Categoria: Break Donna

per chi vuole sapere di più sull’attrice italiana Arianna Roselli, in uscita nei prossimi giorni nella cover di break magazine

Sarà in un scita la cover di break magazine moda, la nuova protagonista Arianna Roselli ecco la sua intervista in anteprima: Facendo un piccolo bilancio della tua vita cosa ne verrebbe fuori?
Sono molto soddisfatta dei traguardi raggiunti nel mondo dello spettacolo e della moda. Una delle tante soddisfazioni è aver visto il mio volto sul grande schermo nel film di Antonio Albanese “Certo c’è senza dubbiamente”, è stata un’emozione immensa. Non intendo fermarmi. Continuerò a migliorarmi per arrivare al massimo delle mie aspettative, anche se il massimo non sarà mai davvero l’ultimo step perché in questo mondo non si finisce mai di imparare.

 

Parlaci dell’amore: cosa rappresenta nella tua vita?
Ancora non ho conosciuto il vero amore nei confronti di un ragazzo. Per questo motivo sono single da diversi anni, non mi accontento. Adoro i piccoli gesti (un biglietto, la dedica di una canzone, aprire la portiera della macchina..). L’amore mi è stato detto sia in descrivile e quindi finché io saprò descrivere quello che provo non sarà amore!

 

Artisticamente, qual è la modella a cui vorresti somigliare?
Mi ispiro molto all’attrice e modella Megan Fox. Bella, brava e affascinante.

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Puoi dirci a cosa stai lavorando adesso?
Sicuramente questo periodo di Covid ha rallentato, come tutti sanno, il nostro settore. Questo però non ha impedito di farmi continuare a lavorare con diversi servizi fotografici di sponsorizzazione e varie interviste. Ci sono già in ballo nuovi progetti televisivi che fino a fatto compiuto non rivelerò.

 

COME sei nella vita privata?
Sono una ragazza molto semplice e umile. Mi piace stare in compagnia di persone allegre, ridere e scherzare, ma non mi dispiace prendermi anche del tempo per stare da sola con i miei pensieri. Sono testarda e faccio rispettare i miei ideali. Odio le bugie, la mancanza di rispetto e chi vuole sopraffarmi o intralciare il mio cammino. Ritengo che sia importante amare se stessi e mantenere una certa indipendenza. Sono molto protettiva nei confronti degli animali, li amo immensamente.

Cosa vorresti che le persone capissero di te?
Vorrei che non si lasciassero ingannare dall’ aspetto esteriore credendomi una persona sofisticata e altezzosa. Mi piacerebbe far capire che potrei essere la persona più affidabile e sincera che esista. Ho un archivio infinito di segreti che mi hanno confidato che porterò nella tomba con me perché non sono il tipo di persona che spiffera gli affari degli altri. E mi piacerebbe che il mio sorriso non venisse frainteso da alcuni come un secondo fine.
Quali sono i ricordi della tua infanzia a cui particolarmente sei legata?
Mi ricordo con piacere i giorni passati a scuola con i miei compagni, sono stati gli anni più belli. Un altro ricordo che porto nel cuore è il giorno in cui prendemmo la nostra cagnolina Chicca, che all’età di 19 anni ci ha lasciati, siamo cresciute insieme!! Indimenticabili sono le vacanze passate nella mia adorata Toscana (terra natale di mio padre) e nella magica Roma (terra natale di mia madre) dove ci torno ogni anno.

 

Sei favorevole e contraria alla chirurgia platica?
Sono favorevole, ritengo giusto che se una persona non si sente a proprio agio con il suo corpo trovi la soluzione con la chirurgia plastica. Non ci vedo niente di male nel rendersi migliori se lo si desidera.

 

Ci sono persone che ti hanno aiutato in momenti difficili?
Certo, la mia famiglia. Mia madre e mio padre sono le persone di cui mi posso fidare ciecamente e che non mi negheranno mai un consiglio o un aiuto.

