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Draghi addio? Il nome a sorpresa: totopremier, chi può fregare il posto a Giuliano Amato

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«Aspettiamo Draghi». Questo è il leitmotiv che circola nei Palazzi romani che contano. Perché ogni ipotesi su ciò che potrebbe accadere a partire da mercoledì – giorno delle comunicazioni del presidente del Consiglio in Senato – è subordinata a ciò che deciderà SuperMario. È lui, come ha scritto il costituzionalista Giovanni Guzzetta sul Dubbio, il «fondamentale player di questo risiko» che si è aperto giovedì scorso. E se il refrain è «aspettiamo Draghi», significa che uno degli scenari prevede che tutto resti così com’ è. Ovvero che il premier ritiri le dimissioni e incassi una nuova fiducia.
E se così non fosse? Se, obtorto collo, il presidente della Repubblica si rassegnasse alla prospettiva di vedere uscire Draghi da Palazzo Chigi, cosa accadrebbe? Dai Palazzi della politica, filtra che tertium non datur: «Non ci sarebbe altra strada che le elezioni». Eppure non è così semplice. Perché non basta dire «elezioni» per votare. Intanto perché tra la firma del decreto con lo scioglimento delle Camere e l’apertura delle urne passano un paio di mesi. E poi perché non è affatto detto che il presidente della Repubblica, che certo non muore dalla voglia di spedire gli italiani al voto in autunno, pigi con il piede il pedale dell’acceleratore.

 

 

 

TANTE IPOTESI – Per dire: ieri in ambienti di centrodestra girava la voce che Mattarella, una volta incassata l’eventuale irrevocabilità delle dimissioni di Draghi, fosse comunque determinato a fare un giro di consultazioni per capire il da farsi. Tanto basterebbe ad allungare ulteriormente i tempi. E qui si torna al «risiko» e al «king maker» della crisi: Draghi. Nel senso: ammesso che decida di sbattere la porta, con quanta intensità lo farebbe? Tale da abbandonare subito Palazzo Chigi, “condannato” a restare in sella per il «disbrigo degli affari correnti», oppure convinto a partorire comunque la legge di bilancio e dare un’ultima sistemata alle riforme del Pnrr? E in questa seconda ipotesi, è davvero così scontato che non vi siano altri nomi in grado di traghettare l’Italia verso le elezioni?
Di nomi, e di ipotesi, nei Palazzi in queste ore ne circolano tanti. Perfino di date: quelle buone per votare sarebbero addirittura tre: domenica 25 settembre, domenica 2 ottobre e domenica 9 ottobre.
Quanto al “traghettatore”, ultimo ostacolo sulla strada delle elezioni, i nomi hanno iniziato a uscire fin dalla salita di Draghi al Colle. Il primo è stato quello dell’onnipresente Giuliano Amato, presidente della Corte costituzionale (il suo mandato scadrà all’inizio di settembre). Di certo l’eventuale successore di Draghi da vedere se investito del semplice compito di accompagnare il Paese alle urne o titolare di un mandato più robusto per completare la legislatura- dovrà essere una personalità di rilievo istituzionale. Ecco, così, che un altro nome con le carte in regola sarebbe quello di Franco Frattini, dal 29 gennaio presidente del Consiglio di Stato. Proprio il fatto di essersi da poco insediato a Palazzo Spada potrebbe essere un punto a sfavore dell’ex ministro degli Esteri dei governi Berlusconi. Non vanno dimenticati, naturalmente, i presidenti di Senato e Camera, Elisabetta Alberti Casellati e Roberto Fico, che però hanno un profilo marcatamente politico (di centrodestra la prima, grillino il secondo).

 

 

 

LA LISTA – Uno dei nomi più gettonati, in ottica Finanziaria e Pnrr, è quello di Daniele Franco, ministro dell’Economia. Ma i punti a favore finiscono qui, visto che sarebbe certo il fuoco di sbarramento del centrodestra, contrario all’ascesa di un altro “tecnico”, peraltro non controllabile proprio perché riconducibile a Draghi e non ai partiti. Oltretutto per Lega e Forza Italia sarebbe difficile, se non impossibile, resistere al cannoneggiamento quotidiano da parte di Fratelli d’Italia, con Giorgia Meloni che ha già detto di ritenere «scandaloso» un quarto premier «non eletto». Poi c’è Renato Brunetta. Il ministro della Pubblica amministrazione, da componente più anziano del Consiglio dei ministri, è di fatto il “vice” di Draghi. In caso di un governo “elettorale” col consenso del centrodestra, il suo è un nome da tenere in considerazione. Più lontano, visto il profilo più giuridico e meno economico, il profilo di Marta Cartabia, ministro della Giustizia, che tuttavia può da sempre contare sul filo diretto con il Quirinale

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