Categoria: GOSSIP

Lost in traslation: come un errore di traduzione ha rischiato di causare una crisi spaziale

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Stazione spaziale internazionale

Quando le comunicazioni avvengono in lingue diverse, è importantissimo che le traduzioni siano precise. Un errore, anche piccolo, può avere conseguenze spiacevoli, specie quando i rapporti internazionali sono già difficili. Inoltre, prima di lanciare notizie d’agenzia come se fossero una novità assoluta, forse sarebbe il caso di controllare cosa era stato detto dagli stessi personaggi sullo stesso argomento in occasioni precedenti. Invece, combinando un errore di traduzione con un vuoto di memoria, si rischia di creare situazioni di crisi che non esistono.

È quello che è successo a fine luglio, quando gli organi di stampa russi hanno riportato la notizia che il nuovo capo di Roscosmos, Yuri Borisov, aveva comunicato al presidente Putin la decisione di ritirarsi dal programma Iss alla scadenza degli impegni sottoscritti, cioè dopo il 2024. Una traduzione frettolosa aveva frainteso il “dopo il 2024” in un più specifico “nel 2024”. Cosa che era suonata strana agli esperti, che avevano registrato con soddisfazione la notizia dell’accordo per lo scambio degli equipaggi russi e americani di appena dieci giorni prima. Perché Roscosmos aveva cambiato idea in modo così subitaneo?

Lost in translation

Semplicemente perché il significato del messaggio era stato lost in translation. Borisov aveva detto “dopo il 2024”, senza fornire una data. E aveva ripetuto parola per parola quanto aveva già detto nell’aprile 2021, quando, in qualità di vice primo ministro, aveva dichiarato che la struttura della Iss cominciava a mostrare gli acciacchi dell’età e non sembrava opportuno prolungare il progetto al di là del 2024, data prevista dagli accordi tra Nasa e Roscosmos.

Allora, quando sosteneva che che lo stato della struttura lasciava a desiderare, forse Borisov si riferiva alla perdita di pressione registrata nel modulo russo Zvezda, che aveva dato del filo da torcere ad astronauti e cosmonauti. Dopo che la tecnologia degli ultrasuoni, per percepire il fruscio dell’aria che sibila via verso lo spazio, non aveva funzionato, gli inquilini della Iss avevano deciso di affidarsi a una bustina di tè. Dopo avere disperso il contenuto nel modulo, erano usciti chiudendo tutto. Seguendo il movimento delle foglioline con le telecamere, erano finalmente riusciti a individuare la piccola falla, forse causata da un micrometeorite, e l’avevano sigillata con il nastro adesivo.

Nessuna missione è infinita

Di sicuro la Iss non può continuare la sua missione a tempo indefinito. Il primo dei suoi 16 moduli pressurizzati (il russo Zarya-Alba) è stato lanciato 24 anni fa. Lo stress termico e la continua pioggia di micrometeoriti e piccoli detriti causano ‘affaticamento’ del materiale e continue richieste di manutenzione. È quello che va ripetendo anche Vladimir Solovyov, il direttore di volo del segmento russo. I moduli erano stati progettati per durare 15 anni e quasi tutti hanno superato questo periodo di vita orbitale.

Anche in vista di questi problemi, la Nasa aveva originariamente previsto di terminare la sua partecipazione al progetto nel 2025, ma poi, lo scorso dicembre, la data limite era stata spostata al 2030. L’annuncio era arrivato in occasione della firma del contratto da 415,6 milioni di dollari assegnato a Blue Origin, Nanorack e Northrop Grumman per iniziare le attività di studio e sviluppo di nuove stazioni spaziali commerciali. I piani sono ancora nebulosi e, tra le tre, la compagnia più avanti è Northrop Grumman, che può capitalizzare sulla sua partecipazione alla nuova stazione cislunare della Nasa, Lunar Gateway. Probabilmente, però, la prima stazione spaziale sarà quella di Axion, che ha già iniziato le sue visite alla Iss, che verrà usata come base per il montaggio della nuova struttura.

Il futuro dello spazio russo

È presumibile che, prima di annunciare la volontà di continuare a usare la Iss fino al 2030, la Nasa abbia consultato i partner, in primo luogo Roscosmos, anche se non risulta che ci siano stati accordi formali.

Da questo punto di vista, la posizione di Borisov è, per lo meno, possibilista, perché un prolungamento oltre il 2024 potrebbe fare comodo anche ai russi per continuare a mantenere in attività i cosmonauti mentre si provvede a costruire la futura stazione spaziale russa Ross (Russian Orbital Service Station). Certo, il fatto che la Russia voglia costruire una sua stazione spaziale indipendente forse non è una buona notizia dal punto di vista della cooperazione spaziale, ma, se i russi vogliono tenere un piede in orbita, difficilmente vorranno fare accordi commerciali con società americane.

Tanto rumore per nulla? Forse sì, ma lo scompiglio generato dall’errore di traduzione è servito a dare visibilità al progetto Ross.

Il progetto Ross

L’idea sarebbe di iniziare a mettere in orbita il primo modulo (che implicherebbe lo sviluppo anche di nuove navette per il trasporto di merci e persone) a iniziare dal 2028. La fase successiva, con il lancio di altri moduli, inizierebbe nel 2030, ma non sembra che i piani siano completamente finalizzati. Per esempio, non è chiaro quale potrebbe essere l’orbita della Ross: si parla di un’orbita simil-Iss inclinata di 51,6°, oppure di un’orbita polare a 97°.

Secondo le dichiarazione di Solovyov, non si penserebbe a una struttura presidiata con continuità da cosmonauti che, invece, dovrebbero fare visite periodiche per controllare gli esperimenti. Mantenere una continua presenza umana ha un costo significativo e forse Roscosmos, forte dell’esperienza della Mir e ora della Iss, pensa che il gioco non valga la candela.