 

Un tuo sogno nel cassetto?
Dall’età di 5 anni sogno di diventare una grande attrice. Amo la recitazione. Ho studiato e continuerò a farlo per cercare di realizzare questo mio grande sogno

Dubai La tratta delle schiave

“Preferisco non parlare con un giornalista: lo sono anche io e apprezzo il vostro lavoro, ma il rischio di essere allontanati dal Paese è alto; tuttavia, posso dire che la Chiesa ortodossa e le sedi consolari russe stanno svolgendo un buon lavoro di tutela delle ragazze che si trovano qui” spiega Jurgen, giornalista russo che lavora a Dubai e che segue il tema della tratta di donne dell’Est Europa sulle rive del Golfo Persico.

Meglio non parlare perché, come già accennato, gli Emirati Arabi Uniti non amano la cattiva pubblicità e chi lede la loro immagini può andare incontro a pene severe.

Nel corso dell’ultima intervista rilasciataci, Elisabetta Norzi (giornalista che da anni vive e lavora a Dubai) ha parlato di un invito lavorativo, una specie di visto con il quale il datore di lavoro permette all’aspirante impiegato straniero di recarsi e di risiedere negli EAU; documento che, purtroppo, è sfruttato come dalle organizzazioni criminali per attirare giovani arabe, ucraine, russe, moldave in cerca di occupazione e poi costrette a prostituirsi.

Lasciata alle spalle la capitale emiratina e seguendo le direttrici dello sfruttamento arriviamo in Siria e nella Repubblica Moldova, due Paesi che la guerra nel primo caso e un’assoluta povertà nel secondo, hanno reso invivibile per milioni di persone costrette a lasciare le proprie case e a cercare riparo e fortuna altrove.

Fortuna che non sempre, però, le assiste: la precarietà dello status di profugo, la mancanza di denaro e di tutela della legge, l’essere clandestini espone a rischi elevati di morte, rapina, rapimento.

Nell’aprile scorso, il giornalista Kareem Shaheen ha raccontato, sul The Guardian, la storia di 75 ragazze siriane catturate dai trafficanti mentre cercavano asilo oltre il confine libanese e vendute per 2000 dollari a sfruttatori che le costringevano a dieci rapporti giornalieri con clienti, questi ultimi pronti a pagare dai 30 ai 70 dollari per una prestazione.

Un giro d’affari lucroso per organizzazioni criminali che, senza alcuna remora, riducono in vera schiavitù persone delle quali, probabilmente, neanche si conosce l’esistenza in quanto clandestine.

“Avevano perso ogni aspetto della loro libertà, sui loro corpi e anche i loro pensieri” era stato il commento del colonnello Joseph Mousallam della polizia libanese inseguito all’operazione che ha portato alla liberazione delle siriane. Ma in Libano, alla piaga della prostituzione, va aggiunta quella dei matrimoni combinati sotto i 18 anni: spinte dalla necessità e dalla penuria di mezzi, le famiglie siriane accettano di dare in sposa le figlie ancora minorenni a uomini adulti, esponendole così al rischio di abusi e di schiavitù domestica.

La piaga della prostituzione minorile è diffusa anche in Algeria dove, secondo il giornalista Adel Soualah “un recente studio della Commissione nazionale per la promozione della salute e lo sviluppo della ricerca ha sottolineato che in Algeria il 20% delle prostitute, di ambo i sessi, non superi l’età di 20 anni”Dalla ricerca, condotta su un campione di 749 individui, è emerso che le prostitute fra “i 22 e i 30 anni sono il 54%, quelle fra i 19 e i 21 il 14%, fra i 17 e i 18 anni il 5%, fra i 13 e i 16 anni l’1%.  Un’altra percentuale, circa 11, riguarda i gay. Il mercato del sesso minorile è un problema grave, malgrado la legislazione in materia preveda pene severe”.

Bambini buttati sulla strada da trafficanti senza scrupoli o da famiglie che, per indigenza, hanno perso tutta la loro umanità: episodi di quotidiana barbarie, come quelli narrati da Curzio Malaparte ne La Pelle.  È il settembre 1943 e, in una Napoli appena liberata e afflitta dalla miseria e dalla fame, fiorisce un odioso mercato di madri che mettono all’asta la loro “magra mercanzia” di figlie e di figli ancora bambini, dati per pochi dollari alle truppe coloniali degli anglo-americani. Cose che sembrano lontane e che invece accadevano nell’Italia dei nostri nonni, appena 70 anni fa e che ancora oggi succedono in Medio oriente, Africa ma anche in Europa, specie oltre il vecchio Muro.

