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Inchiesta Usa: pellet italiano dai boschi protetti in Romania

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È uno dei combustibili più inquinanti e dannosi per l’ambiente, ma l’Italia da decenni li incentiva perché considerati prodotti di scarto, ovvero il risultato dell’avanzo della lavorazione del legno. Ora però un’inchiesta portata avanti dall’Environmental Investigative Agency (Eia) con Greenpeace Romania ha dimostrato che il principale produttore di pellet locale – che poi esportava in Italia, Spagna e Francia – da almeno un anno sopperisce all’aumento della richiesta abbattendo alberi sani (almeno il 40% del pellet prodotto) in foreste protette. E questo nonostante l’azienda in questione – la ABC EcoForest, azienda che si definisce il maggiore produttore di pellet nella Romania occidentale – sia certificata con il marchio di qualità internazionale ENplus. L’aumento della domanda è dovuto in parte ai rincari del gas, ma soprattutto allo stop dei concorrenti ucraini, fermati a causa della guerra. Così da un giorno all’altro l’azienda ha visto raddoppiare le richieste – forte anche del fatto che, non solo l’Italia, ma l’Europa intera considera i pellet una fonte energetica green – e ha organizzato la truffa, scoperta dagli investigatori americani dopo oltre un anno di lavoro, appostamenti e intercettazioni. Primo beneficiario: il nostro Paese. L’Italia è il maggiore consumatore al mondo di pellet per uso domestico, con circa 4 milioni di tonnellate bruciate ogni anno, nonostante sia notoriamente anche uno dei Paesi europei più inquinati.

L’inchiesta è partita dai dati. Eurostat aveva mostrato un’impennata delle esportazioni rumene di pellet nel resto d’Europa, con una crescita del 71% del tonnellaggio all’inizio del 2022 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. “L’attuale direttiva europea sulle rinnovabili, che qualifica l’energia prodotta dalla combustione di legna come ‘verde’, incentiva di fatto le aziende rumene a trasformare alberi sani in pellet da esportati in Paesi dell’Europa occidentale, come l’Italia”, ha commentato Ciprian Galusca, responsabile delle campagne per le foreste di Greenpeace Romania, che ha collaborato con Eia. Gli investigatori dell’agenzia americana hanno seguito i fornitori della legna di ABC EcoForest fino allo scorso agosto, per un anno, scoprendo che la materia prima dei trucioli erano interi tronchi di alberi protetti prelevati da zone di Natura 2000, la rete europea di siti protetti per la conservazione della biodiversità. Sul sito di ENplus, invece, si spiegava che il pellet certificato è ottenuto “principalmente dalla segatura e da residui di segheria”. È emerso invece che circa il 40% dei carichi di pellet erano prodotti in modo fraudolento, per un volume totale superiore a 7 milioni di metri cubi l’anno. Si spera che anche questa indagine venga presa in considerazione nel corso del voto che, il 13 settembre prossimo, deciderà all’Europarlamento della revisione della direttiva europea sulle energie rinnovabili (Red III). Se la plenaria dell’assemblea confermerà quanto già votato dalla Commissione Envi (Ambiente), si vieteranno i sussidi all’energia prodotta bruciando legna non lavorata (interi tronchi di alberi), che attualmente – secondo le stime di Forest Defenders Alliance – ammontano in Europa a oltre 17 miliardi di euro ogni anno. La petizione di Forest Defenders Alliance – sostenuta da oltre 120 ong europee tra cui Greenpeace – per chiedere all’Europarlamento fermare questi incentivi ha raggiunto quasi il mezzo milione di firme. Più probabile che a stoppare la “moda” delle stufe a pellet sia il rincaro dei prezzi, che nel giro di un anno è praticamente raddoppiato: per 15 chili si spendevano circa 5 euro, adesso si parla di almeno 10 euro. Oltre alla Romania, anche altri produttori – come Croazia, Serbia e Bosnia – hanno deciso di chiudere le esportazioni per destinare all’uso interno il pellet, dati i rincari del gas e di altre forme energetiche.

L’articolo Inchiesta Usa: pellet italiano dai boschi protetti in Romania proviene da The Map Report.

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