Per avere un’idea delle cifre, si può usare il metodo – certo semplicistico, ma efficace – proposto da Donald Goldsmith e Martin Rees nel loro libro The end of Astronauts. Dividendo il costo totale della Iss per i giorni di occupazioni da parte di tutti i suoi inquilini, ottengono la cifra di oltre sette milioni al giorno.

Ovviamente i conti andrebbero fatti in modo diverso, ma i due stanno caldeggiando l’utilizzo di robot piuttosto che di esseri umani. Il vantaggio è evidente: i robot sono molto meno costosi perché non devono respirare, bere e mangiare, possono lavorare nel vuoto cosmico e non rischiano di ammalarsi a causa delle radiazioni. A giudicare dalla dichiarazioni, sembra che il direttore di volo della Iss russa condivida, almeno in parte, le loro argomentazioni.

L’articolo Lost in traslation: come un errore di traduzione ha rischiato di causare una crisi spaziale è tratto da Forbes Italia.

Vedrai compra il 60% di Indigo.ai per diventare un polo dell’intelligenza artificiale

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Vedrai

Diventare un polo dell’intelligenza artificiale, competitivo a livello italiano ed europeo, e democratizzare questa tecnologia per portarla alle piccole e medie imprese. È con questo obiettivo che Vedrai, società che sviluppa soluzioni basate su intelligenza artificiale a supporto del processo decisionale delle pmi, ha acquisito il 60% di Indigo.ai, che entra nel gruppo fondato nel 2020 da Michele Grazioli mantenendo brand, prodotti e team. Restano inoltre nel capitale sociale tutti e cinque i founder di Indigo.ai, segnando così l’inizio di una solida collaborazione industriale tra due realtà del nuovo made in Italy tecnologico.

Il dialogo Indigo.ai-Vedrai

Con questa acquisizione Vedrai potrà mettere a disposizione delle pmi l’intelligenza artificiale conversazionale di Indigo.ai, la piattaforma completamente no-code pensata per consentire anche a chi non ha competenze tecniche di sviluppare chatbot e interfacce conversazionali, per aumentare le vendite e migliorare il servizio clienti.

Le soluzioni sviluppate da Vedrai dialogheranno con quelle di Indigo.ai per accelerare il percorso di espansione e posizionamento in Italia e all’estero. Insieme, le due società hanno diversi progetti all’orizzonte. Tra questi il più ambizioso è quello di fare ‘parlare’ gli agenti virtuali di Vedrai grazie alle soluzioni di Indigo.ai, sia attraverso chat sia attraverso assistenti vocali.

L’obiettivo: rendere democratica l’intelligenza artificiale

La scelta di Vedrai di acquisire Indigo.ai è legata alla grande esperienza di quest’ultima nelle soluzioni di intelligenza artificiale conversazionale per progettare e costruire chatbot e interfacce conversazionali personalizzate, scalare applicazioni AI e analizzare insight. Fondata nel 2016, Indigo.ai è uno dei principali player nell’ambito del natural language understanding e del natural language generation ed è stata scelta con le sue soluzioni da aziende come Lavazza, Just Eat e Santander Consumer Bank per aumentare le vendite e migliorare l’esperienza utente.

“Vedrai condivide con Indigo.ai la mission di rendere l’intelligenza artificiale uno strumento democratico, che sappia parlare in modo concreto ai problemi delle aziende, anche di quelle che per dimensioni o cultura sono solitamente attori non protagonisti dei grandi processi di innovazione”, spiega Grazioli. “La tecnologia di Indigo.ai ci permetterà di rendere le nostre soluzioni ancora più semplici e intuitive da utilizzare, sviluppando una modalità di interazione basata sul linguaggio naturale che non richiede periodi di formazione o rodaggio e che quindi possa avvicinare fin da subito i nostri strumenti ai problemi che devono risolvere”.  

Tecnologie accessibili per essere più competitivi

“Grazie alla collaborazione con Vedrai, Indigo.ai accelererà il suo percorso di crescita ed espansione, rafforzando il proprio posizionamento come punto di riferimento per tutte le aziende che vogliono evolvere la customer experience utilizzando l’intelligenza artificiale”, aggiunge Gianluca Maruzzella, cofondatore e ceo di Indigo.ai. “La mission di Vedrai è perfettamente allineata alle nostre ambizioni e, come noi, punta a rendere l’AI una tecnologia finalmente accessibile. Questo accordo, reso possibile anche grazie al supporto di Growth Capital, rappresenta la scelta migliore per il futuro delle due società e delle sue persone, ma anche per l’ecosistema tech italiano che vede le sue aziende sempre più unite, forti e in grado di affrontare il contesto globale”.

“I prodotti di Indigo.ai si integrano perfettamente con quelli di Vedrai e, insieme, saremo in grado di raggiungere sempre più settori”, conclude Diego Maccarelli, head of corporate finance di Vedrai. “Il mercato dell’AI in Italia è in crescita ed è fondamentale che le aziende che condividono una visione uniscano le forze, per ottenere il massimo dei benefici e rendere il settore più competitivo e attrattivo anche all’estero”.

L’acquisizione è parte del rapido processo di crescita del gruppo Vedrai che ha già visto, a soli due anni dalla nascita, due aumenti di capitale per oltre 45 milioni di euro, l’acquisizione di Premoneo, la joint venture che ha portato alla nascita di Fermai, l’apertura della sede in Spagna e lo sviluppo del business in vari ambiti, dal manifatturiero al retail, fino allo sport.

L’operazione ha avuto come advisor Bocg, Growth Capital, Legance, lo Studio Legale Eruzzi e lo Studio Legale Portolano Cavallo.

