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Attaccamento alla terra e innovazione, radici famigliari e utopia: la storia di Vittorio Moretti

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“Il genio allo stato puro”, così lo ha definito Oliviero Toscani. Vittorio Moretti: un uomo, un imprenditore, un padre di famiglia che non ha mai perso l’energia vitale e la volontà di fare e creare, alla sua maniera, mondi tangibili, ove stare bene e a far star bene gli altri. 

Un positivo e curioso visionario, che ha saputo attrarre in poco più di 50 anni di attività, grandi personalità e grandi amici, che hanno contribuito a trasformare aziende, uomini e territori. Da Gianni Brera, con il quale ha lanciato un premio giornalistico per far conoscere la Franciacorta, a Luciano Pavarotti, con il quale ha condiviso brindisi esclusivi nelle sue tournée estere. Da Gualtiero Marchesi ad Alain Ducasse, portando la grande cucina stellata in territori all’epoca pressoché sconosciuti. Un pioniere che ha saputo coniugare l’attaccamento alla terra con le innovazioni più spinte, le radici famigliari e l’utopia di una cultura d’impresa che si è nutrita di sogni concreti.

Dicevano gli indiani d’America che non siamo i padroni della Terra, ma siamo i custodi.
Sono d’accordo. La terra, come il resto delle cose che abbiamo realizzato. Lo sottolineo sempre alle mie figlie: voi dovete custodire ciò che vostro padre ha costruito. 

E lei ha sicuramente costruito molto. In tutti i sensi…
Io vengo da una famiglia di costruttori. Mio nonno era imprenditore e si occupava di costruzioni. Purtroppo, è morto a 36 anni di Spagnola lo stesso giorno in cui è morta mia nonna ed è morto anche il fratello. L’azienda quindi è andata perduta. Mio padre, il più grande dei fratelli, a quel tempo aveva 13 anni. Nel 1930 decise di andare a Milano. Lì ha fatto il manovale, poi è diventato perito edile. In seguito ha creato una sua azienda di costruzioni. Io, invece, ho iniziato per conto mio nell’edilizia e sono riuscito a riportare la mia famiglia nell’universo dell’imprenditoria con ottimi risultati. Ma ho detto chiaramente alle mie figlie che io sono di passaggio. Dopo di me, toccherà a loro farsi carico della storia della nostra famiglia.

Ma perché proprio la terra?
Il mio rapporto con la terra è legato al fatto che mio nonno materno era contadino. Qualcosa avrò preso anche da lui, no? La terra va curata e custodita con grande attenzione, perché la terra è la natura, è il luogo che ci ospita, è la dimora di ogni cosa e come tale va rispettata. Molto.

Quale rapporto c’è tra la terra e il mestiere di costruttore?
La terra fa parte delle costruzioni perché è sulla terra che edifichiamo e per farlo è doveroso conoscerla. Molte persone mi dicono “come fai a fare tante cose diverse?”: Perché sono un imprenditore, sono curioso e amo conoscere e creare. L’agricoltura e gli animali per me sono una passione, ho sempre amato la natura e tutto quanto ruota attorno al nostro pianeta. La storia di Terra Moretti è quella di un’impresa diventate tante.

Quindi investire in agricoltura è stata una forma di diversificazione o si tratta di passione?
Passione. Per me Bellavista inizialmente era un hobby, che poi è diventata impresa.

La famiglia come l’ha presa questa “scelta agricola”?
Molto bene. Tanto che le mie tre figlie, che si occupano dei diversi settori delle attività del gruppo, hanno ben chiaro che il legame con la natura è un filo rosso che unisce la mia maniera di essere imprenditore e la terra che abitiamo. Carmen, la maggiore, ha una naturale predisposizione al senso del bello e dell’accoglienza. Appassionata di viaggi, di cucina e di cultura presiede la divisione alberghiera ed è inoltre vicepresidente di Holding Terra Moretti. È alla guida di entrambi i nostri resort 5 stelle, L’Albereta in Franciacorta con la Spa Chenot e l’Andana a Castiglione della Pescaia con la spa Espa. Di sua responsabilità anche le molteplici realtà ristorative, fra cui lo stellato di Bartolini in Toscana e La Filiale di Franco Pepe a Erbusco. Francesca è quella con l’anima green, attenta alla natura e all’ambiente. Da ragazzina voleva fare la veterinaria, ma dopo un viaggio a Bordeaux si è appassionata al settore vitivinicolo. È laureata in enologia e presiede la divisione vino: si occupa di coordinare, con i nostri tecnici, tutta la parte agronomica ed enologica delle sei cantine. Valentina, la più incline all’arte e con un senso estetico spiccato fin da bambina, ha studiato architettura e ha un concetto moderno e innovativo dell’edilizia. Presiede la Business Unit legata alle costruzioni, ha un suo studio e con il suo team di architetti si occupa di tutti i progetti di riqualificazione delle nostre tenute. È l’ideatrice delle case More: un nuovo modo di abitare e di costruire che coniuga design e sostenibilità.

