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Diritto All’oblio Web Reputation cosi domani si decide la sorte dell’informazioni

La Corte di giustizia dell’Unione Europea deciderà martedì su due casi molto importanti legati al cosiddetto “diritto all’oblio”, cioè la possibilità di rendere meno accessibili o nascondere online – dopo un certo periodo di tempo – notizie vere ma che possano danneggiare l’onore o le attività personali e professionali di una persona, come i suoi precedenti giudiziari. Le nuove sentenze potrebbero modificare e integrare le decisioni assunte dalla Corte cinque anni fa, che avevano portato a grandi polemiche per i rischi che comportavano sulla tutela della libertà di stampa: soprattutto online, dove la gestione del diritto all’oblio è più importante ma anche più complicata. La decisione della Corte potrebbe inoltre offrire nuovi spunti legali per un controverso caso giudiziario italiano, che nel 2018 ha portato alla chiusura di un sito d’informazione in seguito a una sentenza della Corte di Cassazione proprio sul diritto all’oblio. Ma andiamo con ordine.

Il diritto all’oblio e Internet
Il diritto all’oblio si applica in numerosi ambiti, ma è diventato centrale soprattutto per Internet e i siti d’informazione, perché i loro archivi digitali sono più facili da consultare rispetto a quelli cartacei e rimangono accessibili nel tempo. I loro contenuti sono inoltre indicizzati dai motori di ricerca, Google su tutti, che contribuiscono a renderli ancora più visibili. Questo fa sì che quando si cercano informazioni su Google su una persona si possa rapidamente arrivare, per esempio, a vecchi articoli di giornale nei quali si raccontano fatti di cronaca e problemi con la giustizia che possono essere ritenuti sconvenienti dall’interessato.

Accogliendo un ricorso presentato dalla Spagna, nel 2014 la Corte di giustizia dell’Unione Europea stabilì che i cittadini europei hanno il diritto di richiedere che alcune informazioni siano rimosse se queste sono “non adatte, irrilevanti o non più rilevanti”. I giudici hanno sancito che se cercando qualcosa sul proprio conto su Internet si trovi un contenuto segnalato nella pagina dei risultati di un motore di ricerca che si ritenga non rilevante, deve essere possibile chiederne la “deindicizzazione” alla società che gestisce lo stesso motore di ricerca, ovvero la rimozione dalla lista dei risultati forniti. Se il motore di ricerca non rispetta la richiesta, il cittadino ha il diritto di presentare ricorso presso le autorità competenti per avviare un procedimento giudiziario.

Detta in parole più semplici, se trovo una cosa su Google che rimanda a un vecchio caso di cronaca che mi ha coinvolto, posso chiedere a Google che quel contenuto non compaia più nella sua pagina dei risultati quando qualcuno cerca il mio nome. Questo non vuol dire che l’articolo sarà cancellato dal sito che lo ha pubblicato, ma semplicemente che nessuno potrà arrivarci attraverso Google. Google ha il dovere di esaminare la richiesta e può rifiutarla, se ritiene che l’interesse pubblico per l’articolo superi l’interesse del singolo che vorrebbe invece farlo rimuovere. Il singolo può in quel caso chiedere a un giudice terzo di occuparsene. Molte volte invece Google accetta la richiesta, come da tempo possono constatare gli utenti che trovano al fondo delle pagine dei risultati una nota che segnala appunto che alcune pagine potrebbero essere state rimosse dalla lista.

Diritto di cronaca e libertà di stampa
Negli ultimi cinque anni, Google ha ricevuto oltre 850mila distinte richieste di deindicizzazione, che hanno interessato link verso 3,3 milioni di siti. La società ha deciso volta per volta in autonomia, cercando di rispettare al meglio le indicazioni della Corte (secondo molto esperti inevitabilmente molto vaghe) e affrontando le numerose cause intentate da chi si è visto rifiutare la richiesta di rimozione. La mole di richieste ha confermato i timori di molti osservatori sul rischio che le regole indicate dalla Corte sul diritto all’oblio online potessero essere sfruttate in modo arbitrario per chiedere la rimozione di contenuti limitando la libertà di stampa e il diritto di cronaca.

Quella previsione si è concretizzata negli ultimi anni, e ha portato a un aumento delle richieste dirette agli editori perché rimuovano interi articoli. Quando Google rifiuta una richiesta di deindicizzazione, avviene spesso che gli interessati si mettano in contatto con i gestori dei siti chiedendo che provvedano loro a escludere i contenuti dai motori di ricerca, minacciando altrimenti cause legali. Talvolta le richieste si spingono oltre, chiedendo la cancellazione stessa dei contenuti dagli archivi. In mancanza di un quadro normativo chiaro e con la prospettiva di dover sostenere spese legali o seccanti e minacciose insistenze da parte degli avvocati, spesso i siti – soprattutto i più piccoli o i meno motivati sul diritto di cronaca – tagliano corto e accolgono le richieste, limitando la loro funzione informativa e di fatto censurandosi da soli, a torto o a ragione. È vero anche che le conseguenze di vicende giudiziarie spesso non gravi (o addirittura concluse con assoluzioni) possono durare molto a lungo e avere ricadute eccessive nei confronti degli interessati e della loro vita.

Le nuove decisioni della Corte di giustizia
Attualmente la rimozione dei link dalle pagine dei risultati dei motori di ricerca interessa unicamente le ricerche svolte in Europa. Questo significa che un risultato non visibile in un paese europeo può essere invece visibile al di fuori dell’Unione. Google, per esempio, usa diversi sistemi per determinare da dove si stia svolgendo la ricerca e su quale versione del suo motore di ricerca (google.it o google.com, per intenderci) e sulla base di queste informazioni fornisce una pagina dei risultati contenente o meno il link verso una pagina per la quale è prevalso il diritto all’oblio. Su richiesta di chiarimenti dal Consiglio di stato francese, la Corte dovrà decidere se invece quel contenuto debba sempre essere nascosto, anche quando la ricerca venga svolta al di fuori dell’Unione Europea.

