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Elena e la malattia della mammma: “La sindrome che l’ha portata a uccidere”

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Potrebbe esserci la “Sindrome di Medea” dietro il folle gesto di Martina Patti, la mamma che ha ucciso la figlia di 5 anni Elena Del Pozzo a Mascalucia, nel Catanese. Ne è convinto il criminologo Carmelo Lavorino, che in una intervista all’agenzia Adkronos parla di “follia fredda”. Sulla donna gravano i sospetti di “disturbi mentali, una forma di depressione”, spiega l’esperto. “Ha agito in modo crudele per vendicarsi del marito, possiamo anche parlare di una ‘sindrome di Medea’, una persona che uccide la prole per vendetta verso il marito”. Marito che l’ha definita “un mostro, una persona che ha premeditato tutto”.

 

 

Secondo le prime ricostruzioni fornite dai familiari della Patti, infatti, la donna avrebbe vissuto con gelosia patologica i buoni rapporti instaurati dalla bimba con la nuova compagna dell’ormai ex marito, da cui si era separata. La sera prima del brutale omicidio, non a caso, Elena aveva trascorso qualche ora proprio con il papà e la sua compagna. “Sapeva che la bambina era profondamente amata e non voleva, a livello inconscio, che frequentasse” colei che riteneva “la sua ‘concorrente usurpatrice’ del posto che aveva lei”, osserva Lavorino secondo il quale problemi “psichici e psichiatrici” sono “da individuare con una perizia specifica. Serve una visita psichiatrica”.

 

 

Secondo Lavorino il fatto che i colpi inferti siano diversi può indicare un “momento di rabbia nei confronti del marito, sfogata sulla figlia”. Il criminologo sottolinea che la donna si è poi “comportata in maniera puerile, ha lasciato tracce, si è inventata un rapimento a cui nessuno ha creduto (il presunto rapimento da parte di tre uomini incappucciati, una volta tornata a casa dall’asilo, ndr): ciò indica una personalità fanciullesca”. E’ possibile, secondo il criminologo, che la donna si sentisse “abbandonata, sfiduciata in se stessa, nel mondo e nel futuro”.

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