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Giorgia Meloni affabile come Draghi: se le sue parole fanno calare lo spread

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Giorgia Meloni affidabile quanto Mario Draghi per i mercati finanziari? Non esageriamo, ma siccome l’economia è fatta di numeri, vorrà pur dire qualcosa se ieri, dopo le dichiarazioni di Fratelli d’Italia, per la prima volta lo spread è sceso ai livelli precedenti la crisi di governo del 21 luglio scorso. Succede che venerdì scorso il responsabile del programma di Fdi, Giovanbattista Fazzolari, abbia rilasciato un’intervista all’agenzia Bloomberg nella quale il parlamentare dava ampie rassicurazioni, in caso di vittoria elettorale della Meloni, sul rispetto delle regole di bilancio della Ue e sulla realizzazione del Pnrr e delle riforme a esso collegate. Tanto è bastato perché il differenziale sul tasso di interesse dei titoli di Stato tedeschi e italiani calasse di venti punti. “Possiamo non essere d’accordo con alcune regole europee e dichiarare che daremo battaglia per modificarle, ma finché ci sono vanno rispettate e noi ne garantiremo l’osservanza” aveva detto Fazzolari.

 

 

La cosa di rilievo è che il collegamento tra le dichiarazioni di Fdi e la discesa dello spread non è stato fatto dall’entourage della Meloni bensì dall’agenzia di stampa Reuters, la più autorevole al mondo in tema economico, e che la medesima interpretazione è stata data dal sito del Nasdaq, l’indice borsistico americano che raccoglie i principali titoli tecnologici al mondo. Nelle ricostruzioni, la stampa anglosassone attribuisce il merito dell’inversione di tendenza direttamente alla Meloni, smontando così uno dei principali cavalli elettorali della sinistra, la quale continua a ripetere che Giorgia al governo non sarebbe accettata dai mercati e pertanto porterebbe l’Italia sull’orlo del fallimento. Vista la scarsa presa dell’allarme antifascista sull’elettorato, Pd e compagni avevano puntato anche sulla mancanza di affidabilità a livello internazionale di un governo di centrodestra, ma i mercati e la Reuters non hanno abboccato e questa, che per il Paese è una notizia rassicurante, è invece una sorta di campana a morto perla sinistra, che sulla vedovanza degli italiani e del mondo economico per Draghi sta puntando tutto.

 

 

Non è putiniana, non è fascista, ora si scopre che non è neppure temuta dai mercati. Per contrastare il centrodestra e la Meloni ora il Pd sarà costretto a cercare nuove strade, per esempio provare a inventarsi una proposta di governo del Paese che vada oltre la patrimoniale, nuovi bonus immeritati, l’accoglienza indiscriminata o il riconoscimento di tutte le richieste del mondo lgbt. Oppure, cosa più difficile di tutte per Letta e compagni, dovrà iniziare a provare a dire qualche verità. La prima è che le elezioni del 25 settembre non hanno nulla a che vedere con quelle del 1948. Allora sì, che bisognava fermare una forza illiberale, amica di Mosca e nemica della democrazia, ovverosia il Partito Comunista, padre spirituale di molti tra i parlamentari che il segretario del Pd candiderà nelle sue liste, anche a costo di rinunciare per questo a un accordo con Calenda e Renzi e di lasciare alla finestra per un altro giro qualche dem più moderato che ha raccolto consensi sul territorio. Ma niente, il cattocomunista Letta sterza tutto a sinistra ed è pronto a tutto per far spazio a Di Maio, Fratoianni e Speranza. Se i mercati riflettessero anche su questo, già oggi lo spread tornerebbe a salire.

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