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Doha Zaghi, la dominatrice di Calenda? Un Senaldi malizioso: “Si ispira alla Gruber, sapete cosa condividono?”

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Succede più o meno così. In campagna elettorale i partiti fanno a gara a chi la spara più grossa. Contano sul fatto che gli italiani, quando devono votare, regrediscono alla quinta elementare. Infatti nel segreto dell’urna i cittadini scelgono in massa chi è riuscito a fare loro la promessa più irrealizzabile. Generalmente danno fiducia a chi garantisce l’abolizione della povertà o la pensione di mezza età, oppure a chi da cinquant’ anni promette dal suo attico in centro equità sociale ma poi, anziché per l’assegno famigliare, si batte per assicurare un bagno ai trans fin dalle elementari. Un tempo credevano a chi da una villa con 120 stanze voleva eliminare l’Imu e faceva credere che chiunque poteva diventare come lui. Era un miraggio, più che un sogno, in vendita, ma almeno esaltava come un valore l’azione e non la passività.

 

 

 

Comunque sia, l’epilogo da un decennio a questa parte è lo stesso: dopo i primi tempi, durante i quali veleggiano sull’entusiasmo, i vincitori delle elezioni naufragano sullo scoglio dell’inattuabilità delle loro promesse. Suonano le sirene e i mercati, l’Europa, gli Stati Uniti, la Spectre ci mandano un’ambulanza con un pilota che prontamente ricovera/reclude in Parlamento gli eletti e prende in mano il volante del Paese, ispirandosi alquanto nella scelta della strada ai desiderata di chi ha contribuito a farlo accomodare a Palazzo Chigi.

Parte così l’era dei tecnici, inizialmente strabenedetti dai politici, ai quali hanno salvato la ghirba, ma che presto vengono in odio ai loro beneficiati, che passato lo spavento mal sopportano che gli sia stato levato di mano il giocattolo e, non avendo nulla da fare, spendono il loro tempo a sparare sul guidatore. L’ultimo esempio di questa manfrina è il pianto di Conte, che reputa un oltraggio il fatto che Draghi non sia passato dal Parlamento per farsi imbeccare sulla crisi ucraina prima del suo viaggio in Usa, benché il premier in realtà abbia esposto da mesi il suo piano di guerra all’Aula, ottenendone la benedizione con applausi scroscianti.

 

 

 

È umano e comprensibile che i politici non vogliano tecnici tra i piedi. Quello che non è comprensibile è perché non facciano nulla per evitarlo. È fatale che se prometti la luna o metti in lista quasi esclusivamente leccapiedi e incompetenti e se fai ministro Toninelli o Bonafede, per non dire di altri ancora in carica, più prima che dopo da fuori qualcuno fischi la fine e insedi un tecnico, tra il sollievo della cittadinanza. Se vuole evitare un “Draghi per sempre”, ipotesi sempre più alle viste, la politica dovrebbe varare un’operazione onestà verso gli elettori e verso se stessa, raccontando le cose come stanno e candidando gente valida, in modo da non doverla poi reclutare fuori dal Parlamento. Ma forse non c’è speranza, se si pensa che perfino Calenda, che si propone di mettere in lista solo primissime scelte della società civile, poi scopre di aver reclutato un’avvenente signorina, tale Doha Zaghi, la cui principale attività è fornire servizi speciali di natura erotica agghindata da dominatrice. Lei sostiene di essersi appassionata alla politica guardando la Gruber, della quale forse condivide i gusti in fatto di guardaroba. Quanto alla scelta di Calenda, sostiene di avere in comune con lui il pragmatismo. In effetti, nell’intervista rilasciata a Hoara Borselli, la signora fa sapere che il massimo della sua arte lo raggiunge insultando i suoi schiavi. E anche il leader di Azione, con il prossimo e con la lingua, non ci va giù leggero, sia che stai con lui, sia che stai contro di lui. Comunque sia, nella sfida tra duri, pare abbia prevalso lui, rifilandole un bel pedatone. 

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