui le donne stavano turbando la società in quel momento. Queste foto sono state fatte durante la prima guerra mondiale, quando più donne lavoravano, più donne vivevano in modo indipendente … c’è davvero un’ansia sociale al riguardo “.
"Reclining Nude" (1919) di Amedeo Modigliani.

“Reclining Nude” (1919) di Amedeo Modigliani. Credito: Amedeo Modigliani

Censurare il nudo

Inizia così un’era d’oro del nudo nell’arte occidentale, pensata non senza censura. Nel 1912, il pittore austriaco Egon Schiele, trascorse 24 giorni in prigione per l’immoralità relativa a centinaia di schizzi di forma nuda, e gli artisti Otto Dix e George Grosz furono entrambi processati per oscenità negli anni ’20. Altri preferivano l’autocensura piuttosto che l’accusa. “The Rape” di René Magritte è stato nascosto dietro una tenda di velluto quando è stato esposto per la prima volta a Bruxelles nel 1934, con i soli simpatizzanti surrealisti autorizzati a vederlo. Per Modigliani, tuttavia, la censura dei suoi dipinti nudi non aiutò le vendite – morì giovane e senza un soldo nel 1920.
Eppure, nonostante tutti i problemi causati dalla censura causata da questi artisti di sesso maschile, la loro reputazione è stata riabilitata e hanno continuato a essere celebrati come estranei trasgressivi, persino visionari. I loro nudi erano lodati come sessualmente coraggiosi, crudi e senza vincoli. Lo stesso non si può dire delle donne artiste che sono venute sulla loro scia a seguito di quella fiorente autonomia femminile.
"Consider the Lilies" (1970-1977) di Penny Slinger

“Consider the Lilies” (1970-1977) di Penny Slinger

The Fight Censorship Group

Negli anni ’60 le artisti femministe iniziarono a rappresentare il nudo da una prospettiva femminile, riflettendo i desideri sessuali di una donna. Artisti come Joan Semmel, Judith Bernstein, Dorothy Iannone, Betty Tompkins, Anita Steckel e Penny Slinger si sono appropriati della pornografia per presentare una narrazione diversa da quella promossa dall’industria del sesso. Seguì inevitabilmente la censura e ebbe un effetto debilitante sulla loro carriera.
Slinger fece bruciare il suo lavoro da funzionari doganali nel 1978, Bernstein fu costretta a difendere le sue rappresentazioni grafiche dei genitali, mentre Steckel si trovò in balia dei censori quando furono fatti tentativi di chiudere la sua mostra di foto di nudo al Rockland Community College, in New York. Il comitato del college si è opposto all’inclusione di immagini di peni eretti. In risposta, Steckel formò The Fight Censorship Group e pubblicò una dichiarazione in cui dichiarava “Se il pene eretto non è abbastanza sano per entrare in un museo, non dovrebbe essere considerato abbastanza sano da andare nelle donne. E se il pene eretto è abbastanza sano da andare nelle donne – allora è più che abbastanza sano andare nei più grandi musei d’arte “.
Come Steckel, anche Tompkins e Ianonne hanno scoperto che il modo migliore per affrontare la censura era attraverso un energico rimprovero. I dipinti fotorealistici di Tompkins hanno preso il loro argomento dalle riviste pornografiche hardcore. Quando uno di questi dipinti fu sequestrato mentre si recava in Francia per una mostra, la sua replica fu quella di creare una serie di disegni sessualmente espliciti su larga scala, in cui la parola “censurato” copriva l’area offensiva. In alternativa, nel 1970, quando la Kunsthalle Bern tentò di coprire i genitali nei dipinti di Ianonne, lei rispose con un lavoro che descriveva lo scandalo e nominava i protagonisti coinvolti.
Sorprendentemente, per queste artiste, gli scontri con la legge non hanno portato alla notorietà – come ha fatto per le loro controparti maschili – ma all’oscurità, e alcune di loro hanno smesso di esibirsi del tutto. Eppure il mondo è cambiato negli ultimi dieci anni e artisti come Tompkins e Iannone stanno vivendo una rinascita grazie a un gruppo di curatori e artisti più giovani che stanno iniziando a capire come queste pionieristiche artisti femministe hanno giocato un ruolo cruciale nel creare l’atteggiamento sessuale positivo che esiste oggi nei media mainstream. Attraverso le loro rappresentazioni coraggiose e senza compromessi del nudo, le foglie di fico stanno finalmente staccando.

