Categoria: attualità

Onu, la prima volta di Trump: «Se la Corea del Nord attacca l’unica scelta è distruggerla»

«Gli Stati Uniti hanno fatto molto bene dalla mia elezione:» lo ha detto il presidente americano Donald Trump aprendo il suo intervento all’Onu e di fatto inaugurando la sua era alle Nazioni Unite. «La Borsa è a livelli di record e la disoccupazione è in aumento». «Sono tempi di opportunità straordinari» ha detto e ha aggiunto: «I terrorismi e gli estremismi si sono rafforzati, sono diffusi in ogni angolo del pianeta e sono sostenuti nel mondo da diversi regimi».

Gli «Stati canaglia» sono una minaccia per il mondo, ha rimarcato Trump annunciando che l’esercito americano diventerà «più forte che mai». Quanto alla Corea del Nord, il presidente Usa ha ringraziato tutte le nazioni che collaborano per isolare il regime.  Non solo. «Non possiamo accettare regimi con Nord Corea, Iran e Siria». E quindi: «Se ci attaccano non c’e altra scelta che distruggere la Corea del Nord». «Rocket man è in una missione suicida per se stesso e per il suo regime» ha aggiunto Trump, riferendosi al leader nordcoreano, che aveva già battezzato “uomo razzo” in un tweet dei giorni scorsi. Sull’Iran il presidente ha poi detto che l’accordo è un imbarazzo per gli Stati Uniti: «Non possiamo rispettare un accordo che fornisce copertura per l’eventuale realizzazione di un programma nucleare».

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Un presidente a tutto campo. «Gli Stati Uniti rimarranno per sempre grandi amici del mondo, specialmente dei loro alleati, ma non si potrà più approfittare di noi e non faremo più accordi sbilanciati in cui l’America non ottiene nulla» ha poi dichiarato Donald, con quello che è stato letto come un riferimento agli accordi di Parigi da cui ha ritirato gli Stati Uniti. «Fino a quando io rimarrò presidente, io metterò gli interessi dell’America sopra ad ogni cosa».

Poi Trump ha minacciato «ulteriori azioni» contro Caracas se il regime del presidente venezuelano Nicolas Maduro «persisterà nell’imporre un governo autoritario». «Come buoni amici e vicini» il nostro obiettivo è aiutare i venezuelani «a riconquistare la loro libertà, recuperare il loro paese e restaurare la democrazia». Ed è intervenuto anche su Cuba: «Non toglieremo le sanzioni a Cuba fino a che il regime non farà le dovute riforme per il suo popolo».

Quanto ai migranti, il presidentei degli Stati Uniti punta ad una ricollocazione dei rifugiati «che aiuti persone trattate orribilmente» e che consenta loro un eventuale ritorno in patria o quanto più vicino al paese d’origine. Alla fine, il presidente si è anche compiaciuto di se stesso, sostenendo che il discorso all’Onu «è andato molto bene. Ho detto quello che dovevo dire».

«Siamo un mondo in pezzi, abbiamo bisogno di un mondo in pace» aveva detto poco prima il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, nell’intervento con cui ha dato il via ai lavori della 72ma Assemblea generale dell’ Onu. «L’economia globale sta diventando sempre più integrata, ma il nostro senso di comunità globale potrebbe disintegrarsi – ha avvertito Guterres nel suo primo discorso davanti all’Assemblea generale da quando è diventato numero uno del Palazzo di Vetro il primo gennaio scorso – La società sono frammentate, il dibattito politico è polarizzato. La fiducia nei e tra i Paesi viene ridotta da chi demonizza e divide»

Roma, Raggi sulle violenze sessuali: il governo vari leggi speciali

Raggi (ansa)
«Quello che sta accadendo contro le donne è mostruoso: è un settembre nero per l’Italia. Penso alle ultime tragedie a Rimini, nella nostra città, a Lecce e oggi anche a Catania. È inaccettabile. Bisogna agire ora. Il governo intervenga subito anche con leggi speciali». Lo ha detto la sindaca di Roma Virginia Raggi a proposito degli ultimi casi di violenze sessuali.

Martedì 19 Settembre 2017 – Ultimo aggiornamento: 16:02

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Chikungunya, Regione Lazio: 11 nuovi casi di cui 4 a Roma

Secondo il Seresmi sono pervenute un totale di 76 notifiche di casi da contagio della malattia diffusa dalla zanzara

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Nel Lazio si sono registrati 11 nuovi casi di Chikungunya, di cui 4 a Roma. Il bollettino della Regione Lazio che martedì 19 settembre aggiorna lo stato del contagio. «Ad oggi – spiega una nota – al Servizio regionale di sorveglianza malattie infettive (Seresmi) sono pervenute un totale di 76 notifiche di casi di Chikungunya. Dunque, 11 casi in più rispetto all’ultima rilevazione effettuata nella giornata di lunedì 18.

Il piano nazionale di sorveglianza

Di questi 11 nuovi casi 7 sono residenti o hanno effettuato un soggiorno nel Comune di Anzio nei 15 giorni precedenti l’esordio dei sintomi. I restanti 4 nuovi casi sono residenti nel comune di Roma e non hanno collegamenti con Anzio. Ribadiamo che in aree dove si segnalano casi autoctoni singoli o focolai epidemici autoctoni (2 o più casi) scattano le misure di disinfestazione previste dal piano nazionale di sorveglianza 2017 del ministero della Salute ovvero: trattamenti su suolo pubblico e privato, trattamenti adulticidi con prodotti abbattenti, trattamenti dei focolai larvali, replica di tutti gli interventi in caso di pioggia, ripetere l’intero ciclo dopo la prima settimana».