L’articolo Vedrai compra il 60% di Indigo.ai per diventare un polo dell’intelligenza artificiale è tratto da Forbes Italia.

Elon Musk torna a vendere: ha ceduto azioni di Tesla per quasi 7 miliardi di dollari

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elon musk, gigafactory Berlino

Secondo documenti depositati alla Securities and Exchange Commission, la scorsa settimana Elon Musk ha venduto circa 6,9 miliardi di dollari di azioni Tesla. Si tratta di una vendita a sorpresa che arriva più di tre mesi dopo che l’uomo più ricco del mondo aveva dichiarato che “non erano previste ulteriori vendite Tesla”.

Aspetti principali

  • Secondo i documenti, Musk ha venduto più di 7,9 milioni di azioni in dozzine di transazioni tra venerdì e martedì, a un prezzo medio di 875 dollari per azione.
  • Il miliardario dovrà versare circa 1,65 miliardi di dollari in tasse federali sulle plusvalenze derivanti dalla vendita, portando nelle sue tasche quindi un netto di circa 5,25 miliardi di dollari.
  • Non è chiaro il motivo per cui Musk ha scelto di vendere: non ha risposto, infatti, a una richiesta di commento di Forbes.

In cifre

Più di 31 miliardi di dollari. Questo è il valore delle azioni di Tesla vendute da Musk a partire da novembre 2021.

Sullo sfondo

A differenza delle transazioni precedenti, che erano attese, le vendite di Musk di questa settimana erano inaspettate. Il ceo di Tesla aveva infatti annunciato le sue vendite di fine 2021 in un tweet. Aveva inoltre raccolto circa 8,5 miliardi di dollari di fondi al lordo delle imposte in una serie di vendite fatte ad aprile. Tutto ciò è avvenuto dopo la sottoscrizione dell’accordo (poi saltato) da 44 miliardi di dollari per acquistare Twitter. Si prevedeva che gli 8,5 miliardi di dollari sarebbero stati destinati all’acquisto del social, saltato per le preoccupazioni di Musk sugli account bot e spam. Twitter ha risposto intentando una causa contro Musk presso il Delaware Chancery Court nel tentativo di forzare l’accordo. Il 17 ottobre, se le due parti non dovessero raggiungere un accordo, inizierà il processo.

Il patrimonio di Elon Musk

Secondo la classifica dei miliardari di Forbes, Musk è la persona più ricca al mondo, con un patrimonio stimato di 255,1 miliardi di dollari.

L’articolo Elon Musk torna a vendere: ha ceduto azioni di Tesla per quasi 7 miliardi di dollari è tratto da Forbes Italia.

Dalla Baviera al cuore dell’Italia: viaggio nella cucina di Heinz Beck

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Chef Heinz Beck

Ogni viaggiatore, almeno una volta nella vita, si trova ad affrontare il percorso che lo porterà a conoscere se stesso. Ed è questo che ha spinto Heinz Beck ad affermarsi in Italia: il desiderio di arrivare al di là di ciò che avrebbe potuto raggiungere. La sua, dopotutto, è una profonda storia d’amore con il cibo, legata dal connubio professionale ed emotivo di due regioni d’adozione: il Lazio e la Sicilia.

verdure primavera Heinz Beck
Le verdure primavera di Heinz Beck (foto Janez Puksic)

La storia di Heinz Beck

Chef tre stelle Michelin e tre forchette – di recente riconfermate dal Gambero Rosso – al ristorante La Pergola di Roma, Heinz Beck inizia il suo viaggio nel mondo dell’alta ristorazione nei quartieri dinamici di Berlino e Monaco di Baviera, dove acquisisce, sotto la guida di realtà stellate, tecniche di cucina e nozioni di gestione amministrativa. Qualità che gli hanno permesso di cambiare le sorti della Pergola (che si trova all’interno dell’Hotel Rome Cavalieri), che ha ricevuto nel 2005 la terza stella Michelin ed è diventato uno dei ristoranti con più fascino al mondo, anche grazie alla sua vista sul Colosseo.

“Ricevere una stella Michelin è il coronamento di un sogno. Un po’ come vincere il premio Pulitzer per un giornalista, uno scrittore o un fotografo. È il riconoscimento più importante e un momento meraviglioso da vivere”, racconta Beck.

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Scampo con peperoni e gazpacho verde (foto Adriano Truscello)

L’incontro che ha segnato Heinz Beck

A determinare il modus operandi di Beck è l’incontro del 1991 con il suo omonimo Heinz Winkler, chef tedesco con tre stelle Michelin e origini sudtirolesi. In quel periodo Beck si dedica sia alla pasticceria sia all’alta cucina salata, sviluppando una flessibilità nella preparazione e nella gestione di idee creative dolci e salate. Donando loro, nel tempo, la forza di una ritrovata armonia.

“Queste esperienze in Italia e in Germania mi hanno permesso di trovare l’equilibrio nei miei piatti e nell’applicazione delle tecniche moderne”, spiega lo chef. “Tutto ciò che si apprende all’interno delle strutture ti permette, poco per volta, di trovare ciò che ti rappresenta. È importante, però, non abbandonare il confronto, perché ti stimola a cercare nuovi orizzonti. Ti rende sempre giovane e curioso”.

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Tortellini al basilico con mozzarella liofilizzata e acqua all’insalata di pomodoro (foto Janez Puksic)

Il lusso e l’arte del mangiar bene

Dietro ogni successo di uno chef c’è anche la capacità di tenere in piedi un’attività dal punto di vista manageriale e imprenditoriale. Nel 2005, infatti, Beck fonda, insieme alla moglie Teresa Maltese, di origini siciliane, la Beck and Maltese Consulting, con il ruolo di operational manager.

