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Mario Draghi, la svolta buona: perché per la rinascita ci vuole sempre meno Stato

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Che si ritorni a parlare dei problemi del Sud, e persino di una “questione meridionale”, non è un male. E lo dico da uomo del Sud, che ama profondamente la propria terra. Sarebbe però opportuno, dopo tanti fallimenti, che il problema fosse affrontato finalmente in un’ottica diversa. L’intervento di Mario Draghi di ieri a Sorrento, alla convention meridionalistica organizzata da Mara Carfagna, per una parte coglie questa esigenza, dall’altra sembra non avere il coraggio di affrontare fino in fondo un problema atavico come quello del ritardo economico e civile delle terre meridionali. Se per un verso va dato atto al premier di avere per la prima volta identificato nel Mediterraneo, e non nel Nord Europa, lo spazio geografico attorno a cui ridisegnare il futuro del Sud, dall’altro qualche dubbio sorge quando per l’ennesima volta si imposta il problema in un’ottica per lo più centralistica e statalistica, questa volta suffragata dagli ingenti fondi messi a disposizione dal PNRR.

 

La stagione del meridionalismo classico, quella che nel secondo dopoguerra aveva avuto in esimi studiosi prestati alla politica come Compagna e Saraceno, in enti come lo Svimez e il Formez e in istituti come la Cassa per il Mezzogiorno, il suo baricentro, era animata dal desiderio di ricongiungere il Sud all’Europa. Il progetto non riuscì, perdendosi nelle sacche dell’inefficienza e della corruzione, ma anche perché non valorizzava a pieno le vocazioni autoctone e le reti di relazioni autonome che il Sud aveva sviluppato nei secoli. E che aveva nel mare, nel turismo, in un’aperta vocazione mediterranea, la sua chiave di volta. Un sistema che, se concretamente valorizzato, avrebbe potuto far trovare il Sud in vantaggio competitivo nell’epoca post-industriale e dei grandi spazi commerciali che da qualche decennio ormai viviamo.

 

C’è però un elemento che andava pure messo a fuoco, ed è quello umano, antropologico se preferite. Che i meridionali non abbiano spirito imprenditoriale, che pretendano solamente di essere assistiti e sussidiati, è un facile slogan che non trova adeguato riscontro nella realtà, come dimostrano le tante “storie di successo” di chi ha saputo mettere su imprese economiche significative. Si tratterebbe allora di liberare queste energie, con interventi sottrattivi e non addizionali da parte dello Stato. Il lavoro dello Stato andrebbe svolto con più incisività sulla lotta alle burocrazie, alle mafie, ai clientelismi, sulle infrastrutture, al fine di creare un ambiente favorevole a che le forze del Sud emergano spontaneamente e dal basso. È evidente che misure deleterie come il “reddito di cittadinanza” vadano contro questa nuova “filosofia”. Ma anche un interventismo attivo dello Stato rischia di non sortire gli effetti per l’ennesima volta immaginati. Lavorare per creare ancora una volta “cattedrali nel deserto” più che un errore sarebbe questa volta un “crimine”.

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