L’omosessualità (e l’omofobia) spiegata alla vip Giulia De Lellis

L’omosessualità (e l’omofobia) spiegata alla vip Giulia De Lellis

Chi fosse tale Giulia De Lellis era per me un mistero, fino a poche ore fa. Poi, per merito (o colpa) del Grande Fratello Vip – dove per “vip” si intenda: basta che vai in tv e ti dedichino un paio di copertine su riviste da gossip – la nostra è assurta a gloria, si spera peritura. Per una di quelle frasi che rimarranno negli annali della noia e del già sentito dire: «Secondo me i figli dei gay la maggior parte saranno gay». Mancano adesso all’appello “i neri hanno il ritmo nel sangue”, “donna al volante pericolo costante” o altro stereotipo di circostanza.

Mi perdoneranno i miei affezionati lettori – hater inclusi – se sarò banale, ma la banalità è ingrediente principale del male e qui il lato oscuro sta tutto nell’ignoranza di certe affermazioni, palesemente volgari (nel senso di “volgo”, vale a dire “popolo minuto”) e intrinsecamente omofobiche. Pazienza se la nostra De Lellis ha ricordato che anche lei ha tanti amici gayconditio sine qua nonda qualche anno a questa parte per sentirsi in dovere di proferire verità immani, quanto sostanzialmente cretine, sulle vite delle persone Lgbt. Ma vediamo perché quella frase è volgare e pregiudizievole.

In primis: l’orientamento sessuale non è qualcosa che ti viene insegnato, ma ci nasci. Così come non ti insegnano ad essere mancino né ad avere le lentiggini. È un fattore che fa parte della natura umana – e in molte altre specie, oltre la nostra, anche della natura animale – ed è un elemento caratterizzante dell’identità sessuale di una persona. Non cambi orientamento per esposizione all’omosessualità: questo lo credono gli aficionados del Family day, ma è come pensare che se dici a un bambino che Babbo Natale esiste, poi lui si sentirà una renna. Per altro, se così fosse, visto che la stragrande maggioranza degli esseri umani nasce da genitori eterosessuali non dovrebbero esistere gay e lesbiche. E invece… Ditelo alla tronista, affinché possa dormire sonni tranquilli.

In secondo luogo: l’affermazione è intimamente omofobicaperché caratterizza l’omosessualità come condizione indesiderabile. Affermare che « i figli dei gay la maggior parte saranno gay» significa vedere l’orientamento di una parte della popolazione come qualcosa di contagioso. Come una “malattia”. La domanda da fare, a quelle parole, sarebbe: e cosa ci sarebbe di male? Essere gay o lesbica (se ci fermiamo solo all’ambito dell’orientamento) non impedisce di eccellere negli studi, di essere personaggi politici di rilievo, di fare brillanti invenzioni (se oggi leggere questo articolo sul web è grazie a un omosessuale, tale Alan Turing), di essere raffinati scrittori o scrittrici, ecc. Sottolineare il carattere emergenziale dell’eventualità di poter avere un figlio gay, significa vedere in questa prospettiva qualcosa di indesiderabile. Lo diremmo di una persona che scrive con la sinistra, che ha i capelli rossi o le lentiggini? Per gay e lesbiche vale ancora.

Aggiungo, ancora: di contro l’eterosessualità viene considerata un valore, quando è ampiamente dimostrato che non garantisce di per sé la funzione educativa dei minori. Da Erode a genitori infanticidi – di cui non si ha notizia di orientamenti fuori norma – per non parlare dei vari lanci dei neonati nei cassonetti o dai ponti dei fiumi, queste amene attività sembrerebbero essere relegate, principalmente, alla dimensione eterosessuale. Solo che, appunto, non è l’orientamento a farci buoni o cattivi genitori, bensì le nostre capacità educative. Ma a quanto pare, per le persone Lgbt è ancora importante valutare l’identità sessuale. E da qui nasce la resistenza a vedere nell’omogenitorialità un modello come un altro, socialmente accettabile.

Mentre tutto questo si consuma, in modo acritico, in quel cibo (di scarsa qualità) per appetiti volgari (cioè popolani) che è la tv generalista del nostro paese, questa settimana intanto ho letto di genitori che giustificano i figli che uccidono le fidanzate, di altri che abbandonano bambini in aeroporto per andare in vacanza e di madri che non tolgono la placenta ai neonati perché glielo vieta la religione. Ma in Italia si è ancora fermi a pensare che se un bambino cresce con due gay poi diventa “ricchione“. Perché il problema èl’uso degli orifizi (nella mente di chi produce certi pensieri), non di modelli educativi malati (e rigidamente “etero”, se dovessimo ragionare, a parti invertite, come certuni). E per essere buoni o cattivi genitori non serve l’orientamento sessuale, ma la capacità di esser tali o meno.

L’Italia non ha un piano contro la resistenza agli antibiotici

Il nostro Paese segna un record di consumo, ma non affronta l’emergenza che deriva dall’abuso

L'Italia non ha un piano contro la resistenza agli antibiotici

L’Italia non ha ancora un Piano Nazionale contro l’antibiotico-resistenza, nonostante la ministra Lorenzin da mesi annunci la sua imminente approvazione. Eppure è il primo paese europeo per uso di antibiotici umano secondo i dati dell’Istituto Superore di Sanità (ISS) e dall’European Surveillance of Antimicrobial Consumption Network, (Esac-Net) e il terzo per l’utilizzo sugli animali negli allevamenti intensivi, secondo i dati dell’Agenzia Europea per i medicinali, European Medicine Agency (EMA).

La denuncia arriva da venti associazioni che hanno inviato una seconda missiva pubblica alla ministra Lorenzin, per conoscere i contenuti del Piano, non ancora resi noti: “Ad oggi  nessuna associazione rappresentante della società civile è stata invitata ad un confronto sui contenuti, così come prevede il manuale per redigere i Piani d’Azione Nazionaliprodotto da OMS, Word Organisation for Animal Health (OIE)  e la FAO”.

