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Plastica compostabile: è davvero l’alternativa green a quella convenzionale?

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Si è da poco conclusa a Ischia la XIV edizione del Forum internazionale PolieCo (Consorzio nazionale per il riciclaggio di rifiuti di beni in polietilene) sull’economia dei rifiuti. Intitolato “Il gioco dei rifiuti” l’appuntamento di quest’anno ha chiamato a raccolta esperti del mondo delle istituzioni, della scienza, della magistratura, dell’economia, mettendo al centro del dibattito il tema delle nuove sfide per l’economia circolare, con diversi interventi dedicati a ricerca e innovazione, alle nuove mete di esportazione dei rifiuti, riciclo e difficoltà delle imprese.
Nel corso dei lavori, il Forum ha provato a formulare delle risposte alla domanda: la plastica compostabile può davvero essere considerata un’alternativa green alla plastica convenzionale?
Sul quesito sono intervenuti, per Greenpeace, Elisa Murgese, investigations officer currently Italia e Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna inquinamento.

“La maggior parte dei rifiuti organici in Italia finisce in impianti che non sono in grado di trattare efficacemente i materiali usa e getta in plastica compostabile”, hanno affermato Murgese e Ungherese illustrando l’inchiesta sulle bioplastiche effettuata dall’unità investigativa di Greenpeace Italia.
“La plastica ‘green’ certificata come compostabile secondo la UNI EN 13432 e conferita nell’umido, invece che degradarsi e divenire compost finisce nella maggior parte dei casi in inceneritori o in discarica. Dati alla mano – hanno spiegato – in Italia il 63% della frazione organica è inviata in impianti (anaerobici) che difficilmente riescono a degradare la plastica compostabile. E il restante? Confluisce in siti di compostaggio dove non è detto che resti il tempo necessario a degradarsi, rappresentando un problema più che un’opportunità”.
Murgese e Ungherese hanno inoltre aggiunto che “tutti gli impianti contattati da Greenpeace hanno segnalato problematiche nel trattare i prodotti usa e getta in plastica compostabile, che nella maggior parte dei casi sono separati dall’umido non appena arrivano in impianto. L’ennesimo cortocircuito di questa presunta svolta ‘green’ che, non a caso è presente in pochissimi stati europei, visto che nella maggior parte dell’Europa, infatti, è normale gettare i prodotti in plastica compostabile nell’indifferenziato”.
Sul tema delle bioplastiche è intervenuta anche Claudia Campanale, ricercatrice del Cnr Irsa di Bari: “Ultimamente si stanno cercando dei materiali alternativi alla plastica sintetica soprattutto nel settore agricolo dove vengono utilizzati i teli da pacciamatura a diretto contatto con il suolo. Questi possono iniziare a degradarsi in frammenti sempre più piccoli prima della fine del ciclo di crescita delle piante, rilasciando nell’ambiente dei micro frammenti dei quali il mondo scientifico non ha ancora ben chiari gli effetti negativi. Infatti, ad oggi, la maggior parte delle indagini effettuate -ha aggiunto la ricercatrice- ha coinvolto plastiche convenzionali derivanti da combustibili fossili mentre studi sulla presenza di microplastiche “bio-based” nell’ambiente terrestre e dell’assorbimento di sostanze chimiche su microplastiche di origine biologica, sono quasi totalmente assenti. Le prime evidenze scientifiche mostrano risultati e dati contrastanti: alcuni sembrerebbero addirittura indicare effetti peggiori rispetto alle microplastiche di origine sintetica, visti i tempi maggiori richiesti per la degradazione e la produzione di frammenti sempre più piccoli”.

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