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Mario Draghi, crisi di governo impossibile? Contrordine: occhio a questa data

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L’appuntamento è a lunedì pomeriggio. Ma l’attesa è più simbolica che politica. Perché sia dalle parti di Giuseppe Conte, sia da quelle di Mario Draghi, sanno che non succederà nulla di clamoroso. Non può succedere perché ogni via d’uscita, al momento, è sbarrata. Ci sarà l’atteso chiarimento sulle indiscrezioni riferite dal sociologo Domenico De Masi, a proposito di telefonate del premier a Grillo, in cui il primo avrebbe suggerito al secondo di far fuori Conte. Rivelazioni smentite sia da Beppe Grillo, sia da Draghi. Ma oltre a questo è molto difficile, se non escluso, che si consumi una rottura. Le parole pronunciate giovedì dal premier (non esiste un altro governo dopo questo, se il M5S passa all’appoggio esterno si vota), il cordone sanitario creato dal Quirinale e dal Pd attorno a questo esecutivo, ribadendo entrambi che se il M5S rompe si va alle elezioni, senza contare le prevedibli pressioni internazionali, fissano un canovaccio molto rigido. Anche se ieri sera Conte ha alzato i toni: «Non è solo questione di dichiarare l’importanza del M5S, bisogna essere conseguenti». Espressioni che accreditano le ricostruzioni secondo cui sarebbe tentato di chiudere l’esperienza di governo, anche se giovedì al Colle aveva escluso lo scenario dell’appoggio esterno.

 

 

RICHIESTE E ALLEANZE
Conte potrà ribadire più attenzione da Palazzo Chigi, maggiore ascolto rispetto alle istanze del M5S, in primis il reddito di cittadinanza, chiedere (e ottenere, perché a Draghi non costa nulla). E il premier, per quanto infastidito dalle polemiche che lo hanno coinvolto, sapendo come funziona, lo darà. Lo ha già fatto, in parte, nella conferenza stampa di giovedì, lo ribadirà lunedì, riconoscendo l’importanza del contributo del M5S. Sarà generoso perfino nel sovrastimarne il peso, decisamente minore dopo la scissione di Di Maio. Ci sarà, forse, una photo opportunity o un comunicato congiunto. E anche sui contenuti, non è escluso che qualche concessione da parte del premier ci sarà. Come ha fatto, in altri tempi, con la Lega, quando scalciava. Ma altre strade o colpi di testa non sono nel novero delle possibilità. Di sicuro non ora. In autunno, forse. Ma, dicevano ieri in molti tra gli eletti, non prima del 24 settembre, giro di boa dei parlamentari per ottenere la pensione. E anche dopo sarà complicato, perché mai si è visto in Italia andare alle elezioni politiche in piena sessione di bilancio. Figurarsi con una guerra a poche ore di volo da noi. Non solo: se Conte strappasse, salterebbe anche l’alleanza con il Pd, scialuppa fondamentale per il M5S fino a quando resta questa legge elettorale.

 

 

Se tutto questo non bastasse, il primo a fermare Conte, se mai decidesse di uscire dal governo, sarebbe Beppe Grillo. E, insieme a lui, la delegazione del M5S al governo. Come ha messo in chiaro, ieri, Fabiana Dadone, ministro delle Politiche giovanli: «L’ipotesi di appoggio esterno non è percorribile, personalmente credo che la permanenza nel governo sia la scelta giusta», siamo in «una fase storica nella quale non ci si può permettere questo tipo di scelta e credo che anche quello che ha detto ieri il presidente del Consiglio Draghi sia stato molto chiaro su questo, non vede governi oltre questo e senza di noi non può vedere il prosieguo di questo governo, per cui credo che la permanenza sia la scelta migliore». Ieri Conte è andato a un evento organizzato dalla Cgil. Ha parlato di lavoro precario, salario minimo, abolizione dell’Irap, divari territoriali, diseguaglianze di genere, di generazione, reddito di cittadinanza.

 

 

PROPORZIONALE
Ma la dichiarazione politicamente più significativa è un’apertura sul proporzionale: «La crisi della rappresentanza è collegata con quella della rappresentatività, anche in prospettiva della riduzione del numero dei parlamentari una legge proporzionale potrebbe essere una soluzione, ma non una panacea di un problema più complessivo. Parole che aprono a un’opzione che, a questo punto, andrebbe meglio sia al Pd, sia al M5S. A entrambi converrebbe correre da soli e dopo, caso mai, sommare i voti. Ma difficilmente il centrodestra farà loro questo regalo. Dunque, non resta che tirare avanti. Puntare alla guerriglia. Fare la spina nel fianco del governo, nella speranza di poter recuperare voti. Certo, c’è sempre il rischio dell’incidente. Perché a tirare la corda, a volte si rompe al di là delle intenzioni. Questo è il vero rischio che temono a Palazzo Chigi. Ma la realpolitik, di cui Conte è maestro, probabilmente eviterà salti nel buio.

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