L’emergenza mondiale

E se per la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) l’antibiotico resistenza è emergenza planetaria tanto da aver realizzato un Piano di Azione Globale che prevede per ogni Paese la redazione e l’implementazione di un proprio Piano Nazionale, la situazione non è meno grave in Europa e in Italia, come AGI aveva anticipato a febbraio scorso.

Secondo l’ultimo rapporto curato dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) e dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), infatti, l’antibiotico resistenza causa in Europa almeno 25 mila decessi l’anno, dati provenienti dai 27 Stati membri per l’anno 2015, sulla resistenza agli antibiotici dei batteri di Escherichia Coli e Salmonella sia negli umani che negli animali come suini e ovini.

“È indubbio – scrivono le ONG nella seconda lettera indirizzata al ministro Lorenzin – che trasparenza, dialogo e partecipazione siano principi essenziali per una rinnovata Unione europea e che, per essere forti, debbano essere praticati e promossi a livello nazionale dalle Istituzioni dei Paesi membri”.


Quali sono le organizzazioni che hanno firmato l’appello:

  • Legambiente,
  • CIWF Italia,
  • AIAB,
  • Altroconsumo,
  • ARCI,
  • CGIL,
  • Cittadinanzattiva,
  • Comuni Virtuosi,
  • FederBio,
  • Federazione Italiana Media Ambientali,
  • Fondazione Culturale Responsabilità Etica,
  • Fondazione Sviluppo Sostenibile,
  • Fondazione Univerde,
  • Greenpeace Italia,
  • LIPU,
  • Marevivo,
  • Movimento Difesa del Cittadino,
  • Slow Food Italia,
  • Unione degli Studenti,
  • WWF Italia, 

Un problema di mancata trasparenza che si riflette anche su dati ufficiali non reperibili e che lascia vaga la quantificazione dell’impatto sanitario per la popolazione italiana della resistenza agli antibiotici, stimata dalla Società italiana malattie infettive e tropicali (SIMIT) in 5.000-7.000 decessi annui, riconducibili a infezioni nosocomiali, cioè negli stessi ospedali.

Quando già da novembre 2015, l’Istituto superiore di sanità (Ar-Iss): aveva ribadito che “In Italia la resistenza agli antibiotici si mantiene purtroppo tra le più elevate in Europa e quasi sempre al di sopra della media europea”.

In Italia alto consumo

E  il nostro Paese resta, bisogna ricordare, quello, tra gli Stati membri, con il più alto consumo di antibiotici ad uso umano, con 27,5 DDD (Dose Definita Giornaliera ogni 1000 abitanti) insieme a Belgio, Francia, Cipro, Romania e Grecia, quest’ultima maglia nera con 36,1 DDD, contro una media europea di 22,4 DDD. Quasi il triplo dell’Olanda che consuma invece poco più di 10,7  DDD/die, secondo i dati elaborati dall’European Surveillance of Antimicrobial Consumption Network, (Esac-Net).

Così come resta da fare chiarezza sul reale consumo di antibiotico ad uso animale, utilizzato negli allevamenti intensivi. Il dato riportato all’interno del rapporto dell’ Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (CDCD) e dall’Agenzia Europea per i medicinali (EMA), stima che il 71% degli antibiotici venduti in Italia siano destinati agli animali negli allevamenti intensivi. Così come la presenza di batteri resistenti negli animali da allevamento è preoccupante vedi nei polli ad esempio, secondo la relazione del Ministero della Salute, sulla resistenza agli antimicrobici dei batteri zoonotici e commensali  nel settore avicolo del 2014.

Appello a Lorenzin

L’appello delle ONG alla ministra Beatrice Lorenzin è, quindi, univoco: “L’antibiotico resistenza (AMR) è un’emergenza sanitaria grave e merita la massima attenzione. E così come indicato dall’OMS e dal Consiglio dell’UE, il Piano Nazionale contro l’antiobiotico resistenza deve essere redatto con il coinvolgimento della società civile, secondo il principio “One Health”.

Salute, benessere umano e animale, cibo sano, fanno parte tutti della medesimo piatto.

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Vai a Cibo: cosa mangiamo davvero. Come denunciare gli abusi

 

E, se la Ue ha multato Google per 2,4 miliardi, è anche merito suo

Chi è Dara Khosrowshai, l'uomo scelto per guidare Uber dopo Kalanick

Dopo la “tempesta perfetta” che lo scorso giugno costrinse il cofondatore Travis Kalanick alle dimissioni, il consiglio direttivo di Uber ha scelto il suo successore alla guida di una delle startup più ricche e famose del mondo. Si tratta di Dara Khosrowshahi, da dodici anni numero uno di Expedia, una compagnia ‘outsider’ rispetto agli altri giganti di internet, con sede a Bellevue, Washington, e non nella Silicon Valley. Al momento non sappiamo ancora se il manager di origini iraniane accetterà il nuovo incarico. I suoi profili social – a cominciare da Twitter, dove si definisce “fissato con i viaggi e la fantascienza”, – per il momento tacciono. Khosrowshahi non sarebbe stato infatti la prima scelta del board di Uber, che aveva sondato senza successo Jeff Immelt, ex amministratore delegato di General Electric, e Meg Whitman, presidente di Hewlett Packard.