La società di consulenza li vede protagonisti nella gestione di locali in giro per il mondo: La Pergola a Roma, St. George Restaurant by Heinz Beck a Taormina, Heinz Beck Season at Ristorante Castello di Fighine a Siena, Ruliano with Heinz Beck a Parma, Café Les Pailottes a Pescara, Heinz Beck Restaurant a Santa Margherita di Pula, Cagliari, e, dal 2021, crea le Heinz Beck Food Line by Beck & Maltese Consulting per Palazzo Fiuggi all’interno di Palazzo Fiuggi. Poi ci sono i locali all’estero: Gusto by Heinz Beck in Portogallo e Social Heinz Beck a Dubai. E lo chef è pronto a nuove aperture.

Il confronto giornaliero e costruttivo messo in moto dall’equilibrio di Heinz Beck ha dato vita a un’offerta gastronomica emozionale, moderna e attenta alla salute e al rispetto della stagionalità. “Lavoriamo tantissimo nella creazione dei nostri piatti”, dice lo chef. “Ogni nuovo piatto nasconde l’opportunità di metterci alla prova e di fare sempre del nostro meglio per conoscere nuovi sapori e nuove combinazioni. Il segreto è andare avanti. Sempre”.

L’articolo Dalla Baviera al cuore dell’Italia: viaggio nella cucina di Heinz Beck è tratto da Forbes Italia.

Così una società di consulenza aiuta le Pmi italiane a digitalizzarsi

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MyChicJungle

Articolo tratto dall’allegato Small Giants di Forbes di giugno 2022. Abbonati!

Abbracciare il cambiamento. Un diktat assoluto per raggiungere dei risultati concreti. Dal punto di vista dei servizi, delle modalità organizzative e dei processi aziendali, l’aggiornamento tecnologico e l’innovazione devono essere due aspetti imprescindibili. Una consapevolezza senza dubbio diffusa e amplificata dalla pandemia: basti pensare che la spesa per la digitalizzazione in ambito aziendale, secondo uno studio di Markets and Markets, passerà da 521 miliardi a 1.247,5 miliardi di dollari a livello globale entro il 2026, con un incremento medio annuo del 19%. Insomma, il messaggio è chiaro: il momento giusto per trasformarsi è adesso.

Tuttavia, nonostante questa grande voglia di innovazione in Italia, per quasi due aziende su tre (il 63%) l’infrastruttura digitale resta un problema concreto. Mancanza di competenze? Problema culturale? Qualunque sia il nodo della questione, c’è un’azienda che 10 anni fa ha gettato le sue fondamenta proprio con l’intenzione di aiutare le imprese – in particolare modo le Pmi – nell’obiettivo di innovarsi. Già, 10 anni fa, quando i social media erano appena nati e la pandemia al massimo poteva essere ascrivibile alla lista di profezie di Nostradamus. Il suo nome è MyChicJungle: “Quando siamo nati, il nostro intento era quello di fare strada alle imprese nella ‘giungla’ della comunicazione” afferma Jacopo Moschini, ceo alla guida dell’azienda insieme al presidente Paolo Broglia. “Oggi le affianchiamo nella giungla della digitalizzazione”.

Nata come partner per progetti di comunicazione digitale, MyChicJungle si propone come hub per l’innovazione, il cui punto di forza è la sinergia tra le competenze coinvolte. “Grazie alle nostre skills accompagniamo le aziende in progetti end-to-end” afferma Moschini. “Cosa significa? Praticamente ci occupiamo di tutto, dallo studio di fattibilità all’analisi di una determinata esigenza in base all’industry di riferimento, fino alla scelta della tecnologia, allo sviluppo e alla implementazione della stessa” continua il ceo, che può contare su un team di oltre 80 professionisti formato da consulenti, project manager, creativi e sviluppatori. I servizi offerti vanno dallo sviluppo di software classici fino a veri e propri macchinari 4.0, intelligenza artificiale e blockchain: “Siamo tra le prime cinque aziende in Italia con progetti concreti in questo campo, è una tecnologia in cui abbiamo una particolare expertise”.

Ma i risvolti di questo ordinato groviglio di innovazione non finiscono qui. Quando diventi un partner di open innovation e impari a conoscere le potenzialità delle tecnologie, infatti, è facile che si inneschi un circolo virtuoso. Durante gli ultimi quattro anni MyChicJungle, a confermare che la sua metamorfosi da semplice società di consulenza a hub di innovazione è ormai completata, ha investito anche in numerose startup. Una in particolare sta continuando a crescere, tanto da diventare la seconda attività di Moschini e Broglia. Si chiama Japal.it, conosciuto oggi come l’e-commerce ufficiale del largo consumo. “Nasce da un progetto di consulenza di open innovation di un nostro cliente, il gruppo Tavola (proprietario, tra l’altro, dell’Arbre Magique, ndr). Per loro abbiamo iniziato a fare uno studio di fattibilità in ambito e-commerce. Da lì, quando abbiamo mappato l’esigenza che ci manifestava il nostro cliente, abbiamo capito che quel bisogno avrebbe interessato presto tutto il mondo del largo consumo. Così ci siamo inventati Japal.it. Nata nel 2018, Japal oggi ha in gestione cinquanta brand, quattro round di investimenti alle spalle e una valutazione che si aggira intorno ai 4 milioni di euro. Un’evoluzione galvanizzata dal lockdown, responsabile di aver diffuso una consapevolezza oramai assodata: ovvero che oggi, senza la digitalizzazione, si va poco lontano.