Google ha manifestato la propria contrarietà a questa evenienza, sostenendo che costituirebbe una limitazione ingiustificata per tutti gli altri utenti non europei. La sua posizione è condivisa da molte altre aziende tecnologiche e, stando alle dichiarazioni circolate finora, sembra improbabile che la Corte decida per una deindicizzazione su scala globale. Una seconda causa coinvolge il Garante per la privacy francese, che ha rifiutato la richiesta presentata da quattro persone per obbligare Google a rimuovere link verso alcuni contenuti che li riguardano, che si ottengono quando si cercano i loro nomi sul motore di ricerca.

Il caso di PrimaDaNoi
È molto complicato stabilire quando un fatto di cronaca, raccontato da un giornale, perda la propria rilevanza e di conseguenza possa essere dannoso per l’onore degli interessati. Lo stesso ordinamento italiano non offre informazioni molto chiare sul tema, con indicazioni generiche che hanno portato negli anni a sentenze contraddittorie, come hanno sperimentato i gestori di un sito d’informazione locale in Abruzzo.

Fondato nel 2005 da Alessandro Biancardi e la moglie Alessandra Lotti, PrimaDaNoi aveva riscosso in pochi anni un buon successo. Il giornale, regolarmente registrato come testata giornalistica, si occupava principalmente di cronaca locale, ed era diventato famoso per alcune inchieste sulle amministrazioni locali e su casi giudiziari. Nel marzo del 2008 PrimaDaNoi aveva pubblicato un breve articolo sull’alterco tra due fratelli settantenni nel loro ristorante: la discussione si era fatta violenta e uno dei due aveva ferito l’altro con un coltello da pesce. Erano intervenute le forze dell’ordine, che avevano arrestato i due fratelli (che avevano ricevuto ferite non gravi) e alcuni altri membri della famiglia.

Nel 2010 uno dei due fratelli fece causa a PrimaDaNoi, sostenendo che in base al diritto all’oblio l’articolo su quel fatto di cronaca avvenuto appena due anni prima dovesse essere rimosso. Biancardi rifiutò, ritenendo di avere riportato accuratamente la notizia citando i rapporti di polizia. Il fratello contestatore sostenne comunque che l’articolo violasse la sua privacy, perché era facilmente reperibile online tramite i motori di ricerca. Inoltre, se si cercavano informazioni sul suo ristorante, tra i primi risultati offerti da Google c’erano notizie sulla violenta rissa con il fratello, cosa che avrebbe danneggiato gli affari della sua attività.

Nel 2013 il giudice unico del Tribunale di Chieti diede ragione al fratello, condannando PrimaDaNoi a pagare una multa da 10mila euro (più il risarcimento per le spese legali e i danni) nonostante nel 2011 Biancardi avesse comunque provveduto a rimuovere l’articolo dai motori di ricerca. La sentenza comportò la cancellazione dell’articolo dall’archivio e il pignoramento del motorino di Biancardi, che non aveva il denaro sufficiente per pagare la sanzione.

Biancardi portò avanti la causa fino in Cassazione, sostenendo che l’articolo non avesse leso il diritto alla privacy degli interessati, perché i loro dati erano stati trattati unicamente per scopi giornalistici e quindi senza necessità di specifiche autorizzazioni (come del resto avviene con qualsiasi articolo su un fatto di cronaca). La stessa richiesta per il diritto all’oblio, secondo i legali di Biancardi, non poteva essere applicata considerato che il procedimento penale per il caso dell’accoltellamento era ancora in corso.

Nonostante le obiezioni presentate da Biancardi, nel 2016 i giudici di Cassazione confermarono la sentenza di Chieti, che di fatto sanciva la cancellazione completa dell’articolo dall’archivio di PrimaDaNoi, e non solo dall’indice di Google e degli altri motori di ricerca. Secondo i giudici, i due anni e mezzo trascorsi dal fatto alla richiesta di rimozione della sua cronaca erano sufficienti per ritenere “illecito” il trattamento dei dati personali nell’articolo e superato il suo interesse pubblico:

La facile accessibilità e consultabilità dell’articolo giornalistico, superiore a quelle dei quotidiani cartacei, tenuto conto dell’ampia diffusione locale del giornale online consentiva di ritenere che dalla data di pubblicazione fino a quella della diffida stragiudiziale fosse trascorso sufficiente tempo perchè le notizie divulgate potessero avere soddisfatto gli interessi pubblici sottesi al diritto di cronaca giornalistico.
Il persistere del trattamento dei dati personali aveva determinato una lesione del diritto dei ricorrenti alla riservatezza ed alla reputazione e ciò in relazione alla peculiarità dell’operazione di trattamento, caratterizzata da sistematicità e capillarità della divulgazione dei dati trattati ed alla natura degli stessi, particolarmente sensibili attenendo a vicenda giudiziaria penale.

La sentenza della Cassazione sul caso di Biancardi fece molto discutere, soprattutto tra i giuristi e gli esperti di privacy online, perché di fatto stabiliva regole poco coerenti con le leggi e le norme che regolano le attività dei giornali e più in generale dell’informazione. I giudici indicarono in appena due anni e mezzo un tempo sufficiente per il venir meno dell’interesse pubblico di una notizia, peraltro su basi piuttosto arbitrarie. La loro sentenza indicò di fatto che il diritto di cronaca non può valere per sempre e che col tempo prevale quello alla privacy degli interessati, ma soprattutto che un articolo online – corretto e fattuale – produce comunque un danno per il quale può essere chiesto un risarcimento per il semplice fatto di essere raggiungibile online.

Il caso di Biancardi fu raccontato dal giornale britannico Guardian nel 2016 e di recente è stato ripreso dal New York Times, per raccontare ai lettori un esempio degli effetti del diritto all’oblio alla vigilia delle nuove decisioni che assumerà la Corte di giustizia dell’Unione Europea.

PrimaDaNoi ha chiuso alla fine del 2018, dopo aver ricevuto negli anni precedenti oltre 240 richieste legate alla privacy, 40 delle quali sono finite in tribunale. Per evitare di indebitarsi ulteriormente, dopo aver accumulato debiti per 50mila euro tra spese legali e multe, Biancardi ha iniziato ad accogliere buona parte delle richieste di rimozione degli articoli. Un tentativo di rilanciare PrimaDaNoi con una raccolta fondi alla fine dello scorso anno non ha portato agli esiti sperati, determinando la chiusura definitiva del giornale.