Nella Repubblica Moldova, ad esempio, Paese poverissimo a Nord Est della Romania dove, secondo un recente rapporto del Dipartimento di Stato Usa (Moldova – Office to monitor and combat trafficking in persons) “è in incremento il fenomeno di avviamento allo sfruttamento sessuale di ragazze di età fra i 13 e i 15 anni. I turisti sessuali provengono dall’Unione Europea, dall’Australia, da Israele, dalla Thailandia e dagli Stati Uniti. La regione della Transnistria resta una fonte di traffici minorili. Altro problema della Moldova è l’ “official complicity”, vale a dire la complicità di istituzioni corrotte.

Una situazione grave che, in parte, giustifica l’imbarazzo delle autorità consolari quando chiediamo ci vengano esposte le politiche di Chisinau in materia di immigrazione e di contrasto agli illeciti. Per venirci in contro un funzionario consiglia di consultare il sito della Commissione nazionale per combattere il traffico di esseri umani, organizzazione governativa che, effettivamente, cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica su un problema assolutamente grave.

Ecco cosa scrive la Commissione nel report presentato lo scorso ottobre: “Nel 2015 sono stati identificati 242 vittime di THB (Traffick Human Being) adulte e 68 bambini vittime di tratta. Con riferimento al traffico esterno a fini di sfruttamento attraverso il lavoro, le aree di occupazione delle vittime sono stati soprattutto l’agricoltura, l’edilizia e le pulizie. I metodi di controllo delle vittime sono rimasti invariati: debiti finanziari fittizi, il ritiro dei documenti di identità, la violenza o la minaccia della violenza”.

Dunque, un impegno da parte governativa c’è, ma va considerato che un paese il cui Pil pro capite è di 5000 dollari difficilmente abbia gli strumenti, finanziari, per garantire un alto livello di sicurezza ai suoi cittadini. 5000 dollari pro capite: i 67 mila degli EAU, i 53 mila dell’Arabia Saudita e i 130 mila del Qatar aiutano a far capire perché una proposta di lavoro nel Golfo Persico possa essere tanto allettante per una giovane moldava. Allettante e pericoloso: associazioni come “La Strada”, nate per educare sulla piaga della tratta, narrano storie orribili di ragazze vendute dai genitori e anche dai fidanzati per prezzi che variano a seconda della “qualità” (bellezza, nda) della persona; secondo End Slavery Now, l’esasperazione per le diffuse violenze subite in ambito domestico spingerebbe molte donne ad abbandonare il paese finendo, non di rado, fra le mani di nuovi aguzzini.

Gioielli unici a Castelgandolfo: a tu per tu con la designer romana Giorgia Pacini

L’abbiamo conosciuta all’evento tennis & Friends sullo sfondo del Foro Italico a Roma, l’abbiamo vista sul red carpet del Festival di Roma presso l’Auditorium Parco della Musica e l’abbiamo poi incontrata il 31 ottobre alla presentazione della collezione autunno-inverno dello stilista Roberto Cagnetta presso il Westin Excelsior hotel…Stiamo parlando della designer romana Giorgia Pacini, titolare di una meravigliosa boutique nel cuore di Castel Gandolfo.  Conosciamola un po’ meglio….