Il sistema di impresa Italiano è composto da Pmi che si basano molto sul nucleo familiare. Che cosà dà in più la famiglia rispetto a un’impresa con azionisti diversi?
La prima cosa per un’impresa è che dev’esserci un comandante in grado di decidere velocemente e con il senso di responsabilità del buon padre di famiglia. Da noi le decisioni si prendono in tre minuti. Io ho voluto accanto le mie figlie nelle mie aziende, perché da una parte rappresentano esse stesse, con i loro talenti, l’opportunità di diversificare i business; dall’altra garantiscono continuità aziendale all’interno della famiglia. 

Com’è costruita l’azienda “famiglia Moretti”?
Abbiamo fatto un patto di famiglia dove mia moglie mi affianca nelle decisioni. Le mie figlie sono comprese nel patto e hanno diversi incarichi partecipativi nelle nostre società. Seguiranno le attività mettendo in pratica quello che hanno imparato e studiato nella loro crescita. Ho pensato inoltre fosse giusto avere un amministratore delegato esterno sia per la Holding, sia per le tre divisioni: accoglienza, vino, costruzioni. 

Non bastavano le figlie?
La famiglia deve dare l’indirizzo, i manager devono gestire. E sono convinto che dai manager si possa anche imparare, basta saper coniugare la visione dell’imprenditore e la gestione operativa dell’azienda.

Alla testa di Holding Terra Moretti è arrivato l’amministratore delegato Massimo Tuzzi, un manager esterno, appunto. Come è stato scelto?
Ho fatto una ricerca capillare fra i manager che gravitavano nel settore del vino e che sapessero gestire aziende complesse e ho scelto lui. È entrato con l’incarico di ceo di Terra Moretti Vino e dopo un anno, visti i risultati e la capacità di valorizzare il capitale umano, gli ho dato l’onere di amministratore delegato anche della Holding. Con lui stiamo lavorando al passaggio generazionale e alla manageralizzazione delle aziende, due processi fondamentali per garantire continuità e futuro al nostro gruppo.

Grandi immobili di qualità, ottimi vini, alberghi affascinanti. Attività diverse, che però sembrano avere un filo conduttore ideale che li lega. 
Sono un amante del bel vivere. Mi è sempre piaciuto vivere bene e creare contesti che creino bellezza ed emozioni esclusive per chi le vive. Da questa idea-esigenza sono nate prima Bellavista e poi L’Albereta; quest’ultima dopo un soggiorno in un Resort in Francia, costruito in mezzo alle vigne. 

Tutto nasce da un viaggio?
In parte sì. È stato infatti al ritorno da un viaggio ad Epernay che ho deciso che un’operazione simile andava fatta anche in Franciacorta, affinché diventasse una terra del vino, ma che sapesse accogliere e regalare esperienze uniche. Ormai la Franciacorta è un “terroir”. Un terroir, spiegato alla francese, che non sono solo le attività produttive del territorio o i suoi confini, ma tutto ciò che contribuisce a rendere quel territorio attrattivo: un insieme di cose materiali e immateriali che ne costruiscono l’identità e l’unicità.

La Franciacorta ha fatto scuola, ma avete portato questo modello in tutte le sue attività: nella cantina toscana Petra, nella tenuta La Badiola e più di recente nell’acquisizione di Sella & Mosca ad Alghero e Teruzzi a San Gimignano. Voi alzate sempre un po’ di più l’asticella dell’eccellenza. Come si fa?
Bisogna essere curiosi e guardare quello che ti circonda e saper scegliere il meglio per se stessi e per gli altri. Amo viaggiare e prendere spunti, ovviamente dalle soluzioni migliori. E poi, se ci riesco, cerco di fare ancora meglio, a casa mia.