Biancardi ha presentato ricorso presso la Corte di giustizia dell’Unione Europea per la vicenda dell’accoltellamento tra fratelli nel ristorante vicino a Pescara, ma non è ancora chiaro se il suo caso sarà in futuro accolto ed esaminato dai giudici. Nel frattempo, le decisioni che saranno assunte domani potrebbero dare qualche elemento in più ai casi come il suo.

Martina Bianchini sportiva fotomodella italiana che vale oro


Sono Martina Bianchini nata a Torino e abito in Valle d’ Aosta da 3 anni. Da sempre ho praticato molto sport a livello agnostico. Da dieci anni insegno fitness di gruppo e offro servizio di personal training. Sono laureata in Management e laureanda in Sport Sciences. Amo viaggiare perché apre la mente. Sono un’atleta professionista Ifbb e gareggio nella categoria Fitness. Prossimamente gareggerò’ in California. Amo la moda e indossare in particolare costumi da mare, intimo elegante e non volgare, t-shirt attillate, adoro gli orecchini e trucco leggero.

           

Meet Generation Z: The Newest Member to the Workforce

Every generation approaches the workplace differently.

While talk over the last decade has largely focused on understanding the work habits and attitudes of Millennials, it’s already time for a new generation to enter the fold.

Generation Z, the group born after the Millennials, is entering their early adult years and starting their young careers. What makes them different, and how will they approach things differently than past generations?

Meet Generation Z

Today’s infographic comes to us from ZeroCater, and it will help introduce you to the newest entrant to the modern workforce: Generation Z.

Meet Generation Z: The Newest Member to the Workforce

There is no exact consensus on the definition of Generation Z, and demographers can differ on where it starts. Some have Gen Z beginning as early as the mid-1990s, while others see it starting in the mid-2000s.

Regardless, Generation Z is the group that follows the Millennials – and many Gen Zers are wrapping up high school, finishing up their university degrees, or looking to get their first real jobs.

Millennials vs. Gen Z

While generational differences cast a wide net and don’t necessarily apply to every individual, here is what demographers say are some key similarities and differences between Gen Z and Millennials.

Millennials Generation Z
Raised by Baby Boomers Raised by Gen Xers
Grew up during an economic boom Grew up during a recession
Tend to be idealistic Tend to be pragmatic
Focused on having experiences Focused on saving money
Mobile pioneers Mobile natives
Prefer brands that share their values Prefer brands that feel authentic
Prefer Facebook and Instagram Prefer Snapchat and Instagram

Generation Z tends to be more pragmatic, approaching both their education and career differently than Millennials. It appears that Gen Z is also approaching money in a unique way compared to past groups.

What to Expect?

Generation Z does not remember a time when the internet did not exist – and as such, it’s not surprising to learn that 50% of Gen Z spends 10 hours a day connected online, and 70% watches YouTube for two hours a day or more.

But put aside this ultra-connectivity, and Gen Zers have some unique and possibly unexpected traits. Gen Z prefers face-to-face interactions in the workplace, and also expects to work harder than past groups. Gen Z is also the most diverse generation (49% non-white) and values racial equality as a top issue. Finally, Gen Z is possibly one of the most practical generations, valuing things like saving money and getting stable jobs.

You may already have Gen Zers in your workplace – but if you don’t, you will soon.

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The new authority is set to launch Saudi Arabia into the digital world

Saudi Arabia recently announced its plans to join in on the artificial intelligence (AI) revolution. On Friday, King Salman bin Abdulaziz issued a royal decree to establish a National Authority for Data and Artificial Intelligence. Under it, the country will see the opening of a National Center for AI and a National Data Management office.

The order came among several others including one that is set to see the kingdom create a new ministry for Industry and Mineral Resources, which will be called the Ministry of Energy.

This is the first time the kingdom officially announces its shift towards AI technologies. Here’s all you need to know about its futuristic authority:

1. The new authority is set to launch Saudi Arabia into the digital world

The kingdom’s Minister of Communications and Information Technology Abdullah Al-Sawaha said both the AI authority and center will enhance the country’s “drive toward innovation and digital transformation.” He added that the establishment of the center reflects the country’s determination to develop its digital capabilities and build a future based on AI and innovation.

Al-Sawaha also explained that AI would have a positive impact on all sectors in the kingdom because it can boost productivity and decision-making processes across. This will, in turn, render services provided to Saudi citizens more efficient. In addition to that, building an AI-centered future will open new horizons to motivate entrepreneurship and support young people.

2. The authority comes in line with Vision 2030’s goals

Source: Whastup KSA

Al-Sawaha stressed that the AI authority’s establishment comes in line with the objectives of Saudi Arabia’s ever-transforming Vision 2030.

The ambitious blueprint – which mainly aims at diversifying the kingdom’s economy – is also focused on technological advancement.

3. The National Center for AI will be handling tasks until the authority is ready to take over

Source: t3me.com

It’s going to take quite some time to get the authority up and running. Until it officially launches, the kingdom’s National Information Center, which is organizationally linked to the up and coming government body, will take over its tasks and responsibilities.

This will continue until the statutory procedures necessary to enable the authority and its entities to carry out their powers, tasks, and responsibilities are completed.

4. The authority is tasked with overseeing the kingdom’s AI revolution

Source: PwC

The authority is expected to launch the kingdom into a futuristic, technologically-driven era. It will oversee the country’s AI budget, contributions, and investments. It will also be focused on implementing programs aimed at training young Saudis in the field.

Saudi Arabia has been heavily investing in new technologies over the past few years. The country is said to have invested a whopping $135.2 billion (12.4 percent GDP) in AI alone.

A published report by AI consultancy firm Oxford Insights in collaboration with the International Development Research Center (IDRC) found that the kingdom and neighboring Gulf states including the UAE and Qatar “have all shown a strong commitment to developing their AI capabilities.”

In 2017, the kingdom became the world’s first-ever country to grant AI-powered humanoid robot Sophia citizenship

lettre références ingénieur concepteur Antonio Valente

lettre références ingénieur concepteur Antonio Valente

Monsieur Antonio Valente a travaillé avec moi pendant plus de 10 ans au sein de la Direction Centrale des Projets de l’ANAS SpA , dont j’ai été Directeur jusqu’à ma retraite.

