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Enrico Letta, il pappagallo di Bersani: attenzione a queste frasi

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Ah Enrì, e cambia disco, ché il DiscoLetta è ormai un disco rotto. In occasione della campagna elettorale balneare, il segretario del Pd ha tirato fuori la compilation estiva “Stai sereno 2022”, piena di tutti i suoi più grandi (in)successi, tormentoni con cui non si balla, ma che ti rompono le balle e sono pieni di balle. Sentire Letta sul lettino da mare, sotto il sol dell’avvenire, sarà il vero tormento… L’ultimo singolo appena uscito è un remake, una cover di un suo vecchio pezzo. L’ha lanciato tre giorni fa nella speranza di trovare nuovi fan, cioè elettori, tra i diciottenni. Il ritornello suona più o meno così: «Noi vogliamo la dote per i 18enni che sarà finanziata con la tassa di successione per i patrimoni plurimilionari». Un inno all’invidia sociale contro i ricchi e all’assistenzialismo per i maggiorenni bamboccioni e nullafacenti, a fronte del quale le canzoni dei trapper sono infinitamente più edificanti. E poi, appunto, oltre che stonate, sono note già cantate. Era il maggio 2021 quando il nostro cantautore-segretario dem annunciava: «Abbiamo messo in campo una dote per i diciottenni che va finanziata chiedendo all’1% più ricco del Paese di pagarla con la tassa di successione». Il suo manager Mario Draghi, ai tempi, gli aveva chiesto di non suonarla mai più, quella canzone… Ora che non c’è più Mario e neppure la sua agenda, Letta ha ripreso a cantarla. Non si faccia illusioni, però, Enrico. Non è promettendo soldi, con un voto di scambio camuffato, che attirerà i 18enni alle urne.

 

 

USATO SICURO
Ma per farsi notare il Nostro scopiazza soprattutto dagli altri: pare si ispiri a quel rocker di sinistra chiamato Pier Luigi Bersani, che un decennio fa pensava di vincere le elezioni con proverbi e modi di dire, dallo «smacchiare il giaguaro» al «non stiamo mica qui a pettinare le bambole» (con la variante «asciugare gli scogli»). Ebbene Letta si è bersanizzato e da un po’ di tempo non fa che ricorrere a detti, motti, frasi fatte e luoghi comuni. Eccolo quindi tirare fuori il suo brano “Tappone dolomitico”. È il 27 luglio scorso quando Enrico si esibisce dicendo «Queste elezioni sono per noi un tappone dolomitico. Tutto in salita, incredibilmente affascinante ma anche incredibilmente difficile». Bello il paragone col ciclismo eh, ma non lo aveva già usato? Già. È il 4 maggio di quest’ anno e, in vista delle elezioni amministrative, Enrico strimpella: «Il 12 giugno nelle città sarà una tappa dolomitica per il centrosinistra, affrontiamo città che sono per noi tutte in salita».

Ammazza che originalità… L’altro suo pezzo forte è diventato “Nero fossile”, buono per accusare la destra di essere sia nero-fascista che nero-carbone e quindi anti-ecologica. Il 24 luglio lo canta prima su La Repubblica, «Con noi per salvare l’ambiente. Con loro per tornare al nero fossile», e poi su Twitter. Ma l’immagine era già stata usata l’8 giugno 2022, allorché Letta intonava: «La destra italiana ama il nero fossile, noi siamo per il green, siamo contro il nero fossile». Il capolavoro però di questi ultimi due anni, che lo ha consacrato nelle classifiche italiane, si intitola “Occhi di tigre”. Qui siamo davanti a un plagio dichiarato della frase di Rocky Balboa nel celebre scambio verbale con Apollo Creed. Enrico Occhi di Tigre e Cuor di Leone l’ha messa giù così: «È dai nostri occhi della tigre che gli elettori devono vedere la nostra volontà di vincere le elezioni», dice il 21 luglio, per poi ripetersi il 24, a Mezz’ ora in più: «Io in questo momento ho gli occhi di tigre, non ho nessuna intenzione di perdere le elezioni. Voglio solo candidati con gli occhi di tigre».

