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“Vi dico perché Binotto è meglio di Wolff. E Schumacher…”: la confessione di Giorgio Terruzzi

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«La prima volta a Monza fu a 11 anni. Avevo una piccola cinepresa, la Eumig 8mm. Feci una foto con Jacky Ickx, che scambiò il fotografo Franco Varisco per mio padre», racconta Giorgio Terruzzi, penna, occhi e cuore di vite e piste leggendarie. Per anni vice-direttore a Sport Mediaset, oggi in forza al Corriere, il suo è un osservatorio speciale. Classe ’58, milanese, ha iniziato a seguire la Formula 1 prestissimo. «Facevo le foto. Lauda era già Lauda, ed era anche un po’ stronzo, non è che potesse dar retta ai ragazzini alle prime armi», dice con un sorriso. «Di recente, mi hanno inviato uno scatto del ’78, realizzato a Monza. Ci siamo io, Niki Lauda, Pino Allievi ed il compianto Nestore Morosini. Era il GP in cui Ronnie Peterson perse la vita.
Erano passati 2 anni dall’incidente di Nurburgring. Lauda era ancora molto segnato», ricorda.
 

Eppure, 42 giorni dopo quell’1 agosto ’76, proprio a Monza compì una miracolosa impresa.
«Le piaghe gli ricoprivano il volto. Gli uomini della Ferrari costruirono un casco apposito. Arrivò quarto. Non credo che Lauda abbia mandato giù mai del tutto la chiamata, da parte di Enzo Ferrari, dell’argentino Carlos Reutemann, per sostituirlo. Fu il pilota che al Drake tenne più testa. Nel suo italiano, raccontò: «Quando dissi a Ferrari che sarei andato via a fine stagione, si arrabbiò molto. Mi recai in albergo con una Fiat 131, la mattina dopo era sparita. Chiamai Sante Ghedini per dirgli del furto. E lui: “No, l’ha presa Enzo” (sorriso, ndr)».

 

Lauda è la persona che più ha capito Lewis Hamilton.
«Una volta Lewis gli passò davanti e lui, scuotendo la testa, disse: “Tu dimmi se uno che corre deve portare l’orecchino”. Niki andò oltre, capì che Lewis aveva bisogno di un supporto per maturare. Possedeva tutti gli strumenti per portarlo nella giusta direzione e lo fece».

 

Ayrton Senna a Monza ti regalò un volante con autografo e dedica.
«Era l’89. Me l’aveva promesso quando c’eravamo visti in Brasile. Nell’inverno ’85 fui suo ospite, ad Avenida Nova Cantareira. Sua madre Neyde mi offrì almeno 3 caffè. Suo fratello Leonardo mi fece vedere il garage, con macchine e moto di ogni genere. Ayrton, con gli occhi gonfi di sonno, venne dopo un po’ a sedersi sul divano, bevendo il caffè tiepido, poi iniziò a parlare di macchine, del Brasile. Per chi non lo conosceva, poteva sembrare un matto. Possedeva, in realtà, una spiritualità invidiabile, immensa».
 

Prost e Senna, Suzuka ’90, l’urto alla curva 1 dopo il via.
«In bici, in mezzo alle vigne, prima di partire per il Giappone, dopo un allenamento Senna mi disse: “Socosa devo fare. Sono sereno”.
Voleva rassicurarmi, ma era diventato serio, sullo sguardo notai uno strano lampo. Compresi di cosa stesse parlando solo quando, la domenica, lo vidi tornare a piedi verso i box. E, poco distante, ecco Prost, a piedi pure lui. Senna non è stato il più grande pilota. È stata la persona più rilevante. Un pezzo unico, come Lauda. Mi piacerebbe ancora trascorrere una serata approfittando della loro compagnia».

 

Schumacher eroe “umano” e giornalista all’uopo.
«Quando ero a Mediaset chiedemmo a Michael di presentare tutti quelli che per lui lavoravano in Ferrari. Lo fece con una disinvoltura da navigato giornalista. Il suo impegno fu totale. Invece quando chiuse la sua avventura con la Rossa organizzò un incontro indimenticabile in Brasile con tutti i giornalisti che avevano seguito la sua carriera».

 

Hai detto: «Charles Leclerc è in un momento chiave».
«Guida una macchina che può vincere ogni domenica. Destinata a vincere nel futuro. E possiede una ferocia agonistica rilevante. Fa fatica a mettersi in pari con Max Verstappen, che ha vinto un Mondiale e corre con una serenità che a Charles manca. Ciò gli mette adesso una fregola pazzesca, qualche volta eccessiva. Ma arriveranno ai ferri corti. Una stagione punto a punto sarebbe stata diversa, più cruda».

 

Che pilota è Max Verstappen?
«Credo che la sua carriera sia fatta di molti mattoni, messi assieme con talento, fortuna, perizia. L’anno scorso ha vinto un Mondiale che praticamente aveva vinto Hamilton. Ha commesso un sacco di errori in precedenza. Lo dico pensando agli errori di Leclerc. A quante volte, guardandolo, abbiamo detto: “Porco Giuda, che foga’”.

 

Con Sergio Perez il confronto ha ancora senso?
«È’ un mediocre, uno normale. Molti con quel bolide otterrebbero gli stessi risultati. È’ come Barrichello e Webber. Sono quei colpi di culo che arrivano una volta soltanto. Ha il vantaggio di arrivare a punti sempre, lo svantaggio di avere un primo pilota che lo umilia ogni volta, perché più veloce».

Helmut Marko vera anima della Red Bull?
«Gioca a fare il chimico. È’ il vero anello di congiunzione tra proprietari e team. La personalità più forte è la sua».

Chi più hai amato tra i team principal?
«Ron Dennis, antipaticissimo, ma capacissimo. Ha lasciato il segno, prima di lui, Ken Tyrrell, ex falegname in grado di trasformare la propria vita in una leggenda assieme a Jackie Stewart. Mauro Forghieri, manager di pista in grado di guidare gli uomini in fabbrica e personalità come Regazzoni o Lauda. Mattia Binotto mi piace più di Toto Wolff o Christian Horner, che si fanno un po’ troppo gli affari loro. Mi piacerebbe rivedere Stefano Domenicali. Quando andò via dalla Ferrari fu un dispiacere».

Il pensiero finale va a Nicola Materazzi, padre della F40, da poco scomparso.
«Questo lutto, l’ennesimo, e temo non l’ultimo, chiude una memoria spero non perduta, e che mai si perda, una parte di storia determinante per il successo che la Ferrari ha ancora. Se siamo qui a parlare di essa è grazie ad Enzo Ferrari in primo luogo, e a uomini come Materazzi o Forghieri, che hanno capito Enzo, permettendogli di trasformare la sua avventura ed il suo primo sogno in qualcosa di leggendario»

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