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Finlandia, il suicidio perfetto di Vladimir Putin: l’ombra della Nato e l’errore del Cremlino

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La Finlandia sta per chiedere l’adesione all’Alleanza atlantica «senza ritardi» e tra pochi giorni la Svezia farà qualcosa di molto simile. Oltre a una posizione geografica cruciale, i due Paesi hanno eserciti e mezzi militari moderni, perfettamente integrabili con quelli della Nato. Non male per un’organizzazione che nel 2019 il presidente di uno Stato fondatore, il francese Emmanuel Macron, aveva definito «in condizione di morte cerebrale».

Quando la domanda dei finlandesi sarà accettata dai trenta membri attuali dell’Alleanza, cosa che dovrebbe avvenire entro l’anno, i confini diretti tra la Russia e la Nato si allungheranno di 1.340 chilometri, più che raddoppiando la linea geografica condivisa oggi tra Mosca e il Patto atlantico. E una volta che la stessa cosa sarà stata fatta con la Svezia, la Russia si troverà completamente circondata dai Paesi della Nato nel Mar Baltico e nell’Artico.

 

Per Vladimir Putin, il cui obiettivo strategico, da quando è al potere, è impedire l’accerchiamento della Russia, si tratta della prima grande sconfitta politica. E subito, dentro e fuori il parlamento italiano, si sono alzate le voci degli insorti. I primi sono stati gli ex grillini di Alternativa, ma l’elenco è destinato ad allungarsi.

Foraggiati dal Cremlino o semplici utili idioti spinti dall’ostilità ideologica verso la piccola fetta di mondo libero cui apparteniamo, costoro sostengono che l’Italia deve opporsi all’adesione dei due Paesi, perché se la Nato si allarga ulteriormente spaventa ancora di più la Russia e accresce la pericolosità di Putin. Il quale, sapendo bene con chi ha a che fare, ha subito incaricato i suoi di minacciare ritorsioni commerciali e militari e di ventilare il rischio di «una guerra nucleare totale».

Eppure per quello che è avvenuto c’è un solo responsabile, ed è proprio lui. Non è la Nato che si sta espandendo, imponendosi su popoli trattati come burattini, ma sono i finlandesi e gli svedesi che chiedono a chili governa la protezione dell’articolo 5 del trattato nordatlantico, quello che garantisce la mutua assistenza militare in caso di aggressione. Hanno capito, come fece Enrico Berlinguer mezzo secolo fa, che si è più sicuri «stando di qua».

 

Per decenni, la neutralità è stata il tratto distintivo dei due Paesi baltici, apprezzata dai loro popoli e dalle loro élite. Tra i finlandesi, i favorevoli all’adesione alla Nato sono sempre stati una minoranza, oscillante tra il 20 e il 25%. L’obbligo di cedere un decimo del loro territorio all’Urss, al termine della Seconda guerra mondiale, era stato accettato come il minore dei mali, e i sentimenti di rivalsa verso Mosca non erano mai arrivati al punto da mettere in discussione la scelta del non allineamento. Tutto è cambiato dal 24 febbraio, e oggi i finlandesi che vogliono l’ingresso immediato nel Patto atlantico sono il 76%.

Storia simile in Svezia: a gennaio gli elettori favorevoli a entrare nella Nato erano il 42%, oggi sono più del 60% e il loro numero appare destinato a crescere, ora che i dirimpettai finlandesi si sono decisi al grande passo. E tutto ciò è a Putin che si deve. Se non avessero visto le stragi, gli stupri e i saccheggi compiuti dai soldati russi in Ucraina, gli abitanti di Finlandia e Svezia sarebbero rimasti felicemente nella “zona cuscinetto”. Per questo l’uomo più temuto d’Europa adesso è anche il più deriso. I fotomontaggi lo mostrano mentre riceve da Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, il premio come «Miglior reclutatore dell’anno», e il premier slovacco, il moderato Eduard Heger, dice che il presidente russo ha compiuto una sorta di miracolo, rendendo ipotesi concreta un evento da sempre improbabile come l’adesione della Finlandia alla Nato: «È la politica delle conseguenze non intenzionali. Putin è un maestro in questo».

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