Chi è Dara Khosrowshai, l'uomo scelto per guidare Uber dopo Kalanick
 Il sito di Expedia e la app di Orbitz

L’uomo che trasformò Expedia in un gigante

Kosrowshahi è nato in Iran nel 1969 e emigrò in Usa nel 1978 a seguito del padre, fuggito dal Paese in seguito alla rivoluzione khomeinista. Quando Dara aveva tredici anni, il genitore tornò in Iran per prendersi cura dell’anziano padre e venne arrestato dalle autorità di Teheran, che lo incarcerarono per sei anni. Il futuro top manager trascorse quindi gli anni dell’adolescenza con la madre e i suoi due fratelli nello Stato di New York. Laureatosi in ingegneria elettrica alla Brown University, Kosrowshahi nel 1991 inizia a lavorare come analista per la banca d’investimento Allen and Co., per poi passare a Usa Networks (oggi Iac) nel 1998. La media company nel 2001 spende due miliardi di dollari per acquisire la maggioranza di Expedia da Microsoft e sceglie Kosrowshahi per dirigerla. Con lui al timone, Expedia intraprende una fortunata campagna di acquisizioni– inglobando concorrenti come Trivago e Orbitz – e si trasforma in un gigante da 23 miliardi di dollari, con ricavi che quadruplicano in dieci anni, passando da 2,1 miliardi di dollari nel 2005 a 8,7 miliardi di dollari nel 2016. Numeri che nel 2015 gli garantirono un salario annuo da 95 milioni di dollari grazie a bonus e stock option. Quell’anno Kosrowshahi fu il Ceo più pagato tra quelli delle compagnie quotate sull’indice S&P 500. Tra le sue decisioni più delicate quella diabbandonare il mercato cinese, a causa di una concorrenza sui prezzi che definì “distruttiva”.

Chi è Dara Khosrowshai, l'uomo scelto per guidare Uber dopo Kalanick
 Dara Khosrowshahi con la moglie Syd

Le sue due nemesi: Donald Trump e Google

Kosrowshahi non ha mai nascosto la sua avversione al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e fu tra i primi top manager della Silicon Valley, insieme a Jeff Bezos di Amazon​, a scagliarsi contro la decisione di Trump di sospendere gli ingressi da alcuni Paesi a maggioranza musulmana, incluso l’Iran. Difficile pensarla diversamente per il figlio di un iraniano che ha cercato riparo in Usa. “Credo che con questo ordine esecutivo il nostro presidente sia regredito al gioco corto”, scrisse Kosrowshahi in una lettera ai dipendenti, “così gli Usa potrebbero anche diventare un posto leggermente meno pericoloso dove vivere ma verrebbero certamente visti come una nazione più piccola, reazionaria piuttosto che visionaria”. Da allora non ha mancato di criticare il presidente, anche di recente a proposito della discussa reazione ai fatti diCharlottesville.

I keep waiting for the moment when our Prez will rise to the expectations of his office and he fails, repeatedly. https://www.nytimes.com/2017/08/15/us/politics/trump-alt-left-fact-check.html?smprod=nytcore-ipad&smid=nytcore-ipad-share 

President Trump spoke Tuesday at Trump Tower in Manhattan.

Trump Asks, ‘What About the Alt-Left?’ Here’s an Answer

In remarks about Charlottesville, President Trump falsely equated “alt-left” violence with the killing of Heather D. Heyer.

nytimes.com

Il vero nemico di Dara è però Google. Expedia fu una delle compagnie che depositò presso l’antitrust Ue il ricorso che portò Bruxelles a infliggere a Mountain View una multa da 2,4 miliardi per abuso di posizione dominante. Capitolo finale, per ora, di una battaglia che Kosrowshahi aveva già ingaggiato da tempo, avendo intuito come Google utilizzasse il suo motore di ricerca per portare i navigatori a scegliere i suoi servizi a scapito della concorrenza. Se sceglierà di approdare a Uber, questa nemesi non lo abbandonerà. Lo scorso febbraio la società ha infatti denunciato Google per furto di segreti industriali relativi al suo programma di auto che si guidano da sole.

La Cina punta sui supercomputer per dominare i mari

Entro due anni Pechino lancerà il primo exascale al mondo, una macchina in grado di effettuare un miliardo di miliardi di calcoli al secondo.

La Cina punta sui supercomputer per dominare i mari

La Cina accelera la corsa per diventare leader delle tecnologie più avanzate: entro due anni lancerà il primo computer exascale al mondo, una macchina capace di elaborare un miliardo di miliardi di calcoli al secondo. Si tratta del terzo prototipo denominato Sunway, in fase di realizzazione presso il National Research Center of Parallel Computer Engineering and Technology (NRCPC) e il National Supercomputing Center in Jinan, nella provincia orientale dello Shandong. L’obiettivo? Accrescere l’influenza della Cina sui mari. A scriverlo il South China Morning Post, che riporta le dichiarazioni di An Hong, docente di informatica presso l’Università di Scienza e Tecnologia di Hefei, capoluogo della provincia orientale di Anhui. Il professore cinese, che è anche consulente informatico del governo centrale, ha detto che la nuova generazione di supercomputer avrebbe una precisa missione: “Aiutare l’espansione marittima della Cina”.

Espansione che procede spedita. Entro il 2020, il dominio cinese sui mari potrà contare su un supercomputer circa otto volte più potente del Sunway Taihulight, attualmente il prototipo più veloce al mondo, fabbricato con chip cinesi che hanno sostituito i microprocessori statunitensi (di cui Intel aveva bloccato l’esportazione in Cina nel 2015 su richiesta del governo per il timore che lo sviluppo di nuovi prototipi avesse un’applicazione nucleare), installato presso il National supercomputing center di Wuxi, nella provincia dello Jiangsu: 93 quadrilioni di calcoli al secondo, il triplo del record precedente detenuto dal Tianhe-2 (anch’esso cinese). È la terza volta che un supercomputer cinese si aggiudica il podio nella classifica dei più veloci al mondo: il predecessore del Tianhe-2, il Tianhe-1A, ha ricoperto il primo posto dal novembre del 2010 al giugno del 2011, quando è stato sorpassato dal giapponese K.