“Altro progetto interessante su cui abbiamo investito recentemente è il Ies” aggiunge Jacopo Moschini. Acronimo di Italian Enablers of Sustainability, questo progetto ha inizio da Piazza della Scala, a Milano. Il famoso slargo antistante lo storico ed omonimo teatro viene mantenuto oggi attraverso cooperative che danno lavoro a persone fragili ed emarginate. “Noi abbiamo semplicemente aggiunto la tecnologia per rendere questo servizio scalabile” afferma Moschini. “Abbiamo creato una piattaforma in cui le aziende dedicano una percentuale annuale del fatturato per dare un contributo a queste cooperative per riqualificare le piazze di Milano. Ies certifica in blockchain il contributo e restituisce all’azienda un report che va ad incidere sui 17 SDG’s dell’Agenda 2030”. In più le imprese che contribuiscono possono avere accesso a fondi di finanziamento, maggiore visibilità e una migliore reputazione.

MyChicJungle, oggi, ha due anime. Una legata alla comunicazione, che rappresenta ancora la metà del fatturato. E l’altra improntata all’open innovation, da cui sono nate startup quali Japal e Ies. Ma l’obiettivo resta comunque sempre lo stesso: portare tecnologia, digitalizzazione e innovazione nelle aziende, soprattutto nelle Pmi. “Lavoriamo al 70% con le piccole e medie imprese, per il restante 30% con startup e multinazionali” aggiunge Moschini, convinto che quello in cui si stanno muovendo sia un mercato ancora tutto da fare, con grandi potenzialità e la possibilità di un ulteriore boost proveniente dal Pnrr, che ha stanziato importanti fondi in materia di innovazione.

Nel futuro l’obiettivo di MyChic Jungle è quello di “massimizzare le competenze che abbiamo consolidato in questi dieci anni, rendendo le due unit sempre più distinte. Così che un domani possano svilupparsi ulteriormente con uno spin off o con delle acquisizioni esterne, nella possibilità di progredire sempre più in maniera autonoma. Sono cresciute del 30% anno su anno: cercheremo di mantenere questo trend”.

L’articolo Così una società di consulenza aiuta le Pmi italiane a digitalizzarsi è tratto da Forbes Italia.

Arriva il poke bitcoin. La storia dell’azienda vicentina che farà pagare il riso hawaiano in criptovalute

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Mario Traverso Poke Sun Rice

“Il giusto compromesso per chi vuole restare leggero e mangiare sano senza rinunciare al gusto”. Si parla di piatti hawaiani a base di pesce crudo con cereali, verdure e tanti altri ingredienti, ma riassumere Poke Sun Rice solo con queste parole sarebbe estremamente riduttivo. È molto di più, rappresenta un’idea che è riuscita a espandersi anche quando l’Italia (e più in generale buona parte dell’Europa) era chiusa per il Covid grazie alla cura maniacale della qualità e a un gruppo che dalle 13 sedi del 2021 punta a chiudere quest’anno con l’obiettivo di sfondare quota 30 punti vendita. Un sogno diventato realtà. Ed ogni volta che raggiungono l’obiettivo, i responsabili spostano l’asticella un po’ più in alto, sempre tenendo fermi i principi basilari su cui costruire un’idea di successo. A capo di Tbt Food, la srl che gestisce Poke Sun Rice, c’è Mario Traverso, ceo e fondatore insieme al fratello Marcelo.

Come nasce l’idea che si sta sviluppando rapidamente in diverse zone d’Italia?
“Siamo partiti con il progetto di pokerie, ma stiamo diventando una piattaforma incubatrice di food retail. Siamo nati nel 2019, pochi mesi prima dello tsunami provocato dal covid, e abbiamo aperto il nostro primo punto vendita al Centro Commerciale di Vicenza. Poi è esplosa la pandemia ma siamo ugualmente riusciti a crescere nei due anni più bui dell’economia europea, in un momento in cui l’incertezza regnava sovrana e in pochi pensavano al futuro, concentrandosi esclusivamente su quanto si stava verificando a livello mondiale. Noi ci siamo sviluppati perché avevamo ben chiaro il nostro percorso: abbiamo registrato il marchio e siamo riusciti ad effettuare una pianificazione adeguata. Una delle nostre armi in più? Da noi c’è un mix di esperienza e gioventù, rappresentato da me e da mio fratello Marcelo che ha 15 anni in più e quando siamo partiti vantava precedenti esperienze nel mondo retail”.

Il Covid ha messo i bastoni fra le ruote a molti progetti ma non è riuscito a crearvi grossi problemi.
“Avevamo previsto parecchie aperture, invece nel primo periodo abbiamo dovuto fare i conti con degli ostacoli evidenti causati dalle limitazioni imposte dal virus. Ma ci siamo rifatti nel 2021, accelerando i tempi e registrando lo sviluppo di 10 nuove sedi. È stato l’anno della rincorsa al sogno perché noi non ci poniamo limiti e lo stiamo dimostrando con i fatti”.

Gli obiettivi quali sono?
“Completare l’area del Triveneto, dove siamo già consolidati, ed allargarci ulteriormente in Emilia-Romagna, Friuli e Trentino. Ma non c’è alcuna intenzione di fermarsi, infatti è già previsto il nostro sbarco anche a Roma e a Milano. Tbt Food nasce però sin da subito con un’ambizione più ampia, che va ben oltre il Poke: riteniamo infatti che in Italia ci sia un importante potenziale di sviluppo e di innovazione nel settore food retail. Per questo la nostra ambizione è quella di sviluppare diversi format che abbiano come comune denominatore la qualità e la replicabilità, alcuni sono già in fase di sviluppo e di lancio, anche se per il momento non vogliamo svelare tutti i segreti. Inoltre, puntiamo a essere di ispirazione per i giovani, stiamo dimostrando che è fondamentale non mollare mai e crederci sempre: rischiare con responsabilità, senza andare allo sbaraglio, ti permette di realizzare i tuoi sogni. Ma deve essere chiaro: alla base deve esserci un’idea ben definita e una grande competenza nel settore in cui si vuole investire”.

