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Valerio Carducci ultime notizie e la storia di Why Not “come racconta de Magistris” partendo proprio dalle logge calabresi

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Luigi De Magistris tra i manifestanti con cartelli e slogan contro la guerra e il caro bollette durante il sit-in davanti alla sede dellÕEni organizzata da Unione Popolare per presentare i candidati dei collegi del Lazio di Camera e Senato, Roma, 2 settembre 2022. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

L’ex sindaco di Napoli ripercorre la sua travagliata vicenda di pubblico ministero di Catanzaro alle prese con la sua celebre inchiesta, l’indagine giudiziaria sui presunti intrecci tra politica, corruzione, malaffare, lobby e logge massoniche

Nel libro “Fuori dal sistema“, edito da Piemme, con una prefazione di Nino Di Matteo, Luigi de Magistris ripercorre la sua travagliata vicenda di pubblico ministero di Catanzaro alle prese con l’inchiesta Why Not, l’indagine giudiziaria sui presunti intrecci tra politica, corruzione, malaffare, lobby e logge massoniche, con cui arrivò a sfiorare i vertici del Governo allora in carica. La veemente reazione che ne seguì dal suo stesso procuratore capo che avocò a sé il fascicolo, oltre a quella di parlamentari e pure dell’Associazione Nazionale Magistrati, né pregiudicò di fatto la carriera.

«Fuori dal sistema – ha detto – significa essere un uomo delle istituzioni fedele alla costituzione, che ha realizzato bene comune e interesse pubblico e che però nelle istituzioni ha visto molte mele marce che sono diventate un frutteto, che hanno utilizzato le istituzioni per fini privati, qualche volta affaristici e non di rado anche con un sistema criminale».

Al dibattito organizzato alla Ubik di Cosenza, coordinato da Saverio Di Giorno, sono intervenuti tra gli altri anche Francesco Febbraio, Francesco Saccomanno ed il deputato regionale Ferdinando Laghi. «Qualcosa è cambiato – ha aggiunto – Quando ero sostituto a Catanzaro c’era un procuratore che invece di tutelarmi mi sottraeva le inchieste. Oggi c’è invece un magistrato perbene. Purtroppo però il sistema nelle istituzioni è sempre molto forte».

Luigi de Magistris poi, riserva una stoccata ai promotori della proposta di legge del consigliere regionale supplente: «Più che di consiglieri supplenti abbiamo bisogno di consiglieri che lavorino per l’interesse della Calabria. Ferdinando Laghi e Antonio Lo Schiavo rappresentano l’unica opposizione non pregiudizievole ma costruttiva presente in un contesto nel quale Roberto Occhiuto ha deluso su tutta la linea».

Chiare le prospettive del movimento politico guidato dall’ex sindaco di Napoli: «Dobbiamo completare il lavoro avviato prima del voto parlamentare. Le elezioni anticipate non ci hanno dato il tempo di radicarci sul territorio nazionale. Su questo vogliamo concentrarci e mettere insieme le forze ambientaliste, di sinistra, vicine ai deboli, credibili, costituzionalmente orientate. Questo il percorso tracciato che intendiamo perseguire».

Negli atti di «Why Not», i cui faldoni sono stati oggetto di varie peripezie, prima sequestrati dalla procura di Salerno e in seguito risequestrati dalla procura di Catanzaro, si ipotizza ci siano le prove della riorganizzazione di una “nuova loggia P2” partendo proprio dalle logge calabresi.

Nell’inchiesta Why Not compaiono i nomi di politici, consulenti che operano ad alti livelli nelle istituzioni, finanzieri, un generale della Guardia di Finanza, magistrati, affaristi e alcuni uomini appartenenti ai servizi segreti, tutti massoni. I reati ipotizzati erano di associazione a delinquere, truffa aggravata ai danni della Ue e violazione della legge sulle società segrete.

I nominativi di Alfonso Papa, Nebbioso e Valerio Carducci affiorano nell’ambito di uno dei più delicati filoni investigativi dell’inchiesta Why Not su cui il pm De Magistris stava lavorando prima dell’avocazione del fascicolo: l’affidamento degli appalti di servizi nel settore dell’innovazione tecnologica degli uffici giudiziari e di pubblica sicurezza in favore del gruppo SALADINO-BRUNO BOSSIO-ADAMO, i rapporti di questi ultimi con CLEMENTE MASTELLA (che aveva assunto il dicastero della Giustizia), il ruolo di intermediazione svolto da dirigenti ministeriali, imprenditori, esponenti delle forze dell’ordine.

