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Meloni alla conquista del Nord: quello che non sapete sul comizio di Milano

Michele Mazzon ml international

A due settimane dal voto, Giorgia Meloni ha scelto Piazza Duomo a Milano per processare una sinistra minoritaria che ha abbandonato i lavoratori svantaggiati e i ceti produttivi tartassati da uno Stato «forte con deboli e debole con forti». Lo ha fatto nella capitale economica italiana, in un comizio dai tratti protocollari tipici della campagna elettorale, ma con il solito pathos venato da una stanchezza tradita dalla voce roca, con un’attenzione speciale per le forze più dinamiche della piccola borghesia italiana. Certezza del diritto, fisco, salari, welfare, strategie industriali e allarme energetico sono i temi principali su cui la leader di Fratelli d’Italia ha deciso subito d’inchiodare le classi dirigenti nazionali ed europee responsabili di aver tradito le aspettative e la dignità dei cittadini. Musica per le orecchie dell’operoso ceto medio nordista avvilito da un sistema tributario borbonico, umiliato dagli effetti depressivi del reddito di cittadinanza e insidiato dalla promessa goscista di un salario minimo («specchietto per le allodole») che rischia di essere caricato sulle imprese in assenza di un intervento forte sul cuneo fiscale. Potrebbe apparire come una concessione ostentata nei confronti degli industriali, in realtà vuole essere un discorso di verità e «buon senso», come ha precisato Meloni. Chi poi si aspettava una moderazione “tattica”, un ripiegamento ordinato verso le parole d’ordine dell’establishment che misura le parole della destra come quelle di un osservato speciale, sarà rimasto deluso.

 

 

CONTRO BRUXELLES
Giorgia ha attaccato a testa bassa l’establishment di Bruxelles incapace di trovare una politica energetica coerente, solidale e condivisa; le concentrazioni della finanza che si arricchiscono con l’immigrazione incontrollata che abbassa il costo del lavoro («Marx si sta rivoltando nella tomba»); gli speculatori della Borsa di Amsterdam che ingrassano sulle nostre bollette dell’elettricità e del gas schizzate; la legittima ma ben camuffata difesa dei piccoli interessi nazionali perseguita dalle cancellerie pavesate di specchiato europeismo (Olanda e Germania in prima fila).

Sul piano propositivo, nulla di stratosferico al netto della promessa che l’Italia a trazione meloniana intende tornare protagonista nel consesso dei grandi Stati continentali: «La pacchia è finita». Ma qui già siamo nel cuore del processo al Partito democratico che degli interessi anti italiani ha rappresentato la quinta colonna, una sinistra abilissima nella gestione della «egemonia di potere» e che, giunta l’ordalia elettorale, occulta la paura dietro l’aggressività e la delegittimazione dell’avversario. Soprattutto in materia di diritti civili. Al riguardo, Meloni ha difeso la volontà di applicare la legge 194 nella parte pro life senza alcuna tentazione regressiva. Anzi. L’aspirante premier si è lanciata in un saggio impetuoso di «maternalismo politico»: detassare le famiglie, incentivare la natalità contro la «glaciazione demografica» che riduce i figli a «beni di lusso«, garantire sempre e comunque il diritto di scelta delle madri. Con ovvie ricadute benefiche sul sistema pensionistico e non senza pensare a una riformulazione della scuola in antitesi all’attuale «macchina della disuguaglianza» anti meritocratica. «Uno non vale uno», ha gridato Giorgia alla ricerca di «un’Italia normale» nella quale sia ancora possibile sognare. Nulla di romantico, tuttavia, malgrado il ricorso insistito all’orgoglio e il richiamo ai giovanissimi padri del Risorgimento.

 

 

IL NODO IMMIGRAZIONE
L’Italia che ha in mente Giorgia Meloni ha il diritto di credere nella possibilità di risollevarsi, rilegittimando la maestà delle istituzioni sotto forma di uno Stato efficiente e non padronale, sorretto da norme giuste e inaggirabili, consapevole di ciò che sia necessario offrire a chi bussa alle nostre porte (recupero dei decreti flussi contro la cieca deregulation umanitaristica) e del dovere di affrontare il tema migratorio (selezione, accoglienza e redistribuzione) in una cornice europea e in accordo con le nazioni del nord Africa. Meloni sapeva di parlare anzitutto ai propri sostenitori (numerosi) e non si è nascosta: una nazione è tale soltanto se difende i suoi confini, intesi come il limes di un’Europa in cui l’Italia mediterranea può costituire un hub di approvvigionamento energetico, un modello di eccellenza manifatturiera, l’epicentro di un riscatto culturale. Lei si proclama pronta a «rompere il tetto di cristallo» come prima donna a Palazzo Chigi, laddove Enrico Letta le preferirebbe un imprecisato «premier femminista». «Sarete voi a dirmi se siete pronti, il 25 settembre», conclude Giorgia, ma guai a «distrarsi» prima di una vittoria ancora da conquistare. E più ancora, aggiungiamo, da gestire con femminile assennatezza.

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