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Ucraina, i 3 fronti di cui nessuno vi parla: ecco perché la pace è impossibile

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La guerra continua. Anzi, diciamolo pure, c’è una sorta di grande movimento unitario che unisce le due grandi potenze che si fronteggiano. Chiamiamolo: «Guerra continua». È come se fosse ormai diventato un programma condiviso. L’unico risultato che la guerra sul campo e quella diplomatica hanno raggiunto per la disperazione dei popoli. Sia la Russia (che ha la colpa imperdonabile di aver intrapreso l’invasione) sia la Nato (che sostiene l’Ucraina fornendola di armi ma senza appoggiare formalmente lo stivale del suo esercito sul suo suolo) è come se accettassero lo status quo di una belligeranza infinita. Quasi che solo essa sia in grado di consolidare entrambe le società, quella orientale e quella occidentale, che non credono più a niente: che credano almeno alla nobiltà della guerra per l’orgoglio delle rispettive perdute civiltà. Si spiega così quanto è accaduto in questi ultimi giorni e specie nella domenica appena trascorsa.

1. Quella sul terreno vede l’esercito dello Zar conquistare inesorabilmente posizioni su posizioni nel Donbass (Ucraina Orientale). Lì la partita è vinta per Putin. Mentre a Sud è in corso una controffensiva che strappa villaggi e piccole città agli invasori, operata con metodi da resistenza cosacca da parte dei patrioti ucraini, finalmente armati fino ai denti dalla Nato. Anche sul mare, se la Russia ha rafforzato le sue posizioni sulla strategica isola dei Serpenti, però è perdente nella battaglia navale, con missili che affondano le sue unità più prestigiose. Risultato: sul campo si accumulano cadaveri di pedine che non contano niente, erba secca falciata e abbandonata alle lacrime della madri. Ormai il bilancio è di un migliaio di morti al giorno tra gli ucraini e poco di meno – presumibilmente – tra i russi.

IL CONFRONTO
Sono ormai quasi quattro mesi dall’inizio dell’«operazione speciale» putiniana del 24 febbraio, e ogni ora che passa è più feroce e brucia vita più di quella appena trascorsa. Forse solo quella dell’Iraq nel 1991 causò più morti in un tempo così breve, quasi tutti vestiti delle uniformi di Saddam Hussein (più come sempre vecchi, madri e bambini: ne sono testimone). Ma quella battaglia si capiva che sarebbe finita presto.

Non c’era storia. Né la Cina né l’Unione Sovietica in decomposizione né l’Iran fornirono armi a Baghdad. Questa che si combatte nell’estremità orientale dell’Europa è ormai concordemente stabilito che sarà un falò dove gli uomini saranno buttati come fascine tra le fiamme, e ce n’è a milioni che i contendenti possono sacrificare, garantendone la lunga durata: salvo beninteso una ribellione popolare che butti giù Putin o Zelenski o un golpe di Palazzo. È chiaro che per fortuna la guerra non sfocerà nell’uso di armi nucleari. Devono esserci stati messaggi molto precisi nei messaggi che si sono scambiati i capi delle forze armate russe e americane nei colloqui telefonici di alcuni giorni fa. Ma di de-escalation, riduzione progressiva delle cannonate, non se ne parla più. Nessuno osa dirlo. Forse solo il turco Erdogan, che da parte sua sta facendo a pezzi i curdi abbandonati dall’Occidente, grazie all’invasione dell’Iraq, senza che nessuno protesti.

PROMESSA INGLESE 
2. L’altra guerra è combattuta tra le cancellerie, fatta di interviste e di proclami. Questa, a differenza di quella sul terreno, cosparsa di fosse comuni, non fa scorrere il sangue dei protagonisti ma oggi aiuta, con la scelta della belligeranza come strada presunta per la pace, a versare quello degli altri, russi o ucraini che siano, basta che non siano i nostri. In questi giorni abbiamo assistito all’arrivo dei tre leader europei (Draghi, Macron e Scholz) a Kiev. Questa troika ha proclamato la solidarietà con l’Ucraina e il sostegno concorde a candidarla come membro dell’Unione Europea e intano a fornire armi. La Russia ha risposto tagliando il gas, mossa ovvia.

Ma che attenua assai i propositi bellici dell’opinione pubblica specie di Germania e Italia, dove i governi sono attraversati da faglie di Sant’ Andrea che paiono in grado di spaccarli se si insisterà nel “provocare” Putin. Ecco allora che l’anglosfera si mobilita non solo promettendo ma effettivamente riempiendo gli arsenali di Kiev con missili e inviti all’eroismo per la libertà dell’Occidente, costi quel che costi.

Boris Johnson corre subito a Kiev promettendo di addestrare quattromila soldati al mese in Inghilterra, così da rendere d’acciaio i combattenti ucraini. Intanto il nuovo comandante delle forze armate britanniche, Patrick Sanders, insediatosi questo mese scagli fulmini e saette: «Siamo la generazione che deve preparare l’esercito a combattere in Europa ancora una volta. Ora è imperativo forgiare un esercito in grado di combattere al fianco dei nostri alleati e sconfiggere la Russia in battaglia». il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha avvertito che i Paesi occidentali devono essere pronti a un’«aspra» guerra. In un’intervista pubblicata ieri dal quotidiano tedesco Bild, dà un ordine al recalcitrante Scholz che ha bloccato la fornitura di carri armati: «Durerà anni. Prepariamoci. 

Non dobbiamo indebolire il nostro sostegno all’Ucraina, anche se i costi sono elevati, non solo in termini di sostegno militare, ma anche a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari». Boris Johnson ha lanciato un avvertimento simile in contemporanea a Stoltenberg sul Sunday Times. Invitando a sostenere con forza Kiev o a rischiare di veder trionfare in Europa “l’aggressione” russa. Il rischio dopo Hitler non è mai stato così alto. I Paesi della Nato di fronte all’invasione russa devono mantenere la calma e garantire che Kiev abbia «la resistenza strategica per sopravvivere e alla fine prevalere». Dall’altra parte, Vladimir se la ride dell’Occidente a San Pietroburgo, e alcuni suoi teorici sostengono che alla fine Putin costituirà addirittura l'”Impero mongolo”. Che aveva per caratteristica la distruzione totale del popolo e del territorio invaso. 

3. Nessuna delle due guerre lascia intravedere l’arrivo della pace. Neanche come un miraggio. Persino il Papa ieri ha rinunciato a lanciare accoratamente un appello per fermare le armi, non ha usato le parole pace e guerra: brutto segno. Ha chiesto: «Non dimentichiamo il martoriato popolo ucraino che sta soffrendo. Io vorrei che rimanga in tutti voi una domanda: cosa faccio io oggi per il popolo ucraino? Prego? Mi do da fare? Cerco di capire? Ognuno si risponda nel proprio cuore». Ma ce l’abbiamo ancora? E soprattutto batte ancora da qualche parte nei Palazzi del potere? 

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