Vi state allargando a vista d’occhio e i numeri lo dimostrano.
“Fondamentale è puntare su un gruppo solido. Per questo fra il 2020 e il 2021 abbiamo rinunciato a qualche apertura per sviluppare la nostra struttura interna, basandoci su figure professionali di assoluto livello. Pianificare al giorno d’oggi è sempre più importante, direi fondamentale. Al nostro tavolo facciamo sedere alcuni tra i migliori consulenti presenti sul mercato e ascoltiamo con grande attenzione i loro suggerimenti. Non siamo imprenditori con i paraocchi, crediamo che per crescere sia necessario confrontarsi con specialisti di tutti i settori”.

Quali sono le vostre caratteristiche vincenti?
“In questo periodo storico senza qualità non si va da nessuna parte. Noi scegliamo accuratamente i nostri fornitori, che possano accompagnarci anche in una fase di espansione. E poi puntiamo sul servizio e su un format allegro, la gente quando entra da noi deve sentirsi accolta. I punti vendita hanno design di qualità, grazie all’aiuto di un leader internazionale del settore, e guardiamo anche al futuro, come conferma la riduzione della plastica, tutta riciclabile, e una grande attenzione a tematiche sociali”.

Per quanto riguarda i vostri numeri?
“Per il momento sono operativi 14 punti vendita e ne abbiamo già contrattualizzati altri 10, ma l’obiettivo è arrivare a 30 entro la fine dell’anno. Nel 2021 abbiamo registrato 7 milioni di fatturato della rete con un aumento rispetto all’anno precedente del 300%. E nel 2022 raggiungeremo quota 20 milioni. Non è finita, l’85% per cento dei nostri dipendenti è donna, hanno grandi opportunità non solamente all’interno dei punti vendita ma anche in ruoli importanti nella nostra struttura”.

Quali sono le idee e le novità che avete in cantiere per il futuro?
“Ci stiamo attrezzando, e saremo pronti a breve, per essere la prima catena di Pokè in grado di accettare pagamenti in bitcoin. Puntiamo a diventare operativi entro la fine dell’estate. Siamo coscienti che la criptovaluta sta prendendo piede e vogliamo tenere un occhio sul futuro, ma vogliamo farlo in modo sostenibile, per questo abbiamo deciso di collaborare con la Onlus Worldrise, che si occupa di preservare l’ambiente marino, devolvendo loro parte dei pagamenti in criptovaluta che riceveremo. Per TBT invece abbiamo già allo studio dei nuovi format, il primo del quale verrà lanciato entro l’anno, e l’espansione internazionale prevista nel secondo semestre del 2023″.

L’articolo Arriva il poke bitcoin. La storia dell’azienda vicentina che farà pagare il riso hawaiano in criptovalute è tratto da Forbes Italia.

La dieta intelligente. Come un under 30 vuole migliorare la cultura dell’alimentazione con gli algoritmi

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Andrea Lippolis

Articolo tratto dal numero di agosto 2022 di Forbes Italia. Abbonati! 

Ai tempi dell’università a Milano, tra un allenamento di basket e l’altro, capitava spesso che il leccese Andrea Lippolis tornasse a casa affamato, rimpiangendo la cucina di casa. “Desideravo una dieta bilanciata in base alle mie esigenze. E all’epoca non c’era un servizio online di consegna a domicilio di piatti pronti e personalizzati per chi voleva restare in forma. Così ho deciso di crearlo io”. Da sempre appassionato di fitness, e con un passato da cestista nelle serie minori, nel 2011 Lippolis ha quindi lanciato Feat Food, piattaforma che sfrutta le potenzialità dell’intelligenza artificiale per preparare pasti bilanciati. L’idea piace e nel 2016 la startup entra nel programma di accelerazione di Impact Hub, a Milano. “Ho raccolto capitale in vari round di finanziamento, l’ultimo, da 1,5 milioni di euro, lo scorso dicembre, per 4 milioni di euro in totale”, dice lo startupper, laurea in Ingegneria gestionale presso il Politecnico.

Per preparare un determinato piano alimentare, la piattaforma, che oggi ha cambiato nome in Vita Meals, sfrutta le potenzialità del machine learning. In base a un sistema di intelligenza artificiale, ideato dal team, ogni consumatore inserisce nel calcolatore i suoi dati (sesso, età, peso, altezza, obiettivi). A questo punto, attraverso un’analisi predittiva, il software individua la quota di calorie giornaliere e di macro-nutrienti necessari per il raggiungimento degli obiettivi. “Più vengono aggiornati i dati nel pannello utente, più il software diventa preciso nell’individuare i percorsi nutrizionali, calcolando le grammature esatte, scegliendo le combinazioni di ingredienti e distribuendoli tra i pasti previsti nella dieta”, prosegue Lippolis. Finora, il database di Vita Meals conta oltre 20mila utenti, suddivisi in macro categorie in base alle diverse caratteristiche fisiche e obiettivi da raggiungere, alle quali corrispondono, su misura, diversi regimi alimentari.

E questo perché, anche nel food, la personalizzazione assume un’importanza cruciale. “Fortunatamente, negli ultimi anni la consapevolezza su questo tema è in forte crescita; ognuno di noi è unico, e ha quindi la necessità di consumare ciò che è più giusto per il proprio benessere”. Quando è nata la piattaforma, Lippolis voleva che avesse un impatto positivo sulle persone: aiutarle nella quotidianità, migliorare il loro stato di salute, supportarli nel raggiungimento dei loro obiettivi. Anche i numeri lo hanno aiutato: partito da solo con 5mila euro, dal 2015 a oggi la società ha raggiunto partner commerciali come Riso Gallo e Amadori. A settembre 2020, poi, la società, che oggi conta 34 persone nel team, ha conseguito un aumento di capitale per un totale di 1,8 milioni di euro, di cui ha fatto parte anche una campagna di equity crowdfunding.

