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“I giudici? Camerieri che si sentono re”: le rivelazioni con cui l’ex super-toga demolisce la magistratura

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«Sono tornato dall’Olanda, dopo quasi undici anni alla Corte Penale Internazionale, e mi è sembrato di ripiombare nel Medioevo giudiziario. Nulla era mutato. Immobilismo assoluto. Il cambiamento organizzativo e culturale che avevo avviato è stato fermato non appena coloro che lo avevano promosso e sostenuto erano stati rimossi. Ma mi raccomando, non approfitti di questa chiacchierata per farmi apparire quello che non sono. Io non sono contro i miei colleghi magistrati e non sono catalogabile politicamente. Io sono contro la magistratura associata dominata da quei patogeni chiamati “correnti”. Sin da bambino mia mamma mi diceva di non stare nella corrente e io ho sempre seguito questa indicazione. Ecco, io sono estraneo a queste che chiamerei sette piuttosto che correnti, ed è sicuramente per questo che, da quando sono rientrato dall’estero, sono stato violentemente emarginato. Nonostante che io vanti un’esperienza ma soprattutto risultati gestionali come forse nessun altro, il Consiglio superiore della Magistratura non mi ha ritenuto degno nemmeno di un voto in ben nove concorsi per uffici direttivi cui ho partecipato. Troppo autonomo, troppo indipendente e quindi incontrollabile».

Emarginato o perseguitato?
«Entrambi, direi. Sono stato rivoltato come un calzino. Quello che ritenevo impossibile, ovvero la persecuzione giudiziaria, l’ho subita sulla mia pelle. In vista del mio rientro in Italia i miei colleghi hanno aperto un’indagine a mio carico, durata due anni e mezzo, fondata sul nulla che ha prodotto un dossier di undicimila pagine. Le lascio immaginare lo spreco di tempo, risorse e denari del contribuente.
L’unico risultato raggiunto, forse quello perseguito sin dall’inizio, è stato quello di emarginarmi».

I suoi colleghi non la amano perché fa il primo della classe?
«Ma io non ho mai fatto il primo della classe. Mal sopportano chi canta fuori dal coro, chi ha successo per avere capito che fare il magistrato, soprattutto il capo dell’ufficio, significa rendere un servizio più che esercitare un potere».
 

Sta demolendo il mito della superioritità del magistrato…
«I magistrati sono tendenzialmente convinti di essere una categoria superiore, di avere sempre ragione. Questo perché sono loro che decidono qualsiasi questione sottoposta al loro giudizio. I miei colleghi impazziscono quando io dico che noi siamo al servizio dei cittadini e che, mutuando l’esempio dalla ristorazione, sono questi a essere seduti al tavolo, mentre noi, operatori della giustizia, siamo cuochi, camerieri, lavapiatti e baristi. Quando divenni Procuratore della Repubblica a Bolzano, nel luglio 2001, con l’aiuto dei miei collaboratori applicai queste mie convinzioni, ripensando e riorganizzando i processi lavorativi dell’ufficio. Siamo così riusciti a ridurre le spese giudiziarie del 70% e a portare l’arretrato a un livello fisiologico».

 

 

Ma lei, autonomo e non legato ad alcuna corrente, come è riuscito a farsi nominare procuratore?
«Era il 2000, avevo 46 anni e nessuna speranza. Ho fatto domanda per capire come sarei stato giudicato. Poi, nel giro di poche settimane, accaddero fatti del tutto accidentali che hanno fatto pendere l’ago della bilancia dalla mia parte. L’episodio imbarazzante avvenne sulle piste di sci. Parlando con un collega che stava facendo una settimana bianca in Alto Adige e che avevo conosciuto quello stesso giorno, il discorso cadde sulla ormai prossima nomina del Procuratore di Bolzano. Mi interrogò in funivia e arrivati al rifugio fece una telefonata e disse all’interlocutore “Un nome solo: Tarfusser”. Solo dopo ho saputo che questo collega aveva una precisa collocazione correntizia e il suo interlocutore era un Consigliere del CSM. Ma si può diventare procuratori così, paracadutati per caso, senza essere sottoposti a test attitudinali o colloqui tecnici? È la prova che il sistema era marcio e che nei successivi vent’ anni è peggiorato».

Cuno Tarfusser da Merano, mentalità asburigica e loquacità mediterranea mischia pragmatismo lombardo-veneto e rigore puritano, è indubbiamente il magistrato che più ha provato a curare i mali della giustizia italiana, lavorando dal di dentro. Lo chiamò l’allora Guardasigilli Clemente Mastella per sistemare il carrozzone, impressionato dal suo lavoro a Bolzano. Ma poi ci fu l’inchiesta di De Magistris, gli indagarono la moglie e il ministro fu costretto a dimettersi. Allora fu il nuovo titolare di via Arenula, Angelino Alfano, a fargli squillare il telefono. «Su sua richiesta gli presentai una relazione dettagliata su come migliorare il sistema, però lui era lì per altre ragioni e non se ne fece nulla» racconta Tarfusser.

