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COP27, Pichetto promette 70 gigawatt da rinnovabili in 6 anni. Ma l’Italia resta indietro con gli impegni presi

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Mentre il presidente della Conferenza intergovernativa sul clima, la COP27, vuole risultati significativi sul clima, perché “il mondo ci sta guardando”, e il ministro italiano Gilberto Pichetto oggi e domani è in Egitto, resta martellante per tutti la domanda al fondo di questo evento annuale: serve, servirà? L’Italia non sta facendo una brutta figura. L’impegno di Pichetto segue quello legato alla presenza della premier Meloni, e il ministro dell’Ambiente ha annunciato oggi un obiettivo ambizioso dell’Italia sulle rinnovabili: “raggiungere i 70 gigawatt” di nuova potenza rinnovabile, necessari per rispettare il target europeo del taglio del 55% delle emissioni di gas serra, “in sei anni invece che in dieci”. Inoltre, l’Italia si è impegnata concretamente per la lotta al cambiamento climatico garantendo giorni fa 1,4 miliardi di dollari all’anno per i prossimi 5 anni, incluso un contributo di 840 milioni di euro attraverso il Fondo Italiano per il Clima. Si tratta della prima volta: una piattaforma di investimento italiana specificamente dedicata all’impiego di tecnologie pulite e all’adattamento ai cambiamenti climatici nei Paesi in via di sviluppo non era mai stata ideata. Già previsto nella legge di Bilancio 2022 per onorare la promessa di raddoppiare il contributo tricolore fatta durante il summit dello scorso anno a Glasgow, il Fondo è stato tenuto a battesimo dalla delegazione italiana di quest’anno. In soldoni, se l’Italia aveva sborsato finora 460 milioni di euro l’anno, si appresta a versarne 840 milioni l’anno, per 5 anni (2022-2026). A gestire il Fondo sarà Cassa Depositi e Prestiti che potrà erogare finanziamenti diretti e indiretti, co-finanziare interventi insieme a organizzazioni internazionali, e assumere capitale di rischio senza l’acquisizione diretta di quote azionarie. Non è stato detto nulla, per il momento, sulla suddivisione dei fondi tra misure di adattamento e misure di mitigazione del cambiamento climatico. Certo che, a giudicare da quanto fatto finora, sembra più sensata la decisione di Greta Thunberg di fare spallucce alla COP. Finora nessuno Stato al mondo ha raggiunto le performance necessarie a contrastare la crisi climatica e l’Italia resta tra gli ignavi, al centro della classifica, al 29° posto. Lo ha stabilito oggi la classifica del Climate Change Performance Index 2023. Il Belpaese ha guadagnato solo una posizione rispetto allo scorso anno – è 29° anziché 30° – rimanendo ancorato al centro della classifica stilata del rapporto sulla performance climatica dei principali Paesi del Pianeta, redatto da Germanwatch, CAN e NewClimate Institute in collaborazione con Legambiente per l’Italia. Il rapporto, presentato oggi 14 novembre 2022 alla COP27 di Sharm el Sheikh, ha come parametro di riferimento gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e gli impegni assunti al 2030 e misura le performance dei vari Paesi basandosi per il 40% sul trend delle emissioni, per il 20% sullo sviluppo di rinnovabili ed efficienza energetica e per il restante 20% sulla politica climatica. Restano vuote, anche quest’anno, le prime tre posizioni: nessuno tra gli Stati presi in considerazione dal rapporto – ovvero 59 nazioni più l’Unione Europea nel suo complesso, un insieme che forma il 90% delle emissioni climalteranti del globo – ha infatti raggiunto le prestazioni necessarie a fronteggiare la crisi climatica e a contenere l’aumento della temperatura media globale entro la soglia critica di 1,5°C. A pesare sul risultato italiano sono principalmente il rallentamento nello sviluppo delle rinnovabili e una politica climatica ancora inadeguata a fronteggiare l’emergenza.

Governo.it – COP27 / foto: creative commons (CC BY-NC-SA 3.0 IT)

Saldi in cima alla classifica restano comunque i Paesi scandinavi. Danimarca e Svezia si posizionano rispettivamente al quarto e quinto posto, soprattutto grazie al loro impegno per l’abbandono delle fonti fossili e nello sviluppo delle rinnovabili. Le seguono Cile, Marocco e India che rafforzano l’azione climatica, nonostante le loro difficili situazioni economiche. In fondo alla classifica troviamo, invece, Paesi esportatori e utilizzatori di combustibili fossili come Iran, Arabia Saudita e Kazakistan. La Cina, tra i maggiori responsabili delle emissioni globali, scivola al 51° posto perdendo ben 13 posizioni rispetto allo scorso anno: nonostante il grande sviluppo delle rinnovabili, le emissioni cinesi continuano a crescere per il forte ricorso al carbone e la scarsa efficienza energetica del sistema produttivo. Ancora più in basso, al 52° posto, si piazzano gli Stati Uniti, che guadagna tre misere posizioni rispetto allo scorso anno per merito della nuova politica climatica ed energetica dell’Amministrazione Biden, specialmente grazie all’Inflation Reduction Act. Tra i Paesi del G20, solo India (8^), Regno Unito (11°) e Germania (16^) si posizionano nella parte alta della classifica, mentre l’Unione Europea sale di tre gradini rispetto allo scorso anno, raggiungendo il 19° posto grazie ai 9 Paesi posizionati in alto nella classifica, mentre a frenare restano Ungheria e Polonia. Sull’Italia il report evidenzia lo stallo nello sviluppo delle rinnovabili – siamo in questo 33esimi – e una politica climatica inadeguata: l’attuale Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) punta a un taglio delle emissioni di appena il 37% entro il 2030. Invece, potremmo “raggiungere almeno il 60% nel mix energetico e fino al 90% nel mix elettrico entro il 2030 e arrivare al 100% di rinnovabili nel settore elettrico già nel 2035, creando così le condizioni per giungere alla neutralità climatica ben prima del 2050”, spiega il rapporto. “Serve una drastica inversione di rotta – ha commentato Stefano Ciafani, presidente di Legambiente –. Si deve aggiornare al più presto il PNIEC per garantire una riduzione delle nostre emissioni climalteranti, confermando il phase-out del carbone entro il 2025, senza ricorrere a nuove centrali a gas”. 

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