A proposito di fare meglio. Come sta andando l’avventura in Sardegna con Sella&Mosca? È un’azienda immensa che forse in passato è stata anche un po’ trascurata. Non deve essere un boccone facile da masticare.
Quando abbiamo deciso di prendere Sella &Mosca eravamo consapevoli che non sarebbe stata una passeggiata ma nemmeno un’avventura: si è trattato di un investimento di grande valore con enormi potenzialità. In Sardegna e in quell’azienda in particolare si fanno vini straordinari. Ci sono già i primi risultati di grande soddisfazione. Il nostro Cannonau Riserva 2018 è già nella Top 100 di Wine Spectator. E poi stiamo costruendo un’azienda moderna, reimpiantando le vigne e adottando anche nuovi sistemi di agricoltura di precisione, così come nelle altre nostre cantine del gruppo.

Tra l’altro con la Moretti Costruzioni avete un’esperienza particolare nella costruzione delle cantine.
Direi proprio di sì. Ne abbiamo costruite oltre 300, di tutte le dimensioni e utilizzando tutte le tecnologie. Ovviamente non facciamo solo cantine, ma anche edifici commerciali, direzionali, residenziali. 

A proposito di qualità. L’ultimo vostro acquisto è stato Richard Geoffroy, il papà del Dom Perignon. Come l’avete conquistato?
Non l’ho certo convinto con il compenso. Lo conosco da tanto tempo e l’ho sempre stimato, come uomo e come enologo. I miei collaboratori hanno avuto la possibilità di incontrarlo e me l’hanno proposto; Massimo Tuzzi ha condotto tutta l’operazione e oggi Geoffroy guiderà mia figlia e il team in Bellavista. L’approccio è stato straordinario: dopo averci conosciuto lui ha sposato la nostra famiglia. Non è venuto come “semplice” consulente, ma come mentore di Francesca, come maestro. Abbiamo voluto Geoffroy perché era l’unico nel panorama mondiale in grado di aiutarci a rendere Bellavista ancora più Bellavista nella sua unicità, con l’obiettivo di crescere e tendere sempre all’eccellenza. 

Il futuro parte da lui?
Non solo, ovviamente. Anche se è arrivato il momento di tracciare un nuovo percorso per Bellavista. Richard aiuterà Francesca, l’enologa di famiglia, ad acquisire tutte le competenze, sia umane che professionali, necessarie a guidare l’azienda verso il futuro. Ma ormai l’impianto è solido per tutti i settori della Holding, con le mie tre figlie al timone e la grande professionalità di Massimo Tuzzi, che non solo gode di tutta la nostra fiducia, ma è davvero parte integrante della squadra, direi che il percorso è tracciato. La sfida vera sarà la promozione di un futuro sostenibile. 

Nel futuro c’è anche la Fondazione Moretti con il convento di Rovato?
Il convento della Santissima Annunciata di Rovato è una struttura meravigliosa, situata sul monte Orfano ed è testimonianza delle antiche radici storiche della Franciacorta, in termini di spiritualità, arte e cultura della vigna e del vino, che qui si produceva sin dall’anno mille. Nel tempo ho avuto modo di stringere amicizia con i frati che l’hanno custodito e Padre Sebastiano, che è stato l’anima di questo luogo, negli anni ’90 mi ha affidato la vigna di sei ettari che cinge la struttura, da cui nasce uno dei nostri Chardonnay in purezza. Abbiamo pensato che quella dovesse essere sede della fondazione Vittorio e Mariella Moretti (mia moglie) perché è un luogo sacro, a cui siamo particolarmente legati. La Fondazione perseguirà finalità culturali attraverso iniziative di studio e di formazione per diffondere e promuovere il patrimonio di valori che da sempre hanno segnato il mio percorso di impresa e di famiglia. Al convento, a breve, inaugureremo anche 11 camere, le antiche celle dei frati, un luogo di accoglienza e di meditazione, sarà un nuovo concetto di bellezza, quello del tempo da dedicare a se stessi, alla propria anima e ai propri pensieri. Insomma, ho ancora tante idee da realizzare.

L’articolo Attaccamento alla terra e innovazione, radici famigliari e utopia: la storia di Vittorio Moretti è tratto da Forbes Italia.

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