Ma come è cambiato il settore del food tech in Italia negli ultimi anni? “Lo descriverei come un mondo in crescita, che ha necessità di capitali per essere all’altezza dei mercati esteri. Ci sono varie tematiche, sulle quali abbiamo la necessità di risultare competitivi come le proteine vegetali, l’agricoltura verticale e il riciclo degli ingredienti. La cultura alimentare italiana è senza alcun dubbio molto forte, su questo siamo maestri. Ma negli ultimi anni c’è stato molto spazio per le contaminazioni esterne e, quindi, per la sperimentazione”. Quando non è in riunione, la giornata tipo di un giovane imprenditore come Lippolis consiste nel risolvere problemi e prendere decisioni. “Abbiamo tante ambizioni per il futuro. Il nostro desiderio è quello di crescere, e nel farlo guarderemo sempre di più al mondo della nutrizione personalizzata con un approccio olistico. C’è veramente tanto da fare e noi siamo pronti a rimboccarci le maniche”.

L’articolo La dieta intelligente. Come un under 30 vuole migliorare la cultura dell’alimentazione con gli algoritmi è tratto da Forbes Italia.

Tornano i meme stock: Reddit fa volare il titolo di un’azienda di prodotti per la casa in difficoltà

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Reddit

I meme stock vanno ancora più su. Lunedì 8 agosto le azioni di Bed Bath & Beyond, un’azienda di prodotti per la casa, hanno compiuto un balzo vicino al 40%, e sono saliti anche GameStop e Amc. È il risultato di un’operazione di trader dilettanti che si sono coordinati per fare salire le azioni. Tanto che alcuni esperti ora avvertono: la mania dei meme stock è tornata.

I fatti principali

  • Il titolo del rivenditore di articoli per la casa Bed Bath & Beyond è salito del 35% circa e ha raggiunto gli 11 dollari ad azione. A investire sono stati trader dilettanti, inclusi quelli del forum di Reddit WallStreetBets.
  • Bed Bath & Beyond ha continuato così una striscia positiva di nove sessioni consecutive, durante le quali ha guadagnato più del 130%.
  • Bed Bath & Beyond è stato il nome più cercato lunedì sul forum WallStreetBets, secondo la piattaforma di ricerca sugli investimenti Quiver Quantitative. Nel frattempo, la maggior parte degli utenti partecipava a una discussione intitolata: “Gme, Bbby e Amc, megadiscussione sui memestock per lunedì 8 agosto 2022”.
  • I titoli di altri meme trade, come GameStop e Amc, sono cresciuti di pari passo lunedì: entrambi hanno guadagnato circa l’8%, sempre con un aiuto consistente dai trader di Reddit.
  • Gli esperti ora fanno paragoni con la mania dei meme stock dello scorso anno, quando i tre titoli volarono grazie a un esercito di piccoli investitori che fece salire i prezzi, mise in piedi uno short squeeze e sorprese i tanti che che avevano venduto allo scoperto.
  • La recente volatilità dei prezzi ricorda la vicenda della fintech di Hong Kong Amtd Digital, che la scorsa settimana ha visto il titolo salire di più del 125% in un solo giorno, prima di perdere quasi il 40% nella sessione successiva.

La frase chiave

“Comportamenti privi di senso stanno di nuovo prendendo d’assalto i mercati”, ha commentato Adam Crisafulli, fondatore di Vital Knowledge. “I meme stock vedono un aumento di popolarità: sia i vecchi meme stock, sia alcuni nuovi titoli”. Ancora Crisafulli ha aggiunto che con la crescita di Bed Bath & Beyond, GameStop e Amc, sommata a quella di Amtd Digital la scorsa settimana, sembra che ci siano ancora segnali di “esuberanza irrazionale” sui mercati.

Il contesto

Il titolo di Bed Bath & Beyond è in ascesa nonostante le notizie delle ultime settimane non siano state positive. L’azienda sta lavorando per riprendersi dopo che la ceo ad interim, Sue Gove, ha preso il posto di Mark Tritton a giugno, sull’onda di una serie di risultati finanziari negativi.

L’ex amministratore delegato aveva tentato di invertire la tendenza al ribasso delle vendite anche lanciando nuovi marchi private label (cioè quelli commercializzati con il marchio del distributore e non con quello del produttore). Una strategia che non aveva dato risultati e che è stata abbandonata da Gove. Ancora adesso il titolo è in ribasso del 30% nel 2022 e gli analisti di Wall Street non sono ottimisti: nove su dieci consigliano di mantenere o di vendere le azioni.

L’articolo Tornano i meme stock: Reddit fa volare il titolo di un’azienda di prodotti per la casa in difficoltà è tratto da Forbes Italia.

Pratiche scorrette sull’rc auto, l’Antitrust multa per 5 milioni Generali e UnipolSai

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Generali Italia tra le 100 eccellenze Forbes in CSR

Una multa milionaria per UnipolSai e Generali. L’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcom) ha sanzionato i due colossi delle assicurazioni per aver adottato, nella fase di liquidazione dei danni rc auto, “una pratica commerciale scorretta in violazione del Codice del Consumo”. In considerazione della gravità e della durata della pratica, “l’Autorità ha irrogato a ciascuna società una sanzione di cinque milioni di euro, il massimo edittale consentito”.

Secondo quanto comunicato dall’Agcom, “le due società hanno reso difficoltoso per i clienti l’accesso al fascicolo del sinistro e hanno omesso informazioni rilevanti sull’ammontare del rimborso o sul suo rifiuto. Inoltre i consumatori sono stati ostacolati nell’esercizio dei diritti derivanti dal contratto di assicurazione rc auto”.

