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“Ora corro contro i clandestini”. Emerson Fittipaldi, dalla F1 alla Meloni

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«Lo sport significa unire, migliorare la salute, cambiare la vita dei giovani. Vengo dalla F1 e ne ho fatto molto, io i ragazzi che finiscono in strada e prendono una brutta piega non voglio vederli». Emerson Fittipaldi, 75 anni, lo dice sicuro, con la decisione che aveva una volta in pista durante i sorpassi. Ci ha dedicato qualche minuto prima di intervenire al dibattito “Gli italiani all’estero: sport, studio e mondo del lavoro”, organizzato mercoledì dall’università e-Campus di Novedrate (Como). Campione nel Circus tra 1972 e 1974 con Lotus e McLaren, ha deciso di candidarsi per le elezioni del 25 settembre insieme a Fratelli d’Italia nella circoscrizione sudamericana. Sosterrà il candidato alla rielezione alla Camera, Luis Roberto Lorenzato (Lega), e questi sono i suoi obiettivi: introdurre il riconoscimento automatico dei diplomi degli italo-brasiliani e dei sudamericani in Italia, difendere il diritto di sangue della cittadinanza italiana (Ius Sanguinis) e l’ammissibilità immediata degli atleti oriundi in tutti i campionati sportivi.

Come nasce questa possibilità?
«Un mese fa Lorenzato venne da me e mi ha detto ‘Emerson, ti voglio in Senato per migliorare il Sudamerica”. Ma non mi convinse subito, già il progetto con l’associazione mondiale “Laureus” mi portava via molto tempo. Poi però ho pensato allo sport, ai suoi valori: unire, migliorare salute, cambiare la vita dei giovani. Che oggi sono fermi in casa, sul divano, con iPad e iPhone in mano. Voglio stimolarli. E Giorgia Meloni è d’accordo con me».

 

 

Cosa le ha detto?
«Mi ha parlato del suo impegno, della coalizione. Mi ha detto che lo sport è uno dei punti cardine della sua campagna. Io e lei non vogliamo vedere i giovani in strada fare una brutta fine, la povertà la si deve combattere. E nel mio programma l’aiuto agli oriundi è fondamentale. I miei nonni erano di Lauria, in Basilicata, e se io ho un legame forte con l’Italia, dove è originaria una parte del mio sangue, devono ritornare ad averlo anche quelli che l’hanno perso. Voglio fare da ponte tra questo Paese e il Sudamerica».

La lotta all’immigrazione illegale è uno dei punti cardine del programma di centro-destra, cosa ne pensa?
«Un problema mondiale, la gente sbaglia a pensare che sia solo dell’Italia. Al mio ritiro dalla F1, sono andato a vivere negli Usa, e oggi là vogliono entrare un sacco di messicani senza documenti. Ma penso anche al mio Brasile, invaso da irregolari provenienti dal Venezuela. È chiaro che bisogna fare qualcosa».

Ha già sentito il suo amico Bolsonaro per annunciargli la candidatura?
«Sì, è molto concentrato sulle presidenziali del 2 ottobre, vuole riconfermare la carica e io spero sia così. Ha reso il Brasile un posto migliore, migliorando aziende, infrastrutture, costruendo scuole e ospedali. Ha pensato a un futuro roseo per il Paese».

 

 

Suo amico, nonché collega in pista, era anche Carlos Reutemann (ex pilota Ferrari scomparso nel luglio 2021, ndr), che fu senatore dell’Argentina. E pensare che potreste avere un percorso simile…
«Ho sentito Carlos due mesi prima della sua morte, era un grande senatore e mi ha spiegato il lavoro che faceva. Le sue parole mi hanno ispirato, ho parlato questo martedì con Cora (la figlia di Reutemann, ndr): anche lei vuole essere senatrice. In pista io e lui eravamo inseparabili, così come In alto, Emerson Fittipaldi, sua figlia Joana Hotte Fittipaldi e due nipotini insieme a Jair Bolsonaro. Sopra, a sinistra, il pilota brasiliano a Montecarlo 1974 su McLaren-Ford M23 con cui vinse il secondo mondiale F1. A destra, Fittipaldi e Jackie Stewart quest’ anno a Miami (Getty, Fotogramma) con Juan Manuel Fangio, che non corse ai miei tempi ma mi stimava. Il contrario del rapporto generale tra Brasile e Argentina, dove non scorre buon sangue».

Salvini e Berlusconi l’hanno contattata?
«Matteo sì, e mi ha detto che tifa per me. Silvio no, ma alcune persone del suo partito sì. Io dico: il centro-destra giochi di squadra, questo vorrei se andassi in Senato. Non conta il lavoro individuale, ma avere accanto a me gente volenterosa, un po’ come la metafora della squadra o del team di F1 nello sport che lotta per la vittoria». 

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