ANAS est une société appartenant à l’État Italien et responsable de la conception, de la construction et de la gestion des routes et des autoroutes nationales (Maîtrise d’ouvrage et Maîtrise d’œuvre).

Monsieur Valente Antonio a occupé les fonctions de Directeur adjoint et était responsable d’un département technique de plus de cent personnes en fonctionnement matriciel, notamment des cadres, ingénieurs, architectes, employés, concepteurs et géomètres. Ce Département a réalisé les projets et toutes les activités de conception aux différents niveaux préliminaire, final et exécutif, et le contrôle des projets exécutifs des entreprises ayant remporté les appels d’offres et toutes les propositions de modifications (avenants) au cours des travaux.

Dans ce rôle, l’ingénieur Valente a très bien mené ses activités avec sens de la responsabilité et de la compétence; a fait preuve d’une compétence et d’une préparation considérables, tant sur le plan technique que sur le plan organisationnel, ainsi que de la planification et du contrôle des diverses activités nécessaires.

Monsieur Valente est un excellent technicien et possède une vaste expérience dans le secteur des travaux de génie civil, géotechnique et tunnels, après avoir travaillé pendant longtemps avant de rejoindre ANAS avec l’une des principales sociétés géotechniques italiennes ROCKSOIL Spa.

Lorsque j’étais responsable de la conception et de la supervision de la construction des travaux de génie civil de la ligne ferroviaires à grande vitesse (LGV) Rome-Naples pour le compte de la Société IRICAV 1, l’ing Valente, alors directeur de Rocksoil, il a suivi les activités de conception des tunnels et de l’assistance technique à la gestion de la construction avec des résultats complètement positifs.

 

Rome, le 31 mai 2019                                                       Averardi Massimo

NTERVIEW: Producer J. Todd Harris on Working with Producers and Building a Successful Screenwriting Career

“Writing is a lonely job. Having someone who believes in you makes a lot of difference. They don’t have to makes speeches. Just believing is usually enough.”
~Stephen King, On Writing: A Memoir of the Craft

Crafting an amazing story often happens in the isolated bubble of a writer’s cave. But at some point, a writer needs to embrace collaboration, step out of their cave and find someone who believes in not only their screenplay, but also in their talent. If you’re lucky, that champion is a producer.

Meet J. Todd Harris, veteran producer of dozens of films, including The Kids Are All Right and Bottle Shock. Always wanting to take our readers behind the Hollywood scenes, I asked Harris to share his insights on breaking into screenwriting, working with producers, landing representation, and staying in the game.

Note: Interview has been edited for length and clarity.

J. Todd Harris

Jeanne V. Bowerman: With all the artistic opportunities to choose from, why producing?

Todd Harris: I was an actor in high school, a little bit in college at Stanford. When I was in college I wanted to do a production of Hair, probably because I wanted to be in it. Then, I realized if I didn’t go get the rights and raise the money, the show would never get done.

As I was producing the show, I realized everybody else was rehearsing, getting naked and getting high, while I was selling tickets in White Plaza. But I guess that was my own high. I realized I liked putting on a show and have ever since.

Producing also meshed well with a relatively fearless nature about asking for money, going to people for favors, and getting people charged up about the overall cause. Being part of a greater whole I’ve found gets people engaged.

So, once I started doing that in college, I produced a few more plays, a film festival, and concerts. Since there was no film program to speak of at Stanford, I did a lot of student theater. That led me to my first job, which was running a theater company in Palo Alto—a repertory theater company called TheatreWorks (today it’s TheatreWorks of Silicon Valley). It was 1981, and I was 22-years-old. I’d just graduated from college, and I was suddenly doing eight shows a year. Because the company never had a manager before, it didn’t take a magician to make things look better than before there was a manager. But I had a blast and—frankly—loved coming to work every day.

I was selling subscriptions, the company budget was expanding, and we were getting more people to attend. In three years, the company went from a yearly budget of $90,000 to $300,000, and we went from around 900 subscribers to 3500 subscribers. In the 30 years since I’ve left, it’s become a $7 or $8 million-dollar company. They have 10,000 subscribers. It’s become one of the biggest theater companies on the West Coast. In retrospect, those were three little years in the growth of the company, but huge years in my personal growth.

So that’s producing, but there has to be some something to produce, which is why I love writers because producing is basically busy work compared to the creative work of writing.

When you’re a writer, you have to face the blank page. You can multitask by working on other things you’re writing, but at the end of the day, it’s just you and the page, you and the screen. So, as a producer, you’re able to put some energy into a project and move on. If one project isn’t giving you results, you’ve got three, five, 10, or in my case, 20 other things you could focus on. But writers have to make the one thing work to have any sense of satisfaction or completion.

JVB: Obviously, you’ve worked with many writers, playwrights, and screenwriters. What should a screenwriter or a playwright know about working with a producer, in terms of managing their expectations when they’re pitching them?

Todd Harris: I think the first overwhelming reality that has become more and more pronounced is that everyone has a short attention span.

JVB: Indeed.

Harris: If you can’t get their interest before you’re in the room, even conceptually, you may have a problem. They shouldn’t be hearing you if they’re not interested conceptually. When you get them in the room, if you can’t get them interested in 30 to 60 seconds with a basic concept, you may never get traction. The intro, the key art, the concept, and where this lives in the commercial world is more important than ever.

Imagine going in and trying to pitch Fargo, if you were the Coen brothers. People would say “What?” Imagine, Chris Nolan pitching Inception. But thank god for auteurs who get to write whatever the hell they want.

JVB: I saw Inception twice, and I still ask, “What?” (laughs)

Harris: Exactly. But, when you’re a newer screenwriter, you really have to be able to grab people by the lapels and get them to see the concept and understand exactly who the movie is for, and it all has to happen early on in the pitch. Then, you can get into the details.

That’s the reason I’m so focused on books and the titles. Branded titles that you can pull from books, and plays, and games and other things. Because people understand them; there’s an existing familiarity with pre-existing titles. If I say I’m pitching Dance Dance Revolution, an arcade game that our company has optioned, people are immediately interested and ask, “Oh my god, what’s it gonna be?” When I’m telling them I’m doing Soul Train on Broadway, that’s all you need to say. I don’t need to pitch them. Eventually, I need to say what’s the theme, what kind of music, but they understand the concept based on the title and the era.