Il provvedimento contro Generali e UnipolSai

L’Antitrust segnala inoltre che “la pratica commerciale è stata realizzata tramite condotte ingannevoli e aggressive”. In primo luogo, “le due società hanno attuato comportamenti dilatori, ostruzionistici e/o di ingiustificato rifiuto, in relazione all’esercizio del diritto del danneggiato di accesso al fascicolo del sinistro. Risulta, infatti, che UnipolSai e Generali abbiano risposto in ritardo, rispetto ai termini fissati dalla normativa di settore, a numerose istanze di accesso agli atti”.

Nel caso di Generali, “il riscontro e/o il rigetto tardivo delle istanze di accesso ha riguardato anche quelle formulate prima della presentazione da parte della società di un’offerta risarcitoria o del suo rifiuto, momento in cui il diritto all’accesso non è ancora sorto in capo al danneggiato. La compagnia, tuttavia, in questi casi non ha comunicato l’irricevibilità dell’istanza, né ha effettuato l’accesso una volta che l’iter di valutazione del sinistro si è concluso. UnipolSai, invece, in alcuni casi ha dato riscontro alla richiesta di accesso mettendo a disposizione la documentazione presso il proprio centro di liquidazione, anziché inviandola al richiedente”.

Le pratiche scorrette

Secondo l’autorità, si conclude, si sono verificate carenze idonee a indurre i destinatari ad accogliere l’offerta risarcitoria o a respingerla senza le informazioni necessarie per contrapporsi. Per entrambe le società, è stato segnalato, “ci sono stati numerosissimi sinistri in cui l’offerta e/o il suo diniego sono stati formulati in ritardo rispetto al termine previsto dalla legge”. E, nel caso di UnipolSai, sarebbero anche stati rilevati “ulteriori ostacoli, quali la mancata risposta a richieste provenienti dai consumatori riguardo allo stato della pratica o la difficoltà nella presa di contatto con il liquidatore”.

L’autorità ha pertanto accertato la scorrettezza di questa pratica commerciale, considerata idonea a limitare considerevolmente la libertà di scelta o di comportamento del consumatore in relazione al risarcimento del sinistro.

L’articolo Pratiche scorrette sull’rc auto, l’Antitrust multa per 5 milioni Generali e UnipolSai è tratto da Forbes Italia.

La criptovaluta di Digitalbits crolla ai minimi storici: che cosa significa per l’Inter

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inter e digitalBits

A pochi giorni dall’inizio del campionato di Serie A, l’Inter rischia di scendere in campo con una maglietta ‘vuota’, priva sia del tricolore – cucito sulle maglie dei cugini del Milan -, sia del suo main sponsor: DigitalBits. Che nelle ultime ore sta vedendo crollare il valore della sua criptovaluta, Xdb, sempre più vicina ai minimi storici.

Lo scontro tra DigitalBits e l’Inter

  • In queste ore Xdb, la criptovaluta di DigitalBits, sta cedendo più del 15%, attestandosi a 0,01129 euro, vicino ai suoi minimi storici. In appena un mese Xdb ha perso l’80% del suo valore.
  • Il crollo di Xdb sta intaccando anche le casse dell’Inter, dato che che la società dell’imprenditore Al Burgio e della sua Zytara ha siglato un accordo di sponsorizzazione di quattro anni. In base al contratto, DigitalBits non è più lo sponsor di manica, come nella passata stagione, ma main sponsor di maglia, come si può vedere dalla prima divisa dei nerazzurri.
  • Come spiega la Gazzetta dello Sport, DigitalBits non ha ancora onorato la prima tranche di pagamento relativa a questa stagione. Di conseguenza, l’Inter ha deciso di rimuovere lo sponsor della maglie della squadra femminile, da quelle della primavera, dalle sue piattaforme ufficiali, e dai tabelloni pubblicitari delle ultime amichevoli.
  • DigitalBits è anche sponsor della Roma, ma le cifre pattuite sono decisamente diverse. Tant’è che al momento i giallorossi non sembrano aver avuto problemi con la società.

Cambio in arrivo?

Un cambio di main sponsor adesso è improbabile, dato che la distribuzione delle magliette della nuova stagione sono già iniziate da tempo. Tuttavia l’Inter ha deciso di rimandare a settembre la presentazione della sua seconda divisa, che prevista in origine per i primi di agosto. Magari proprio aspettando ulteriori novità da DigitalBits.

L’accordo DigitalBits-Inter

L’accordo di sponsorizzazione prevede che DigitalBits debba versare nelle casse dell’Inter 85 milioni di euro in quattro anni. Cifra che, sulla carta, ha fatto balzare l’Inter al terzo posto in Serie A per introiti dagli sponsor di maglia, dietro alla Juventus (che incassa 45 milioni di euro l’anno dalla Jeep) e alla Fiorentina (che guadagna circa 26 milioni di euro da Mediacom). Il Milan campione d’Italia riceve invece circa dieci milioni di euro l’anno da Fly Emirates, con la quale il contratto di sponsorizzazione è in scadenza proprio al termine della stagione che sta per partire.

Le casse nerazzurre

La grana finanziaria con DigitalBits non è l’unica in casa Inter. Come riportato da Repubblica, il club brucia dieci milioni di cassa ogni mese e Suning ha caricato sulla società e sulla controllante debiti complessivi per oltre 700 milioni, mettendo a garanzia le entrate da diritti tv, anche future, e la maggioranza delle azioni. Inoltre, a metà luglio, il tribunale di Hong Kong ha stabilito che Steven Zhang, presidente dell’Inter, dovrà pagare 250 milioni di euro ai creditori.

LEGGI ANCHE: “Ora l’Inter ha la sua criptovaluta ufficiale: accordo da 85 milioni di euro con Zytara Labs”

L’articolo La criptovaluta di Digitalbits crolla ai minimi storici: che cosa significa per l’Inter è tratto da Forbes Italia.