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COP27, crediti di carbonio: fa discutere l’intervento di John Kerry

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Quella di ieri, 9 novembre, è stata la giornata della finanza climatica alla COP27. Anche quest’anno, come lo scorso a Glasgow, fa discutere molto l’articolo 6 dell’accordo di Parigi.
Di che si tratta? In poche parole, se un Paese si è prefissato come NDC (Nationally determined contributions) l’obiettivo di ridurre le proprie emissioni di una certa quantità entro un certo anno, ma non è in grado di ridurle tutte attraverso delle azioni di mitigazione sul territorio nazionale, l’Articolo 6 permette al Paese di “acquistare” la differenza mancante delle riduzioni di emissioni attraverso di crediti di carbonio internazionali.
A proposito di crediti di carbonio, ha fatto scalpore l’annuncio dell’Inviato Speciale per il Clima degli Stati Uniti d’America, John Kerry, che ha proposto un nuovo piano di crediti per emissioni su base volontaria, chiamato “Energy Transition Accelerator” (ETA), allo scopo di finanziare progetti di energia rinnovabile e accelerare la transizione verso l’energia pulita nei paesi in via di sviluppo. Si tratta di un sistema in cui i Paesi in via di sviluppo vendono crediti di carbonio per mitigare le emissioni climalteranti dei Paesi ricchi.
“La nostra intenzione”, ha dichiarato Kerry, “è di mettere in funzione il mercato del carbonio per distribuire capitale per accelerare la transizione dall’energia sporca a quella pulita, in particolare per ritirare l’energia alimentata a carbone senza sosta e accelerare la produzione di energie rinnovabili”.
Kerry ha anche aggiunto che i crediti di carbonio utilizzati nel programma sarebbero “di alta qualità” e soddisferebbero “forti tutele”.
Il piano degli Usa, però, non convince e in molti temono che si tratti di un modo per distrarre dall’approvazione del sistema Loss & Damage, che impone ai Paesi più responsabili dell’inquinamento di risarcire i Paesi in via di sviluppo. Non a caso, subito dopo il discorso di Kerry, i delegati di Cina e India hanno evocato il principio delle “responsabilità comuni ma differenziate basate sulle rispettive capacità”, secondo il quale sono i Paesi storicamente più responsabili delle emissioni a dover pagare.
C’è poi un’altra questione di cui si discute a ogni COP: l’obiettivo di finanza climatica stabilito alla COP di Copenaghen nel 2009, che fissa a 100 miliardi di dollari la somma che i Paesi sviluppati avrebbero dovuto stanziare ogni anno entro il 2020, per la creazione di un fondo a sostegno ai Paesi in via di sviluppo. Nonostante negli ultimi anni ci sia stato un impegno crescente delle Parti e, sebbene nel 2021 siano stati superati gli 80 miliardi di dollari, il traguardo prefissato non è mai stato raggiunto.
Su questo punto è intervenuto Simon Stiell, nuovo Segretario Esecutivo della Convenzione ONU sul Clima, il quale ha sollevato la necessità di rivedere la clausola sui sul fondo di 100 miliardi di dollari. Non solo perchè si tratta di una cifra stabilita in modo del tutto arbitrario, senza una reale analisi dei bisogni dei Paesi in via di sviluppo, ma sopratutto perchè il ritardo accumulato ormai è tale da richiedere, necessariamente, di fissare un nuovo obiettivo.
Per questo motivo, le Parti hanno già iniziato a discutere del prossimo obiettivo globale di finanza climatica per il periodo post-2025 e presto dovrebbe arrivare una nuova bozza di modifica dell’articolo 6 dell’Accordo di Parigi.

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