Is Your Script Ready to Send to a Producer?


JVB: Absolutely.

Harris: If you look at Hollywood and Broadway, about eight out of ten movies or shows are based on existing (branded) IP [intellectual property]—Crazy Rich AsiansHamilton, Harry Potter, Lego, Phantom of the Opera, Chicago, every Marvel movie ever. Even other Tony winners like Kinky Boots and The Band’s Visit are based on independent films. Intellectual property kicks the door down for you. It’s a little dispiriting from a pure invention point of view, because you don’t get to experience the same creative breakthroughs like The Descendants or Sideways or Fargo, Raising Arizona, or Dear Evan Hansen on Broadway. Now, almost everything is based on something. And writers have to acknowledge how the marketplace has changed.

JVB: It also speaks to how important the basic idea of your story is. If it’s an original idea, not IP, then it better be pretty damn amazing and grab you by the throat. You might not want to be writing about something that may only matter to you. Sure, your personal story might be interesting to you and some people you know, but is anyone else going to care?

Harris: Right, right. It really does need to distinguish itself—in a hurry—yes.


“When you get them in the room, if you can’t get them interested in 30 to 60 seconds with a basic concept, you may never get traction. The intro, the key art, the concept, and where this lives in the commercial world is more important than ever.”


JVB: Let’s talk about taking notes—specifically from a producer. Would you recommend writers think like a producer when writing their script? Or, just write with reckless abandon and then worry about the cost, or whatever, after they’ve grabbed a producer’s attention.

Harris: You can’t write without paying some attention to budget. But, a lot of times our advice to the writers is, “Write the best version of this you can. Try not to write a $200-million-dollar script, but write the best version of it you can.” Because what you have to do is get people excited about it. The read is the first sale. That said, I’m out with a pitch right now that people think is going to cost $100 million dollars, and I’m trying to tell them we can do it for $60 million, so cost is always a factor.

But I also think it depends on whether you’re writing for yourself on spec and you just want to write something great, or if you’re writing an assignment. If someone is writing on assignment, we need an outline. Too often, we’ve been burned by letting writers jolly off on their own after giving us the broad strokes only to be disappointed when a draft off the mark comes in.

I want an outline, I want a beat sheet. I just hired someone to adapt a book. He gave me a 50-page “scriptment,” and this is an experienced writer-director. When I read it, I felt like I just saw a movie, except for the dialogue. I said, “This is fantastic.” I really appreciated it.

I gave him a few minor notes, and now they’re going to send me a script. I’m not saying he has to do that. But, I really want a pitch or a treatment, whether that’s three pages or 20 pages, to make me feel like I’ve just experienced the movie. And, I want a pitch, whether it’s five minutes, or 25 minutes, to make me feel like I’ve experienced the movie.

What I don’t want is any crazy surprises when I read that script or hear the pitch in front of a studio exec.

JVB: I’ve always maintained that it’s critical for screenwriters to get beyond their art and understand how the business side of this industry works.

Harris: I have taught producing at Chapman and Syracuse and I’ve also taught one-day producing workshops. Whether you’re a writer, director, or producer, I think students have taken away a lot of practical knowledge about how to go from page to screen and the processes and challenges that are involved. People don’t think about rights acquisition, contracts, hiring writers, attracting directors, working with agents and managers, raising money, using tax credits, hiring a staff, choosing a location, finding and getting distribution, marketing and all the paw prints that get put on a movie along the way.

J. Todd Harris with Syracuse ‘On Producing’ students.

JVB: I like to know how things work. Even if you write a short film, crowdfund, get a crew from the local film school, and shoot it on an iPhone, it helps writers understand how the bigger picture works. I’m sure writers can learn from your class, even if they don’t want to produce.

Harris: I definitely feel the more writers have insight into what producers do, directors do, and to the entire filmmaking process, the better. When you take my seminar, you come away from it with a much greater appreciation for the process, the market and all the realities that go into rendering a movie.

To write something just because, like you said, it makes you happy… You know what? You’re right, Jeanne, it may have limited appeal to the rest of the world. I look back at projects I championed early in my producing career, and I scratch my head and say, “Whoa. What was I thinking?” But, when I was young and naïve, I didn’t really understand. Now, 30 years have passed and it’s finally sunk in—you write for an audience.


How a Screenwriting Contest Can Change Your Writing Career… Even Years Later


JVB: You have to keep us posted when you have another class. Are they only in L.A.?

Harris: I’ve taught it in Boston, Atlanta, Philly, Seattle and other locations, usually college campuses. I haven’t taught it in L.A. in a long time. But, it’s the kind of thing I would love to do, two or three times a year, in a place where I’ve never been. Sometimes people from out of town have a greater appreciation of what they’re hearing, because they’re not learning it anywhere else. I probably should offer it online, I’m just—

JVB: Too busy.

Harris: I am, right now. But I could give a rocking three, to four, five-hour version of this, and take everybody from “I want to be a producer,” to “What does a DVD box look like.” Or, “How am I going to get it to Netflix streaming?” Because, there are about 100 steps in between those two things.


“I definitely feel the more writers have insight into what producers do, directors do, and to the entire filmmaking process, the better.”


JVB: That would be fantastic! Okay, so here’s another question. Since you like to work a lot with IP, do you have advice to screenwriters about how to obtain it?

Harris: First of all, look at stuff in the public domain—stuff from about 100 years ago. That’s the way to do it. If it’s a famous book, it’s going to be expensive to get.

The key is to have access to the publishing business so you can get tipped off to something exciting that’s coming out. Or steered toward an older book that may have been overlooked.

So, if you can find that overlooked book, or you can find that piece of IP that people just forgot about, or that was optioned but never happened, that can give you a leg up. Do you know how many projects Warner Bros. has optioned and eventually lost the rights to, or given up on even after they spent hundreds of thousands, if not millions of dollars on development? You know how long Harry Potter sat on the shelf at Warner Bros.? A long time.