La Cina punta sui supercomputer per dominare i mari
 ll supercomputer cinese Sunway-Taihulight

Usa e Giappone, per ora, rincorrono

Oggi la Cina vuole di più: il nuovo computer exascale avrà una potenza di calcolo pari a quella dei 500 computer più veloci al mondo. Messi insieme. Secondo le previsioni cinesi, sarà pronto entro l’anno ma le prime macchine sbarcheranno nel mercato entro il 2020. La Cina non è sola in questa gara di velocità. Ma è senza dubbio la prima. La concorrenza è massima da parte di Stati Uniti e Giappone: gli Usa, per esempio, hanno pianificato la realizzazione di un computer exascale entro il 2023. I cinesi in velocità sono imbattibili: secondo il sito di tecnologia Hardware Upgrade, nella classifica dei 500 supercomputer più potenti del giugno dello scorso anno, la Cina deteneva un numero di prototipi superiore a quello degli USA (167 contro 165). I supercomputer cinesi trovano applicazione in vari ambiti, dalla ricerca biologica alla difesa nazionale.“Sicuramente la realizzazione dei supercomputer ha scatenato una gara tra le varie nazioni, ma non è questa la nostra priorità”, ha detto An Hong, che ha aggiunto: “Il nostro interesse è l’oceano”.

La promessa di Xi Jinping

Quando ascese alla leadership del Partito Comunista Cinese nel 2012, Xi Jinping fece alla Nazione una promessa solenne: avrebbe trasformato la Cina in una potenza marittima (Haishang Qiangguo,海上强国). I media cinesi crearono un immediato nesso tra i piani di espansione della nuova leadership con la potenza navale raggiunta sotto la dinastia Ming quando “fra il 1405 e il 1433, l’allestimento di una grande squadra navale al comando dell’ammiraglio musulmano Zheng He (1371-1434), fruttava ai Ming prestigiose spedizioni nell’oceano Indiano” (Tamburello, AgiChina), dando misura dell’effettiva grandezza della Cina. Grandezza a cui la Cina vuole tornare. Il controllo delle rotte marine è di strategica importanza politica, militare ed economica. Diversi i fronti in cui il Paese rivendica i suoi interessi: le dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale e Orientale; l’apertura di basi militari; le rotte commerciali lungo la Nuova Via della Seta (Obor).

La Cina punta sui supercomputer per dominare i mari
Xi Jinping (Afp)

Ed ecco come i supercomputer possono essere di supporto strategico. Sensori e satelliti generano una enorme quantità di dati al secondo che – secondo i ricercatori marini – contengono una varietà di informazioni, dal bollettino dei mari alle tracce chimiche e alla variazione della densità dell’acqua, che possono aiutare i sottomarini, per esempio, ad evitare turbolenze o a negoziare tagli nelle emissioni. Feng Liqiang, direttore operativo del Marine Science Data Centre di Qingdao, nella provincia dello Shandong, ha detto che il computer exascale avrebbe la capacità di elaborare tutti questi dati contemporaneamente e fornire così l’analisi più vasta che si possa ottenere. “Nella simulazione degli oceani, ad esempio, maggiore la precisione delle previsioni, maggiore la possibilità di affrontare fenomeni come El Nino e i cambiamenti climatici”, ha detto Feng. Ovviamente – conclude Feng . il supercomputer darà un grande forza alla Cina anche negli affari internazionali.

Nessun compromesso sul dominio dei mari

Mentre nel pieno delle manovre militari congiunte tra Usa e Corea del Sud, il regime di Kim Jong-un lancia tre nuovi missili a corto raggio – diversi da un potente missile balistico intercontinentale in grado di colpire gli Usa come quelli testati il 4 ed il 28 luglio – e la Cina ammonisce che le nuove sanzioni decise dagli Usa contro aziende e personalità di Pechino legate da rapporti di affari con la Corea del Nord non aiutano ad affrontare la crisi missilistico-nucleare in atto con Pyongyang, Pechino è sempre più ago della bilancia nello scacchiere geopolitico asiatico e nel complesso gioco diplomatico con l’America di Trump, rispetto al quale la leadership cinese è alla ricerca di una stabilità mentre si prepara al Congresso in autunno. Sulle acque, la Cina mostra sempre più la sua assertività. Prevale su tutti un principio insindacabile: il predominio sui mari non si discute, la Cina vuole la pace ma non è disposta a scendere a compromessi sulle questioni di sovranità. Lo ha detto il 1 agosto il presidente cinese, Xi Jinping, nella veste di presidente della Commissione Militare Centrale, massimo organo decisionale delle Forze Armate cinesi, nel discorso pronunciato alla Grande Sala del Popolo in occasione dei novanta anni dalla fondazione dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA), ribadendo la leadership del Partito sull’esercito.

La Cina punta sui supercomputer per dominare i mari
 Una parata militare cinese

Giorni prima, nella base di Zhurihe, in Mongolia interna, sotto gli occhi di Xi erano sfilati dodici mila soldati, oltre cento mezzi aerei e cinquecento diversi armamenti; il 40% di questi –  secondo le stime ufficiali – venivano mostrati al pubblico per la prima voltaNon poco per un esercito che non combatte una guerra da circa 40 anni (l’ultimo fu il conflitto armato con il Vietnam nel 1979). In mostra, a Zhurihe, non solo gli equipaggiamenti militari di ultima generazione, ma anche i risultati della riforma in atto delle Forze Armate, iniziata nel 2015 con la riduzione di trecentomila unità per snellire l’esercito e renderlo più operativo in battaglia. “Per realizzare il sogno della grande rinascita della nazione cinese, dobbiamo accelerare la trasformazione del PLA in un esercito all’avanguardia”, ha detto Xi, che si prepara al prossimo Congresso del PCC, l’attesissimo appuntamento politico quinquennale, che quest’anno sancirà il ricambio ai vertici e l’ingresso dell’attuale presidente nel suo secondo mandato, con l’enigma della successione. “Abbiamo la fiducia di sconfiggere tutte le invasioni” ha sottolineato Xi.

