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Unico re di cinque paesi: Carlo Ancelotti leggenda del calcio, il capitolo Real

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E così Ancelotti (per lui 35esimo trofeo) è diventato re di cinque nazioni, come un principe dell’antichitá in grado di ergersi a padrone di un mondo, quello del pallone. Pasteggiando ieri contro l’Espanyol (4-0, doppietta di Rodrigo, Asensio, Benzema) con il suo Real Madrid il nostro Carlo Magno è diventato l’unico allenatore ad aver vinto i cinque campionati più celebrati e storici del Vecchio Continente: la Liga spagnola, appunto, la nostra Serie A (conquistata con il Milan nel 2004), la Ligue 1 (vinta con il PSG nel 2013), la Premier (Chelsea nel 2010) e la Bundersliga (Bayern Monaco nel 2017).

Impresa mai riuscita ad altri. Carletto lo ha fatto a 63 anni, un’età ancora giovane per un allenatore, ancora bella per poter sognare e sperare in grande, anche se, in bacheca, il signor Ancelotti da Reggio Emilia, ha decine di trofei. Tre Champions League (vinte nel 2003 e nel 2007 alla guida del Milan, e nel 2014 con il Real, la famosa “decima”), oltre a due Coppe del mondo per club (Milan nel 2007 e Real nel 2014), coppe e supercoppe nazionali con le cinque squadre sopracitate.
Il suo segreto? Carletto sa come va il mondo, non sbuffa mai e tiene bassa la tensione, persino quella dei suoi presidenti-satrapi: Silvio Berlusconi e Abramovich, Beckenbauer Florentino Perez. Di Ancelotti è quasi impossibile non esaltare il lato umano e la sua furbizia contadina, la stessa che lo ha portato a essere la perfetta sintesi dell’allenatore stilista (come lo sono stati Crujiff, Sacchi o Guardiola) e di quello pragmatico (Mourinho o Capello). 

Coniuga, difatti, la filosofia spavalda dei primi con la concretezza dei secondi e non alza mai la voce ma soltanto coppe, trofei, riconoscimenti. Sacchi disse di lui: «Carletto era già un allenatore quando giocava». Costacurta aggiunge spesso: «Capisce al volo come far giocare una squadra a seconda dei giocatori che ha». Alberto Bucci, grande uomo di basket e amico per la pelle di Ancelotti, lo dipingeva così: «È una brava persona prima che un grande allenatore». In questo mondo nel quale tutti sembrano aver perso la testa in questo folle calcio, Ancelotti è l’equilibratore equilibrato, l’amico della porta accanto che tutti i giocatori vorrebbero. Il tecnico che sa come vivere e far vivere. Forse per questo vince più di tutti.

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