VASILY KANDINSKY Schichtenweise

Ancora e ancora New York, più Parigi, Mosca, Nižnij Novgorod, Winterthur, Düsseldorf – siamo nel primo compartimento della grande mostra Kandinsky a Kunstbau a Monaco, che si occupa degli anni Monaco e Murnau dal 1908 al 1911; pensavamo di conoscere molto bene questo complesso di opere delle collezioni Lenbachhaus, ma qui solo una foto proviene dalla stessa Lenbachhaus.

Ciò cambierà nel corso della mostra, ma la presenza dei grandi musei indica già che questa mostra è molto più che il “cavaliere blu”, che a noi tedeschi piace sottolineare in modo isolato. Qui, una figura principale nella storia dell’arte europea viene spostata nel luogo che merita: in alto sopra la pianura.

Le mostre che presentano l’intera opera di Wassily Kandinsky o che vogliono illuminarne parti in modo conciso sono state organizzate quasi regolarmente negli ultimi due decenni. Ma l’intera opera pittorica non è mai stata mostrata esclusivamente sulla base di quadri su tela di grande formato, cioè quelli di Kandinsky che consideravano valide le versioni finali della sua creazione artistica.

Cooperazione tra tre istituti di raccolta

Questa imponente concentrazione ai massimi livelli è stata resa possibile dalla cooperazione collegiale di quei tre istituti di raccolta che hanno le più estese aziende Kandinsky, ma che hanno lavorato piuttosto gelosamente l’una contro l’altra in precedenti mostre collettive: la Städtische Galerie im Lenbachhaus di Monaco, il Centre Pompidou di Parigi e il Guggenheim Museo di New York.
In questo ordine, le tre case del tesoro Kandinsky mostreranno anche la mostra congiuntamente concepita nei prossimi mesi, con ogni casa che integra il nucleo dell’immagine, che è difficile da battere, con una mostra aggiuntiva con formati o grafica più piccoli delle sue proprietà.

La Lenbachhaus, che grazie alla Fondazione Gabriele Münter non solo ha il più vasto inventario di opere degli anni della partenza prima della prima guerra mondiale, ma anche l’unica casa al mondo con l’intero inventario delle stampe, mostra per la prima volta come mostra supplementare nella Lenbachhaus dal 1966 ancora una volta il vasto lavoro grafico in tutte le sue ramificazioni – e quindi fornisce un testo altamente informativo sul grande evento nella costruzione artistica, sì un commento visivo che può essere goduto quasi come una chiave per il lavoro complessivo.

Fracassare gli oggetti

Nel suo progetto grafico, Kandinsky si avvicina sempre un po ‘di più all’aspirato obiettivo – l’astrazione assoluta, spirituale, ma anche formale – che nei complessi dipinti della stessa epoca. Il processo di riduzione formale che il mezzo di stampa richiede all’artista è, per così dire, il primo passo sulla strada dalla figurazione all’astrazione.
Ai suoi tempi a Monaco, Kandinsky lavorava esclusivamente con legno e linoleum. Già nelle prime foglie dell’Art Nouveau, con punti di colore, linee e motivi ornamentali elegantemente definiti, ha raggiunto una planarità che ha in gran parte privato l’oggetto suggerito della sua fisicità, a volte astraggendolo quasi fino al punto di essere cancellato. Soprattutto, tuttavia, dove stampa fino a sei diversi blocchi di colore uno sopra l’altro, ovvero aggiunge gli oggetti da particelle di colore quasi non oggettive, è molto vicino a distruggere gli oggetti.

