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Draghi, incontro con Joe Biden alla Casa Bianca? “Il vero obiettivo della missione”, le indiscrezioni

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C’è poco da almanaccarci sopra: domani Mario Draghi andrà a Washington per ricevere dalla Casa Bianca un’investitura da euroleader dell’atlantismo in armi contro l’autocrazia imperialista di Mosca. Dopo averlo favorevolmente visto (e un po’ anche voluto, diciamo) scalzare Giuseppe Conte da Palazzo Chigi, ora il presidente Joe Biden vede nel nostro premier il contrafforte ideale degli Stati Uniti in un Vecchio Continente ancora troppo disunito sul fronte ucraino. Gli interessi in gioco sono anzitutto militari, ma anche geopolitici ed energetici – di qui la contemporanea presenza in America dell’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi – e si collocano in una doppia cornice nazional-regionale. In estrema sintesi: oltre agli aiuti umanitari, Roma si predispone a fornire armi pesanti a Kiev anche in cambio di gas liquefatto statunitense ma nel mezzo di una guerra guerreggiata per procura contro la Russia in cui la scelta di campo draghiana è ferma e nitida. Oltretutto, a dispetto del recente disinteresse d’Oltreoceano verso un quadrante giudicato di minor rilevanza al confronto con l’Indo-Pacifico, al cospetto della nuova cortina di ferro resuscitata da Putin l’Italia è destinata a riacquisire il proprio ruolo strategico di portaerei naturale affacciata sul Mediterraneo. Il che avviene dopo alcuni anni d’incertezze e con un’eccessiva permeabilità, secondo Washington, agli interessi sino-russi testimoniata da qualche concessione di troppo alla Via della Seta tracciata da Pechino e alle scorribande italiane dei militari russi giunti in nostro soccorso durante lo choc pandemico del 2020.

 

 

 

NUOVI ASSETTI

Archiviate le “scappatelle” di Lega e Cinque Stelle, il richiamo all’ordine era già stato evidente – in tempi non sospetti – nel discorso d’insediamento davanti alle Camere in cui Draghi aveva rivendicato che il suo governo stava nascendo “nel solco dell’appartenenza del nostro Paese come socio fondatore dell’Ue e come protagonista dell’Alleanza atlantica: a difesa dei loro irrinunciabili princìpi e valori”. Il punto, adesso, è che proprio l’Unione europea a trazione franco-tedesca rischia di deludere un’America tornata prepotentemente in modalità “hard power”. Abbastanza eloquente al riguardo è il rinvio del sesto pacchetto di sanzioni centrate sull’approvvigionamento petrolifero, dietro il quale c’è ben più della resistenza del blocco orientale rappresentato dai quei tre quarti di Visegrad (Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) appartenenti alla sfera d’influenza commerciale tedesca non meno del Be -Ne -Lux e delle Repubbliche baltiche. In effetti la verità è che al momento Berlino vede con estrema preoccupazione l’erosione dei fondamentali di un partenariato economico bilaterale fortissimo con Mosca, non per caso ha soltanto congelato l’attivazione del gasdotto North Stream2 le cui infrastrutture da 11 miliardi di euro giacciono in fondo al mare. Quanto alla Francia, l’Eliseo si sta muovendo in chiave soprattutto diplomatica e lo fa in sostanziale continuità con la dottrina di autonomia strategica franco -eu ropea risalente all’impronta gollista novecentesca: Emmanuel Macron crede naturalmente nei valori delle democrazie occidentali e considera irrinunciabile il ritorno di Parigi ai vertici del comando militare integrato della Nato voluto da Nicolas Sarkozy nel 2009, tuttavia il suo atteggiamento è definibile come un “atlantismo tattico”.

 

 

 

IL DISCORSO

Prima di volare a Berlino per il suo primo viaggio da presidente rieletto, omaggio alla tradizionale preferenza concessa alla Germania e al comune patto di primazia rinnovato ad Aquisgrana nel 2019, oggi Macron rivolgerà al Parlamento di Strasburgo parole intonate all’idea di un “sovranismo europeo” non così gradito alle orecchie della Casa Bianca. La data è cerchiata in rosso sul calendario: mentre la Russia celebra la vittoria nella Seconda guerra mondiale, Bruxelles commemora il discorso inaugurale della Comunità europea per la produzione del carbone e dell’acciaio (Ceca) tenuto dal politico franco-tedesco Robert Schuman il 9 maggio del 1950, Draghi fa le valigie per il suo viaggio statunitense. L’ex banchiere centrale transitato per Goldman Sachs, cresciuto con genuino (e gesuitico) atlantismo, è stato il recente protagonista del cosiddetto Trattato del Quirinale franco-italiano ispirato a un “federalismo pragmatico” che ha finalmente riavvicinato le Sorelle latine; ma resta pur sempre il titolare d’una specchiata fedeltà su cui Washington intende fare il massimo affidamento. 

 

 

 

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