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La mano di Xi dietro alle violenze: quale nazione sta facendo saltare in aria

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La tensione rimane alta tra Usa e Cina, e anche se il portavoce del consiglio di Sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Kirby, sostiene, a proposito delle minacce sulla possibile visita di Nancy Pelosi a Taiwan, che non esiste alcuna prova di un’imminente azione militare cinese contro l’isola, Washington ha deciso di spostare l’enorme portaerei Ronald Reagan nelle acque del mar cinese meridionale. Un avvertimento a Pechino dopo le parole oltre il limite di uno dei tanti portavoce che lo stesso totem della diplomazia americana Henry Kissinger ha definito senza mezzi termini una «minaccia esplicita». Alle parole peraltro i cinesi hanno fatto seguire i fatti, ovvero l’annuncio di nuove esercitazioni militari programmate a 100 km dalle coste taiwanesi, e gli immancabili commenti trucidi dei falchi di regime, tra i quali ad esempio quello di Hu Xijin, ex direttore del quotidiano Global Times, il quale ha sottolineato che «se i caccia americani scortano l’aereo di Pelosi a Taiwan» si tratterebbe di «invasione», visto che Taiwan è considerata parte «inalienabile» del territorio cinese. 

In tal caso le forze armate cinesi avrebbero «il diritto di scacciare con la forza» l’aereo della Pelosi e i jet statunitensi, facendo ricorso a «colpi di avvertimento e movimenti tattici di ostruzione», o in estrema misura all’abbattimento degli stessi. Gli Usa hanno risposto facendo capire alla controparte che cosa potrebbero mettere in campo senza troppe difficoltà in caso di scontro, ovvero la Reagan, che seppur vecchiotta rimane sempre più armata e minacciosa di ogni nave cinese. La Settima flotta della marina militare Usa di cui la Reagan fa parte ha tenuto comunque a precisare che la manovra della portaerei è un’«operazione pianificata» da tempo. Resta da capire se veramente lo speaker del Congresso andrà o meno a Taiwan contro il parere dei militari e di fronte alla gelida reazione del suo presidente che vorrebbe evitare nuove difficoltà mentre l’economia americana non sta vivendo il suo momento più felice.

La Pelosi è già partita per l’Asia ma sulla possibile tappa a Taiwan è stata evasiva. Lo stesso Kirby ha ribadito che nessuno può intromettersi nelle decisioni della speaker, nemmeno il presidente, e perfino i repubblicani hanno difeso le sue prerogative chiarendo con il deputato Darin LaHood che «nel nostro sistema democratico, operiamo con rami di governo separati ma uguali».

L’onda lunga dello scontro tra Usa e Cina ha già da tempo segnato la politica di tutti i Paesi dell’area dell’Indopacifico, compreso quelli più remoti e sottosviluppati come la Papua Nuova Guinea dove nell’ultimo mese, in contemporanea con una serie di tornate elettorali, sono scoppiati sanguinosi scontri tribali con decine di morti. L’Onu ha formalmente chiesto una rapida indagine sui presunti crimini e il perseguimento dei presunti autori e istigatori, sottolineando che tale violenza «ha già costretto circa 3 mila persone ad abbandonare le proprie case e ha causato danni a scuole e strutture mediche», che «le attività commerciali e i mercati hanno temporaneamente chiuso» e «le strade sono state deliberatamente tagliate a causa dello scavo di trincee e della distruzione di ponti, con conseguenti interruzioni nella consegna di beni e servizi». L’Onu sembra dunque dare la colpa a scontri tribali tra clan e tribù per il controllo delle risorse, il che è anche vero, ma si è guardata bene dal riferire che tali violenze sono considerevolmente aumentate dopo che la Cina ha iniziato a mettere le mani sull’arcipelago, poverissimo ma potenzialmente ricco di materie prime. 

Non a caso la Papua Nuova Guinea è già membro della Belt and Road Initiative, la nuova via della seta cinese, e ha rappresentato l’ultima tappa del tour di visite lo scorso giugno del ministro Wang Yi nelle isole del Pacifico. Pechino acquista gran parte del gas, dei minerali, del legname e di altre risorse del Paese, mentre il commercio bilaterale è aumentato da 3,21 miliardi di dollari nel 2020 a 4,02 miliardi di dollari nel 2021. Al centro della strategia cinese c’è il contestatissimo premier James Marape, una delle cause dell’instabilità del Paese, il quale ha recentemente dichiarato la sua intenzione di voler approfondire la collaborazione con Pechino, incrementando le cosiddette «zone economiche speciali», ovvero le aree dove i cinesi fanno quello che vogliono.

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