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L’Italia troppo lenta nelle riforme? L’Ue ci dà lezioni ma poi litiga su tutto

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Per la global tax bisognerà attendere. Non che sia una priorità, intendiamoci, con i missili che praticamente ci fischiano sopra la testa, però l’Europa ci tiene. E di fronte all’ennesimo nulla di fatto dell’Ecofin provocato dal veto della Polonia, che continua a chiedere la contestuale introduzione di aliquota minima e riallocazione dei versamenti fiscali, il ministro delle Finanze francese, Bruno Le Maire, ha detto che farà di tutto per raggiungere l’obiettivo al prossimo vertice del 17 giugno. Lui, ha precisato, è ottimista. Vedremo. Sta di fatto che è da più di un anno che si discute di questa benedetta imposta sulle multinazionali, e anche se tutti si dicono d’accordo, alla fine non si arriva mai al dunque.

 

 

 

La cosa curiosa è che solo un paio di giorni fa da Bruxelles è partita la grande reprimenda sull’Italia troppo lenta nel fare le riforme. Che è senz’ altro vero, per carità. Ma i maestrini della Ue, sempre pronti a puntare il dito sugli altri, raramente si interrogano su quello che succede all’interno degli europalazzi. Altrimenti vedrebbero che, non per colpa dell’Italia, nell’Unione non si decide mai nulla. Vi ricordate l’embargo sul petrolio russo? Difficile trovare cosa più urgente di quella, anche perché due settimane fa la presidente Ursula von der Leyen l’aveva sventolato sotto il naso di Putin come se fosse cosa fatta. Passa un giorno, ne passa un altro e siamo ancora al punto di partenza. Anzi peggio. L’impuntatura dell’Ungheria (appoggiata anche da Slovacchia e Repubblica Ceca) ha infatti provocato l’esclusione del dossier, a meno di colpi di scena, dal vertice straordinario del 30 e 31 maggio. Insomma, non se ne discute neanche più.

 

 

 

IL CONTO IN RUBLI

E vogliamo parlare del tetto al prezzo del gas? Spopola nei dibattiti pubblici e negli interventi di tutti i leader internazionali. Lo stesso Mario Draghi lo invoca da mesi, applaudito fragorosamente da tutti gli eurocapi. Arrivati al dunque, però, nel piano RepowerEu, pure quello tutto ancora da approvare, non ci si è spinti più in là di prevedere lo strumento in caso di grande e grave emergenza. Insomma, non si farà. Così come non si farà il Recovery bis, perché Germania e Olanda continuano a dire tutti i giorni che non hanno alcuna intenzione di mettere altri soldi in comune per degli scansafatiche, come noi, che hanno solo voglia di accumulare debiti. Poi c’è la vicenda grottesca del pagamento del gas in rubli. Lì la grande Commissione che ci impartisce lezioni di politica e di economia si è praticamente defilata, lasciando il povero portavoce a raccontare quotidianamente ai giornalisti una versione differente. In una delle ultime, poi anche su questo tema è calato un imbarazzante silenzio, si diceva che era «sconsigliato» aprire il secondo conto in valuta russa. Con tanti saluti alla violazione delle sanzioni che avrebbe portato addirittura a procedure di infrazione. Nel frattempo la Germania si è pure rimangiata l’accordo, che sembrava fatto, sul nucleare come fonte sostenibile. Può sembrare impietoso, infine, ma di riforma del Patto di stabilità se ne discute praticamente da quando è iniziata la pandemia, nella primavera del 2020. Sono passati due anni e non c’è neanche uno straccio di bozza. Ed è forse questo il motivo per cui la proroga della sospensione delle regole sui bilanci è passata con tanta facilità. Tanto per avere un altro po’ di tempo prima di dover constatare che, anche in questo caso, sarà impossibile decidere. 

 

 

 

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