Una spesa militare in crescita

Secondo quanto annunciato dal Ministero delle Finanze cinesi durante i lavori dall’Assemblea Nazionale del Popolo nel marzo scorso, le spese militari cinesi cresceranno del 7% nel 2017: al ritmo più basso dal 1991, ma per la prima volta oltre quota mille miliardi di yuan (1044 miliardi di yuan, equivalenti a 151 miliardi di dollari).  Nel 2017, le spese militari cinesi conteranno per l’1,3% del prodotto interno lordo, e cresceranno per il secondo anno consecutivo con un incremento percentuale a una sola cifra. Lo scorso anno, secondo le stime cinesi, le spese militari erano cresciute del 7,6%, a quota 954,3 miliardi di yuan (138,4 miliardi di dollari), mentre nel 2015, ultimo anno di aumento a due cifre, l’incremento era stato del 10,1%[13]. Una potenza in crescita. Secondo il Sipri, che elabora dati diversi, la Cina è al secondo posto dopo Usa per spese militari al mondo. Le spese cinesi nel 2016, secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto di Stoccolma, sono aumentate del 5,4% a 215 miliardi di dollari, facendo della Cina il secondo Paese che spende di più per difendersi. Al primo posto Usa – +1,7% a 611 milioni di dollari -, al terzo la Russia – +5,9% a 69,2 miliardi di dollari.

La Cina punta sui supercomputer per dominare i mari
 Navi militari cinesi

“Il pericolo di guerra è grande”

Mentre Trump a marzo scorso annunciava l’aumento del budget del 10% per il 2017, Pechino commissionava la realizzazione di 18 navi da guerra. Gli Stati Uniti dispongono attualmente di 10 portaerei e ne stanno costruendo altre due. La Cina ha varato di recente la seconda, interamente prodotta in Cina, nei cantieri navali di Dalian, diversamente dalla prima nave da guerra  – Liaoning – di fabbricazione sovietica. Il varo della prima portaerei cinesi avveniva all’indomani delle dichiarazioni del ministro degli Esteri, Wang Yi tese ad allentare le tensioni tra Usa, Seul e Pyongyang. “Il pericolo di guerra è grande” aveva ammonito il ministro. Non si conoscono le cifre esatte che Pechino destina all’ammodernamento della sua flotta. Ma in Cina la difesa dei mari e dei cieli ha assunto negli ultimi trenta anni, via via che il Paese si apriva a nuove rotte commerciali, una nuova centralità rispetto alla tradizionale difesa terrestre. Nei piani cinesi, marina e aviazione saranno destinati a contare molti uomini e risorse in più rispetto alle forze armate di terra (oggi l’esercito conta un milioni e 600 mila soldati).

Nessuna esplicita menzione delle dispute territoriali, ma è difficile non cogliere nelle parole del presidente pronunciate il 1 agosto un chiaro riferimento alla questione del Mar Cinese Meridionale, dove la Cina sta portando avanti diversi lavori di ampliamento delle isole contese con altri Paesi, come il Vietnam e le Filippine. Proprio lo stesso giorno la Cina ha inaugurato la prima base navale all’estero a Gibuti, in Africa orientale, ufficialmente per motivi di sicurezza e con l’obiettivo di compiere missioni di pace e umanitarie. Il Corno d’Africa si trova in una posizione strategica per il controllo delle vie commerciali tra l’Oceano Indiano e il Mediterraneo. Oltre al Mar Cinese Meridionale, gli interessi di Pechino si estendono a Taiwan, alle isole Senkaku/Diaoyu contese con il Giappone nel Mar Cinese Orientale. Ma le dispute sulla sovranità non sono l’unico cruccio per Pechino che da alcune settimane deve fare i conti con la ripresa di quelli che Washington definisce “esercizi di libertà di navigazione” nel Mare Cinese Meridionale, e che prevedono incursioni compiute da cacciatorpedinieri Usa nelle acque delle isole che Pechino rivendica come proprie, alla ricerca di una collaborazione con Pechino per risolvere la questione nord-coreana. Il terzo episodio è avvenuto il 10 agosto scorso quando la Uss John. S. McCain ha condotto l’operazione al largo del Mischief Reef, nell’arcipelago Spratly, mettendo a dura prova i nervi di Pechino. Lo stesso cacciatorpediniere si è reso protagonista giorni fa di una collisione con una petroliera al largo di Singapore, che ha provocato la morte di dieci marinai americani. Dopo la seconda collisione in due mesi di modernissime navi da guerra Usa con vittime, la US Navy ha diramato un ordine per una “pausa operativa” a tutte le unità delle diverse flotte sparse nel mondo. Agli esercizi di questo tipo sulle acque si aggiungono quelli nei cieli, con rischi, forse, ancora maggiori.

Ecco come Facebook farà i soldi con WhatsApp

I dettagli non sono ancora noti, ma il gruppo guidato da Mark Zuckerberg ha una strategia precisa per monetizzare la gigantesca base utenti dell’app.

Ci sono voluti tre anni e mezzo. Ma alla fine Facebook sembra aver deciso come fare soldi con WhatsApp. Farà pagare le grandi imprese che vogliono usare il servizio per contattare direttamente i propri clienti. I dettagli non sono ancora noti, ma è questa la direzione scelta dal gruppo guidato da Mark Zuckerberg per monetizzare la gigantesca base utenti dell’app.

Ecco come Facebook  farà i soldi con  WhatsApp
WhatsApp

“Stiamo costruendo e testando nuovi strumenti – si legge sul blog ufficiale – tramite l’applicazione WhatsApp Business, gratuita e per piccole attività, e tramite una soluzione enterprise per aziende di maggiori dimensioni che operano su larga scala con una base clienti globale, quali compagnie aeree, siti di e-commerce e banche. Queste aziende potranno usare le nostre soluzioni per inviare ai loro clienti notifiche utili, come ad esempio gli orari di un volo, conferme di avvenuta consegna, o altri aggiornamenti”.

