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Massacro al supermercato: pasta, salumi e olio? Dove (e quando) volano i prezzi

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L’inflazione si fa sentire anche nel carrello della spesa. Ma l’ondata dei rincari che ha colpito i prodotti a maggiore frequenza d’acquisto rischia di essere soltanto l’anticipo della stangata finale sui portafogli delle famiglie italiane. Secondo l’ultima rilevazione Istat sui prezzi di aprile l’inflazione generale è stata del 6,2%, in lieve rallentamento dal +6,5% fatto segnare a marzo. Accelerano però, secondo l’Istituto di statistica, i prezzi del carrello della spesa: dal 5% di marzo al 6% di aprile. Un dato che ha scatenato la reazione indignata di alcune associazioni dei consumatori che puntano il dito sulla speculazione. In realtà, almeno nelle nostre filiere alimentari, sta accadendo esattamente il contrario. I prezzi salgono, ma molto più lentamente delle quotazioni delle materie prime e dei costi dell’energia. Col risultato che una quota importante di produttori agricoli e parecchie industrie di trasformazione hanno visto letteralmente sparire i margini. E si trovano a vendere in perdita. Sui 30mila allevamenti italiani circa un terzo sta lavorando a margini zero. In particolare quelli che non riescono a contare su economie di scala. Dai 38 euro al litro della scorsa estate, il prezzo alla stalla del latte è cresciuto ai 41 derivanti dall’accordo di filiera sottoscritto in autunno, fino ai 48 cent accordati da Granarolo ai propri conferitori. Ora però produrre un litro di alimento bianco costa per molti allevatori 51 centesimi. Latte e formaggi a scaffale dovrebbero costare di più. Non di meno.

 

 

 

COSTO INDUSTRIALE

Discorso simile per la pasta. Il costo industriale di un chilo di maccheroni è salito in un anno da un euro a un euro e 50 centesimi. Ma sono in pochi che riescono a incassarlo. A scaffale spaghetti e tortiglioni sono rincarati del 14,1%, dato che fa infuriare le associazioni consumeristiche ma non remunera la filiera. Anche perché, almeno nelle catene della grande distribuzione, l’aumento dei prezzi per i beni che entrano nel carrello della spesa medio delle famiglie italiane, è inferiore alla percentuale calcolata dall’Istat nella rilevazione di aprile. Mentre l’Istituto di statistica calcola nel 6% gli aumenti di prezzo del carrello, l’ufficio studi di Federdistribuzione, maggiore organizzazione del settore, li quantifica nel 3,5%. «Lungo tutta la filiera c’è stato uno sforzo nel contenere gli aumenti e le aziende della distribuzione moderna, in particolare, hanno finora assorbito una parte non irrilevante degli aumenti di costo», spiega a Libero Carlo Alberto Buttarelli, direttore ufficio studi e relazioni di filiera di Federdistribuzione. «Per la precisione», aggiunge, «il dato è la risultante di aumenti vicini al 6% sui prodotti a peso variabile e del 2,5% sui confezionati», nello sforzo di contenere gli aumenti di prezzo e scongiurare un calo dei consumi. «Calo che però c’è già stato», puntualizza Buttarelli, «solo nell’ultima settimana gli acquisti sono calati del 2% in valore». Un’enormità in un lasso di tempo così breve. Ma la tendenza è iniziata da alcuni mesi. Dall’inizio dell’anno il dato progressivo delle vendite a valore in ipermercati e supermercati è in calo dello 0,7%. Considerando l’andamento delle vendite a valore e il dato inflattivo registrato con il carrello della spesa, la grande distribuzione sta già ora registrando un decremento dei volumi venduti, nell’agroalimentare, superiore al 3%. Dunque la flessione dei consumi è già in atto. Ma questa situazione non può durare a lungo. «È come se nelle filiere si stesse caricando una molla. Quando scatterà, ed è inevitabile che accada», conclude il capo dell’ufficio studi di Federdistribuzione, «c’è il rischio che sui banconi arrivino aumenti ben più consistenti di quelli registrati finora».

 

 

 

BILANCI FAMILIARI

Difficile quantificare la botta che può abbattersi sulle famiglie. Di sicuro, però, i prezzi sono destinati a salire ulteriormente. Anche perché ai rincari delle materie prime si aggiunge l’esplosione fatta segnare dalla bolletta energetica, raddoppiata o addirittura triplicate per molte industrie che intervengono nella fase di trasformazione e confezionamento. Gridare alla speculazione, come stanno facendo in molti, non solo è inutile, ma rischia di alimentare equivoci pericolosi. La speculazione c’è stata ed è tuttora in atto ma sui grandi mercati dove si negoziano ad esempio le materie prime agricole, come il Chicago Board of Trade, la più importante borsa merci al mondo. Senza dimenticare le mani forti dei Paesi intervenuti ad esempio sulla compravendita di cereali. A gennaio, dunque ben prima che scoppiasse la guerra in Ucraina per l’invasione russa, la Cina aveva già accumulato più della metà delle riserve mondiali di grano mais e riso. La speculazione è partita da lì. E l’hanno subita prima di tutti gli allevatori, costretti ad esempio ad acquistare il mais a prezzi altissimi, mai visti prima. 

 

 

 

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