 

 

TIGRE O PAPPAGALLO?
Ma pure stavolta Letta Uomo Tigre usa frasi trite e ritrite. Il 21 febbraio 2022 già sentenziava: «Io guarderò ogni giocatore negli occhi e, se vedrò gli occhi di tigre di chi vuole vincere, lo metterò in campo». Non fa che ripetersi, Letta. Più che una tigre, pare un pappagallo. Una mezza new entry è il brano “Quinta colonna”, ispirato all’idea che il nostro Paese e non solo sia pieno zeppo di partiti che tramano a favore del nemico russo. L’ha sfornata di recente, prendendo per oro il fango de La Stampa: «Dietro le scelte della Lega contro Draghi c’è Putin? Se così fosse, saremmo una quinta colonna dei russi, come l’Ungheria di Orban», dichiara il 28 luglio. Parole e musica già utilizzati il 1° luglio quando aveva definito «Orban, quinta colonna di Putin in Europa». Una campana rotta e stonata e nemmeno autentica, perché il copyright sulla Quinta colonna è di Carlo Calenda: «Oggi l’Ungheria è la quinta colonna dei russi», diceva il segretario di Azione il 4 aprile 2022.

 

 

Che barba che noia, questo concerto lettiano. La scaletta prevede anche il pezzo “O noi o loro”, rispolverato in più salse a proposito dello scontro a due con la leader di Fdi. «Il Paese è a un bivio. Scelga: o noi o Meloni», ha ripetuto fino alla nausea dal 24 luglio in avanti. Ma il messaggio e il testo sono vecchi: di “o noi o loro” Letta aveva già parlato nel luglio 2021 durante la campagna elettorale per le regionali in Calabria e nell’ottobre 2021 perla sua candidatura a Siena alle suppletive per la Camera: «O di qua o di là, torna il bipolarismo». Immancabile poi la traccia musicale del “Casa per casa, strada per strada”, che fa capolino il 26 luglio, «È una campagna elettorale #casapercasa #stradaperstrada», e ritorna il 27, «Per le elezioni del 25 settembre ci mobiliteremo casapercasa #stradaperstrada», ma non è affatto una novità. Contro l’immagine di un Pd di Palazzo, Letta aveva già provato a vendere l’immagine fiction di una sinistra che scende in piazza ed entra in casa. Nell’intervista a Sette del 20 maggio 2021 annunciava: «Per vincere servono un leader e centomila militanti che facciano campagna elettorale sui social, nelle case, negli spogliatoi del calcetto». E già ti immagini Letta tutto sudato venire a romperti i maroni mentre stai rifiatando dopo una partita, oppure bussare alla porta. «Chi è?». «Sono Enrico del Pd». «Ah no, grazie, siamo già credenti in Giorgia».

LO SPACCATIMPANI
Altro brano spacca-timpani, e non solo quelli, è “Il Medioevo dei diritti”. Il 24 luglio Letta rilanciava un tweet di Alessandro Zan che ammoniva «Quelli che hanno tradito l’Italia sono gli stessi che vogliono il Medioevo dei diritti». Ripresa pedissequa di quanto Enrico aveva già detto il 7 aprile 2021: «Il ddl Zan ci porterebbe nel futuro, fuori dal Medioevo». Ma il brano immortale con cui il segretario dem chiude tutti i concerti è “La destra è inquietante e fa paura”. Il 26 luglio Letta ricordava che «la destra semina paura», il 27 che «la destra gioca sulla paura», e così rievocava il «fa paura questa destra che non rompe col fascismo» del 12 ottobre 2021. Parimenti «le rivelazioni sui legami tra Salvini e la Russia sono inquietanti» (28 luglio 2022) si ispirava a «l’inquietante analogia dell’Italia con la Francia dove i partiti che hanno espresso sintonia con Putin rappresentano metà dell’elettorato» (11 aprile 2022). Dopo “Stai Sereno”, “Stai inquietante” sarà il nuovo album ultrapop di Letta. Uscirà nei peggiori negozi di dischi il 25 settembre. E, comunque vada, sarà un fallimento. 

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