Verso la monetizzazione degli utenti

L’idea nasce dall’incrocio di esigenze e prassi: da un parte WhatsApp deve fatturare. Dall’altra sono stati gli utenti a piegare il servizio (in modo artigianale e non codificato) ai propri bisogni: “Abbiamo saputo di piccoli commercianti che usano WhatsApp per rimanere in contatto con centinaia di clienti da un solo smartphone”. E “sempre più persone hanno iniziato ad usare l’applicazione anche per comunicare con le aziende a cui sono interessate”.

Ecco come Facebook  farà i soldi con  WhatsApp
 Jaap Arriens / NurPhoto / AFP
 WhatsApp e Facebook, app sullo smartphone (Afp)

Quindi perché non trasformare la consuetudine in fonte di ricavi? “Sappiamo – continua il post – che le aziende vogliono avere una presenza ufficiale, un profilo verificato, in modo che un utente possa facilmente distinguere il loro account da quello di un singolo individuo”. Da qui si parte: una spunta verde che indicherà i profili certificati, come avviene già suFacebook e Twitter. Quindi, ricapitolando: le imprese pagheranno per usare WhatsApp come piattaforma per promozioni e customer care. Si parte con un programma pilota, che sarà sottoposto alla risposta degli utenti: dopo aver atteso così tanto tempo per monetizzare, non è il caso di infastidire quel miliardo di persone che ogni giorno invia e riceve messaggi. La novità, quindi, dovrà essere tarata con cura.

Quando per WhatsApp la pubblicità era il Male

Di sicuro, però, si tratta di una piccola rivoluzione. Dal gennaio 2016, l’app è del tutto gratuita: l’appartenenza a un gruppo che macina miliardi di utili ha consentito il lusso di crescere senza l’affanno di avere ricavi significativi. In precedenza, quando era una società indipendente, WhatsApp campava con le sottoscrizioni. Pochi centesimi (89) per un abbonamento annuale.

Ecco come Facebook  farà i soldi con  WhatsApp
Facebook

Pubblicità? Un argomento che i co-fondatori Jan Koum e Brian Acton trattavano come la peste. In un post del 2012, scrivevano che “oggigiorno le aziende sanno letteralmente tutto su di voi, sui vostri amici, sui vostri interessi, e si servono di queste informazioni per vendere pubblicità”. Poi si rivolgevano agli utenti: “La pubblicità non è solo un’interruzione dell’estetica, è un insulto alla vostra intelligenza e un’interruzione dei vostri pensieri. Ricordate: quando si parla di pubblicità, il prodotto siete voi”. Con questi principi, la strada sembrava obbligata: l’abbonamento. “Quando le persone ci chiedono perché facciamo pagare per WhatsApp, siamo soliti rispondere “Avete considerato l’alternativa?”.

Poi arrivò Facebook…

Poi però arrivò Facebook, proprio una di quelle aziende che “oggigiorno sanno tutto su di voi e si servono di queste informazioni per vendere pubblicità”. Sborsa 19 miliardi di dollari e trova un’alternativa che Koum (tutt’ora ceo di Whatsapp) è pronto a battezzare.

LA REDAZIONE

I gas di scarico uccidono in Italia 2.800 persone l’anno. Ed è anche colpa del dieselgate

Secondo uno studio internazionale anticipato dal Fatto ogni anno ci sono in Europa 10mila morti. La maggio parte nel nostro Paese, soprattutto al Nord

I gas di scarico uccidono in Italia 2.800 persone l'anno. Ed è anche colpa del dieselgate

L’Italia è il Paese europeo dove l’inquinamento delle auto uccide di più. Lo rivela un nuovo studio realizzato da una squadra internazionale di ricercatori e anticipato dal Fatto Quotidiano. Ogni anno, in Europa circa 10.000 persone muoiono prematuramente a causa dell’ossido di azoto (NOx), un gas nocivo abbondantemente emesso dai motori diesel: quasi un terzo delle vittime risiede in Italia.

E ancora: metà del totale di questi decessi è da imputare alle emissioni che sforano i limiti Ue. È cioè il macabro bilancio degli abusi commessi nella verifica delle prestazioni ambientali delle automobili: l’eco-scandalo, venuto alla luce nel 2015 col caso Volkswagen (il dieselgate), continua a far pagare il suo prezzo in vite umane.

I gas di scarico uccidono in Italia 2.800 persone l'anno. Ed è anche colpa del dieselgate
 Volkswagen scaldalo dieselgate – afp

La ricerca interessa i 28 stati membri più Norvegia e Svizzera, è stata svolta dall’Istituto Meteorologico Norvegese (MetNorway), in collaborazione con l’International Institute for Applied Systems Analysis (IIASA) con sede in Austria e lo Space, Earth & Environment Department della Chalmers University of Technology in Svezia.

Cosa dice lo studio, in sintesi

I Paesi in cui il diesel uccide di più (secondo lo studio)

  • Italia 2.810 morti
  • Germania 2.070
  • Francia 1.430
  • Regno Unito 640

 Questi quattro paesi totalizzano, da soli, il 70% dei decessi registrati in Europa pur avendo il 50% della popolazione: ciò si spiega col loro elevato numero di auto diesel. Seppur meno popolata degli altri tre Paesi più colpiti, l’Italia li supera per numero di morti per via dell’elevata densità di residenti nelle aree industrializzate del Settentrione, dove è concentrato il trasporto su strada.

Perché la situazione è così critica

L’eccesso di emissioni delle auto diesel è il risultato delle falle annidate nel sistema di sorveglianza ambientale Ue. Per legge, i produttori di automobili hanno l’obbligo di dimostrare alle agenzie di controllo nazionali che rispettano le soglie di emissione prescritte: si tratta dei cosiddetti standard “Euro”, che l’Ue ha via via reso sempre più stringenti (quello più restrittivo oggi è l’Euro6) per rendere il trasporto gommato progressivamente più pulito. Tuttavia, questo meccanismo di certificazione si è basato, finora, su obsoleti test compiuti in laboratorio. La bufera Volkswagen ha costretto governi e industria ad ammettere la verità: le emissioni reali su strada risultano più alte dei valori dichiarati dai costruttori, raggiungendo picchi del 400% superiori ai limiti previsti.

