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Greenpeace: gran parte della plastica compostabile finisce in discarica o nell’inceneritore

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Siamo abituati a gettare nell’umido i prodotti di plastica compostabile monouso, convinti che si tratti di un materiale capace di decomporsi tanto facilmente quanto una buccia di arancia. Eppure, stando all’ultima indagine di Greenpeace dal titolo “Altro che compost”, non è così.
La maggior parte dei rifiuti organici in Italia finisce in impianti che non sono in grado di trattare efficacemente i materiali in plastica compostabile, che così finiscono negli inceneritori o in discarica.
Per legge, in Italia i prodotti monouso in plastica compostabile come piatti, posate e imballaggi rigidi devono essere smaltiti insieme agli scarti alimentari, come previsto dall’Articolo 182 ter, comma 6, del Decreto Legislativo 152/2006.
Tuttavia, stando ai dati del Catasto rifiuti di ISPRA, il 63% della frazione organica è inviato a impianti che difficilmente riescono a degradare le plastiche compostabili, che quindi finiscono per essere scartate. Il resto finisce in impianti di compostaggio che abitualmente operano con tempistiche troppo brevi per garantire la compostabilità.
Una conseguenza dell’impiantistica non sempre adeguata, ma anche dell’evidente scollamento tra le condizioni previste nei test per ottenere le certificazioni sulla compostabilità e le reali condizioni con cui operano gli impianti. Sono queste alcune delle criticità scoperte da Greenpeace intervistando numerosi imprenditori del settore e il personale tecnico dei laboratori che rilasciano le certificazioni.
Come spiega nel report Ugo Bardi, professore di chimica-fisica all’Università di Firenze e delegato della Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile, ci sono delle questioni pratiche che possono portare la plastica green degradarsi negli attuali impianti di compostaggio: “È una questione di tempi. La plastica compostabile ha bisogno di stare nell’impianto di compostaggio più a lungo dell’umido. Per la precisione, dovrebbe avere a disposizione 12 settimane per degradarsi all’interno di un impianto di compostaggio industriale Peccato che non esiste una norma europea o italiana che renda obbligatoria questa disposizione. E visto che ogni impianto può organizzarsi autonomamente, nella pratica non è garantito che la tempistica di 12 settimane sia sempre rispettata”.
L’analisi condotta dall’associazione mette in dubbio l’operato delle politiche italiane per il clima, che da anni incentiva la sostituzione della plastica monouso con plastica compostabile, lasciando però intatta la logica del monouso, i cui impatti ambientali risultano sempre più devastanti.
Così facendo, l’Italia sta agendo in deroga alla Direttiva Europea sulle plastiche monouso (SUP), aggirando la norma che ne vieta l’utilizzo. Secondo l’UE, infatti, anche le stoviglie in plastica compostabili dovrebbero essere vietate, in quanto derivate comunque da petrolio e gas fossile. Il nostro Paese invece ha condotto negli ultimi anni importanti campagne che, per scoraggiare l’utilizzo di plastiche fossili, sollecitano quello di plastica compostabile. Per questo, secondo la ONG, stiamo andando incontro a una procedura di infrazione.

L’articolo Greenpeace: gran parte della plastica compostabile finisce in discarica o nell’inceneritore proviene da The Map Report.

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