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Ecco che fine ha fatto il figlio del giudice che condannò Berlusconi: arriva la mazzata

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Il padre magistrato è stato l’artefice della cacciata di Silvio Berlusconi dal Parlamento. A distanza di circa dieci anni gli ex colleghi del padre hanno cacciato lui dalla magistratura. La vicenda riguarda l’ex pm milanese Ferdinando Esposito, figlio di Antonio, il presidente del collegio della Cassazione che aveva reso definitiva la condanna a quattro anni per frode fiscale nei confronti di Berlusconi nel processo per i diritti Mediaset. Condanna che, perla legge Severino, costrinse poi il Cav ad abbandonare il Senato per andare in affidamento in prova presso una casa di riposo a Cesano Boscone.

 

 

 

Tutto inizia nel 2014 quando la Procura generale della Cassazione decide di avviare l’azione disciplinare nei confronti di Esposito junior. Ad accusarlo è un ex amico, l’avvocato piacentino Michele Morenghi. L’allora pm, che abitava in affitto in un super attico di oltre cento metri quadri con vista direttamente sulle guglie del Duomo, aveva chiesto a Morenghi, che in passato gli aveva dato dei soldi per fare delle vacanze, di pagargli direttamente il canone di locazione, pari a 32mila euro l’anno. Visto che Morenghi, all’epoca titolare di una società di integratori, si era rifiutato di provvedere al pagamento, Esposito lo apostrofò dicendo che in Procura «con l’inchiesta “sbagliata” può capitare di tutto alle aziende».
L’avvocato piacentino, scosso per quanto accaduto, decise di andare davvero in procura per vuotare il sacco con il procuratore Edmondo Bruti Liberati e la sua vice Ilda Boccassini. Esposito in quel periodo era in buoni rapporti con Arcore ed era stato anche fotografato con l’ex consigliera regionale di Fi Nicole Minetti.

VOGLIA DI POLITICA

Come appurarono le indagini dei colleghi, si recava spesso a Villa San Martino ed aveva espresso al leader di Forza Italia il desiderio di entrare in politica o di avere un posto in qualche ministero romano.
Uno di questi incontri avvenne il 22 maggio 2013, dopo giorni di passione per Berlusconi.

 

 

L’11 marzo si era svolta una manifestazione dei deputati azzurri davanti al Palazzo di giustizia. Il 6 maggio c’era stato il rigetto da parte della Cassazione della richiesta dei suoi avvocati di spostare i processi da Milano. L’8 maggio era arrivata la condanna in appello sui diritti tv. E il 13 maggio, infine, era terminata la requisitoria nel processo Ruby, dove il Cav sarà condannato in primo grado a sette annidi prigione. Esposito dichiarò sempre di non aver mai discusso con Berlusconi dei suoi processi milanesi. Terminati gli accertamenti, comunque, a luglio del 2016 venne fissata l’udienza davanti alla Sezione disciplinare del Csm.
Le accuse erano pesantissime: «Ottenere direttamente o indirettamente prestiti o agevolazioni da soggetti che il magistrato sa essere indagato in procedimenti penali; l’uso della qualità di magistrato al fine di conseguire vantaggi ingiusti per se o per altri; comportamenti scorretti nei confronti di altri magistrati; comportamenti che arrecano ingiusto danno o indebito vantaggio delle parti». Il disciplinare rimase sospeso fino alla definizione del procedimento penale che nel frattempo si era aperto al tribunale di Brescia, al termine del quale Esposito sarà condannato per il reato di tentata induzione indebita.
Riprese le udienze al Csm, i difensori di Esposito sollevarono anche una questione di costituzionalità, che la Consulta, nel novembre del 2018, dichiarò non fondata.

IL DISCIPLINARE

Terminata la consiliatura al Csm, il processo disciplinare era ripartito davanti ad un nuovo collegio, presieduto al vice presidente David Ermini. La sentenza, come per Palamara, fu quella della rimozione dalla magistratura e venne depositata a fine gennaio dello scorso anno «Le condotte di notevole risalto mediatico hanno prodotto evidenti gravissimi e non ripristinabili riflessi sul prestigio della funzione esercitata. È del tutto incompatibile con la sua permanenza nell’ordine giudiziario», scrissero al Csm. Contro questa decisione Esposito ha giocato nei mesi scorsi l’ultima carta, quella del ricorso in Cassazione, ma il collegio, presieduto dall’ex presidente della Cedu Guido Raimondi, lo ha respinto e la rimozione della magistratura è diventata definitiva. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

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