Più vicino, il mio cosmo, a te

Al tempo del “Cavaliere blu” era già così lontano che stampava le figure espressive da diversi motivi grafici, che non avevano senso da soli, uno sopra l’altro e quindi si univano in cifre espressive che utilizzavano l’oggetto solo come occasione prendi per espressioni gratuite. Negli anni del Bauhaus, Kandinsky si occupò anche delle possibilità di incisione. Lo scarabocchio nervosamente nervoso a cui la tecnica del graffio e dell’incisione lo animava, come vediamo nell’arte, si riversava anche sul dipinto di quegli anni. Alcuni dei grandi dipinti ad olio condensano drammaticamente la battaglia che il maestro della linea ha condotto contro il mago dei colori.

Scene russe da favola

Quindi scendiamo nell’edificio d’arte, fino alle cime su cui il nuovo inizia a formarsi. Tutti gli studi di olio di piccolo formato sulla natura, le vedute sature di colore del paesaggio dell’Alta Baviera e le visioni eminenti di Murnau, in cui Kandinsky carica la sua tavolozza con luce materializzata e colori primari puri, sono lasciati fuori da qui.

Per questo sono esposte due delle prime immagini a tempera con scene russe da favola: i loro motivi a punti e linee su uno sfondo scuro e uniforme consentono alla planarità astratta delle incisioni su legno di colore di diventare monumentale; i loro colori morbidi opachi corrispondono sorprendentemente vivaci ai peculiari toni misti pastello dell’ultimo astratto

An Exclusive Step Inside Farhad Baktiar’s Collection of Iranian and African Masterpieces

Iranian Dubai-based collector Farhad Bakhtiar’s home in Jumeirah and warehouse in Al Quoz reveals his treasure chest of modern and contemporary art from Iran and Africa

Classical music emanates from the doorway of a tall white villa in Jumeirah. Nestled away off the street and shrouded in greenery, a step inside will have you hooked on contemporary art forever. Large sculptures, paintings, wall and floor installations decorate the space exhibiting the names of some of the Middle East and Africa’s foremost artists. There’s a Reza Arameshphotograph on one wall, a Kamrooz Aram painting above the staircase, Shahpour Pouyan sculptures on the coffee table, and a Hassan Hajjaj lamp near the kitchen, among countless other artworks. As you go up the stairs you’ll spot one of Timo Nasseri’s Muqarnas or star sculptures over a work made in metal and resembling a piece of fabric by Kenyan artist Dickens Otieno and below, one of Iranian Mounir Farmanfarmian’s mirrored mosaics. It’s all been curated by the revered Iranian artist, curator and writer Feryedoun Ave.


Bakhtiar next to a work of art he has created from old FT papers

“Africa is the future of contemporary art,” says Farhad Bakhtiar over lunch. We’re seated outside an Italian restaurant in Downtown Dubai and he has just lit one of his cigars. “There’s a boom taking place and needs to also continue to take place in Africa. I hope the sharks and the predators will not put their hands in this African journey because African people are so pure and so innocent.” A copy of Georgina Adam’s Dark Side of the Boom: The Excesses of the Art Market in the 21st Century lies on the table. It has many answers according to Bakhtiar. “I have been in love with Africa for over 35 years,” says the entrepreneur and banker who has been doing business on the continent for decades.


Reza Aramesh. Action 117. Black and white photography

“I think you are born as collector,” says Bakhtiar. “I’ve had many collections that I have given away and also lost. After the Iranian Revolution of 1979 I never went back to my country. I was always looking to collect and visual art was my favourite one but I realised that if you don’t have time it is not worth it to begin to collect because the golden rule of a collector is time. It’s not about money. Money is just a means to achieve your goals.” Since coming to Dubai 20 years ago, Bakhtiar has decided not to work anymore. However, his African obsession never went away and he now travels to the continent, predominantly Uganda, where he also supports a wildlife conservation programme, on a nearly bi-weekly basis.

