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Lucia Annunziata, dal campo largo alla giacca larga: la “sbandata” per Melenchon

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El pueblo unido è tornato, giacca larga la trionferà. A noi poveri di spirito era sfuggito, ma l’exploit della sinistra-sinistra (“popolare, ecologica e sociale” sono le tre nuove parole d’ordine sulla rive gauche) di Jean-Luc Mélenchon alle elezioni legislative francesi racchiude degli inequivocabili segnali politico-estetici per decrittare la contemporaneità. Per fortuna, ci ha pensato ieri Lucia Annunziata, autorevole esegeta del progressismo globale, a spiegarceli pazientemente sulle colonne de La Stampa.

 

Non si tratta solo dell’eterno provincialismo radical nostrano, per cui appena qualcuno “dei loro” vince qualunque competizione elettorale al di là delle Alpi (al di qua come noto è difficile, ma si sono attrezzati da tempo per renderlo un non-problema), l’intero carrozzone mediatico e intellettuale si precipita a baciare l’anello del Papa straniero. C’è anche questo ovviamente, visto che Annunziata vede balenare in Mélenchon il paradigma salvifico di una nuova sinistra, come prima avvenne per Blair, Zapatero, Obama, Tsipras, Iglesias. Agende politiche diversissime, ma non è mai importato, bastava il santino esterofilo da sventolare in faccia a quei buzzurri degli italiani che si ostinavano a non premiare gli eredi del Pci. Qui, però, c’è anche qualcosa di diverso, di più profondo e allo stesso tempo più grottesco, una sorta di critica lombrosiana della postura e del vestiario, una sorta di “lookologia” neomarxista che annuncia entusiasta il ritorno di una sinistra che abbraccia «di nuovo le stigmate di una condizione proletaria».

CAMBIO DI GUARDAROBA
È finita la partita per i pettinati, per i damerini, per coloro che si sono arresi, anche nel guardaroba, al canone estetico della borghesia, teorizza seriamente l’Annunziata. Adesso è il loro tempo, di quelli come Jean-Luc: «Un uomo di corporatura adeguata alla sua età – ma chi lo decide, forse un Soviet dell’adipe, ndr- che porta sulle spalle con noncuranza qualcosa per presentarsi in pubblico, basta che sia pulita, nodo della cravatta largo sotto un colletto sbottonato».

 

È l’elogio della sciatteria come ultima arma rivoluzionaria, «la sinistra arrangiata contro la sinistra degli impeccabili»: non si tratta più di cambiare i rapporti di produzione, ma di contestare la taglia dell’abito, un evidente pregiudizio reazionario. Non a caso, argomenta serafica Lucia, se cercate Mélenchon il metodo infallibile è «quello di guardare le giacche dei protagonisti», alla caccia della sbavatura, della piega dissonante, della ribellione contro il gusto. «Se ne trovate una che va larga, cade dalle spalle a mantello, o pare una tunica, o una casacca col colletto largo, state tranquilli lo avete trovato». E, insieme a lui, vi siete imbattuti nella prova plastica che è irrimediabilmente tramontato «il tempo dell’adesione al liberismo senza limite» delle sinistre mondiali (ammesso e non concesso ci sia mai stato, per Lucia liberismo sfrenato è sinonimo di qualunque cedimento all’idea che esista un refolo di attività umana che non vada immediatamente tassato e regolamentato).

È quella stagione che con una certa disinvoltura cronologica l’Annunziata colloca «la metà degli anni Ottanta» (si vede che per lei davvero Clinton e Blair sono indistinguibili da Reagan e Thatcher), e che ora soccombe sotto i colpi dei nuovi “proletari”. Oltre a Mélenchon, il socialdemocratico Olaf Scholz (con cui «ritorna in campo l’estetica della Germania di una laboriosa classe media») e il nuovo leader del Labour inglese, l’avvocato Keir Rodney Starmer. Certo, la ex presidente della Rai ha un’idea assai bizzarra delle masse proletarie (arduo immaginare che l’operaio al lavoro in fabbrica si riconosca nei suddetti profili). Ma non è nemmeno questo il punto. Il punto è la nuova mitologia dell’intellighenzia democratica: dal campo largo alla giacca larga. O, ancora meglio, “arruffata”. Gramsci perdonali.

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