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Paolo Celata, la sfuriata con cui si tradisce: chi è davvero il pupillo di Mentana

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Il pretoriano di Mentana contro il massiccio scudiero di Giorgia Meloni si scontrano sul campo non neutro de La7. Paolo Celata, stimato cronista parlamentare di punta della rete di Cairo, solitamente caratterizzato dal tratto bonario e finemente ironico, è in conduzione. Il gigante buono, Guido Crosetto, imprenditore, ex parlamentare e cofondatore di Fratelli d’Italia dallo standing riconosciuto di liberalconservatore “presentabile” è ospite della trasmissione. Lo speciale è elettorale. Siamo in campagna del resto. Il clima è teso. Lo scambio di battute un tono sopra la media. I temi poco interessanti. Meloni che difende la famiglia senza essere nemmeno sposata…Capirai. Argomentazioni da far evaporare l’acqua santa. D’altra parte l’estate è calda, caldissima anzi, e siccitosa. Assetata di posti a sedere nelle camere ridimensionate più che di proposte e programmi.

 

 

 

«Ma poi cosa c’entra la Chiesa?», irrompe Crosetto. Difendendo, nei fatti, il concetto di “famiglia allargata”, la sua, come cardine della società occidentale. Imperfetta, certo ma almeno non manichea come sono invece i feticci politically correct del femminismo e della parte più estrema dei movimenti lgbtq che vorrebbero vietare persino la libertà di trasgredire il vocabolario schwa, illeggibile linguaggio eretto a nuova koinè. Giorgia non ci sta. Rimane della Garbatella. E con lei il nordico Crosetto. Diventando così l’obiettivo grosso.

 

 

 

Coi giornalisti giusti che non esitano a trasformarsi e occupare una parte del campo. Con un armamentario che va dal fantasioso allo scontato. Dove c’è chi si dedica a funamboliche inchieste e agita il fantasma meloniano fa scio-complottista, antieuropeista e sovranista, tra Orban e Le Pen. E chi, come il solitamente mite e ironico Paolo Celata si traveste da Lucignolo, salvo poi rimanerci male quando il mite ma non scemo Crosetto punta il dito proprio nell’occhio del conduttore, facendogli tana. Tanto che il buon Celata si trova a citare la memorabile serata di Berlusconi da Santoro di inizio 2013 con la poltrona di Travaglio spolverata dal Cav. Quasi a dimostrare, proprio lui, come vent’ anni di antiberlusconismo organico e organizzato non abbiano insegnato alla libera stampa che è proprio la demonizzazione a consegnare la vittoria su un piatto d’argento a chi è demonizzato. Perché gli italiani ai buonisti destinati (forse) al paradiso dei poteri forti, preferiscono da sempre i cattivelli, persino i più birbanti, ma liberi. E li fanno arrivare dappertutto. Con buona pace dei cronisti-chierichetti d’assalto.

 

 

 

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