“If you are making money in a certain country it is vital that you give back to the community some of the money that you make,” says Bakhtiar. “The people then have more purchasing power and they can do more business with you and it will turn into a win-win situation.” He takes another puff on his cigar. “I began my collection 20 years ago and this is the first time I am revealing it to the press,” he pauses. “Before it was just for family, close friends and a few other collectors that Art Dubai would bring.” Why? Dear friends of his convinced him over the summer that to share his collection with the public and the beauty he has created through art would be greatly beneficial to the regional and international art community. “Art must be shared with other people,” he says. Clearly, art can serve as a document of a specific place and time. It is the heritage, as Bakhtiar says, that belongs to all and that we can learn from.

“The artists teach us through their work,” he smiles. “I always get to know the artist and he or she becomes my friend,” he says. “Fereydoun Ave and Reza Aramesh and so many more were all artists that became friends. In my warehouse in Al Quoz I dedicated a projection room to the late Farideh Lashai. She was a great friend and I dedicated this room the year that she left us.”


A view inside Bakhtiar’s living room featuring works by Pantea Rahmani (above); Kamrooz Aram (above); Farideh Lashai (underneath upper staircase); Mohamed Hamzeh (right); Fereydoun Ave; Shahpour Pouyan (on table); and Nasser Bakhshi (right above staircase), among others

Bakhtiar’s Iranian collection is also a way for him to be close to his country. “Today, with some distance I understand why I had this passion for Iranian contemporary art because of my sorrow and sadness that I cannot go back to my country,” he says. “This is a very difficult situation for anyone who is sensitive and romantic and passionate. I was away from my country and I wanted to do something for my country.” And so Bakhtiar turned to art. “The majority of Iranians wanted this regime and so we left,” he says. “I was away from my country and I wanted to do something and so I went to help young Iranian artists and in turn I satisfied my longing for my country and also for my art and this is the result of my collection.”

A walk around his home and warehouse will reveal many new names, even to one well-versed in modern and contemporary Iranian art history. There are the collage works of Afsoon, the abstract paintings of Shahriar Ahmadi, the mixed media canvases of Farhad Ahrarnia, photographs by the late Shirin Aliabadi, those of Samira Alikhanzadeh, paintings by Masoud Arabshai, Kamrooz Aram, Siah Armajani, Fereydoun Ave, Mahmoud Bakhshi Moakkar, Reza Derakshani, Mohammad Ehsaei, Parvaneh Etemadi, Mehdi Farhadian, Reza Aramesh, Monir Farmanfarmaian, Golnaz Fathi, Bita Fayyazi, Shadi Ghadirian, Amirali Ghasemi, Abbas Kiarostami, Parviz Tanavoli, Shahram Karimi and Shoja Azari, Pouran Jinchi, Nargess Hashemi and Khosrow Hassanzadeh, and the list goes on.


A view inside Bakhtiar’s warehouse in Al Quoz

Bakhtiar does not buy to sell. “I have never bought an artwork with the idea of later reselling it,” he states. “A collector should never look at the visual arts as commodity. You buy an artwork with your heart and not with your mind and that was my approach to my Iranian contemporary collection.” Every now and again, Bakhtiar will have someone visit him asking him to buy one of the works for five times the price of what he paid. “I say ‘thank you very much, but I am not an art dealer. I am an art collector,’” he says. “We must make a distinction between all the players in the art world. There’s the artist, the gallerist, the collectors, the art dealers and the auction houses.” But how does Bakhtiar buy?

“When I began I was completely ignorant about Iranian art but I was passionate and the only way of success is to be passionate but to be passionate and precise,” he says. “To be drunken but sober, these are the teachings of Rumi,” he laughs. “If you are not passionate you cannot be successful, but if you are too passionate you will collapse.” Advice in the form is usual for Bakhtiar. He will often cite his favourite poets in his attempt to offer guidance or experience in life or business. Everything for him seems to be boiled down to a matter of philosophy. “Fereydoun is my master. Look at his experience in Iranian modern and contemporary art. He’s an artist. Fereydoun began as an artist, gallerist, art critic and curator and even interior designer and the list goes on,” he says. “Today he is helping contemporary Iranian artists with unbelievable energy without looking at the financial side of his labors.” Instead, says Bakhtiar, Fereydoun does what he does out of passionate and a desire to help other artists. “He always has gone for the beauty and purity of the art and artist,” he adds.