In tale contesto viene in rilievo la figura del deputato del Pdl Alfonso Papa, magistrato e dirigente del Ministero della Giustizia, soggetto di riferimento del Saladino per l’espletamento delle gare del Ministero nel settore dell’informatizzazione degli uffici giudiziari. La teste Caterina Merante riferiva del pressante interesse della Bruno Bossio a riottenere dal Ministero della Giustizia l’affidamento in favore del gruppo CM SISTEMI dei servizi di innovazione tecnologica degli uffici giudiziari aggiudicati (grazie alla mediazione del Saladino) al gruppo concorrente della GETRONICS e dell’intervento a tal fine del SALADINO sul PAPA, anche nel periodo in cui il MASTELLA rivestiva l’incarico di Ministro della Giustizia. Nello stesso ambito, emerge il ruolo di Settembrino Nebbioso, capo di gabinetto del Ministero della Giustizia.

Qualche anno dopo Why Not, l’ex magistrato ed ex parlamentare Pdl sarebbe finito nel 2010 al centro dell’inchiesta su una grande lobby di potere, la cosiddetta P4, che ha visto azzerare dalla prescrizione le accuse relative ai tre capi di imputazione per i quali era stato condannato nel primo processo e ha ottenuto la conferma dell’assoluzione già decisa dai giudici del tribunale in relazione ad altre accuse dal momento che in Appello è stato ritenuto in parte inammissibile e in parte respinto il ricorso del pubblico ministero. Ma per fare piena chiarezza, dopo le prime notizie di agenzie, commenti e reazioni, è intervenuta la presidenza della Corte d’appello, con un comunicato ufficiale: «Il dispositivo letto in udienza da questa Corte d’appello, adita dal pubblico ministero e dall’imputato, non è stata pronunziata sentenza di assoluzione ma sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione».

L’inchiesta era stata avviata nel 2010 dai pm Woodcock e Carrano ed era culminata nell’estate del 2011 con l’arresto dell’allora deputato Pdl Alfonso Papa. L’arresto fu autorizzato dalla Camera il 15 luglio 2011. Papa rimase in cella, nel carcere di Poggioreale, per 101 giorni. Il 31 ottobre successivo ottenne i domiciliari e il 23 dicembre la libertà. Basta fare pochi calcoli per comprendere quanto tempo sia trascorso dai fatti. Ora la prescrizione ha azzerato le accuse che in primo grado, nel processo conclusosi a dicembre 2016, avevano portato alla condanna dell’ex deputato a quattro anni e sei mesi di reclusione per reati di concussione per induzione nei confronti degli imprenditori Alfonso Gallo e Marcello Fasolino e di istigazione alla corruzione nei confronti dell’ex responsabile delle relazioni esterne di Finmeccanica Lorenzo Borgogni. Per altri episodi finiti al centro dell’inchiesta, Papa (difeso dagli avvocati Carlo Di Casola e Giuseppe D’Alise) ottenne invece l’assoluzione già nel primo processo. Tutto ruotava attorno alla cosiddetta P4, al ruolo del “solito” faccendiere Luigi Bisignani (che patteggiò una condanna a un anno e sette mesi) e a un giro di informazioni su indagini in corso usate o millantate per creare potere e ottenere favori e regali.

Alfonso Gallo, indiscusso deus ex machina della General Construction, oggi Geko, è un personaggio molto noto a Cosenza. Gestisce dalla fine del 2013 l’impianto di depurazione delle acque nere di contrada Coda di Volpe a Rende, sequestrato dalla procura di Cosenza. Sperava di vincere una gara “europea” da 200 milioni ma – contrastato da ampie zone grigie del Pd, per usare un eufemismo – è stato “palleggiato” per anni e la presa in giro continua. Ma questa è un’altra storia…

Luigi Bisignani

Abbiamo già scritto che ci troviamo davanti ad un imprenditore particolare. Napoletano, vulcanico e massimo esperto in finanza e soprattutto servizi segreti. Un personaggio creato da quel vecchio marpione del faccendiere andreottiano (impelagato nelle matasse degli “spioni”) Luigi Bisignani e finito più volte nel mirino della magistratura.

Intorno a lui hanno ruotato i momenti principali delle corruttele relative alle indagini del ministro Giulio Tremonti portate avanti dalla procura di Milano. E’ stato il protagonista numero uno della vicenda del rigassificatore di Brindisi, sulla quale, da corruttore, assunse il ruolo di concusso. Una classica per gente come Gallo. Al tempo, narrano le cronache, tentò di corrompere il procuratore aggiunto Bottazzi, che poi denunciò… Il rapporto ambiguo con magistrati e forze dell’ordine, del resto, è una costante di tutta la sua carriera.

Fino al 2009, scrivono i suoi biografi ufficiali, avrebbe fatto transitare in Italia da tre società fiduciarie in Lussemburgo circa 500mila euro al mese, che avrebbe diviso in finanziamenti a nero tra Renzo Lusetti (dirigente di spicco del Pd fino all’altro ieri), il direttore generale del ministero dell’Ambiente Mascazzini, Marco Milanese (in proprio e per Tremonti), Enzo Morichini (uomo di D’Alema), Emilio Spaziante e Donato Ceglie.