JVB: Amazing. When I got Slavery by Another Name, which you read the Limited Series treatment for, I just totally lied to the author, and told him I was coming down to Atlanta on business, and I wanted to talk to him. The book had just made the New York Times Best Seller list, and I knew I had to act fast. Truth is, I had no business in Atlanta. But, I flew down and met him, and then spent six months following him around the East Coast whenever he was at a speaking engagement. I listened to his audience, of what made them gasp, what made them cry. The author hadn’t said yes to me, but he also hadn’t said no. He really had no interest in working with an unknown writer. He thought Oprah was going to call him. Luckily for me, Oprah never called. But, I was still there. All the time. I was sending him notes on character backstory and crafting an outline. He ended up loving my vision. I made it impossible for him to say no.

Harris: That’s a lesson.

JVB: While I was adapting it, it won the Pulitzer Prize.

Harris: Oh my god.

JVB: So, I’m always telling people, it doesn’t hurt to ask. The worst they can do is say, “No.” Nobody ever died from hearing, “No.” If you want it, just ask.

Harris: Believe me, I hear “no” so many times a week versus “yes.” It’s staggering.

JVB: Let’s talk a little bit about that—about staying in the game.

Harris: I do think it’s important to vet your ideas with people you trust. Even if it’s in the incubational stage, because it takes months to write a screenplay. You’d hate to write a screenplay only to find out that conceptually, it was dead in the water before you started it. That’s brutal. It helps to have multiple properties that you’re working on. But it’s a lot to ask, to write three things at a time.

If you could be writing shorter fiction, or writing shorter non-fiction, so you can get the occasional “yes.” I’m not saying it’s easier, but maybe it’s a little bit easier. The interesting thing about features is, there are no rules in the feature world. So, you could write it and say, “Okay, we’re going to make a $10-million-dollar movie. Oh, nobody wants to make it for $10 million dollars? How about we make it for $2 million dollars? Okay, how about this actor? Or, how about I get that director? Or, how about I get this, that, or the other thing?”

It’s very different from TV where it seems to be more of a business, and if it works, great, and if not, let it go.


“…what you have to do is get people excited about it. The read is the first sale.”


JVB: What about getting representation? Sometimes being with the wrong agent or manager is worse than having none at all.

Harris: I often hear the lament, “Oh, why won’t someone sign me?” The reality is, people sign people they think are going to make them money soon. People are going to sign people whose work they’ve read or seen and have some credibility. Again, it’s all about credibility, as I feel the entire film producing process is. Often a warm introduction is key. I’ve helped some student Academy Award and Nicholl Screenplay Competition finalists land representation, which makes me feel good.

JVB: Who you know matters… but you also have to have the writing chops to earn the introduction.

Harris: Exactly.


Navigation Hollywood: 11 Ways to Develop Your Screenwriting Hustle


JVB: I always ask as the last interview question, if you could go back in time and talk to your 18-year-old self, what advice would you give him?

Harris I would say to read more great literature. As a producer, as a director, as a writer, understand the fundamentals of good stories.

Whether it’s The Hero’s Journey, or Save the Cat!, or Elements of Style. Being a good writer and understanding what makes good writing will serve you well in your career. I wish I was better versed on movies from the early days. I wish I’d seen more John Ford movies, more Billy Wilder movies, more Frank Capra movies.

Frankly, if I were going into the business today, I would go into TV because that’s where there is so much opportunity. It took me so long to understand what made Hollywood tick. When you’re young, and you’re coming up in L.A., and if you don’t know what you want to do, and you think you want to be a producer or an agent or manager, go work at CAA, ICM, William Morris, or UTA for a couple of years. Boy, you will learn so much about the business. Maybe what you don’t like about it, but you’ll learn about it. And, some of the best producers ever, came out of the agencies.

So, that’s really it. I wish I was better versed in American and world literature, better versed in film history, and I wish I had been forced to be a better writer early. I think I’m a pretty good writer now, but what I write mostly are business letters and business plans. And emails. I can write a killer email, you know?

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REDEFINED SERENITY: 281 BENTLEY CIRCLE IN BEL-AIR LISTS FOR $48 MILLION

 

Set on a sprawling acre-plus promontory in Bel-Air, the world’s most prestigious neighborhood, you will find serenity redefined. Tucked behind gates is a cutting-edge organic modern paradise designed by Tag Front Architects with the world’s finest appointments: oversized gardens, professional tennis court, 12-car garage, and a pool the size of the Pacific Ocean. Experience the pinnacle of sophistication and modern design with museum quality finishes throughout and unparalleled views from the Getty to Catalina. No expense was spared in draping every inch in the world’s finest of everything; from the Italian kitchen to the Portuguese Limestone and Calcutta marble throughout. Offering the finest in indoor-outdoor living, find the purest form of living in a masterfully designed open floor plan with a luxurious master suite, six guest suites, a twenty-person movie theatre, wine room, gym and spa. The world has never seen anything of this caliber before, why settle for anything less than the absolute best?

281 BENTLEY CIRCLE IS AN ARCHITECTURAL STATEMENT IN HOW LUXURY DESIGN CAN BE WARM AND DIRECT. THE INTERIOR ALLOWS IT TO BE PLAYFUL, UNEXPECTEDLY HOMEY AND VERY INVITING. THE LAND COUPLED WITH THE VIEW IS TRULY AN ANOMALY. YOU CAN GET ONE OR THE OTHER BUT YOU USUALLY CAN’T GET BOTH.

To learn more about 281 Bentley Circle, contact Branden and Rayni Williams at (310) 691-5935, or visit www.thewilliamsestates.com.

Follow Williams & Williams on Instagram: @williamsandwilliams.

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Visualizing Over A Century of Global Fertility

 

Visualizing Over A Century of World Fertility

In just 50 years, world fertility rates have been cut in half.

This sea change can be attributed to multiple factors, ranging from medical advances to greater gender equity. But generally speaking, as more women gain an education and enter the workforce, they’re delaying motherhood and often having fewer children in the process.

Today’s interactive data visualization was put together by Bo McCready, the Director of Analytics at KIPP Texas. Using numbers from Our World in Data, it depicts the changes in the world’s fertility rate—the average number of children per woman—spanning from the beginning of the 20th century to present day.