Bakhtiar inside his Al Quoz warehouse

When building his collection it was crucial for it to coincide with major aspects of contemporary Iranian art history. “I didn’t go after big names even if I do have them,” he says. “I have all of them but I didn’t go only for them. I went also for the artists that were completely unknown with prices ranging from $500 to $1000.” These artists need support and that is what Bakhtiar intends to do through his collecting. “The Iranian collection is in the bottom of my heart and the African collection is on the second layer,” he smiles. “I love Africa and I believe also that African art was also inspiration to much of the modernists and contemporary artists from Europe. Just look at Picasso. Where did he get his figurines for his cubist period?” Bakhtiar tells how during his recent trip to Kampala, Uganda, he purchased several African masks from the Congo. “You see immediately the resemblance,” he says. “Also, I believe that we must do something for Africa. We must create a path for these artists.”

Yet art needs a home. It can’t just stay in an artist’s studio or in a gallery. It’s for this reason that Bakhtiar created his warehouse in Al Quoz. Amidst several white walled gallery spaces there are also countless racks of artworks and sculptural and installation works positioned throughout. It’s a dream to walk through. One will always discover something new. “We have around 800 artworks in the warehouse, among which are 200 African artworks. My house in Jumeirah was chosen precisely because it would be a good place to display my art. Fereydoun came and placed everything accordingly.” Last March, Fereydoun curated the exhibition Iran/Africa: Visual Dialogue, a show at Alserkal Avenue that used the artworks in Bakhtiar’s collection to stage new dialogues between African and Iranian works. Each year during Art Dubai, Fereydoun curates the entrance of Bakhtiar’s warehouse, preparing it for countless visitors and museum curators.


Mohammad Hamzeh. Katayoon. 2016. Acrylic on aluminium paper. 120x96cm

Works by Middle Eastern arts pepper Bakhtiar’s collection. However, they aren’t the focal point. “I don’t want to say Arab artists but Middle Eastern artists,” he explains. “We are all proud of our region but when you say Arab, this includes Saudi, North Africa, the Levant, the UAE, Bahrain, Oman etc… and this distinction is not very clear. You cannot mix the North African with the Africa—they are a totally different ethnicity and people and heritage and culture than when you got to Central and Sub Saharan Africa.” He smiles again and asks me: “What are the Lebanese? They are Phoenicians!” And I reply, “Really? I am not sure.” Bakhtiar takes another puff and says, “But yes, even if they speak Arabic!” One could speak forever about the cultural, religious and historical innuendos that divide and define the Middle East—the debate could go on forever depending on your historical points of view. What matters however here is the art. “Baya Mahieddine, the Algerian who lived in Paris and influenced Picasso, is an artist I am greatly intrigued by,” says Bakhtiar, who has a few works of hers at home. “I have Hassan Hajjaj also—I loved visiting his Riad in Marrakech.” There are plenty more “Arab” names alongside a few European ones, but it’s the African and Iranian that stay closest to Bakhtiar’s heart.

It’s empire that Bakhtiar has collected. Now the question, and one that torments so many big collectors today: what does one do with all of this art? “I want to create a museum of contemporary art in Kampala, Uganda,” says the collector. “I want to create a real biennial in Uganda with heavyweight supporters in order to bring the rest of the world to the country. We are going to create a cultural centre and a foundation for the culture and art and we are going to create a national library and a music hall. These are my dreams and as I am a day dreamer I will make it happen.” He laughs again. Another daydream that will become a reality is the establishment of a residency in Greece on the island of Patmos at one of Bakhtiar’s summer houses for Iranian artists. This summer will see six artists attend. “While the whole world is placing sanctions on Iranian people, we are trying to give them the possibility to travel throughout the world and to become inspired for their art,” he says.

We are on dessert now and our espressos have just arrived. “There is a distinction between a night dreamer and a day dreamer,” he says. “The day dreamers are ambitious people and they make things happen.” Certainly, Bakhtiar is just that and so much more.