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In Kenya una legge vieta agli agricoltori di scambiare i semi autoctoni, danneggiando biodiversità e tradizioni locali

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Greenpeace Africa e Seed Savers Network chiedono una modifica della normativa keniota che vieta lo scambio o la vendita di semi autoctoni non certificati e non registrati, favorendo le grandi multinazionali, a discapito dei piccoli agricoltori, che spesso e volentieri non sono neanche a conoscenza dell’esistenza del divieto.
L’attività di scambio di semenze autoctone è di vitale importanza per la popolazione del Kenya: secondo le ricerche condivise da Greenpeace, il 90% dei semi piantati sul territorio provengono da un sistema informale di condivisione di semi tra popolazioni indigene e dalla stessa attività di scambio e vendita nei mercati locali dipende l’80% dei piccoli contadini, che danno da mangiare all’intera popolazione.
La normativa è particolarmente severa e prevede che i trasgressori vengano puniti con una detenzione fino a due anni e una multa di un milione di KES (8mila euro circa), una somma del tutto insostenibile per i piccoli agricoltori, che ha il chiaro intendo costringerli ad acquistare sementi industriali o escluderli dall’attività agricola.
Come spiega Claire Nasike di Greenpeace Africa, queste politiche sono una pratica neocolonialista: con il pretesto di regolamentare l’industria delle sementi “cercano di impoverire e controllare i piccoli agricoltori mentre traggono profitto da enormi società multinazionali interessate al controllo delle sementi”.

©iStock/ranplett

Le multinazionali che controllano il mercato, i cosiddetti “signori dei semi”, oggi detengono a livello globale il 63% del mercato delle sementi e il 75% di quello dei fitofarmaci, come pesticidi ed erbicidi, a esso strettamente legato.
Oltre ad essere molto più costoso per gli agricoltori kenioti, l’acquisto di sementi certificate richiede l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici (che costituiscono un ulteriore costo e sono ritenuti nocivi per la salute), al contrario dei semi indigeni, che hanno una naturale resistenza a parassiti e malattie. Non si tratta solo di un danno economico, ma anche di una perdita culturale e di biodiversità.
La commercializzazione e lo scambio di semi autoctoni è infatti una pratica che va avanti da secoli e la normativa mette a repentaglio tradizioni familiari tramandate per generazioni.
Inoltre, ancora Claire Nasike di Greenpeace Africa evidenzia come il divieto di usare sementi autoctone venga vissuto dai piccoli agricoltori come un furto di risorse biologiche che porterà alla diminuzione della produzione agricola, favorendo la monocoltura e aumentando il rischio di insicurezza alimentare.
Per tutte queste ragioni Greenpeace Africa e Seed Savers Network, la no-profit con sede in Australia che si batte per la conservazione della varietà tradizionali di piante per il cibo e altri usi, chiedono una modifica delle leggi punitive sulle sementi autoctone in Kenya, non solo per consentirne la vendita, lo scambio e la condivisione, ma anche per riconoscerne il valore per la protezione della biodiversità.
“Il ruolo di custodi e allevatori di semi dei piccoli agricoltori dovrebbe essere sostenuto dalle leggi del governo”, ha detto Dominic Kimani di Seed Savers Network. “La criminalizzazione dello scambio e della condivisione dei semi negherà agli agricoltori i loro mezzi di sostentamento, incoraggerà la biopirateria e ridurrà la diversità genetica vegetale che influirà sulla resilienza delle nostre comunità agricole in un momento in cui stiamo vivendo l’impatto della crisi climatica”.

L’articolo In Kenya una legge vieta agli agricoltori di scambiare i semi autoctoni, danneggiando biodiversità e tradizioni locali proviene da The Map Report.

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