Ma la sua notorietà è stata molto alta qualche anno fa con la storia della P4, l’inchiesta condotta dal magistrato Henry John Woodcock.

La cosiddetta P4 (si parte sempre dalla P2 di liciogelliana memoria mentre la P3 è quella scoperta ma non catturata da De Magistris causa… poteri forti) avrebbe avuto l’obiettivo di gestire e manipolare informazioni segrete o coperte da segreto istruttorio, oltre che di controllare e influenzare l’assegnazione di appalti e nomine, interferendo anche nelle funzioni di organi costituzionali.

Alfonso Gallo

Alfonso Gallo, che era stato chiaramente colto con le mani nella marmellata dal magistrato, si presta in tutti i modi ad accusare il parlamentare Alfonso Papa (ex magistrato e quindi inviso a Woodcock) per incastrarlo secondo la volontà del pm. Non che Papa fosse uno stinco di santo, per carità, ma Gallo non ci scherzava nemmeno con tutto quel “palmares”…

Stando alla tesi dell’accusa, Papa sarebbe stato per Luigi Bisignani (il punto di riferimento di Alfonso Gallo) una delle principali fonti di notizie sensibili riguardanti soggetti investiti di funzioni istituzionali. Allo scopo di ottenere tali informazioni riservate, l’onorevole Papa si sarebbe avvalso del supporto del maresciallo della Finanza, La Monica.

Gallo diventa il principale accusatore di Papa. Dice che c’era un piano per spostare da Napoli a Roma l’inchiesta della P4 e per screditare lo stesso pm Woodcock. Ammette di aver pagato a Papa e alla sua amica ucraina Luda soggiorni in alberghi di lusso.

Dalle carte emerge che il maresciallo La Monica ha “compiuto alcuni accessi abusivi al sistema informatico delle forze di polizia” per raccogliere informazioni su questo imprenditore.

I pm Curcio e Woodcock, quindi, sentono Gallo, il quale è quasi desideroso di sfogarsi: “Papa – spiegava – utilizzava le sue relazioni con ambienti giudiziari e con forze di polizia per “andare sotto”, fare richieste e chiedere favori a imprenditori come me”.

Insomma, qualunque imprenditore o persona abbastanza facoltosa abbia un problema in corso con la giustizia, diventa per Papa una possibile vacca da mungere. Il meccanismo era sempre lo stesso: raccogliere (attraverso La Monica) un po’ di notizie sulla questione, far presente alla “vittima” che si trova nei guai, far balenare l’idea di arresti imminenti e, poi, passare all’incasso. E Papa raccontava a Gallo che lui e Bisignani si stavano occupando anche di altri imprenditori nei guai con la legge come Alessandro Petrillo (Protecno), Matacena (antincendio, che avrebbe vinto appalti per oltre 35 milioni alla Regione Calabria ma è stato sempre protetto dagli amici degli amici), e Schiavone (Clinica Pineta a Mare).

Aggiungendo anche notizie sul suo capo, cioè Bisignani (“dirige di fatto l’Eni”) e sui suoi rapporti con la regina di Giordania (“il figlio lavora per lei”) e ancora sui rapporti di Papa col generale Poletti dei servizi segreti (Aise). E concludeva: “Ritengo che Papa sia una persona molto pericolosa dalla quale bisogna guardarsi”.

“…Il Gallo accusa il Papa – scriveva il 22 gennaio del 2012 Panorama -. Era un’udienza attesa quella al Tribunale di Napoli nell’ambito del processo, che coinvolge il deputato del Pdl Alfonso Papa…. L’imprenditore Alfonso Gallo, che insieme ad altri due dichiara di essere stato concusso da Papa, ha risposto alle domande dei giudici. Uno strano incontro. Gallo conferma che lui e Papa erano amici, che andavano sempre a cena insieme, che lui, il Gallo, aspirava ad entrare in stretti rapporti con Luigi Bisignani grazie all’intermediazione del Papa. Gallo è il principale contractor delle centrali elettriche in Italia, nonché titolare di una società d’intelligence, la G.Risk, il cui amministratore delegato è il colonnello De Donno, ex braccio destro di Mori. Gallo dichiara di essere in stretti rapporti con i vertici della Guardia di Finanza, ma di patire in modo inaudito il terrore esercitato da Papa. E che cosa faceva il Papa nero? Secondo il Gallo Papa disponeva di una “squadretta” di ufficiali di polizia giudiziaria e gli forniva informazioni su indagini che lo riguardavano direttamente…”.

Insomma, sembrava che tutto fosse venuto alla luce, almeno per gli episodi di corruzione, e che presto ci sarebbero stati risultati concreti se non per l’appartenenza alla P4 almeno per questi episodi di concussione, ma alla fine, in perfetto stile Italietta, è finito tutto a tarallucci, vino e… prescrizione. Esattamente come per Why Not e la loggia P3.

 

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