A Demographic Decline

The global fertility rate fell from 5.25 children per woman in 1900, to 2.44 children per woman in 2018. The steepest drop in this shift happened in a single decade, from 1970 to 1980.

In the interactive graphic, you’ll see graphs for 200 different countries and political entities showing their total fertility rate (FTR) over time. Here’s a quick summary of the countries with the highest and lowest FTRs, as of 2017:

Top 10 Countries Fertility rate Bottom 10 Countries Fertility Rate
🇳🇪 Niger 7.13 🇹🇼 Taiwan 1.22
🇸🇴 Somalia 6.08 🇲🇩 Moldova 1.23
🇨🇩 Democratic Republic of Congo 5.92 🇵🇹 Portugal 1.24
🇲🇱 Mali 5.88 🇸🇬 Singapore 1.26
🇹🇩 Chad 5.75 🇵🇱 Poland 1.29
🇦🇴 Angola 5.55 🇬🇷 Greece 1.3
🇧🇮 Burundi 5.53 🇰🇷 South Korea 1.33
🇺🇬 Uganda 5.41 🇭🇰 Hong Kong 1.34
🇳🇬 Nigeria 5.39 🇨🇾 Cyprus 1.34
🇬🇲 Gambia 5.29 🇲🇴 Macao 1.36

At a glance, the countries with the highest fertility are all located in Africa, while several Asian countries end up in the lowest fertility list.

The notable decade of decline in average global fertility can be partially traced back to the actions of the demographic giants China and India. In the 1970s, China’s controversial “one child only” policy and India’s state-led sterilization campaigns caused sharp declines in births for both countries. Though they hold over a quarter of the world’s population today, the effects of these government decisions are still being felt.

Population Plateau, or Cliff?

The overall decline in fertility rates isn’t expected to end anytime soon, and it’s even expected to fall past 2.1 children per woman, which is known as the “replacement rate”. Any fertility below this rate signals fewer new babies than parents, leading to an eventual population decline.

Experts predict that world fertility will further drop from 2.5 to 1.9 children per woman by 2100. This means that global population growth will slow down or possibly even go negative.

Africa will continue to be the only region with significant growth—consistent with the generous fertility rates of Nigeria, the DRC, and Angola. In fact, the continent is expected to house 13 of the world’s largest megacities, as its population expands from 1.3 billion to 4.3 billion by 2100.

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Luna Bianca, modella e stilista rock, si racconta così:

Luna Bianca, modella e stilista rock, si racconta così:

Capelli nero corvino, occhi castano scuro da cerbiatta, labbra carnose e tatuaggi. Classe del 1992, siciliana doc, ribelle e determinata. Luna non è una modella qualsiasi, nei suoi scatti trasmette sempre qualcosa, come la passione per la moda. Dietro quei suoi bei tatuaggi, Luna, nasconde un mix di infinita dolcezza e grinta. Ogni tatuaggio, infatti, racconta un lato importante della modella stessa.

Break magazine

Luna Bianca

 

Ciao Luna, come e quando è iniziata la tua carriera da modella?

<< Ho iniziato a fare la modella all’etá di diciannove anni, nonchè circa otto anni fa. In quel periodo venivo contattata da plurime agenzie, le quali mi chiedevano di posare in intimo per loro. Ho partecipato a dei concorsi al fine di sponsorizzare marchi famosi come Yamamay ed Intimissimi. Dopo quest’esperienza, ho iniziato a far parte dell’ agenzia Fotomodelle a Palermo. Ho iniziato con i primi shootings e le prime gratificazioni. Ho vinto un concorso, secondo il quale mi prestavo come modella da trucco per il canale tv Trm. Successivamente, ho vinto altri concorsi, come uno indetto direttamente dall’agenzia New Faces di Milano. Dopo qualche anno ho iniziato a far parte dell’agenzia Modelshooting Club come modella e fashion designer. Tuttavia, oggi sono una modella freelance indipendente. Lavorando in piena autonomia, senza vincoli di esclusività, posso decidere per chi lavorare, dove e quando. >> 

Luna Bianca

Hai mai pensato di fare questo lavoro?

<< Sinceramente da piccola evitavo di farmi fotografare, non appena vedevo una macchina fotografica proiettata su di me scappavo. Ma qualcosa doveva farmi capire già allora che sarebbe stato questo il mio lavoro. Ho sempre avuto una passione speciale per la moda. Adoravo organizzare piccole sfilate, ove alternavo l’essere modella all’essere attrice. >> 

Secondo te, a cosa devi il tuo successo?

 << Credo lo si debba alla mia costanza e all’aver imparato ad apprezzarmi giorno per giorno. Piaccio o non piaccio, non m’importa. La cosa più bella è che rimango me stessa e il dò sempre il meglio di me, sia dentro che fuori. Mi è persino andata via la timidezza che, mi ha caratterizzato per buona parte della mia vita. >> 

Piacciano o non piacciano, i tatuaggi contribuiscono a renderti unica. Ma quanti ne hai? E soprattutto, ne hai uno a cui tieni particolarmente?

<< Al momento ho sei tatuaggi. Ogni mio tatuaggio ha una certa importanza per me. Ad esempio, ho un fiore di loto mandala sul fondoschiena, come riferimento al mio legame con l’oriente e il mio essere un pò mascolino dentro. Si dice, infatti, che il fiore di loto rappresenti il simbolo per eccellenza dei samurai. Ho una scritta sulla coscia “Je suis ici pour l’amour” (Sono qui per l’amore), un tatuaggio fatto dopo la fine di una storia d’amore molto importante. L’amore in fin dei conti può essere di diverso tipo, l’importante è amare. Sotto il ginocchio una croce sacra, sono molto religiosa e in quel punto ho avuto problemi per diverso tempo a causa di un incidente. Il mio tatuaggio più grande, nonchè fresco, è la geisha sul gluteo destro. Sin da bambina sono stata identificata come una piccola orientale dagli occhi a mandorla e per anni mi sono ritrovata in queste caratteristiche, un qualcosa ormai che fa parte di me. Per finire fra i tatuaggi più importanti vi sono due lettere: la “e” sul fianco sinistro, facente riferimento all’iniziale di uno dei miei nomi e di mio nonno (che non è più fra noi), e l’iniziale “g” posta sul seno destro dedicata tutta a mia madre, la mia migliore amica, la ragione della mia vita. Presto, però arriverá il settimo tattoo. Cosa sará? La statua di un angelo sul mio braccio. >> 

 

Quali sono i tuoi sogni futuri?