Quando gli parli, non si capisce se è più divertito o scandalizzato dalle contorsioni dei suoi colleghi, che si agitano perché nulla cambi e scomodano i sacri principi per difendere piccoli interessi personali. «Il nostro sistema» spiega «si basa tutto su Regi Decreti firmati dal Re e da Mussolini. Ma vi pare normale che in quasi ottant’ anni di Repubblica questo Paese non sia riuscito a darsi un sistema giudiziario repubblicano?».

Deduco che lei non abbia una grande opinione della riforma Cartabia.
«Come i referendum appena abortiti, la riforma non serve quasi a nulla, se non a ottenere i fondi del PNRR. L’assurdità del dibattito è che ogni cosa viene sempre parametrata sull’eccezione, mai sulla regola. Come in un ospedale non ci sono solo trapianti di cuore, ma la maggior parte del lavoro è di ordinaria amministrazione, così nei tribunali i magistrati non si occupano solo di mafiosi e di politici corrotti come potrebbe sembrare sentendo i dibattiti. Il 95% del lavoro di ogni ufficio giudiziario è di quotidiana ordinarietà ed è su quella che, a mio parere, va perimetrato l’intervento normativo, ma soprattutto quello organizzativo per liberare risorse a favore del 5% di lavoro straordinario. In altre parole, magistratura associata e politica, la prima per spirito di conservazione, la seconda per ignoranza, discutono di improbabili e inutili riforme, quando la quotidianità negli uffici è fatta di riti spesso inutili che, se razionalizzati, costituirebbero di per sé una vera e utile riforma della giustizia».

È favorevole a separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri e alla riforma del Consiglio Superiore della Magistratura?
«Innanzitutto lo chiamo Consiglio della Magistratura perché di superiore non vedo nulla. I padri costituenti lo hanno denominato “superiore” perché lo collocavano al di sopra dell’agone politico. Sono sicuro che, se sapessero cosa è diventato, si rivolterebbero nella tomba».

Va bene, ma cosa pensa dei referendum, li ha votati?
«Dei referendum penso che i quesiti erano folli e inutili e che i cittadini, più intelligenti dei promotori e dei politici, hanno capito che li si voleva truffare e sono rimasti a casa. Io invece sono andato a votare ed ho votato No al quesito sulla custodia cautelare, non ho ritirato la scheda per l’abolizione della legge Severino e ho votato Sì alle altre tre domande. Non mi oppongo alla separazione delle carriere, anche perché di fatto c’è già, ma la soluzione di questo problema è un lusso rispetto al disastro attuale».

 

 

Parliamo di politica…
«Di quale politica? La situazione drammatica in cui versa la giustizia è la diretta conseguenza della debolezza e pochezza intellettuale della politica. Le pare possibile che il dibattito sulla giustizia ruoti sempre e solo intorno agli stessi argomenti: separazione delle carriere, azione penale discrezionale, divieto per il pm di fare appello, prescrizione, ritorno in ruolo dei magistrati imprestati alla politica. Segno evidente che la politica non conosce i problemi veri e le possibili soluzioni».

Come riformerebbe il Consiglio della Magistratura?
«Lo scrisse, da illuminato qual era, il professor Stefano Zan, nel 2009, sul Corriere della Sera che il Consiglio è composto per due terzi da magistrati relativamente giovani, tutti militarmente “correntizzati”, che non hanno mai coperto incarichi direttivi e per l’altro terzo da avvocati, professori o politici disoccupati. Ebbene, questa armata che non ha alcuna competenza gestionale e manageriale – Zan li definiva dilettanti – è chiamata a decidere chi andrà a comandare tribunali e procure, a prendere provvedimenti disciplinari, a valutare la competenza e valutare l’operato di colleghi spesso più autorevoli».

Cosa si può fare per cambiare se la riforma Cartabia è solo un pannicello caldo?
«Il sistema si scardina solo togliendo ai magistrati la maggioranza nel Consiglio. Al topo va sottratta la marmellata. Le toghe devono conservare solo una quota di garanzia, un terzo dei componenti scelti tra magistrati con anzianità e comprovata esperienza. Il terzo rimasto vacante dovrebbe essere coperto da specialisti in materia di organizzazione, gestione di risorse umane e materiali dotati di autonomia, sia verso la politica che verso la magistratura. Tolta alla magistratura la maggioranza in Consiglio si depotenzia automaticamente l’autocrazia, e soprattutto le correnti che non saranno più determinanti».

Ma l’autonomia della magistratura dove la mette?
«Autonomia e indipendenza della magistratura sono sacre! Ma, come sostengo da anni, è la loro interpretazione ad essere distorta e ipertrofica, ad essere uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo del sistema giudiziario verso una cultura dell’organizzazione e della qualità del servizio. Di questa interpretazione si nutrono i magistrati dimenticandosi, specie i dirigenti in gran parte inadeguati, che accanto al principio costituzionale dell’autonomia e indipendenza vi è quello della buona amministrazione. In altri e più chiari termini, l’autonomia e l’indipendenza del magistrato, di ogni magistrato, è sacra solo quando esercita la giurisdizione, ma non lo è affatto nell’ottica dell’appartenenza a un’organizzazione pubblica complessa».

Però i cittadini stanno con i giudici: al referendum non hanno premuto il grilletto…
«Tutt’ altro. I cittadini, che non sono stupidi, hanno capito che si trattava del grilletto di una ridicola pistola giocattolo».

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