Gioielli realizzati con elementi vintage, pietre dure e semipreziose, pitone e tanto altro… Appena si entra nel tuo negozio ci si immerge nella bellezza e nei colori di queste creazioni magnifiche si tratta di pezzi unici vero?
Ho iniziato a creare alta bigiotteria fin dall’età di 18 anni cercando anno dopo anno di trovare in giro per il mondo elementi e materiali sempre diversi per poter realizzare dei gioielli unici andando in controtendenza rispetto al mercato attuale che sta abbassando molto la qualità e omologando i prodotti.
Utilizzando materiali originali come elementi d’epoca, pitone, pietre naturali inconsuete, corno, bambù, giade antiche ecc…Inevitabilmente ogni gioiello che realizzo è unico ed irreplicabile, cercando comunque di mantenere sempre un ottimo rapporto qualità- prezzo.
Si respira nel tuo negozio un’atmosfera speciale.
Quanto conta secondo te l’arredamento e la cura dei particolari?
Il mio negozio mi rispecchia perfettamente… E’ fuori dagli schemi e circondato da tanti elementi e colori estremamente femminili.
Ci sono anche mobili e specchiere antiche in quanto in passato mi sono occupata di arredamento di interni ed antiquariato.
Le mie clienti quando vengono a trovarmi sono immerse nel mio mondo che dicono abbia persino un effetto terapeutico…In questo modo riesco ad instaurare con molte di loro un buon rapporto d’amicizia.
Da dove nasce la scelta di fissare la tua sede a Castel Gandolfo?
La scelta di Castel Gandolfo con il suo meraviglioso borgo che si affaccia sul lago di Albano è giunta in un momento in cui avevo la necessità di scappare dal caos e dallo smog e la voglia di respirare un clima di località di villeggiatura ma allo stesso tempo di aprirmi ad una vasta clientela internazionale.
In questo luogo ho potuto svolgere al meglio il mio lavoro che ha alla base l’instaurare un ottimo rapporto con i miei clienti realizzando sempre creazioni nuove che spesso sono create su misura.
È veramente gratificante avere dei clienti abituali anche stranieri.
Nel mese di ottobre hai partecipato a numerosi eventi dallo sport al cinema e poi alla moda. Prima di salutarti vorremmo ci svelassi una piccola curiosità: quando sei” in giro “in queste manifestazioni di spettacolo quante persone ti fermano per guardare gli accessori che indossi?
Ideando e realizzando io stessa le mie creazioni non ho moltissimo tempo di presenziare ad eventi ma in questo periodo ho avuto degli inviti molto interessanti e quindi mi sono dedicata anche alle pubbliche relazioni.
Durante queste occasioni spesso mi capita di attirare l’attenzione delle persone su quello che indosso e devo dire che da sempre è stata questa la mia unica pubblicità…Semplicemente indossare io stessa e le clienti le mie creazioni.
I miei gioielli sono talmente fuori dagli schemi e profondamente diversi da quello che si vede in giro che chi si vuole distinguere apprezza ed è sicuramente affascinato dal mio lavoro.
Ultimamente sto ampliando la tipologia di prodotti disegnando anche borse e progettando una linea di vestiti con una mia cara amica Arianna Falanga. La filosofia è la medesima dei gioielli pezzi unici con materiali di qualità..Ma su questo per il momento non posso svelarvi di più..Sicuramente cercherò di continuare a stupirvi!

Nel tutù nero di Serena Williams (firmato Abloh) un invito al coraggio rivolto alle donne

ppassionata di moda, e creatrice di abiti lei stessa (ha lanciato la sua prima collezione a fine maggio) Serena Williams ha colpito ancora, e non solo sul campo: dopo la tuta total black da Cat Woman indossata al Roland Garros, agli Us Open ha fatto ancora scalpore scendendo in campo con una divisa-tutù, anche questa nera, creazione di Virgil Abloh, direttore creativo di Off-White e, dallo scorso marzo, anche della collezione menswear di Louis Vuitton

L’abito fa parte di una capsule collection realizzata per Nike che comprende anche un giacchino in pelle e tre paia di scarpe. Alla fine della partita, in cui ha battuto la polacca Magda Linette per 6-4 6-0, l’atleta 36enne ha detto di essersi trovata molto bene con quell’abito, «è aerodinamico, lascia un braccio libero, mi fa sentire davvero bene».

Anche al Roland Garros Serena aveva mostrato il suo desiderio di unire stile e confort indossando una tuta (sempre di Nike), che però ha suscitato la riprovazione di Bernard Giudicelli, presidente della Federazione francese del tennis, per il quale «look come quello non saranno più accettati». Sembra, anzi, che per evitare casi analoghi si stia lavorando a un nuovo dress code, molto più stretto, modellato su quello di Wimbledon.

La “catsuit” indossata al Roland Garros

Serena Williams, però, vince e va avanti per la sua strada. Indossare divise così d’impatto è anche il suo modo per affermare la forza e la resilienza delle donne, soprattutto quando si trovano alle prese con la conciliazione della maternità e delle proprie professioni.

