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“Sto cercando anche Vladimir Putin. E se accetta…”: dopo Lavrov, la sfida di Giuseppe Brindisi al Pd

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Giuseppe Brindisi se la ride: «Sto pure cercando di intervistare Putin, se è per questo: se poi accetta che faccio, rifiuto?». Ovvio, rifiuti, e magari intervisti Orsini al suo posto. Se la ride Brindisi e ce la ridiamo noi, e se la ride (quasi) chiunque, dopo l’assurdità del presunto caso «Zona Bianca su Rete 4, rea di aver fatto quello che tecnicamente usa definirsi «scoop della madonna» e cioè un’intervistona al ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov.

 

 

Un lavoro che ha previsto due settimane di trattative e che ha fruttato un sacco di notizie e di inevitabili polemiche (anche ascolti, se non disturba) e cioè il massimo che si può ottenere con un’intervista. «È incredibile, condanniamo la censura dei russi e poi ce la facciamo tra di noi», dice ancora l’incredulo Brindisi, che tira dritto e parla con Libero pochi minuti prima che esca anche un comunicato di Mediaset: «Ora sappiamo qualcosa in più della Russia», dice Mauro Crippa, direttore dell’informazione del Biscione, «le deliranti affermazioni di Lavrov a Zona Bianca confermano la mancanza di volontà da parte di Putin di arrivare a una soluzione diplomatica della guerra…
Lavrov è il numero due della Federazione Russa, l’intervista è un documento che fotografa la storia contemporanea».

Poi Crippa consiglia di riguardarsi le programmazioni Mediaset sul conflitto in Ucraina, per niente ambigue su colpe e responsabilità: «Non dovremmo sentire», si chiede, «chi questo conflitto l’ha innescato? Il pluralismo dell’informazione suggerisce di ascoltare anche le voci più controverse e divisive, ma questo non significa condividerle: i nostri inviati rischiano ogni giorno la vita senza fare sconti alla propaganda di guerra e mostrando le immagini dei crimini».

INVIDIA E DOPPIOPESISMO
Non fa una piega, ed è quasi umiliante dover precisare l’ovvio: dopodiché, con Giuseppe Brindisi, possiamo continuare a ridere nel leggere certe reazioni politiche e giornalistiche, comprese quelle di certi colleghi che per poter fare un’intervista del genere avrebbero dato un braccio. «Cioè, mi rimproverano perché alla fine ho salutato il ministro con un formalismo qualsiasi, tipo “buon lavoro”, che vale come buongiorno o buonasera: e che dovevo dirgli, “vaffanculo”?». Sì, e pure qualcosa su sua madre.

Parentesi: chi segue le cose televisive sa che Zona Bianca è sempre stata filo-Ucraina fino alla stucchevolezza, quindi parlare delle critiche anche semplicemente come invidia – invidia anche sana, professionale – non è affatto fuori luogo. Ma, chiediamo a Brindisi, gli avevate mandato la lista delle domande? «No, solo una lista degli argomenti che volevamo trattare. Peraltro, oggigiorno, anche l’ultimo dei comunisti filo-sovietici italiani prima di essere intervistato pretende le domande scritte e inviate all’ufficio stampa».

 

Hanno detto che non l’hai mai interrotto, che non c’era il contraddittorio. «Allora non hanno visto l’intervista. Primo: io l’ho interrotto. Secondo, chiunque lavori nel ramo sa quanto sia anti-televisivo un batti e ribatti in collegamento, col ritardo audio di ogni frase, con in più il filtro dell’interprete che deve tradurre ogni parola. Ma tu pensa se devo prendermi le critiche di giornalisti “embedded” che condannano la censura russa e poi la chiedono da noi».

L’ESEMPIO DI ORIANA
Forse gli “embedded” avrebbero additato anche Oriana Fallaci per le sue Interviste con la Storia (in libreria, prefazione di Federico Rampini) dove la giornalista, studiata anche nelle università statunitensi, riportava parole e frasi dei peggiori dittatori e satrapi e macellai del secolo scorso: dai sovrani e generali dei khmer rossi cambogiani ai rivoluzionari vietnamiti, dal Negus imperatore d’Etiopia all’iraniano ayatollah Khomeini, coi quali per ottenere un’ambitissima intervista qualche compromesso dovevi pur farlo: magari indossando uno chador. Anche della presunta origine ebraica di Hitler – una delle sparate del ministro russo – ridondano libri su libri: qualcuno si spinge a ipotizzare che il Führer fosse pure omosessuale. Accade anche per altri simboli ariani come Johann Strauss e Richard Wagner: che ce ne frega a noi? Con tutte le teorie o panzane che girano, non è che Sergej Lavrov ne abbia estratto una nuova: pare molto più rilevante – chiamasi notizie – che dalla retorica putiniana è scaturito che «L’operazione in Ucraina non finirà il 9 maggio» (ora è ufficiale), dunque che «I nostri militari non adatteranno artificialmente le loro azioni a nessuna data, incluso il Giorno della vittoria». Poi, se ha pure detto che «gli antisemiti più agguerriti sono ebrei» (lo diceva anche Woody Allen) e che i politici e i giornalisti italiani non hanno «nessuna etica», che dire, potrebbe a sua volta non fregarcene un accidente. Ma non abbiamo bisogno di censori che impediscano di giudicare da soli. I russi lasciamoli in Russia. Che il ministro degli Esteri abbia invece palesato una certa delusione nei confronti dell’Italia, forse, era una notizia più interessante. Ma ci hanno badato in pochi.

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