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Centrodestra, è cappotto: la simulazione che terrorizza Pd (e Mattarella)

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Ventiquattro giorni al voto e quasi venti punti di distacco tra centrodestra e centrosinistra, se non è ancora un cappotto è soltanto perché in politica come nello sport comanda la regola aurea del Trap: “non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”.

Lo sa bene Giorgia Meloni che dall’alto del suo 24% non si lascia travolgere da facili entusiasmi e dal palco di Pescara, ieri, ha ribadito il concetto: «Sono abituata a combattere le battaglie prima di dichiararle vinte e a raccogliere il consenso dei cittadini prima di commentarlo. Il consenso di Fratelli d’Italia», ha aggiunto, «sale grazie a una classe dirigente che nelle amministrazioni e alla guida della Regione sta dando risultati importanti».

 

Pragmatismo e mosse calibrate, ma i sondaggi parlano chiaro e fotografano una situazione di continua crescita per la coalizione del centrodestra trainata proprio dalla formazione della mamma romana.

LA FORBICE
L’ultima rilevazione effettuata da Tecné Italia per Repubblica e pubblicata da Youtrend mostra infatti un altro balzo in avanti di Fdi; la Lega di Matteo Salvini sfiora il 13 per cento, doppia cifra anche per Forza Italia di Silvio Berlusconi. Sul fronte opposto il Pd è al 22,2% con Sinistra Italiana e Verdi al 3,1 e +Europa al 2,4. Il Terzo Polo di Renzi e Calenda è dato da Youtrend al 5,1 (mentre per Euromedia Research di Alessandra Ghisleri è al 7,4%), il Movimento Cinquestelle poco sopra il 10.

Ma al di là delle quotazioni dei singoli partiti, che possono variare da sondaggista a sondaggista, lo scenario parlamentare che avremo dal 26 settembre, stando così le cose, si profila come il peggiore incubo per Enrico Letta e compagni. La forbice a favore del centrodestra è di 248/268 seggi alla Camera e di 126/136 al Senato. Calcolando che sarà la prima legislatura con il taglio dei parlamentari ed entreranno solo 400 deputati e 200 senatori, i giallorossi dovranno fare i conti con una rappresentanza molto ridotta rispetto all’attuale: un’ottantina di onorevoli a Montecitorio (novanta se va bene) e non più di 50 senatori a Palazzo Madama. Ovviamente si tratta di proiezioni, ma l’analisi di Youtrend parte dal vantaggio attuale del centrodestra, stimato sulla base dell’ultima Supermedia al 18,8% (per qualche analista è già al 19), e da ben 10mila simulazioni effettuate.

 

Tradotto significa che Fi, Lega e Fdi si apprestano a conquistare più della semplice maggioranza dei seggi e se il divario dai progressisti aumenta ancora di un paio di punti, i “vincitori” potranno occupare i due terzi del Parlamento, con la possibilità quindi di fare le riforme annunciate in campagna elettorale, in primis quel presidenzialismo tanto evocato dalla Meloni. Con i due terzi del Parlamento, e qui sta il punto che terrorizza i dem, il centrodestra può infatti modificare la Costituzione in autonomia senza passare dal referendum popolare come previsto dall’articolo 138 della Costituzione.

Secondo Matteo Renzi, esperto di referendum per sua stessa ammissione, «il centrodestra non cambierà la Costituzione da solo. Ove volessero andare a una riforma, cercherebbero per puro buonsenso un rapporto con le opposizioni». Ma «a livello teorico il problema c’è», ammette il leader di Italia Viva, più favorevole all’elezione diretta del premier («la farei domani mattina») che del presidente della Repubblica. «La riforma istituzionale è una necessità del Paese. Io», ha ricordato, «mi sono giocato mezza carriera su questo».

Dal Lido di Venezia, dove è arrivato per la serata inaugurale della Mostra del Cinema, il ministro Pd Dario Franceschini ha provato a motivare i colleghi di partito dicendo che «la storia delle campagne elettorali è piena di rimonte impreviste», ma intanto al Nazareno tremano mentre scorrono i grafici e le tabelle che mostrano, impietosi, la situazione che verrà e per il segretario Letta non ci sono dubbi: la sfida è tra i due principali poli. «Il pareggio non è possibile».

SENATORI A VITA
In verità, al trio Meloni-Berlusconi-Salvini basta veramente poco per raggiungere quel 21-22% di distacco dagli avversari che garantirebbe numeri da Vietnam ai danni della sinistra, altro che pareggio o lascatoletta di tonno del M5S e dei tempi d’oro. La super maggioranza dei due terzi di entrambe le Camere – fissata rispettivamente a 266 seggi a Montecitorio e 138 a Palazzo Madama – è a portata di mano. Se poi il margine nazionale sul centrosinistra superasse il 26% la maggioranza qualificata diventa probabile. Come sempre la situazione più incerta è quella del Senato, anche per via dei 6 senatori a vita che alzano le soglie necessarie a 104 seggi (maggioranza semplice) e 138 (maggioranza dei due terzi). Infine, sul voto c’è sempre l’incognita degli indecisi: ad oggi sono stimati 16 milioni di astenuti (circa il 35%).

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