A che punto è la partita a Risiko intorno alla Corea del Nord

oggi Donald Trump parlerà alle Nazioni Unite e chiederà un inasprimento delle sanzioni contro il regime di Pyongyang. La tensione è sempre più alta

A che punto è la partita a Risiko intorno alla Corea del Nord

Il regime di Kim Jong-Un  intende “accelerare” verso la sua trasformazione in potenza nucleare. Nelle stesse ore Washington ha compiuto una nuova azione dimostrativa: caccia F-35B Stealth e due bombardieri strategici B-1B hanno simulato un bombardamento nei cieli della penisola coreana, come ha riferito una fonte del governo di Seul.

Aerei contro missili, a chi vola più alto

Gli aerei militari americani hanno volato insieme a 4 caccia F-15K sudcoreani e poi sono rientrati nelle basi in Giappone e a Guam, ha aggiunto la fonte all’agenzia sudcoreana Yonhap. L’esercitazione segue di tre giorni l’ultimo test balistico nordcoreano, il lancio di un missile a medio raggio che ha sorvolato la parte settentrionale dell’arcipelago giapponese prima di cadere nell’Oceano Pacifico.

E Mosca non resta a guardare

Anche la Cina e la Russia hanno cominciato le esercitazioni navali vicino alla Corea del Nord, in un clima di crescente tensione nell’area. Le manovre congiunte, spiega l’agenzia cinese Xinhua, si svolgono tra la baia Pietro il Grande, proprio all’esterno del porto di Vladivostok, non lontano dal confine tra Russia e Corea del Nord, e la parte meridionale del mar di Okhotsk, a nord del Giappone. Le esercitazioni sono la seconda fase delle manovre navali sino-russe quest’anno, dopo quelle compiute nel Baltico a luglio.

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Pyongyang Nord Corea

Russia e Cina sempre più inquiete

L’agenzia cinese non ha collegato direttamente le esercitazioni alle provocazioni nordcoreane e alla risposta americana. Sia la Cina che la Russia, sempre più inquiete per i venti di guerra nella regione, hanno più volte chiesto un soluzione pacifica della crisi. Intanto, nel giorno dell’avvio dei lavori dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, Pyongyang ha definito un “atto ostile” le ultime sanzioni dell’Onu, imposte dal Consiglio di Sicurezza dopo l’ultimo e più potente test nucleare, e ha messo in guardia la comunità internazionale sostenendo che il pressing non farà che accelerare il “completamento della potenza nucleare” dello Stato.

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Vladimir Putin

“Le iniziative aumentate da parte degli Stati Uniti e delle sue forze vassalle per imporre sanzioni e pressioni sulla Repubblica Popolare Democratica di Corea non faranno che aumentare il nostro cammino verso il completamento della forza nucleare”, ha detto il ministero degli Esteri di Pyongyang.

Un portavoce del ministero ha poi definito le sanzioni “l’atto più crudele, non etico e disumano di ostilità per sterminare fisicamente il popolo nordcoreano, a prescindere dal sistema e dal governo”. La settimana scorsa il palazzo di Vetro ha imposto nuove sanzioni, tra cui il divieto di importazione tessile e la limitazione della fornitura di benzina.

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Consiglio di Sicurezza dell’Onu

Le prove portate da Seul

E che la Corea del Nord non intenda fare nessun passo indietro lo conferma il governo di Seul, secondo cui il regime di Pyongyang si avvicina “alla fase finale” dello sviluppo di un missile balistico intercontinentale, che potrebbe colpire il territorio statunitense.

La previsione è contenuta in un documento che il ministero della Difesa sudcoreano ha presentato ieri all’Assemblea, il Parlamento, dopo l’ultimo missile a medio raggio lanciato lo scorso venerdì dalla Corea del Nord e che ha percorso circa 3.700 chilometri, sorvolando il nord dell’arcipelago giapponese. Secondo la Corea del Sud Pyongyang continuerà a “realizzare provocazioni strategiche aggiuntive” con nuovi test bellici.

Le forze armate di Corea del Sud, Stati Uniti e Giappone faranno un’esercitazione combinata anti-missile alla fine del mese come risposta ai continui lanci della Corea del Nord. L’esercitazione è anticipata in un rapporto che il ministero ha presentato ieri in Parlamento, dopo l’ultimo lancio di un missile a medio raggio, lo scorso venerdì, da parte della Corea del Nord, un missile che ha viaggiato per circa 3.700 chilometri e ha sorvolato il nord dell’arcipelago giapponese.

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 Donald Trump

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Il rapporto spiega anche che il Pentagono prevede di inviare una portaerei nucleare e il suo gruppo di attacco per partecipare alle manovre con le Forze navali sudcoreane a ottobre (anche se il portavoce delle Forze Armate americane in Corea del Sud e del Comando del Pacifico ha riferito che l’invio non è confermato). Il documento non specifica quale delle portaerei della VII Flotta sarà inviata, ma la scorsa primavera era stata schierata nella regione la portaerei nucleare USS Carl Vinson.

Nonostante le crescenti sanzioni che pesano sul regime di Pyongyang, il governo sudcoreano è tornato a insistere sulla necessità di realizzare l’invio di aiuti umanitari per i settori più svantaggiati della popolazione nordcoreana. Il portavoce del ministero dell’Unificazione, Baik Tae-hyun, ha spiegato in una conferenza stampa che l’invio di aiuti “deve mantenersi indipendente dalla situazione politica”; e ha assicurato che la gran parte della comunità internazionale condivide questa posizione del governo di Seul.

Fra tre giorni la Corea del Sud deve decidere se approvare o meno l’invio di circa 8 milioni di dollari in aiuti alimentari destinati principalmente a donne e bimbi, canalizzati attraverso le agenzie dell’Onu.

 

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