Dopo la nascita della figlia Alexis Olympia, un anno fa, l’atleta ha sofferto di gravi complicazioni, che hanno reso difficile il suo ritorno in campo. «Mi sento un super eroe quando la indosso», aveva detto della “catsuit” dello scandalo. Nella quale era racchiuso il suo messaggio di coraggio per le donne che avevano vissuto un’esperienza analoga. (Ch.B.)

Sfilate, da Valentino a Louis Vuitton a Parigi dilaga il giovanilismo stravagante

oda e giovinezza sono compagne di lunga data, ma la relazione ha ultimamente raggiunto un equilibrio parodistico. Colpa della “mentalità millennial”, ultima ossessione di un tempo che annulla il tempo nell’eterno presente. Ventenni e quaranteni, teenager e adulti ormai uguali sono: pensano con lo smartphone, vivono in streaming continuo, si vestono come liceali – con tutto il ridicolo del caso. Sulle passerelle, a Parigi e prima a Milano, questo giovanilismo ostinato dilaga senza controllo, espandendo, stravolgendo o riequilibrando le identità dei marchi. Vale tutto, nel momento confuso.

Il debutto di Virgil Abloh da Louis Vuitton ha sostanza e presenza, ma non è la rivoluzione logomaniaca che si era prevista. Anzi, i punti di contatto con il recente passato – dal tailoring, invero notevole, all’attitudine sportiva – sono numerosi, sicchè l’effetto continuità è evidente. Per il resto, Abloh ha visioni affatto personali. È un comunicatore, non un designer, che promuove in primis se stesso e le proprie idee, ma che facendolo parla alle ultime generazioni, altrettanto ossessionate dall’io. Il suo Vuitton è stradaiolo quel tanto che basta, multietnico e inclusivo – la passerella arcobaleno e il messaggio “We are the world” sono rilevanti quanto altamente spendibili – pieno di accessori indossabili e borse tentanti come motivetti azzeccati (quelle di plastica iridescente hanno bestseller già scritto sopra). Cosa non si può non apprezzare, dal punto di vista del business? Di certo questa identità aggiornata avvicinerà una clientela più giovane. Manca forse l’eleganza, categoria oggi in generale declino, e lo shock del nuovo è relativo, ma l’impatto sui media è travolgente, e l’operazione di immagine impeccabile.

Uno stravagante giovanilismo arriva anche da Valentino, producendo sorpresa e questionando l’identità dell’uomo della maison, partito romano e sornione, diventato adesso un trapper con le sneaker e il cappello piumati, riempito di logo per ogni dove, anche sull’abito non più formale. L’abbassamento dell’età media di riferimento è evidente, e con questo la concessione che Pierpaolo Piccioli fa al gusto del momento senza rinunciare alla propria sigla distintiva: un equilibrio di opposti, nutrito di sapienza couture, teso all’armonia anche quando il codice scelto è la disarmonia. Certo, questo ragazzino così musicale e urbano par poco dialogare con il resto del mondo Valentino, ma l’abilità di Piccioli sta proprio nel creare un universo composito, usando couture, pret-a-porter, collezione uomo e donna per esprimere tratti diversi, se si vuole antitetici, della propria creatività. Multicanale: la chiave dei marchi, per comunicare, è questa. A Milano, Donatella Versace fa lo stesso, anche lei concedendo molto, forse troppo al gusto del momento.

Rick Owens, stoico e immaginifico, invece non cede. Anzi, pigia con forza l’accelatore sulla ruvidità brutalista di una estetica fuori dal tempo, ancestrale e insieme avveniristica, che nutre di riflessioni sulla condizione umana tradotte in abiti pieni di forza e di una scabra poesia. A questo giro, tra eruzioni sulfuree e parka-tenda complessi e scultorei come una torre di Tatlin, Owens propone una visione di resistenza e autonomia che è utopica quanto rinfrancante.

In fine, c’è chi il giovanilismo lo risolve in chiave sartoriale, deciso a uscire dalle pastoie del basico da strada. Raf Simons, ad esempio, che propone il tailoring da club in tessuti da couture, nostalgico di ribellioni adolescenziali viste attraverso il filtro della memoria. John Galliano, pure, magnifico e sperticato nel fondere lavoro d’atelier e lattice, preziosismo e sedizione, storia e undergroung da Maison Margiela. È il debutto dell’Artisanal da uomo: fantasia al potere come solo a Galliano riesce.