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“Cosa è diventato oggi il Covid”: l’evoluzione che ribalta il quadro, cosa ci accadrà in estate

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«È improbabile che il virus muti riacquistando una maggiore capacità di ledere. Non gli conviene, anche per lui è meglio rimanere un addizionale. È una buona notizia perché non dobbiamo preoccuparci troppo, nemmeno delle nuove varianti».

 

Giovanni Di Perri è un signore sulla sessantina che ha una pazienza infinita. Te le spiega con grande chiarezza, le cose. È il direttore del dipartimento di Malattie infettive dell’ospedale Amedeo di Savoia di Torino, Di Perri. Il sars-cov-2 e i suoi effetti, lui, li ha studiati sul campo. «Adesso ha senso fare la distinzione tra chi è morto di covid e chi è morto col covid», continua, la voce disponibile e precisa, perché in medicina si fa così. L’approssimazione serve a niente: «Io al momento ho nove pazienti. A tutti ho fatto la tac polmonare perché se c’è anche solo un sospetto bisogna agire in fretta. Lo sa quanti hanno un’infezione da coronavirus?».

Quanti, dottor Di Perri?
«Uno. Su nove. Non è un numero allarmante, le pare?».

Quello no, ma ce ne sono altri che ci fanno dormire poco. Posso elencarglieli? 30.526 nuovi contagi in ventiquattr’ ore, 18 morti, il tasso di positività in aumento al 19,1%. Sono quelli del bollettino di ieri. Davvero possiamo stare tranquilli?
«Prenda il Portogallo: è stato il primo Paese a registrare un aumento dei casi con le sottovarianti di Omicron e comincia a scendere».

Mi scusi se insisto, ma ci sono regioni da noi, come la Sicilia o la Valle d’Aosta, che hanno già superato la soglia di allarme dell’occupazione ospedaliera nei reparti ordinari covid. Di qualche decimale (la Sicilia è al 15,5% e la Val d’Aosta al 15,3%), però il muro è sfondato e…
«Alt. Non cada in un errore che commettiamo da troppo tempo. Quei parametri sono stati tarati su Delta. Da dicembre in avanti, con Omicron, è cambiato tutto: ora è almeno dieci volte meno. Quei criteri lasciano il tempo che trovano».

 

 

Voi virologi parlate sempre di Omicron come se fosse una benedizione… Ma perché?
«Omicron e le sue sottovarianti, compresa l’attuale Ba 4 o 5, hanno una capacità minore di dar luogo a infezioni polmonari. Posso aggiungere un dato?».
Prego.
«Da Natale a oggi abbiamo avuto tre volte i casi che abbiamo registrato prima. Però gli ospedali non sono andati gambe all’aria e non c’è stato un aumento esponenziale dei decessi. Il tutto in un momento in cui si sono pure allentate le misure anti-contagio».

Ho capito. Significa che il covid è meno aggressivo. Però c’è ancora chi finisce in terapia intensiva… A proposito, di chi si tratta?
«Al 90% di soggetti anziani o con gravi problematiche pre-esistenti. Insufficienze cardiache, obesità, patologie croniche. Il coronavirus sta diventando l’equivalente dell’influenza, ed è un bene».

Anche questo continuate a ripetercelo. Cosa vuol dire?
«Il virus è mutato così tanto con lo scopo di aumentare la sua contagiosità che ha perso sul lato della patogenicità. In termini semplici, non fa più così male».

Anche grazie ai vaccini. O no?
«Sicuramente. I vaccini hanno ridotto il rischio, ma col tempo il sars-cov-2 è stato meno capace di lederci. Con Omicron abbiamo registrato almeno dodici milioni di infezioni. Sono quelle ufficiali, il numero reale è presumibilmente molto più alto. Questa “lenzuolata”, mi passi il termine, ha prodotto un’immunità spontanea che è migliore rispetto a quella vaccinale perché è più fresca e riguarda le varianti che circolano adesso».

Allora che senso ha parlare di quarta dose in vista dell’autunno?
«Ha un senso, anche con i vaccini di cui disponiamo adesso, cioè quelli prodotti sul ceppo originario di Wuhan, per i soggetti deboli. Gli immunodepressi o i fragili.
Per tutti gli altri l’ipotesi migliore sono le fiale aggiornate alla nuova variante. Ma se ci pensa non è tanto diverso da quel che accade con l’influenza. Ogni anno ci facciamo un vaccino che ogni anno è preparato sul tipo che circola».
Una differenza con l’influenza, tuttavia, esiste. Il raffreddore è stagionale, in pochissimi lo prendiamo in estate. Il covid no. Guardi ora…
«Questo è vero. Ma è più un problema organizzativo. Omicron Ba 4 o 5, come abbiamo detto, non è una variante molto violenta. Si lega all’epitelio delle vie aree superiori. Causa tonsilliti, naso che cola, queste cose qui. Difficilmente attacca i polmoni. Ma quando lo fa, la Sanità deve garantire i posti letto, per esempio. Invece sprechiamo un sacco di risorse».

Cioè?
«Circa la metà del personale assunto lavora in ambito amministrativo. Sono indispensabili anche loro, per carità. Ma sarebbe meglio tornare a una mentalità più anni Sessanta. Quando l’ospedale era solo un centro che dava assistenza».

Senta, come andranno i prossimi mesi?
«Assisteremo a una oscillazione dei casi, ma con uno scarso impatto sulla gravità clinica. Per cui non fasciamoci la testa anzitempo».

 Ho ancora due domande. La prima: si sta discutendo se togliere l’isolamento per i positivi. È una sciocchezza?
«No. Negli ospedali è un tema, anche perché spesso sono strutture datate. Io ho delle stanze a due posti con bagno privato che posso riconvertire facilmente, ma pensi alle cliniche di una volta. Quelle con gli stanzoni da sei o otto. Se ognuno potesse gestirsi come conviene di più, ci guadagneremmo».

Giusto, ma a casa…Chi è in quarantena nel proprio appartamento mica blocca un reparto intero. No?
«Non lo fa, ma torniamo al punto di prima. Dobbiamo imparare a trattare il covid come un’influenza. Se lei ha il raffreddore, manda i suoi famigliari a dormire alla casa al mare? Immagino di no. Sarà così anche per il coronavirus».

La seconda: le mascherine. Croce e delizia. Più croce o più delizia? E come dobbiamo comportarci?
«Stiamo uscendo da un’ottica collettiva ed entrando in una individuale. Ai soggetti a rischio consiglio di portarla ancora, male non fa. D’altronde per ridurre i contagi dovremmo mettere in campo delle misure talmente restrittive che nessuno è più disposto a sobbarcarsi e che sarebbero inutili». 

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