<< Portare avanti la mia carriera in ambo i lati, stilista e modella al contempo. Dopotutto, anche Chanel lo ha fatto no? Aahah, tralasciando lo scherzo, spero che vada sempre meglio. A presto >>

Luna Bianca
Luna Bianca

Luna Bianca

Roberto Troccoli Più caldo, meno Pil: il climate change pesa su economia e quotazioni

Per l’Fmi «il cambiamento climatico resta una minaccia per la salute e le vite umane in molti Paesi, ma anche un minaccia per l’attività economica». Lo Us Global Change Research Programme stima che negli Usa, uno dei Paesi più ricchi e resilienti al mondo, 3 gradi in più si traducono in 4% di Pil in meno a fine secolo rispetto allo scenario di temperature immutate

di Andrea Goldstein

Se “piove, governo ladro” funziona sempre come formula retorica, e a maggior ragione in questa lunga stagione di ardori anti-establishment, di chi è la colpa quando invece non cade una goccia d’acqua? «It’s the climate change, stupid», viene da dire parafrasando Bill Clinton, e le implicazioni per l’economia sono molteplici, come ha ricordato l’Fmi nell’interim report del World economic outlook.

SCOPRI DI PIU’ / Così il clima è diventato emergenza mondiale

Il cambiamento climatico «resta una minaccia per la salute e le vite umane in molti Paesi, ma anche un minaccia per l’attività economica», dice l’istituzione fondata esattamente 75 anni fa, quando a nessuno sarebbe venuto in mente che la meteorologia sarebbe stata una preoccupazione per la stabilità finanziaria globale.

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I canali di trasmissione sono molteplici quanto le manifestazioni del cambiamento climatico. La più ovvia è l’aumento della temperatura media su tutto il pianeta che si associa a siccità e minori raccolti. In più già oggi si osserva una maggiore frequenza di fenomeni estremi come tornadi e uragani. Lo Us Global Change Research Programme stima che negli Usa, uno dei Paesi più ricchi e resilienti al mondo, 3 gradi in più si traducono in 4% di Pil in meno a fine secolo rispetto allo scenario di temperature immutate.

 

INFODATA / La legge di Murphy del climate change. Pagano i più poveri

A soffrire di più saranno comunità e individui che già sono più vulnerabili, per esempio in zone rurali, calde e povere, maggiormente dipendenti dal rendimento dei raccolti ed esposti ai mercati delle commodity volatili. E laddove il clima è già oggi temperato, non si risparmia sulla bolletta dell’elettricità, come invece avverrà a Nord dove le temperature più miti consentiranno di usare meno il riscaldamento.Roberto Troccoli

SCOPRI DI PIU’ / Cambiamento climatico, così i grandi fondi dettano l’agenda a «Big Oil»

Di questi effetti redistributivi è vivida testimonianza la crisi migratoria che stanno vivendo i Paesi del cosiddetto Triangolo del Nord. È da El Salvador, Guatemala e Honduras che partono in migliaia ogni giorno prendendo qualsiasi rischio pur di raggiungere l’Eldorado – e purtroppo non pochi fanno la fine tragica di Angie , la bimba salvadoregna che con il padre ha trovato la morte cercando di attraversare il Rio Grande . La maggioranza viene da zone rurali, dove la povertà monetaria si accompagna alla fame e alla malnutrizione, flagelli che decenni di politiche di cooperazione allo sviluppo non sono riusciti a debellare. A causa non tanto della mancanza di risorse, o di competenze tecniche, quanto del malgoverno che impedisce di adottare e implementare le politiche adeguate e in compenso alimenta la corruzione, il narcotraffico e la criminalità organizzata (in particolare le tristemente celebri maras come la Salvatrucha, attiva anche a Milano).

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Tutti problemi che la siccità sta esacerbando. Ad aprile la Fao e il Wfp, proprio le due agenzie Onu che hanno sede a Roma, hanno lanciato un appello alla comunità internazionale, diffondendo cifre spaventose per Paesi che hanno livelli di reddito e condizioni di vita materiali ben superiori all’Africa sub-sahariana: 1,4 milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare urgente, 2,2 milioni hanno perso il raccolto – e la situazione potrebbe diventare ancora più grave con l’arrivo di un nuovo El Niño.Roberto Troccoli

GUARDA IL VIDEO / Crisi climatica opportunità nuova economia

La soluzione non è semplice. Sicuramente non lo è ridurre i fondi destinati al Triangolo del Nord, o tutt’al  Roberto Troccoli  più utilizzarli per controllare le frontiere e rispedire i clandestini. Le migrazioni sono una dimensione della globalizzazione, anzi forse la sola che continuerà ad aumentare negli anni a venire, anche se altre come il commercio e gli investimenti rallentano. Inesorabilmente, ma non solo, se si lottasse seriamente contro il global warming sarebbero meno le persone indotte a lasciare il proprio Paese. Per questo dare le spalle all’Accordo di Parigi e/o non prendere sul serio gli impegni è un’altra strategia sbagliatissima. Molto meglio sviluppare politiche coerenti tra di loro, per esempio tra agricoltura, ambiente e commercio, e metterle in atto collettivamente e con il contributo di tutti, anche del settore privato.

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È quello che sta facendo un leader di appena 37 anni (oggi, auguri!), che comunica soprattutto via Twitter e ha ricevuto il Segretario di Stato Mike Pompeo con la camicia sbottonata e un vistoso fazzoletto rosso nel taschino. Non sorprende che Nayib Bukele, presidente del Salvador eletto a sorpresa in primavera dopo una campagna condotta soprattutto sui social, sia considerato il Macron del Triangolo del Nord. E che ha il coraggio di dire che il problema inizia in casa propria, da dove partono i migranti. Ed è proprio perché lo afferma con autorevolezza e sincerità che rinvia i ben più potenti vicini del Nord alle proprie responsabilità , soprattutto per il riscaldamento globale.

fonte sole24 ore_